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Il cosmic black metal racconta lo spazio profondo più gelido e buio

Andrea Bosetti

Andrea Bosetti

Come i metallari hanno sollevato lo sguardo dall'Abisso sotto i loro piedi e hanno iniziato a puntarlo verso il Vuoto più grande di tutti, quello Cosmico.

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Immaginate una vita senza i post su quanto è bello che sia arrivato l'autunno™. Senza gente tutt'intorno che ascolta trap. Una vita senza l'alt-right sui social e senza gli strilloni di Lotta Comunista davanti all'università. Una vita in cui potete dedicare tutto il vostro tempo a scoprire se il vostro corpo e la vostra mente possono sopravvivere ai wormhole e ai paradossi dello spazio-tempo di Interstellar e a cercare il cadavere di George Clooney dopo che Sandra Bullock ha ormai perso le speranze. Bene, queste cose non potrete viverle né scoprirle mai, ma c'è un sotto-sotto-genere musicale che può farvici avvicinare molto e permettervi di raggiungere nuove frontiere mentali - ammesso che non vi faccia scappare urlando dopo pochi minuti.

Questa corrente non ha nemmeno un nome chiaramente codificato, una roba strana considerato che ai metallari classificare i generi piace tantissimo (un minuto di silenzio per i Lykathea Aflame e il progressive technical brutal death metal). C'è chi parla di cosmic black metal, chi di space black metal, chi semplicemente di black metal a tema sci-fi: di fatto, sempre di metallo nero si tratta.

Il black metal e i suoi affini flirtano con le stelle e lo spazio più o meno da sempre, tanto che già nel 1994 in Norvegia gli Arcturus titolavano molto esaustivamente il loro primo EP Constellation, tuttavia i primi a voler abbandonare il pianeta Terra con cognizione di causa furono tre ragazzi di Berna, che nell'ormai lontano 1999 decisero di portare la musica del diavolo al livello successivo dando vita a quello che ancora oggi è il progetto cardine, faro e manifesto dell'intero "movimento": i Darkspace. Estremamente schivi e refrattari a qualsiasi contatto diretto con stampa e pubblico, in un mondo in cui ogni musicista metal si sente obbligato a divulgare un comunicato ogni volta che scoreggia, a quasi vent'anni dalla loro formazione dei Darkspace si sa lo stretto indispensabile: Wroth, Zhaaral e Zorgh sono rispettivamente due chitarristi e una bassista, i primi due titolari ciascuno di una one-man band da cameretta di culto (Paysage D'Hiver, di poco antecedente ai Darkspace, per Wroth, Sun Of The Blind per Zhaaral), e tutti e tre hanno una fissa per gli slipcase in cartoncino nero con i pallini bianchi. Giusto di Wroth si conosce il nome all'anagrafe, degli altri nemmeno quello. E questo è quanto. Gli Svizzeri non rilasciano interviste, suonano dal vivo una volta ogni morte di papa e pubblicano qualcosa sulla loro pagina Facebook sì e no tre volte l'anno. Eppure l'importanza dei Darkspace nell'economia del black metal "moderno" è di assoluta rilevanza.

darkspace cosmic black metal
Darkspace (foto via YouTube).

Il trio mosse i suoi primi vagiti interiorizzando e rielaborando l'esempio di un altro gruppo elvetico seminale, i Samael, i quali in Passage (Century Media, 1996) già avevano sdoganato l'utilizzo di una batteria sintetica ed iniziato ad imbastardire le tematiche classiche del black metal con spruzzate di astronomia. Nel fare questo, tuttavia, i Samael, pur mantenendo un sound "estremo" si erano anche allontanati in modo evidente dal black metal stesso, orientandosi verso canzoni più facilmente assimilabili, dalla fortissima presenza elettronica e dagli umori industriali (d'altronde The Downward Spiral era roba di quegli anni). Nel caso dei Darkspace, invece, fu tutto l'opposto: assimilata la lezione dei connazionali, Wroth e compagni ne sfruttarono gli spunti per portare un genere già in partenza freddo e distaccato allo zero kelvin, operandone la completa deumanizzazione. Dopo un demo rilasciato solo digitalmente, nel 2003 l'impreparato mondo dell'underground metallico fu squassato da Darkspace I: drum-machine asciuttissima stabilmente oltre i 120 bpm, chitarre indefinite a dipingere il vuoto dello spazio profondo, in cui urla disumane e indistinguibili sono l'unica parvenza di vita. Di fronte alla malvagità e impenerabilità dell'operato dei Darkspace la Nostromo di Alien e l'Elysium di Pandorum sembrano un rifugio sicuro.

Dall'uscita di Darkspace I in poi, il numero di blackster votati alla science fiction non ha fatto che continuare a infoltirsi, e quasi quindici anni dopo il quantitativo di gruppi e progetti che pubblicano puntualmente materiale di qualità è decisamente notevole, e qui proviamo a raccontarvene qualcuno. Va detto che prima di iniziare a vedere i contorni di questa sorta di "scena nella scena" si è dovuto aspettare qualche anno; ci è voluto un po' perché lo spazio facesse breccia nel cuore malvagio di gente cresciuta a pane, Tolkien e odio per il prossimo, ma è come se il metallaro si fosse reso conto d'un tratto che fantasy e science fiction sono parenti stretti (buongiornissimo), e che non c'è niente di più inospitale, nichilista e misantropo del vuoto cosmico, nemmeno José Mourinho. Allo stesso tempo, lo spazio permette una libertà espressiva pressoché infinita: dalla narrativa pura, ad un approccio più scientifico, ad un altro più speculativo e filosofico, negli anni gli artisti hanno cominciato a definire nuove modalità di confronto con la volta celeste e ciò che si nasconde al di là di essa.

E proprio un grande narratore dello spazio profondo è Tony Parker, in arte Dis Pater, a capo del progetto Midnight Odyssey. Originario di Brisbane, pur non vantando nessuna parentela con il più celebre omonimo playmaker dei San Antonio Spurs, Dis Pater si è ritagliato negli ultimi anni un posticino nell'affollatissima nicchia del black metal grazie a doti compositive particolarmente ispirate e di grande fascino. Iniziato come un "semplice" progetto black metal atmosferico con The Forest Mourners (autoprodotto, 2008), già l'anno successivo Midnight Odyssey iniziava un percorso di astrazione evidente titolando il secondo demo, sempre autoprodotto, Firmament, ma è con con l'a dir poco epocale album di debutto, Funerals From The Astral Spheres (I, Voidhanger, 2011), che Dis Pater si è fatto notare dal pubblico internazionale. Doppio disco della durata nientemeno che di centoventiquattro minuti—probabilmente poco meno di quanto registrato dai Napalm Death in trent'anni di carriera—Funerals… è una tappa imprescindibile non solo a livello musicale, ma anche nell'ampliamento degli aspetti tematici di questa frangia di black metal.

Nella musica di Parker c'è una fortissima componente darkwave e neoclassica, un utilizzo di tastiere e filtri spropositato con chiari rimandi a tutta quella serie di progetti che negli anni Novanta accompagnarono molti artisti di punta del panorama black che, per ovvie ragioni, non trovavano spazio nelle band madri: Wongraven, Die Verbannten Kinder Evas, (soprattutto) Dargaard e tanti altri trovano in Midnight Odyssey un'ottima sintesi, ancor più elaborata da Dis Pater nel secondo album, Shards Of Silver Fade (I, Voidhanger, 2015). Tuttavia "sintesi" è forse il termine errato quando si parla di MO, che nel secondo album raggiunge quota centoquarantatré minuti di materiale registrato, portando il concetto di estremismo sonoro a livelli tuttora ineguagliati. Durate così spudoratamente eccessive trovano tuttavia una parziale spiegazione nell'approfondimento narrativo cui si accennava: per ogni sua pubblicazione Dis Pater sviluppa un concept coerente e organico, raccontando delle vere e proprie storie in cui i protagonisti principali sono "forze esterne, forze naturali del cosmo, molte delle quali tuttora sconosciute", e arricchendo la confezione con illustrazioni da lui stesso dipinte. E la mescolanza tra black metal atmosferico e umori darkwave, così esasperata nella sua lunghezza, è allo stesso tempo varia e brillante, riuscendo a trasformare la logorrea compositiva, più grande limite di questo artista, in un punto di forza.

Artisticamente molto vicino a Midnight Odyssey è anche un suo compagno di etichetta (la palermitana I, Voidhanger è un nome che ritornerà spesso in questo articolo), il ventisettenne californiano Jacob Buczarski, titolare della one-man band Mare Cognitum. Decisamente più sintetico e più propriamente metal rispetto all'Australiano, Buczarski, pur facendosi forte a sua volta di un approccio molto atmosferico, affronta il cosmo in modo più riflessivo e filosofico. Niente "storie", ma frammenti e riflessioni sull'universo e sulle sue forze. Dopo un primo paio di lavori autoprodotti e di assestamento, con Phobos Monolith il musicista della costa ovest compie il passaggio della maturità, specialmente dal punto di vista testuale, e unisce ottime intuizioni chitarristiche a versi dalla fortissimo retrogusto romantico. Nelle stesse parole dell'artista, a conferma di questo accostamento, "interpretazioni romantiche ed esoteriche della natura sono estremamente comuni nel black metal, e lo spazio non è altro che un aspetto della natura". Coerentemente con la sua visione, Buczarski mantiene questa sorta di Weltanschauung settecentesca anche nei suoi lavori "minori", eppure ambiziosi allo stesso tempo: è dello scorso anno la collaborazione tra Mare Cognitum e il "collega" Aureole, Resonance: Crimson Void (Avantgarde Music), in cui il californiano si confronta direttamente con la one-man band di Markov Soroka, Ucraino installatosi da qualche parte negli USA. Per questo split a quattro mani i due hanno optato per un concept che segue la storia di Alunar, cittadella attorno alle cui vicende ruota il debutto di Aureole (di nuovo Avantgarde Music, 2015), ma nonostante le necessità di storytelling i due brani di Mare Cognitum mantengono inalterate tutte le loro peculiarità.

Avendo nominato Aureole è inevitabile deviare poi su Avantgarde Music, realtà italiana di punta dell'underground metallaro che per un motivo o per l'altro spunta più o meno in qualsiasi conversazione (o articolo di Noisey) sul black metal. L'etichetta meneghina, non si sa bene quanto consapevolmente, ha finito con l'essere casa di numerosissimi progetti spaziali da che, nel 2006, ha messo sotto contratto nientemeno che i Darkspace stessi. È proprio Avantgarde che dobbiamo ringraziare infatti per gli slipcase in cartoncino a pallini bianchi di cui in apertura, ma anche per una serie di dischi che, nell'arco degli ultimi quattro o cinque anni, hanno contribuito a dare un ordine al microcosmo cosmico (...) del metallo.

Nel nutrito roster di artisti, spiccano i Progenie Terrestre Pura: originariamente due ragazzi dell'alto veneto conosciutisi via internet, i q[T]p hanno più o meno sconvolto il concetto di ibridazione con il loro debutto U.M.A. - acronimo di Uomini Macchine Anime -, album che ha totalmente ridefinito le possibilità di mescolare metal estremo ed elettronica con sintetizzatori e drum-machine perfettamente al servizio tanto del black metal quanto della psy-ambient più pura. Figlio in uguale misura di Thorns e della Ultimae Records, U.M.A. è un disco che si basa molto più sulle atmosfere che sulle strutture delle singole canzoni, che infatti sono molto lineari e dilatate, e che esplora il rapporto tra uomo e macchina, tanto attraverso la musica quanto nella musica stessa: elettronica e metal non sono più generi antitetici da un sacco di tempo, ma la sintesi tra arte e tecnologia come operata dall'allora duo bellunese è senza precedenti. Voci sussurrate filtrate al limite del robotico, tappeti di sintetizzatori che non si alternano più al tipico riffing black metal ma ne sono la base e lo arricchiscono e un songwriting sopraffino hanno fatto sì che anche testate che solitamente snobbano il genere si interessassero alla terra rossa di Marte, e allo stesso tempo che la maggior parte del mondo metal lo accogliesse tiepidamente, strana creatura di difficile comprensione. Ad oggi i Progenie hanno subito pesanti rimaneggiamenti di lineup, e dopo un EP completamente ambient hanno finalmente dato alle stampe il seguito di U.M.A., un disco molto diverso dal diretto predecessore che vi abbiamo fatto ascoltare in anteprima questa primavera. OltreLuna di U.M.A. conserva il mood fantascientifico e anzi, tematicamente parla di un vero e proprio viaggio dal pianeta Terra verso lo spazio più profondo, mentre a livello musicale è un cambio di rotta abbastanza netto, riportando i suoni ad una dimensione molto più umana e propriamente black metal, seppur ancora alla personalissima e ottima maniera dei q[T]p.

Continuando a spulciare nel catalogo Avantgarde non si può non notare il nome dei Mesarthim. Evidentemente colpiti dai prodromi della sindrome da diarrea compositiva, grave condizione che di quando in quando colpisce qualche metallaro (si consultino in merito le discografie di Sloth e Agathocles o del virtuoso allevato dai polli Buckethead), i due Australiani che si presentano al mondo come "." e "." hanno pubblicato nei due anni esatti di vita del progetto un singolo, due album e cinque EP. Vero, potevano comporre due ore di musica in meno e dedicare quel tempo a scegliere dei soprannomi più interessanti e meno hipster, ma ai Mesarthim va dato atto di aver saputo sviluppare una poetica a suo modo affascinante, che ha addirittura portato le persone impegnate di Toilet Ov Hell a codificare le registrazioni in morse. Non lontani dall'immaginario dei Progenie Terrestre Pura, anch'essi hanno voluto tentare la via dell'ibrido tra black metal ed elettronica, puntando questa volta sulla trance, che album dopo album ed EP dopo EP è arrivata a rivestire un ruolo sempre più prominente. Da un esordio black atmosferico con forti ingerenze elettroniche come Isolate siamo arrivati, con Presence, per il momento l'ultima pubblicazione dei due, a un'effettiva convivenza tra chitarre, blast-beat digitali, tastiere sintetiche e beat truzzi. Il tutto seguendo un percorso di esplorazione cosmica coerente e con basi scientifiche relativamente solide, che parla prima di isolamento e assenza (i titoli dei due album), poi del Grande Filtro e della scala di Kardašëv, e infine dell'ineluttabile Presence di vita aliena nell'universo, che per la band sembra coincidere con l'Eschaton. L'incontinenza dei Mesarthim, che pubblicano a spron battuto in digitale sulla loro pagina Bandcamp, rende complicato ad Avantgarde mantenere il ritmo con le stampe in cd, tuttavia . e ., dopo le perculate sacrosante per due nickname così imbecilli, meritano parecchie attenzioni, e sarà bello vedere che strada sceglieranno di percorrere ora che hanno attestato la fine dei tempi e il successivo arrivo degli alieni.

Chi ha una poetica completamente diversa è invece il greco Ayloss, la cui creatura Spectral Lore è lontana dalle nozioni scientifiche e privilegia la speculazione più libera. L'ateniese è compagno di etichetta di Mare Cognitum, con cui nel 2013 ha anche collaborato allo split Sol, e con il californiano non condivide solo la I, Voidhanger, ma anche l'approccio "umanistico" alla scrittura della musica. Dai lavori di Spectral Lore spunta una fortissima vena filosofica, che se alle volte torna sul pianeta Terra, più spesso prende la strada maestra verso il cosmo. Culmine di questa stratificazione di idee è un lavoro solo all'apparenza minore come Gnosis, EP del 2015 sul quale solo si potrebbe scrivere un trattato (io ho provato a dire la mia a riguardo qui), mentre il lavoro più orientato allo spazio sconfinato è il suo diretto predecessore Voyager, un EP esclusivamente elettronico "tributo all'esplorazione spaziale, alla fantascienza e ai videogiochi space sim". L'opera in cui convivono tutte le diverse anime dell'ateniese, e quindi la più rappresentativa di quanto fatto fino ad ora, è però il precedente album III, ottantasette minuti e spicci di riflessioni sulla singularity e sull'eternità, con titoli eloquenti e decisamente immodesti come "The Cold March Towards Eternal Brightness" o "A Rider Through The Lands Of An Infinite Dreamscape". Di nuovo, black metal, sintetizzatori, dilatazioni infinite e canzoni che viaggiano agilmente tra i sette e i diciassette minuti di durata. Non certo il disco che volete ascoltare in spiaggia, ma ora che è arrivato l'autunno potreste farci un pensiero. O se volete le cose facili, potete partire dai consigli che lo stesso Ayloss ha dato su quali siano stati i migliori dischi del 2016: tra un disco black metal e l'altro spuntano non troppo a sorpresa nomi come Arca, Oneohtrix Point Never e Joanna Newsom. Ricapitolando, Ayloss è coltissimo, musicalmente onnivoro, talentuoso, un po' hipster e nerd: la nuova frontiera del metallaro.

Degli altri metallari sui generis che si infilano perfettamente nel contesto cosmico arrivano invece dalla Finlandia, e una volta tanto si parla di un gruppo che non ha contatti con l'Italia perché non parte del roster Avantgarde né I, Voidhanger: gli Oranssi Pazuzu. Nati nella fresca Tampere dieci anni fa esatti, i cinque ragazzi hanno pensato bene di unire due immaginari piuttosto distanti tra loro: quello del black metal, con la sua irrinunciabile demonologia (Pazuzu era un demone dell'antica Babilonia), e quello psichedelico dei tardi sessanta e primi settanta ("Oranssi", che significa arancione, rimanda infatti agli Orange amps, simbolo della psichedelia tutta). Il risultato è un black metal lisergico al punto giusto, sotto un quantitativo di acidi che Roky Erickson spostati, e che dal vivo fa un male pazzesco. Brani lunghissimi, pedaliere lunghissime, capelli lunghissimi, tutti tratti distintivi che messi insieme fanno dischi dai titoli come Muukalainen Puhuu, "Parla L'Alieno", o Kosmonument. E dove non infilano lo spazio, trovano comunque molto spazio le droghe, meglio se allucinogene. Rispetto a tutti coloro che li precedono in questo articolo, i ragazzi di Tampere non sono tanto interessati ai misteri dello spazio profondo, o alla sua narrativa, quanto più ad espandere chimicamente la propria percezione dello stesso. Un fine comunque estremamente nobile, soprattutto se permette poi di entrare in studio e registrare capolavori del calibro di Valonielu.

L'elenco potrebbe continuare ancora a lungo, dalle sperimentazioni drone e industriali di Tome Of The Unreplenished alle peregrinazioni che strizzano l'occhio alla corrente più depressive black metal di Alrakis e così via, e l'impressione generale è che questo "sottogenere", che in realtà riunisce artisti profondamente diversi e alle volte anche difficilmente armonizzabili tra loro, continuerà a crescere ed arricchirsi. Perché i metallari hanno appena iniziato a sollevare lo sguardo dall'Abisso sotto i loro piedi e a puntarlo in alto, verso il cielo, dove pare ne stiano scoprendo un altro molto più grande.

Andrea è uno dei lord di Aristocrazia Webzine.

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