Perché la musica in Italia è messa così male

Se ci sono sempre gli stessi stronzi ai vertici delle classifiche, la colpa è soprattutto nostra.

|
22 luglio 2015, 8:52am

Succede che, prima la FIMI e poi la SIAE (sì! proprio lei, il male!), qualche tempo fa, hanno reso pubbliche, rispettivamente, la lista dei dischi più venduti e dei concerti più gettonati in Italia nella prima metà del 2015 (se hai cliccato sul link puoi confermare quanto è bello il sito della SIAE, molto più bello di questo). In seguito all'affissione di questi oscuri proclama, sono usciti un po' di articoli "scandalizzati" dalla improvvisa illuminazione che 1. ASSURDO IN ITALIA VENDONO DISCHI SOLO FEDEZ E MENGONI e 2. ASSURDO IN ITALIA GLI UNICI CONCERTI CHE VENDONO SONO QUELLI DI FEDEZ E MENGONI. Capisco la vostra indignazione, cari colleghi. In Italia la situazione della musica è deprimente, e lavorare per un sito che tratta di musica è deprimente, così come dev'essere parecchio frustrante essere un qualsiasi anello della catena che va dal produttore all'ascoltatore, se mi state leggendo sappiate che vi sono vicina.

Dai, vi sono vicina sul serio. Come editor di una minuscola piattaforma che tenta di occuparsi di musica in maniera dignitosa riscontro ogni giorno problemi sempre nuovi e ogni giorno devo tenere a bada il mio desiderio di fuggire più lontano possibile da questo Paese che dà così poche soddisfazioni a chi ama la musica. Il problema però è parecchio articolato e non è colpa solamente della SIAE (che è sempre e comunque il male) e della FIMI (collettore di alcune delle major meno avanguardistiche degli ultimi 300 anni) se la musica in italia è agonizzante. È colpa di una serie di fattori e nessuno si salva.

Premetto che ho aspettato un bel po' prima di scrivere questo articolo, dato che non volevo mettermi nella posizione di superiorità rispetto a niente o a nessuno, oltretutto si tratta di una mia visione, quindi ovviamente le considerazioni che seguono sono soggettive (grazie al cazzo, anche) e sono consapevole che nemmeno io, o questo sito, ci salviamo completamente, ma dato che ci si avvicina alla verità per congetture e confutazioni, chi non è aperto all'una o all'altra non contribuisce al progresso. Ora che ho finito con la fase retorica, posso iniziare a elencare le ragioni per cui la musica in Italia è messa così male:

CE LA PRENDIAMO SEMPRE CON LE STESSE PERSONE

È vero, certe cose fanno inequivocabilmente cagare, e ciò che esce dalle mani di musicisti nati per far cagare non sarà da meno, ma la questione è talmente tautologica che la cosiddetta critica che si concentra sullo stesso giro ogni volta è tanto sterile quanto l'oggetto delle sue ingiurie. In redazione facciamo fatica a non commentare ogni video che esce dalle sapienti schizofrenie di Giuseppe Povia, tanto che a volte non riusciamo ad autocensurarci e cediamo alla tentazione, ma non è deontologicamente l'ideale prendersela sempre con lo stesso bersaglio, altrimenti si rischia che il bersaglio stesso diventi l'espediente per non criticare nient'altro. E la critica è vitale se argomentata, non dev'essere necessariamente utile, ma può esserlo, soprattutto nel caso in cui non sia ridondante.

NON SAPPIAMO SCRIVERE

In buona parte, gli articoli che escono dalle tastiere calde dei giornalisti italiani, in particolare da quelli che si occupano di musica, sono scritti male. L'argomento, almeno dalle testate principali, è dato in appalto ad autori disinformati, anziani o predisposti all'autocompiacimento. Ho già avuto modo di parlare di alcune interviste in cui sembrava che l'intervistatore, più che l'intervistato, fosse il centro della questione. Casi come questi, o come quello di chi prende il pretesto di parlare d'altro per parlare di se stesso, sono cancerogeni, soprattutto laddove il soggetto parlante o scrivente non abbia un vero punto di vista e non porti altro che il proprio ego ad alimentare una discussione. L'Italia ha frainteso completamente il senso del gonzo journalism, trasformandolo in un coito egocentrico di scrittori fallimentari che non hanno alcuna "missione" nel proprio lavoro se non trovare sempre nuove maniere per masturbarsi o autocompiacersi. Cosa che non sarebbe del tutto deleteria, in caso il masturbatore autocompiaciuto avesse realmente qualcosa da dire. Nella mia ingenuità sono convinta che chiunque faccia questo lavoro debba avere una visione, che per quanto possa passare attraverso prospettive a volte giustamente categoriche, sia tesa a migliorare lo status quo nel proprio àmbito. C'è una differenza per me ben chiara, per altri meno, tra chi è categorico e porta avanti un'opinione ben fondata e l'egoico autocompiaciuto di cui sopra.

NON SAPPIAMO FARE CRITICA

Dall'altro lato c'è ancora parecchio asservimento a strutture o metri di misura fondati su uno standard da cui non si può uscire, e questo è il caso di chi scrive con la consapevolezza o l'obbligo di non poter "parlare male" di determinati artisti o determinati generi, perché si tratta di una specie protetta, oltre che della base stessa della propria attività. È il caso, spesso, di chi scrive di musica cosiddetta indipendente, mercato che non si salva affatto e da cui credo derivi il 50% del problema della musica di merda in Italia. Chi ne parla è molto spesso troppo indulgente, di un'indulgenza colposa, che serve a tenersi buoni in maniera democristiana artisti e fanbase, a non farsi troppi nemici, a non sollevare polveroni, a essere la voce del popolo. Il lavoro di un critico musicale non è certo l'egomania, d'accordo, ma soprattutto dagli anni 10 in poi, da quando Internet è la fonte inesauribile di artisti, tracce, album e temi di discussione, è necessario essere critici in senso etimologico. Non si può trattare ogni cosa allo stesso modo, mettere tutto sullo stesso piano, non ci si può nemmeno più permettere di essere democristiani e sfumati nei giudizi. È necessario distinguere, o quantomeno mettere in luce una distinzione, anche se questo comporta che in molti non saranno d'accordo con il giudizio di chi scrive. È necessario decidere di cosa parlare e come parlarne, altrimenti si rischia che i pochi validi si perdano tra i tanti mediocri. E per fare questo bisogna esporsi. Senza questo passaggio, senza l'esposizione, l'argomento "musica" non diventerà mai terreno di discussione, e finirà per diventare un ramo da recidere, perché nessuno alimenta più la sua linfa.

NON SAPPIAMO ACCOGLIERE LA CRITICA

Nei casi in cui esista una critica, la discussione viene spesso spostata dall'oggetto di cui si sta parlando al soggetto che ne parla. Questo è legittimo, perché, come dicevo, esporsi è fondamentale per condurre una critica sensata. Temo però che la convinzione che chi scrive in modo perentorio di un tema sia per questo un frustrato sia ancora troppo diffusa. La frustrazione esiste nel momento in cui scrivere di musica è una lotta continua e infinita e probabilmente persa in partenza, ma ciò non comporta che ci sia sempre un accanimento nei confronti di ciò che si attacca, né tantomeno che ci si senta Dio nel momento in cui si sentenzia su qualcos'altro. Semplicemente, l'argomento è talmente duttile da prestarsi a infinite interpretazioni, e chi ha gli strumenti per fornire una di queste interpretazioni dovrebbe farlo, senza temere attacchi ad personam, ma augurandosi di dare, nel migliore dei mondi possibili, il La per una discussione prolifica. Hahaha chi cazzo sto prendendo in giro.

NON SAPPIAMO INCENTIVARE IL POP

Ok, questo punto è totalmente fraintendibile e mi scuso se non saprò spiegarmi bene. Ma tra un bel disco pop e un orrendo disco indie, sento parlare spesso meglio dell'orrendo disco "indie" (termine che aborro) di quanto si parli del disco pop. Ovviamente esistono pochissimi esempi di dischi pop decenti (e questa forse è anche colpa della critica di settore, che si sente di perdere tempo a parlarne), e soprattutto esistono pochissimi precedenti di pop italiano che sia indipendente dal cantautorato o dal politichese o da tutte quelle sfaccettature che definiscono un disco indie, e credo sia molto complicato tirare fuori un prodotto di qualità senza che l'elaborazione e lo spessore siano dichiarati. Forse ci riesce solo il rap. L'indie italiano è stato per molto tempo oggetto di indulgenze gravissime, un punto su cui mi sembra doveroso ritornare. Si salvano prodotti mediocri solo perché dichiaratamente indipendenti, quindi soggetti a imprecisioni e inferiorità fisiologica, rispetto a lavori preconfezionati, in questo modo si inficia l'estetica stessa del territorio indipendente, che anziché essere sperimentale e fantasiosa è livellata verso il basso.

NON SAPPIAMO LEGGERE

Leggere di musica è noioso, e la lettura online è praticamente tutto quello che ci è rimasto, dato che di riviste musicali cartacee in Italia è rimasto davvero poco o forse niente, che la televisione musicale italiana è diventata un canale in cui passano programmi tipo Jersey Shore, reality sulla vita di ginnaste o Maccio Capatonda e che le radio decenti non esistono o sono comunque schiacciate. Per fare in modo di far leggere un articolo online è necessario che l'editor scaltro ricorra a strumenti triviali altrimenti detti clickbaiting, e molto spesso questo è umiliante per una persona sana di mente che riscontra che—esempio a caso—un video di una pala che cade attira l'attenzione molto più di un bellissimo progetto musicale. Ma Internet è così, e chi ha dimestichezza con la scarsa attenzione del lettore sa quanto sia difficile veicolarla su contenuti che valgano la pena seriamente di essere letti. Nel caso in cui succeda per miracolo che si riesca a far interessare qualcuno di musica, è un autogol se la sua attenzione ricade su un articolo segaiolo per addetti ai lavori o peggio, su qualcosa di scritto veramente male. La musica, cazzo, è un argomento interessante! (NO IRONIA, SONO SERIA) Da una traccia si può partire per parlare realmente di qualsiasi cosa, ma ho la sensazione che qualcuno un giorno abbia inventato una regola non scritta per cui il giornalismo musicale dovesse essere contraddistinto da piattezza o noia o spocchia. Credo sia compito di chi ama questo divertente campo della vita fare il possibile perché, parlando o leggendo di musica, ci si possa ancora incazzare o divertire o comunque si possano provare delle EMOZIONI FORTI. In breve, credo sia compito di chi scrive di musica trovare il modo giusto per far amare la musica, altrimenti mancherà sempre quel passaggio di infrastruttura che manca anche altrove (vedi il fatto che l'Italia sia considerata un Paese di serie B dai booking degli artisti o che non ci siano posti per fare concerti o che la SIAE e le sue stupide costrizioni siano un cancro che ancora non abbiamo sconfitto) e il fruitore prenderà ancora di più le distanze da chi fa musica.

NON COMPRIAMO DISCHI

La conseguenza della distanza del fruitore da label e artisti è che in pochi sono realmente appassionati di musica, davvero così appassionati da voler dare il proprio sudatissimo denaro a una cosa così inutile, soprattutto quando ci sono servizi in streaming e quando è così semplice scaricare gli album. Non sto dicendo che Spotify sia il male, anzi, è utilissimo soprattutto per stare dietro ad alcune delle novità che escono e di cui magari non ci frega così tanto, ma le pecche di questo servizio sono parecchie, e vanno dal fatto che i soldi ricevuti da chi mette i propri lavori in streaming siano pari quasi a zero alla convinzione sbagliatissima che in quella piattaforma di streaming ci sia TUTTA la musica, quando ce n'è forse il 20%, fino alla pochissima importanza che queste piattaforme danno alle label, ordinando gli album solo per titolo o artista. Poi, so che mi scaglio contro la pirateria innanzitutto per il mio personale handicap nell'utilizzo di torrent o simili—la mia battaglia ha fondamenta prima autobiografiche che etiche—e so che nei molti casi in cui si detengano pochi soldi, decidere a chi darli è difficilissimo. Per questo bisognerebbe incentivare chi ami almeno un pochino la musica ad amarla così tanto da appassionarsi, ad esempio, al lavoro delle label e a voler tenere fra le mani il frutto di questo lavoro almeno quanto si desidera un paio di scarpe nuove o l'ultimo modello di smartphone. Sono sicura che se si riuscisse a innescare questo meccanismo si riuscirebbe a combattere, almeno in minima parte, l'egemonia del mercato da parte dei soliti tre o quattro colossi che vendono perché hanno presa su un pubblico di ragazzine o di over 40 per cui ancora ha un senso comprare un CD. E se le uniche persone che comprano musica sono quelle a cui importa delle musica "di merda", è perché a noi, che dovremmo comprare musica un po' meno di merda, non importa abbastanza.

Segui Virginia su Twitter: @virginia_W_