Michele "Barone" D'Alessio: dall'hardcore punk all'Italo Disco

Il batterista dei Negazione di "Tutti Pazzi" ci racconta quanto è bello surfare i generi, che poi è la cosa più punk che ci sia.

|
16 novembre 2016, 2:38pm

In Italia va di moda questa fissa di catalogare tutto: sembra quasi imprescindibile mettere l'etichetta alla musica, quasi fosse un prodotto da supermercato. Atteggiamento universale, certo, ma in questo Paese—giacché non si vende un cazzo—la cosa è parecchio accentuata. Va a finire che se putacaso uno dalla no wave finisce a fare valzer per una volta e mezzo, rimane incastrato per sempre in quel ruolo come se ci fosse un "muro di Trump" fra l'underground e la musica di massa. Fortunatamente però ci sono delle dimostrazioni viventi che questi muri sono di marzapane: personaggi che sono riusciti a creare quello che sembrava impossibile, cioè un ponte fra queste due realtà. Ad esempio: com'è possibile passare coerentemente dall'hardcore punk all'italodisco? Molti di voi diranno "ma che, scherziamo!?"

E invece l'ospite di Italian Folgorati questo mese è uno che l'hardcore l'ha praticamente inventato. Trattasi di Michele Barox D'Alessio, meglio conosciuto come l'ex batterista dei Negazione di Tutti Pazzi. Dopo aver messo la sua firma su quest'opera deflagrante che ha cambiato un po' la vita di tutti i rockers italiani e non, Michele ha sviluppato un suo percorso personalissimo che lo ha portato, oltre a una serie di esperienze di vita a 360 gradi, a una visione libera, divertita e al contempo fiera della musica, mantenendo per questo un'attitudine anarchica dirompente come quella degli esordi. Nomade a tutti gli effetti e persona dall'intelligenza acuta e dalla parlantina veloce, il "Barone" è di nome e, di fatto, un personaggio di grande classe, classe che sfoggia appieno in questa chiacchierata che state tosto per leggere. 

Noisey: Non voglio proprio partire dalla preistoria, ma mi piacerebbe sapere come hai iniziato a suonare…
Barone: No no, partiamo proprio dalla preistoria! Devi considerare che innanzitutto, bè, non è che io abbia avuto una formazione classica, non sono andato al conservatorio e tanto meno ho fatto mai un corso di qualsiasi strumento. E soprattutto sono un figlio degli anni Sessanta. Nei primi anni Ottanta ero maggiorenne in una città, Torino, che non offriva assolutamente nulla, figurati, la Fiat e tutto il resto… Si sentivano ancora le ripercussioni delle questioni legate al fermento politico degli anni Settanta. Per cui, quasi per caso, mi trovai ad avere a che fare con 'sto gruppo di ragazzetti punk che all'epoca se la facevano in questa piazza del centro di Torino, meglio conosciuta come Piazza Statuto.
Quindi puoi immaginarti la cornice: da una parte c'era la panchina dei punk, dall'altra  c'era quella dei mod, no? Quel posto è stato poi anche il punto di riferimento di quelli che poi sono diventati gli Statuto. E quindi, sicuramente anche condizionati dal piattume che c'era in città, ci si auto-organizzava, per poi provare nelle varie sale dei centri d'incontro, nelle cantine…. Io all'epoca suonavo con altri tre gruppi perché, non si sa bene come mai, o forse tu lo sai meglio di me, c'è sempre stata carenza di batteristi (a distanza di quarant'anni non credo che le cose siano cambiate in questo senso). Quindi mi ritrovavo a suonare tipo con tre gruppi allo stesso tempo.

Ma tu la batteria hai iniziato a suonarla in quel periodo?
Praticamente sì, nonostante io avessi il papà che era batterista. Lui suonava nei centri per anziani, anche se lui era decisamente più giovane. In realtà, però, non mi ha insegnato nulla, cioè io sono completamente autodidatta—autodidatta tra virgolette …Stiamo sempre parlando di punk hardcore, quindi alla fine non è che ci fosse bisogno di auto lezioni per suonare [Ride]. Però secondo me, nonostante la conoscenza dello strumento o meno, i risultati—anzi, i vari dischi che sono stati registrati in seguito—parlano da soli.

Ma quindi l'inizio è stato proprio con i Negazione?
No, in realtà l'inizio è stato con quest'altro gruppo che si chiama DDT, e poi coni Contropotere, con cui suonavo quasi in contemporanea. Poi sono passato ai Negazione e ho continuato a battere su pelli di tamburo. In quei due anni con i Negazione ho registrato quella cassetta che poi è diventata anche un LP, Wild Bunch, che era uno split fra i Declino e i Negazione. E poi il primo 45 giri che a parer mio è forse la pietra miliare dell'intera discografia del gruppo: cioè Tutti Pazzi

Un vero e proprio inno senza tempo.
Sì, senza dubbio. E poi ecco ho iniziato a bazzicare l'aria dell'epoca, durante il primo tour che abbiamo fatto con i Negazione, appunto insieme ai Declino. A parte il fatto che, vabbè, abbiamo suonato più o meno dappertutto in Italia, il primo tour europeo è stato nell'84/85 tra Germania, Olanda e Danimarca. Quello è stato anche il motivo per cui arrivai a Berlino. Avevamo due concerti e mi ricordo che l'appuntamento con il gruppo era a Bielefeld, dove dovevamo suonare con la crema della scena hardcore dell'epoca (quindi i vari Wretched, CCM e via dicendo). Però io in realtà ero anche molto amico dei Kina: loro dovevano fare questo concerto a Berlino, a me andava di andarci, quindi partii in autostop e alla fine diventò una sorta di odissea [Ride].
Dopo quattro lunghi giorni di autostrada, insieme a questo mio amico, decidemmo di prendere il treno. Non so manco dove fossimo, da qualche parte sperduti nella pampa tedesca, quasi al confine della Germania dell'Est. Finalmente arrivammo a Berlino, e il mio primo approccio alla città fu ovviamente quello di un ragazzetto poco più che diciottenne che arrivava da una Torino supergrigia, in cui non succedeva assolutamente niente, e dove alla fine eri un po' la mosca bianca: appena ti giravi venivi costantemente fermato dalla polizia, insultato dai coatti, e così via. E invece all'improvviso mi trovo a Kreuzberg, che era un po' il baluardo della scena delle case occupate europee, co 'sti punk, gente colorata, anfibi… "Ma dove sono? Sogno o son desto?" [Ride]

E in fondo è lo stesso percorso che hanno fatto, pressappoco nel medesimo periodo, i CCCP e affini…
Esattamente. Anche perché stiamo parlando di una città che all'epoca aveva il muro no? Quindi i quartieri dove potevi muoverti, almeno come occidentale, erano o Kreuzberg o Schoeneberg. E Berlino era un crocevia di artisti da tutto il mondo.

Eh sì, negli Ottanta a Berlino ci abitava persino la Nannini, che divideva l'abitazione (credo appunto uno squat, ora non ricordo bene) con… Annie Lennox!
Sì. Quelli erano poi i quartieri principali della movida alternativa dell'epoca, per cui…

Ricapitoliamo: una volta che sei arrivato a Berlino...?  
Be', ho raggiunto gli altri. Sono stato quattro o cinque giorni a Bielefeld, dove abbiamo fatto il primo concerto in questo AJZ—che è il nome dei centri d'incontro giovanili tedeschi—e il giorno dopo avevamo un concerto al Kaos Tag di Hannover. Lì poi fu il delirio: scontri con la polizia, scontri con i nazi, scontri con tutti quanti. Un paio di componenti dei Negazione vennero arrestati, quindi concerto annullato. E finito il tour sono tornato in Italia e ho cominciato a fare la spola praticamente tra Berlino e Torino. Quindi, per una serie di ragioni che adesso non so spiegare, ho lasciato i Negazione.

E qui il momento cruciale.
Eh sì: ho incominciato a dedicarmi di più ai miei viaggi, tra la Germania e l'Italia. A Berlino ho messo su un altro gruppo, i Doctor Rat. Facevamo una sorta di hardcore melodico con una ragazza italiana che suonava il basso e due ragazzi berlinesi. Anche con loro ho fatto un tour fra la Germania e l'Italia: mi ricordo questo concerto abbastanza leggendario a Via del Pratello a Bologna, ad esempio. Quindi ho suonato con varie formazioni… Parliamo dell'87-88. 

E poi l'ennesima svolta, no? La svolta di "genere" dal punto di vista musicale.
È andata così: nell'89 cade il muro. La casualità vuole che io conosca questa ragazza di Amsterdam a Berlino. Comincio una relazione con lei, quindi sposto un po' l'asse verso l'Olanda, facendo la spola tra l'Italia, Berlino e Amsterdam. Innanzitutto comincio ad avere a che fare con un mondo di post-punk piuttosto nuovo, popolato da quelli che poi all'epoca si definivano cyberpunk …E comunque gli olandesi per certi versi sono sempre stati più avanti rispetto a noi, no? Immagina: erano i primi anni Novanta e già si sentiva già parlare di Internet, di hacker... E io mi dicevo: "ma che è?"

Quindi ho iniziato a confrontarmi anche con il mondo noise, cioè, con realtà molto più sperimentali di quelle che ero abituato ad ascoltare. Questa ragazza, che aveva già vissuto a New York, dopo un anno e mezzo di pausa europea decide di tornarci. E io la seguo. Insieme, ci ritroviamo a far parte di questo progetto, che era questa casa occupata nel Lower East Side—un po' il corrispettivo di quello che poteva essere San Lorenzo dei tempi d'oro—in un quartiere portoricano, per cui anche abbastanza borderline: spacciatori ovunque, ogni tanto la mia sveglia mattutina erano colpi di pistola, e soprattutto vengo letteralmente sommerso dall'hip-hop che nei primi anni Novanta… Be', aveva un certo peso specifico.

È stato lo stesso passaggio di Neffa, diciamo, che è anche lui casualmente ex batterista dei Negazione.
Esattamente, sì. Personalmente ho iniziato a essere influenzato da questo genere perché si ascoltava praticamente sempre in quel periodo. Poi certo, continuavo a seguire l'hardcore, ma cominciai anche a collaborare con questo ragazzo, Tim Sweet, che abitava nella strada parallela rispetto a dove stavamo noi e gestiva un teatro sperimentale. Quindi s'incomincia a elaborare e a mischiare sonorità da cassette… Io suonavo le percussioni, lui smanettava con le prime drum machine e campionatori, finché non abbiamo avuto questa svolta musicale definitiva e sono passato dall'hardcore di due o tre anni prima a questo nuovo genere… A me piaceva l'hip-hop perché lo trovavo abbastanza innovativo e anche perché, almeno all'epoca, arrivava realmente dalla strada. E stiamo parlando di una musica comunque abbastanza basic...





Un estratto dalla compilation Piatto Forte Vol. 1.

C'era, come dire, il collegamento con le esperienze DIY insite nell'attitudine hardcore.
Sì, sì. Era un po' il mezzo di espressione che avevano le minoranze. Suonavi con quello che avevi, il giradischi, il ghettoblaster... Poi sono tornato in Europa in piena fase trip-hop ('92/'93) e ho cominciato a interessarmi a quella scena. Nel frattempo già mettevo musica con cassette, qualche dischetto e via dicendo, e nel '95, subito dopo essere tornato di nuovo a Berlino, insieme a un gruppo di persone con cui organizzavo eventi, decidiamo di mettere su una rivista cartacea. Si chiamava Duplikat ed era una rivista monotematica/monografica. Nel senso che per ogni numero che veniva pubblicato ci si occupava di un tema specifico. Poi, per una serie di motivi, un po' di gente se ne va, rimaniamo io e uno dei soci e decidiamo di trasformare questo progetto cartaceo in una sorta di etichetta discografica indipendente. E quindi visto che avevamo gusti abbastanza diversi tra loro—tu considera che il mio socio è uno slovacco che, capitato per caso a Berlino, c'era rimasto; arrivava dal Kraut rock però alla fine era andato abbastanza in fissa per la breakbeat e via dicendo—insomma, mettiamo insieme le nostre esperienze musicali. Io che poi tra l'altro, ripeto, arrivo dal punk quindi non sono un figlio del computer, non ho mai avuto un approccio particolare con la tecnologia, lui invece un po' di più.
Per questo decidiamo di unire le forze e alla fine arriviamo a pubblicare dieci dischi di vari generi fra cui due compilation: una legata a un locale che nei Novanta/inizi Duemila andava abbastanza a Mitte, il Kaffee Burger, e poi una compilation che ho curato io, Piatto Forte Vol. 1, che secondo me è la summa delle mie esperienze degli ultimi vent'anni. Quindi curiamo le produzioni, ma poi a una certa lui, per motivi legati alla moglie e alla famiglia, decide di trasferirsi nei Paesi Baschi. Io non me la sentivo più di mandare avanti l'etichetta da solo, anche perché come puoi immaginarti stiamo parlando di una cosa indipendente quindi… tra investimenti e dischi invenduti ci sono delle spese, sai com'è. 
Ma mi si presenta questa occasione con quello che poi è diventato il mio nuovo socio, un musicista pure lui, di gestire quella che all'epoca era una galleria divisa in due locali. C'è questa ragazza nostra amica che la gestiva e ci chiede di aprire una sorta di negozio di vinile in questa strada, la Schlesische Straße, che nel frattempo è diventata uno dei punti di riferimento della città e di Kreuzberg. Noi accettiamo perché mi piaceva anche l'idea di mettermi in gioco, e stiamo pure parlando di una Kreuzberg completamente diversa rispetto a quella che può essere adesso, stiamo parlando di dodici anni fa: quella strada in particolare era abbastanza borderline, quindi eravamo fra le prime attività che cominciavano ad aprire. Comunque si vedeva già che c'erano delle potenzialità non indifferenti, per cui mettiamo su questa sorta di galleria/negozio di dischi dove oltre a vendere vinile, si faceva anche un happening perenne, era un punto di riferimento in questo senso. Cominciamo a organizzare queste serate, aperitivi, concerti, e insomma nel giro di tre o quattro anni diventiamo un culto. Adesso, senza menarmela, siamo stati fra i primi a creare una sorta di ibrido fra quello che poteva essere una galleria e un negozio di dischi.

Cosa che oggi è piuttosto diffusa direi…
Sì ma dieci anni dopo, quindi sai... [ride] Lì, trovandomi in un ambiente musicale a 360 gradi, pur senza rinnegare il mio passato i miei interessi musicali si sono allargati di conseguenza. Vendevo di tutto: dal jazz all'hip hop, funk, soul, disco, electro. Effettivamente sono stato sempre una persona abbastanza curiosa non ho mai voluto specializzarmi in un solo genere. Poi certo, puoi curare di più un interesse piuttosto che un altro, però la curiosità è tutto. Poi comincio a fare queste serate abbastanza eclettiche, dove mi propongo come DJ, che diventano poi un must per la comunità italo-berlinese: c'è anche da dire che il locale che noi gestivamo si chiamava Piatto Forte. Quindi c'era anche questo gioco di parole per cui chi non ci conosceva poteva pure pensare che fossimo un ristorante: anche perché il logo era abbastanza particolare, c'era il piatto del giradischi con il coltello e la forchetta, quindi non si capiva se era un ristorante o un negozio di dischi… Ed è così che ho cominciato, un po' per gioco, a organizzare queste serate italo disco.

E questo è importante: nei tuoi DJ set, l'italo disco si affianca a musica italiana di varie ere. Il collegamento che fai fra punk, pop italiano e italo è davvero interessante, perché in fondo ci sono dei punti in comune fra questi generi, tanti quante sono le differenze. Spiegami un po' come la vedi tu.
In realtà io penso che l'importante sia non prendersi troppo sul serio. Mi ricordo che all'epoca, quando facevo hardcore, non avrei mai e poi mai pensato che avrei messo italo disco trent'anni dopo, anzi: schifavo parecchio tutto quello che aveva a che fare con la disco. Però effettivamente allargando un po' il mio orizzonte musicale, spaziando, sperimentando e soprattutto ascoltando, ti dirò: io non sono un fan della techno, ma ci sono delle sonorità electro synth pop, o come lo vuoi definire, degli anni ottanta che mi piacciono veramente tanto, alla fine. C'è questo "lato trash", se così possiamo definirlo, che in fondo un po' mi affascina.

Il trash è negli occhi di chi lo vuole vedere.
Esattamente.

Cosa che poi, in fondo, è la stessa base del punk. Perché i punk a livello estetico e sonoro erano considerati da molti come dei pagliacci. E in effetti i primi punk, penso ai Damned e ai Vibrators, ma anche a Rotten, erano istrionici, quasi dei giullari del male che non si prendevano per niente sul serio, anzi: sbeffeggiavano l'atteggiamento borghese del "bon ton", della "rispettabilità".
Infatti. È esattamente la mia filosofia: non prendersi troppo sul serio. E poi magari c'è anche il discorso dell'intrattenimento. In primis questo genere interessa a me, ma nelle mie serate non metto solo ed esclusivamente italo, faccio un set abbastanza eclettico.

Ma anche a livello di produzione secondo te si può tracciare un parallelo tra la italo disco e l'attitudine punk? I famosi quattro accordi del punk, non li ritroviamo forse anche nei giri italo, che a volte sono davvero di due-accordi-due? Una cosa immediata, che arriva subito e possono fare tutti, diversa dalla disco music che invece era molto più arrangiata, a volte in modo anche troppo ricco.
Sì, diciamo che l'italo è una musica molto basica, e le produzioni disco in digitale di ora rispetto a quelle che si facevano all'epoca... be', le prime possiamo anche definirle punk, anche se in un contesto completamente differente. Ma secondo me l'idea non è poi molto diversa, come giustamente dici, dai quattro accordi che suonavamo noi. Cosa che comunque è un fatto storico. E poi, se ci pensi, c'è anche quest'assurdità che effettivamente stiamo parlando di pezzi di più di vent'anni fa, pezzi che hanno comunque lasciato un segno. Se tu ti vai a sentire le migliaia di produzioni di oggi, fatte con macchine super sofisticate, se ci pensi ti accorgi che sono tutte uguali. Non è che la tecnologia abbia aiutato più di tanto. 

Parliamo invece della musica italiana. Quando tu invece ti concentri sui brani di musica italiana da inserire nei set cosa prediligi? 
Beh gli anni Ottanta, perché dagli anni Novanta in poi… Devo dire che non li seguo. Ma negli Ottanta ci sono stati dei pezzi che possiamo considerare classiconi, certo, però in qualche modo anche geniali. Tipo, che ne so: i Krisma, gruppi come gli Skiantos, ma anche una come Donatella Rettore, Anna Oxa, che ora è anche tornata clamorosamente  di moda grazie al film "Lo chiamavano Jeeg Robot". Se ci pensi, all'epoca, 'ste ragazzette diciottenni... parliamoci chiaro, altri tempi, però c'era anche molto più pregiudizio rispetto a ora. Quindi il fatto che proponessero certe canzoni con una certa estetica non era cosa da poco.

Estetica che in molti casi era mutuata proprio dal punk…
Assolutamente sì, chiaro. Le già citate Rettore e Oxa, la Bertè che si vestiva come Adam Ant, Ivan Cattaneo, Jo Squillo anche se era magari un po' più "radical chic", più mainstream come si è visto dopo.

Ma ti ho sentito mettere anche molta roba anni sessanta. Anche lì c'è una sorta di proto punk che sale in superficie?
Be', in alcune cose. Io non sono un grande cultore del periodo, ma ci sono delle tracce che comunque piacciono anche a me. Però sono più concentrato dagli anni ottanta in giù. Ma sai, poi mischio tutto.

Ho visto che in una tua serata hai messo un disco essenziale di Alexander Robotnick, il remix di "Caroline e l'uomo nero" di Adriano Pappalardo. L'originale è tratto da quel discone incredibile chiamato Oh era ora, e nella versione di Alexander si chiama "La canzone registrata". Sei anche un cultore di quell'aspetto nascosto che alberga nel pop italiano?
Sì, certo. C'è da dire che se vai a scavare nei negozi di dischi specializzati trovi anche queste chicche, questi riedit, riedizioni di vecchi pezzi in formato più moderno. È una cosa che mi piace molto inserire nei miei set. Tu, che ne sai, capisci subito il nesso, ma non è detto che tutti colgano la citazione. È questo il bello.

Questa è una delle tue caratteristiche, la ricerca di cose all'apparenza mainstream che poi in realtà non lo sono.
Ed è anche una cosa carina il fatto che un signore come Robotnick, che ha più di sessant'anni, continui a fare delle produzioni di un certo livello e per certi versi sempre all'avanguardia. Per questo gli anni Ottanta riservano ancora sorprese.

E tu invece? Hai nuove produzioni in arrivo? 
Le mie ultime produzioni sono datate… Però ho fatto una versione di un pezzo dei Negazione in versione disco funk!

Davvero? E dove si trova?
Beh è in edizione limitata per cui le copie sono andate via come il pane [ride]. Te lo faccio avere comunque: è uscito quattro o cinque anni fa. Mi piacerebbe tornare a fare produzioni, anzi ho una cosa in cantiere che per scaramanzia non rivelo, ma sarà una piacevole sorpresa per molti fan dell'hardcore. E ho anche l'idea di tornare a suonare la batteria proponendo una sorta di band live che fa italo disco nel modo più classico, ovviamente con tastiera inclusa.

Ultime due domande. Come vedi il passaggio dei tuoi colleghi dal "sotto" al "sopra"? Nella storia della musica italiana ci sono stati molti capovolgimenti di fronte dal punk al pop: come vedi quelli che magari a un certo punto si sono ammorbiditi a livello di ricerca, buttandosi nelle braccia rassicuranti del mainstream? Non voglio nomi, voglio solamente sapere cosa ne pensi… 
Cosa ti posso dire—il discorso forse è molto più complesso rispetto a una semplice risposta che ti posso dare io. Perché magari, a dirla tutta, forse pure io, mettendo la musica che metto, come non più "fedele alla linea"…

E vabbè, ma la linea non c'è, come dice il poeta!
Nel mio caso, senza menarmela, c'è una sorta di filo conduttore fra passato e presente. Perché io non ho mai smesso di occuparmi di musica, anche se poi non la suono o la produco attivamente. Ho gestito un negozio di dischi, faccio il DJ e organizzo eventi di ogni tipo, quindi posso dire che sono molto attento anche alle novità che, ovviamente, interessano a me. Penso che il problema esista solo per quanto riguarda l'Italia, perché nel Nord Europa credo che sia un po' diverso, lì hai meno bisogno di scendere a compromessi e puoi restare "puro", sopravvivere guadagnando dalla musica. Qui in Italia, come ben sai, è talmente difficile sopravvivere con la musica che per molte persone diventa quasi una scelta obbligata quella di mediare con il mainstream. Dopodiché penso che ci possa pure stare il mainstream, basta farlo in maniera intelligente. In alcuni casi ci sono degli album, sempre senza fare nomi, che penso siano quasi geniali.

Ma facciamo un nome a questo punto!
Be', il primo di Neffa da solo, ad esempio. Ma se invece devo essere critico… abitando a Berlino e confrontandomi con molti gruppi che passano di là, con i quali ho collaborato, che ho organizzato, e che mi hanno chiesto di partecipare alla produzione degli eventi… Be', a volte non sono quel che sembrano. E ti parlo di gente decisamente politicizzata, da cui ti aspetteresti (visto poi il genere, il contenuto dei testi e via dicendo) un altro tipo di atteggiamento. Non voglio entrare nei dettagli, ma è così. Quindi la domanda che io pongo è: dov'è la differenza fra uno che magari per sopravvivere di musica fa delle scelte mainstream e l'altro che invece si spaccia per quello che non è?

È sintomatico dei nostri tempi. Ti faccio una domanda mainstream allora: come vedi il futuro della musica italiana? Proprio per la tua esperienza e curiosità mi aspetto una risposta assolutamente underground.
Come lo vedo? Tanto per cominciare, il cantautorato italiano mi fa veramente cagare, perché sono tutti uguali 'sti quattro stornelli. Però penso che quello che potrebbe salvare capra e cavoli, e adesso ti parlo dal punto di vista di una persona che è stata fuori dall'Italia per 25 anni, è una sorta di melting pot. Perché alla fine sai, la musica italiana probabilmente fra dieci anni verrà influenzata dalle altre realtà che vivono in questo paese, è un po' quello che sta già succedendo alla fine.

È anche un po' il "melting pot" che fai tu e che hai sempre fatto.
Esattamente! Forse potrebbe essere un azzardo, ma proprio per questo molto interessante in quanto fusione. Chissà: d'altronde come ho detto prima, la curiosità è fondamentale, e io sono curioso di vedere come va a finire.

E, onestamente, lo siamo anche noi: puristi, siete avvisati. La rivoluzione sarà "folgorata".

Segui Demented su Twitter: @DementedThement.
Segui Noisey su Facebook e Twitter.

Altro su Noisey:

Io non sono nessuno, Nerorgasmo

Guida per cazzari all'Italo Disco

Jerry Calà, l'ultimo vero punk italiano