Sempre più pop star fanno da megafono alla causa dei rifugiati

Mentre i media parlano soltanto di costi e statistiche, artisti come MIA, PJ Harvey e Kindness mostrano il volto umano della crisi umanitaria.

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18 febbraio 2016, 12:20pm

C'è un detto: è meglio cercare risposte alle domande della vita nell'arte piuttosto che nella politica. Questa idea diventa sempre più importante nel 2016. Gli artisti utilizzano le proprie piattaforme per esprimersi sui temi che contano, che si tratti di Miley Cyrus sulla fluidità di genere, Benga sulla salute mentale o Killer Mike sulla campagna Black Lives Matter.

Di recente è il singolo di Beyoncé "Formation" a presentare un testo ultra aggressivo (“I like my baby heir with baby hair and afros / I like my negro nose with Jackson Five nostrils”), immagini dell'Uragano Katrina, violenza della polizia e una potentissima inquadratura finale su un graffito che recita “Stop shooting us”. Soltanto due giorni fa, l'esibizione di Kendrick Lamar ai Grammy ha inserito l'argomento dell'ingiustizia razziale all'interno di una delle cerimonie di premiazione più importanti del mondo.

Le tragedie continue causate dalla crisi dei rifugiati sono diventate un promemoria costante di quanto il mondo faccia schifo. Almeno trentacinque rifugiati sono morti dieci giorni fa a largo delle coste della Turchia, a causa del ribaltamento di alcuni barconi. Il sabato prima, ne erano annegati trentanove. Le stime parlano di almeno tremila persone annegate l'anno scorso mentre andavano in cerca di asilo nei paesi dell'Europa. A volte sono numeri come questi ad attirare la nostra attenzione, a volte sono le foto dei bambini annegati.

È nella natura delle notizie di fluire velocemente. Un momento siamo in lutto e pretendiamo un cambiamento, il momento dopo uno dei nostri giornali nazionali sempre più di destra ci incoraggia a demonizzare tutte quelle persone che fanno la fila sulle nostre coste, accusandoli di rubarci il lavoro, l'assistenza e i parcheggi, spesso dimenticando la sofferenza che li porta fin qui. Save The Children non fa in tempo a lodare il supporto del Regno Unito per i figli dei rifugiati siriani che il Daily Mail pubblica un pezzo che accusa i giovani rifugiati minorenni di mentire sulla propria età. Appena una lettera aperta a David Cameron da parte di 120 economisti definisce la risposta britannica alla crisi "moralmente inaccettabile", il Telegraph pubblica un articolo intitolato "Britain Must Be Cruel to Be Kind", scritto dal segretario dell'UKIP. Non sorprende che YouGov abbia riportato la settimana scorsa che gli inglesi considerano la propria stampa nazionale la più a destra d'Europa.

Mentre la crisi dei rifugiati viene ripetutamente trattata dai media in termini di allarmi, statistiche e costi, e le tante associazioni benefiche faticano a far sentire il proprio messaggio sopra il caos del panico, il ruolo dell'arte assume un'importanza crescente nel ricordare al mondo che al centro di tutto ci sono vite umane. MIA, PJ Harvey, Kindness, Robert Plant, Tinariwen e molti altri si sono fatti avanti e hanno espresso le proprie opinioni sulla situazione, non soltanto tramite raccolte di fondi e interviste, ma creando nuova musica e video che si pongono l'obiettivo di umanizzare la lotta e le storie dei moderni rifugiati, per imporre una prospettiva nuova alla cultura popolare, facendo passare con successo il messaggio che una crisi umanitaria internazionale non dovrebbe mai ridursi a una questione di politica estera, statistiche sull'immigrazione o manovre politiche.

Il singolo di MIA del tardo 2015 “Borders” è stata una delle prime chiamate alle armi. Il video, girato dalla stessa MIA, metteva coraggiosamente in evidenza il viaggio e i rischi che si prendono le persone tanto disperate da cercare di raggiungere l'Europa con ogni mezzo. Facce di uomini di colore, spesso la categoria più demonizzata dalla stampa britannica, si vedono scalare recinti, correre nel deserto e lanciare sguardi risoluti attraverso il filo spinato. MIA si piazza con disinvoltura davanti alla barriera impenetrabile, dura suggestione di quanto sia facile dare per scontata la propria libertà quando si sta dalla parte giusta della recinzione. "Ho scelto di comunicare qualcosa che credevo più urgente", MIA ha detto in un'intervista a Noisey. "Ovvero che questa gente non è quella roba. Non si tratta di persone violente, armate, arrabbiate e sul piede di guerra. Per me era importantissimo chiarire quel punto, ed ecco perché ho girato il video in quel modo".

PJ Harvey non si è mai fatta problemi a dire le cose come stanno. In questo caso si è messa in società con il fotografo documentarista Seamus Murphy all'inizio di febbraio per il suo ultimo singolo, "The Wheel". La canzone e il video che la accompagna sono state direttamente ispirate dai loro viaggi in Kosovo e Afghanistan nel corso di quattro anni—viaggi che hanno visto la coppia confrontarsi con le persone che hanno subito le conseguenze delle recenti guerre e visitare villaggi abbandonati a causa della pulizia etnica e delle faide. È una riflessione potente e inquietante sull'idea che la storia si ripete oggigiorno con la crisi dei rifugiati in corso. Ha totalizzato più di un milione di visite in sole due settimane.

Murphy ha dichiarato a Noisey: "Per comporre il film di 'The Wheel' abbiamo usato molto materiale girato durante il primo viaggio del 2011, filmati di sessioni di prove di Polly a Londra e il recente viaggio in Kosovo. L'enorme crisi in Europa era già su tutti i telegiornali da mesi. Ho passato un po' di tempo sul confine tra Grecia e Macedonia e poi in Serbia, prima di entrare in Kosovo. Tutto stava succedendo in territori associati ai recenti conflitti in Kosovo e più in generale nei Balcani. L'idea del ciclo, delle ruote e della ripetizione era ancora troppo evidente, era necessario usarla".

Nonostante tutto ciò, però, sembra che argomenti come questo siano ancora considerati territori problematici—che, se gli artisti si esprimono, i loro sforzi verranno smontati, visti come opportunistici, o anche solo come una rottura di palle. Come ha detto MIA a Noisey, aveva la sensazione che molti non parlassero per "paura di risultare noiosi". Poi ha aggiunto: "In tanti non parlano di questi temi perché non è sexy".

L'acrimonia verso gli artisti che utilizzano la loro posizione per parlare di questioni serie non è nulla di nuovo. Sembra strano parlare di Johnny Borrell nel 2016, ma il frontman dei Razorlight ha fatto una gran figura quando è stato ospitato dal programma politico della BBC This Week qualche settimana fa, parlando di come le pop star si avvicinano alle questioni sociali più importanti.

“Essendo sui giornali [con i Razorlight], mi sembrava giusto parlare di cose che fossero importanti, e metterle in evidenza", ha detto al conduttore Andrew Neil. "Ma fu interessante perché emerse un grande cinismo nei confronti di questa cosa. Tipo 'Okay, questo tizio vuole fare la rockstar salva-mondo...' Ma non ero io e non eravamo noi a fare qualcosa per salvare il mondo. Era la gente che ci lavorava ogni giorno: Friends of the Earth, Greenpeace, ecc. Sono loro a portare avanti il lavoro. Ma i media non li degnano di uno sguardo."

Eppure, un po' dappertutto, si vedono sempre più artisti andare contro la corrente del "no comment". Immaginate la faccia di Simon Cowell e dei suoi alleati quando, a mezzanotte e mezzo del 28 luglio 2014, Zayn Malik ha twittato "#FreePalestine", lanciando un dibattito tra Directioners sui pro e contro del programma di insediamento in Cisgiordania di Netanyahu. Zayn ha ricevuto svariate minacce di morte, e noi ci siamo innamorati ancora di più.

Beyoncé non twitta da agosto 2013 e non risponde a una domanda diretta da quasi due anni—che, coincidenza, è anche il periodo in cui Bey è diventata sempre più politicizzata—preferendo lasciare che il suo lavoro parli da sé. Dopo tutto, un video così afroamericano come "Formation" non ha bisogno di alcun commento. È la presa di posizione più esplicita in favore di Black Lives Matter che sia stata presa da un artista al di fuori del mondo hip-hop e ha totalizzato ventisei milioni di visite in meno di due settimane senza neppure venire indicizzato pubblicamente.

Il nuovo singolo di Kindness "A Retelling" uscito a febbraio, è stato scritto con in mente la storia di un rifugiato siriano in particolare, di nome Ayman. Lui sostiene: "Se ti affidi a un profilo pubblico per far avanzare la tua carriera, e usi i media per guadagnare tramite la comunicazione, allora, nella mia testa, hai la responsabilità di utilizzare questo vantaggio per parlare di cose importanti".

"Importante" è quasi un understatement quando si parla della traccia che ha registrato, che contiene parole a volte troppo vere da sopportare. Seguono la storia di Ayman partendo da Damasco, dove è stato preso di mira dal Governo per aver filmato la rivolta con una piccola videocamera, finché fugge per salvarsi la vita, per poi ritrovarsi a vivere da solo in un appartamento di Glasgow, senza sua moglie e i suoi figli. La canzone è contenuta in The Long Road, un album concepitorganized dalla Croce Rossa per unire i rifugiati e i musicisti perché questi li aiutino a raccontare la propria storia. Comprende Tinariwen, Robert Plant, Scroobius Pip e altri, incorniciato dal pluripremiato produttore Ethan Jones.

“Abbiamo passato un periodo di egoismo e avidità di destra, e questo ha rovinato molti discorsi", suggerisce Kindness. "Riviste per ragazzi, Loaded, NME, anche VICE: era tutto basato su una versione semplificata della cultura giovanile, priva di consapevolezza politica, anzi, di auto-consapevolezza, semplicemente perché non era fico", dice. "Non voglio essere passivo, o stare comodo, voglio stimolare attivamente un'agitazione, per le persone che stanno peggio”.

Come ogni forma d'arte, la musica ha un certo potere, non solo attraverso l'esposizione, ma nella sua abilità di comunicare valori umani fondamentali ed emozioni a un grande pubblico, che è una cosa che un articolo di giornale o una legge sull'immigrazione non possono fare. Il pop ha sempre camminato fianco a fianco con l'attivismo, ma come abbiamo visto con cause come Black Lives Matter e oggi la crisi dei rifugiati, più artisti saranno disposti a incentrare il contenuto della propria arte su problemi specifici, più il pop avrà il potere di cambiare la percezione, amplificare storie mai ascoltate e influenzare un cambiamento sociale profondo e duraturo. E in questo periodo di crisi umanitaria, in più si è a parlare della sofferenza dei rifugiati, meglio è.

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