I Verdena sono una scusa

"L'ultima rock band italiana" o l'unica band che ha avuto permesso di suonare rock in Italia? In ogni caso, non sprecate il vostro odio.

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29 gennaio 2015, 3:00pm

Ieri mi sono scontrato con una persona che conosco (su Facebook, dove se no?) per avere fatto una battuta dentro un suo thread sui Verdena. La persona in questione dava per scontato il mio odio militante nei confronti della band, cosa che—a parte farmi riflettere sulle idee preconcette che la gente si fa degli altri a partire dalla loro “immagine pubblica”—ha portato la mia attenzione su quanto forzatamente polarizzato sia il dibattito. Non si sentiva parlare dei Verdena da un bel po’ di tempo, ma poi annuncio e relativa uscita dell’album hanno riacceso un interesse prevedibilmente grosso. I fan sono tanti, I detrattori altrettanti.

Ecco, io odio stare nel mezzo tra due posizioni, per cui diciamo che sulla questione vorrei porre delle osservazioni un po’ diagonali, che smontino sto dualismo del cacchio. Perché i Verdena in fondo non fanno niente di male, eppure fanno un sacco di danni. È piuttosto probabile che siano loro i primi a non essersene mai resi conto, ma la loro presenza nel mondo musicale di questo paese ha sostanzialmente generato un buco nero. Anzi, più che generarlo l’ha alimentato e giustificato.

Endekadenz, Vol. 1 lo sto ascoltando solo oggi per la prima volta. Non mi sento in colpa perché questo articolo non nasce come recensione del disco. A un ascolto molto sbrigativo non mi pare eccessivamente brutto. Certo, suona un po’ di merda, con pretese lo-fi nei suoni e nel mixaggio, ma ipercompresso come solo un disco italiano su major sa essere nel mastering. Per il resto, a parte l’inascoltabile e melenso singolo “Un Po’ Esageri” mi pare il solito mix di buoni spunti e sbrodolate paracule-fastidiose, tipico di ogni disco dei Verdena. Tipico di tanti dischi del suo genere, a dire il vero, anche se il “suo genere” in fondo non è assolutamente il cimitero dell’alternative rock italiano anni Novanta e nemmeno l’altro cimitero, quello indie anni Duemila. E allora di che parliamo? Il contesto sonoro a cui appartengono i Verdena ha sempre avuto poco a che fare con l’Italia e molto più respiro internazionale. Ricordo anche interviste su interviste in cui, in piena esplosione dell'Italia atthennathiva, affermavano di non ascoltare praticamente niente di Italiano. Eppure il campagnolo trio è sempre stato famoso solo in patria, per quanto qualche scappata in giro per l’Europa se la sia pure fatta. C’è sempre il problema della lingua: i Verdena cantano in italiano, il che è stato sicuramente la loro croce e delizia, la caratteristica che gli ha permesso di prosperare a casa e di non farsi inculare da nessuno fuori. Eppure è proprio nell’uso delle parole che si sono sempre contraddistinti: non sono mai stati verbosi come da scuola italiese, gliene è sempre anzi fottuto poco di scrivere testi. Negli anni si sono trincerati dietro scuse da artista profondo tipo “ognuno può interpretarli come gli pare” o “li scrivo in stati di percezione alterata” solo perché sapevano che in Italia a non curarsi manifestamente delle parole si rischia la gogna.

In realtà lo abbiamo sempre saputo tutti, tranne forse quelli che li ascoltavano alle medie e non avevano ancora trovato nulla di abbastanza profondo da scriversi sullo zaino. In realtà, l’ipocrisia generale gli ha permesso per anni di stare dentro il mainstream “alternativo” Italiano pur tradendo di brutto i presupposti culturali che questo si era dato, permettendo a loro e praticamente solo a loro di concentrarsi sugli aspetti prevalentemente strumentali della loro musica. Persino i Linea 77, che per anni avevano cantato in inglese e fatto uscire dischi su etichette britanniche, per sfondare a casa si misero a fare quelli che scrivevano i testi profondi. Ai Verdena è sempre stata concessa la possibilità di essere un gruppo rock, fino in fondo, secondo dei presupposti meno specifici della nostra cultura e più universalmente riconoscibili. Gli è stato dato il permesso di farlo in modo tale che non ce ne fossero altri, ovvero per funzionare come uno dei tanti agenti implicito di una ghettizzazione della musica Italiana, facendo allo stesso tempo da alibi per la necessità di pareggio in bilancio sul piano del rruock.

Non che io stia qui a struggermi perché in Italia non abbiamo avuto una forma di rock dotata della stessa grammatica anglosassone che si sente dappertutto. Anzi, è decisamente un bene che si sia sviluppato qui qualcosa di differente, per quanto abbia poi preso una piega decisamente aberrante. Mi interessa piuttosto analizzare il fatto che una band interessata soprattutto a elementi estranei a quelli canonicamente italiani sia stato dato così tanto accesso a sistemi di distribuzione di massa. Sta di fatto che il percorso dei Verdena è un qualche modo stato lo strumento di una manipolazione culturale che le major e i media pop hanno portato avanti fin dal loro esordio.

Quando sono spuntati fuori era il 1998 e i media li salutarono in grossissimo ritardo come Nirvana italiani. Il primo album era una minestrina riscaldata di riferimenti post-grunge e melodie liceali, ma da lì in poi ogni loro minima evoluzione fu salutata come audace colpo di reni di una band di veri artisti che stavano maturando. Ecco, il punto è che la label su cui sono sempre stati (Universal) e relativi partner commerciali glielo hanno lasciato fare. Gli hanno permesso di costruire una carriera basata sulla coesistenza di chitarroni psy, arrangiamenti curati e paraculate italiane certi che comunque non si sarebbero mai trovati davanti a una band che di colpo aveva voglia di sconvolgere brutalmente le carte. Perché no, alla fine credo che Alberto Ferrari e compari non ne sarebbero davvero in grado e manco c’avrebbero voglia. Per cui potevano permettersi di suonare belli pesanti, tanto sapevano bene dove fermarsi.

Una delle critiche più apparentemente sensate che gli vengono mosse da parte dei loro più acerrimi nemici è proprio che, se messi a paragone con la musica indipendente globale, i dischi dei Verdena spicchino per una ovvia marcia in meno. Solo che sono Italiani e gli italiani si bevono pure le cose indietro, perché stanno indietro. Non è detto che sia vero e, se pure lo fosse, non vorrebbe necessariamente dire granché: esce e viene incensata tanta di quella monnezza che, se Requiem l’avesse fatto un gruppo americano con testi in inglese, avrebbe potuto persino avere successo. Voglio dire: c’è gente che ascolta Panda Bear. Quello sulla superiorità formale dell’estero rispetto all’Italia non è solo un mito esterofilo ma anche un vizio dei sapientoni che credono di essere particolarmente esperti solo perché leggono Pitchfork.

Però ecco, è anche vero che gran parte del successo dei Verdena è assicurato dal fatto che il loro pubblico Pitchfork non lo legge. Anzi, che non legge quasi nulla e che, soprattuto, generalmente evita di informarsi su quali siano le radici culturali del gruppo, da dove vengano gli elementi che gli piacciono e che colorano le composizioni dei loro eroi. Non gliene fotte una sega di sapere che quel chitarrone fuzzato in “Inno Del Perdersi” sia praticamente rubato ai Melvins, che le psichedelicate pastorali citino gli Spiritualized né, a dire il vero, sanno cogliere le influenze più recenti tipo le Caribou-ate di “Sci Desertico”. E non parlo certo di riferimenti da connoisseur dell’underground. È anzi innegabile che, comunque, quelli che sopra percepivo come spunti carini sono comunque idee un po’ vecchiotte, che spiccano nel contesto di un album pop italiano ma che comunque fanno suonare i Verdena derivativi, a traino di cose già sentite per quanto (bisogna riconoscerglielo) abbastanza slegati dai trend. Forse questo è il primo disco in cui un po’ pare provino a suonare più contemporanei del solito, inserendo molti synth e drum machine, con anche relativo gusto.

Quasi tutto il loro pubblico li segue dal primo album, e una buona parte di quello stesso pubblico è composto da gente incapace di rompere i compartimenti stagni che separano la musica italiana da quella del resto del mondo. Ora partecipano al dibattito difendendoli come unica rock band rimasta nel paese, senza nemmeno immaginarsi i rosicamenti che stanno generando in tutto un sottobosco di band che per almeno dieci anni si sono trovate ad annaspare perché troppo pesanti per piacere pure ai fan degli Afterhours, non tanto per colpa di chi ascoltava altro, ma di quegli stessi fan del rock alternativo dei Verdena che non avevano abbastanza curiosità da andarsi a cercare un altra band con suoni di chitarra simili, oppure non avevano abbastanza stomaco da digerirne le asperità. Ne avrebbero giovato tutti, compresi gli ascoltatori stessi. Comprese tante band che negli anni si sarebbero trovati di fronte a una necessità un po’ ridotta di scendere a compromessi imbarazzanti. Magari avrebbero fatto parte di una scena più consistente anche agli occhi di chi in Italia non ci vive.

Questa solitudine nel deserto è, invece, esattamente il posto che l’industria musicale ha riservato ai Verdena: non a capo emerso di una scena e nemmeno come poster-boy sputtanati, solo uno specchietto per le allodole e foglia di fico del mainstream. Arrivati mentre si monetizzava tantissimo sulla musica “alternativa” italiana (la fine anni Novanta sono stati il periodo d’oro di etichette finto-indipendenti come Mescal), i Verdena servivano non a mostrare al pubblico che esisteva anche una scena più heavy, più psichedelica e meno verbosa-cantautoriale, ma che questa nasceva e moriva con loro. Di fatto limitando la prosperità della musica rock indipendente, potenziale concorrente all'interno di un mercato limitato e stantio, e quello che ne è sbocciato fuori è semmai l' "indie" innocuo e cripto-sanremese degli ultimi dieci anni.

Insomma, se da una parte l’underground è sempre stato bene anche senza il supporto degli artisti famosi, dall’altra la cosa che lascia veramente straniti guardando all’Italia è sempre la totale mancanza di zone grigie tra la totale devozione a una nicchia e la superficialità. E ve lo dice uno che sta da sempre bene dentro le alcove più estremiste e che del rock oggi come oggi non se ne fa davvero granché. Non posso però evitare di ammettere di avere visto tante di quelle nicchie appassire e morire proprio perché rimanevano oggetto di interesse solo per i supernerd più scimmiati come me. Raramente arriva nuova linfa, non avvicinandosi nuova gente da lidi meno estremi. Questo perché l’industria musicale ha sempre provato ad arginare le possibilità che dati fenomeni avevano di fare proseliti sfruttando la pigrizia mentale degli ascoltatori italiani. Mentre l'educazione giova a tutti, l'ignoranza giova a pochi.

Nel frattempo i Verdena hanno sperimentato un po’, si sono appesantiti un po’ (“Esageri un po’”… che coincidenza) e hanno sempre continuato ad avere il beneplacito dell’industria perché così ci si assicurava che nessun altro avrebbe avuto il coraggio di farlo. Loro, in fondo, vogliono solo suonare la loro roba e farsi le canne. Di questo sono sicuro, come sono sicuro che in fondo suonino esattamente come gli riesce di suonare, senza forzarsi in una direzione. La loro musica mi piace poco, ma me ne importa anche poco. A sbigottirmi davvero è semmai l’ignoranza di un pubblico che non vuole sapere né capire. Non tanto quelli che quando Rockit pubblica un goffissimo e imbarazzante speciale sulla Italian Occult commentano “non conoscevo questo genere di nicchia” quanto quelli che sarebbero spaventati dalla semplice idea che ci sia un mondo là fuori. Però occhio a toccargli l’ultima rock band rimasta, eh.

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