Noiseyhttps://noisey.vice.com/itRSS feed for https://noisey.vice.comitTue, 20 Nov 2018 14:20:48 +0000<![CDATA[Recensione: Venerus - A che punto è la notte]]>https://noisey.vice.com/it/article/d3b79x/recensione-venerus-punto-notteTue, 20 Nov 2018 14:20:48 +0000Esce per Asian Fake, etichetta già sul radar degli ascoltatori attenti alle novità più interessanti del mondo urban italiano, l'EP di debutto di Venerus. È un ragazzo milanese che vive a Roma dopo aver passato un periodo della sua vita a Londra. Ad affiancarlo sul lavoro ci sono beatmaker di spicco come Mace e Frenetik&Orang3: il risultato è un lavoro dal sound estremamente credibile.

Andrea Venerus, classe 1992, racconta di un passato in cui era concentrato soltanto sul suono. Ai tempi studiava in Inghilterra al Conservatorio, mentre ora ha deciso di cantare nella sua lingua madre potendosi così raccontare in profondità. Se il cantato è molto soul, a dare all’EP un respiro decisamente internazionale sono le sonorità elettroniche venate di jazz che lo strutturano e che lo avvicinano a quello che succede nel pop ben prodotto all’estero. Il risultato è un'aura di contemporaneità che fa tirare un sospiro di sollievo rispetto alla retromania del pop più becero da classifica.

Quante volte ci chiediamo perché il nostro pop suona tutto uguale e distante dai riferimenti contemporanei, molto più provinciale di come suona oltreoceano o anche solo oltremanica?
Questo è un progetto che fa ben sperare, e che ci dimostra che i produttori attenti li abbiamo anche qui da noi. L’importante è farli lavorare in autonomia, su progetti che all’inizio possono fare più fatica rispetto alle sonorità più classicamente radiofoniche, ma che sulla lunga distanza possono fare la differenza. C’è del talento nel songwriting di Venerus e c’è anche intorno la squadra per incanalarlo al meglio. Una bella scoperta e una scommessa su cui puntare per il futuro.

A che punto è la notte è uscito venerdì 16 novembre per Asian Fake.

Ascolta A che punto è la notte su Spotify:

Tracklist:

1. IoxTe
2. Senzasonno
3. Note Audio
4. Sindrome
5. Altrove

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<![CDATA[Tony Hawk ha messo in classifica le colonne sonore dei suoi videogiochi]]>https://noisey.vice.com/it/article/yw7dy5/tony-hawk-skateboarding-colonne-sonore-intervistaTue, 20 Nov 2018 09:18:05 +0000Rank Your Records è la serie di Noisey in cui chiediamo a musicisti di ripercorrere la loro carriera mettendo i propri album in ordine di preferenza.

Tony Hawk's Skateboarding (o Tony Hawk’s Pro Skater fuori dall'Europa) è il gioco preferito di tutti gli skater professionisti e non, ma soprattutto è stato il videogioco che ha portato la cultura dello skate nel mainstream. Dalla prima edizione del 1999, Tony Hawk's Skateboarding ha portato nelle case di milioni di giocatori i nomi sconosciuti di tantissimi skater professionisti e lo slang tipico di quel mondo. Se tua nonna sa cos’è un kickflip, probabilmente è merito di Hawk. Oltre a un passatempo divertentissimo, la celebre saga ha permesso al grande pubblico di scoprire una delle componenti cruciali della cultura skate: la musica.

Attraverso le colonne sonore, la serie di Tony Hawk è servita a tantissimi per scoprire nuova musica, in particolare artisti punk e hip-hop, dai Dead Kennedys ai Blackalicious. Per milioni di ragazzini cresciuti facendo acrobazie sullo skate, basta un accenno di “Superman” dei Goldfinger o “When Worlds Collide” dei Powerman 5000 per far riemergere immediatamente la nostalgia dell’infanzia.

Hawk non ha curato personalmente ogni colonna sonora dall’inizio alla fine, ma sicuramente i suoi gusti musicali si riflettono nelle playlist del gioco. “Praticamente per ogni edizione, davo agli autori una lista di venti o trenta band e artisti che appartenevano più o meno alla stessa categoria, allo stesso genere,” spiega Hawk. “E poi dicevo ‘Andate avanti voi.’”

Hawk ha ripercorso con noi la saga di videogiochi e ha messo in classifica le sue colonne sonore preferite.

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Finalmente, arriviamo alla prima colonna sonora in classifica. Quando ti hanno chiesto di fare il gioco, qual è stata la prima conversazione che hai avuto sulla musica nel gioco?
La mia prima proposta era tutta basata sulla musica connessa alla storia dello skate e alla mia storia. Tipo, I Dead Kennedys e I Primus sono stati i primi. È strano, perché quando ho proposto i Dead Kennedys non pensavo che avremmo mai potuto usare un loro pezzo per il gioco, per via dei testi. Quando poi mi hanno detto "Ok, possiamo usare ‘Police Truck’" io ero piuttosto stupito: “Ma avete sentito ‘Police Truck?’ Sapete di cosa parla la canzone?”.

È stata censurata infatti, no?
L’hanno censurata, ma non pensavo sarebbe stato possibile.

Un po’ come era successo con Ian MacKaye che aveva dato l’ok per l’uso delle canzoni dei Minor Threat, nemmeno Jello Biafra sarà stato contento della censura. È uno che ci tiene a queste cose.
Hanno solo eliminato dalla canzone le parolacce, tipo “shit” e “dick”.

C’è mai stato un artista o una band che hai tanto desiderato inserire ma che non poi non sei riuscito a farlo?
Bella domanda. Mi sembra di sì, ma penso che alla fine siamo riusciti a inserirlo qualche anno dopo. Penso che “Wild in the Streets” fosse una di quelle, l’avrei voluta fin dall’inizio.

Volevi inserire la canzone nel primo gioco?
Sì, ma devo dire una cosa su questo. Per il primo gioco avevo contattato diversi skater, ma molti di loro erano scettici e preferirono non partecipare. Nessuno sapeva cosa aspettarsi e non sapevo come avrebbe rappresentato la cultura skate. E così alcuni si sono tirati indietro. Per esempio, Eric Koston nel primo gioco non c’è. Penso che la stessa cosa valga per le colonne sonore. Io non sono stato coinvolto fin da subito nelle conversazioni, ma penso che all’inizio alcune band fossero riluttanti perché non sapevano cosa sarebbe venuto fuori.

C’è qualcos’altro che vorresti aggiungere ma che non ti ho chiesto sulle colonne sonore?
Non penso! Man mano che passavano gli anni, sentivo sempre più pressione sulla qualità della colonna sonora. Penso che quelle siano le state le decisioni più difficili che io abbia preso, soprattutto per gli ultimi giochi. Avevamo un budget limitato e dovevamo gestirlo al meglio, e non potevamo permetterci alcune tracce perché semplicemente non avevamo soldi. Era molto frustrante, all’epoca, e in più sapevo che la gente teneva tantissimo a quella colonna sonora.

Ti è mai capitato che un artista inaspettato ti chiedesse di essere inserito nella colonna sonora del gioco?
Sì, certo, artisti e band più mainstream, tipo musica pop e simili. La gente mi diceva "Vorrei tantissimo inserire questo pezzo nella colonna sonora". A quel punto io lasciavo il lavoro sporco a qualcun altro, perché fossero loro a rifiutare. Sono quasi sicuro che sia capitato anche con... come si chiama la ragazza dei Black Eyed Peas?

Fergie.
Fergie, esatto. Una volta mi chiese di inserire un suo pezzo nel gioco, e io le risposi qualcosa di molto vago tipo “Sì, be’, non so se è proprio la cosa più adatta”. Ma è molto difficile perché vuoi sempre essere gentile con le persone e rispettare la loro produzione artistica, ma semplicemente non andava bene per il nostro genere e il nostro pubblico.

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata da Noisey US.

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<![CDATA[La guida di Noisey a Linecheck 2018]]>https://noisey.vice.com/it/article/59v3w5/linecheck-base-milano-2018-guidaMon, 19 Nov 2018 16:46:08 +0000È di nuovo novembre, lo spleen è al suo massimo mentre l’estate e Natale sono entrambi lontanissimi come due miraggi d’opposto segno, e non abbiamo ancora capito se vale la pena fare il cambio degli armadi. Comunque va bene lo stesso, perché dal 22 al 24 novembre a Milano c’è la nuova edizione di Linecheck, festival che coniuga una polposa line-up musicale serale con una altrettanto grassa programmazione di meeting diurni a tema industria musicale e correlati.

Come lo scorso anno, abbiamo deciso di farvi la nostra selezione di eventi, perché tra più 200 speaker internazionali, 60 panel e workshop e 30 concerti, bisogna pur fare una scelta.

Salvo pochissime eccezioni tutti gli eventi si terranno allo spazio BASE di Milano, in via Tortona, che offre una struttura enorme e diversificata e dai, anche un po’ affascinante. Si possono comprare i biglietti per tutto (esclusi i workshop), i giornalieri per i meeting (che attenzione sono spesso in inglese) o per la musica, e i biglietti per i singoli workshop.

GIOVEDÌ 22 NOVEMBRE

Si comincia dunque da con uno dei panel secondo noi più importanti, e se è messo in apertura proprio subito dopo l’intervento del fondatore del festival Dino Lupelli è perché anche nelle volontà degli organizzatori abbia uno spazio importante. È Gender Equality in the Music Industry, Italy and Beyond (11 AM), dedicato a un tema “purtroppo caldo” perché sarebbe meglio che non ci fosse il bisogno di parlarne, ma è meglio parlarne che non parlarne, stando le cose come sono. Partecipano molte voci valide, da Nur Al Habash della SIAE a Georgia Taglietti del Sonar. Un altro panel interessante è Mental Health in the Music Industry, che racconta di quello di stabilità e quieto vivere che sacrificano gli artisti sull’altare della scena, soprattutto quella italiana.

Segnaliamo inoltre la presenza di MYSS KETA, che si sposterà per una sera dalla sua reggia di Porta Venezia per conquistare anche le lande misteriose di Porta Genova e insegnare a chi avrà la fortuna di presenziare al suo panel come si crea hype attorno a un progetto musicale. Alle 14 ci sarà anche Valerio Bassan di VICE, che parlerà di distribuzione digitale e vi spiegherà quindi in modo semplice come i servizi di streaming gestiscono la musica che ci caricate sopra e ascoltate, così da non farvi più fregare dagli algoritmi ma imparare ad amarli.

La sera ci sono un paio di nomi che non ci si può perdere per nessun motivo: anzitutto Andrea Belfi, che con il suo mix tra musica elettronica e percussioni crea atmosfere stranissime e perfette; e poi Circuit Des Yeux, cantante, composer e producer che l’anno scorso ci ha svoltato l’autunno con l’intimo Reaching for Indigo, andato in loop nelle cuffie isolanti che usiamo in ufficio perché ci piace stare con i nostri colleghi. Quattro salti funk scatenati li facciamo volentieri poi con Onra e le sue infinite variazioni delle basi hip hop.

VENERDÌ 23 NOVEMBRE

Sono 150 euro (che però vi consentono di pagare il biglietto per tutto il resto cinque euro) quindi immagino che ci dobbiate pensare bene—però pensateci in fretta perché secondo noi una masterclass con Georgia Taglietti, capa della comunicazione del Sonar, può svoltarvi il modo in cui comunicate voi stessi e il vostro brand al mondo intero. La masterclass è su tre giorni, comincia giovedì e continua fino a sabato, ma venerdì si entra nel vivo con tre ore e mezza dedicate al personal branding sul digital. Alle 14.30 alla Cariplo Factory si parla con alcune persone che oltre a essere molto competenti sanno il fatto loro, per esempio Marina Pierri e Cosmo, del rapporto tra intrattenimento e innovazione tecnologica.

Un altro interessante panel, che si terrà alle 10:45 di mattina, si interroga sul modo in cui le line-up dei festival vengono costruite: ha senso puntare tutto sull'headliner? Poi se avete tempo, ma fate il possibile per averlo, potete ascoltare dei ragazzi che vengono dai Balcani, dal Canada e dall'America Latina parlarvi delle loro scene musicali, così potete andare dai vostri amici e stupirli scoprendo prima di loro le figate che succedono nel resto del mondo.

Venerdì sera si folleggia con Lotic, artista che ha portato le sue radici ballroom nel mix di hip hop r’n’b e noise che l* caratterizza. Poi si viaggia e ci si rilassa con Federico Albanese, compositore italiano che unisce musica neoclassica e psichedelia. Ah, se potessimo sentirlo seduti su una sdraio che galleggia nell’universo infinito.

SABATO 24 NOVEMBRE

Nei panel di sabato noi stessi rispondiamo a domande a cui avremmo voluto che qualcuno rispondesse per noi prima di fare questo lavoro. La prima è più o meno, Sì, ok, ma se esce così tanta musica e ci sono così tante piattaforme dove ascoltarla e così tanta gente che ne parla, io come faccio a non perdermi niente di importante—sia da giornalista che da amatore? Alle 14.30 Elia Alovisi di Noisey e alcuni colleghi rispondono. Alle 18 la risposta alla domanda Ma il pop può essere di qualità? arriva attraverso l’analisi del percorso che ha portato Franco Battiato a La voce del padrone, condotta da alcuni dei principali collaboratori del Maestro, dall’autore Fabio Zuffanti e da Elena Viale di VICE.

Poi: vi siete mai chiesti come suona un quadrato? La risposta sta in un affascinante panel che parla del rapporto tra suono, arte e tecnologia a cui parteciperà anche l'artista Jack Jelfs, che espone le sue opere solamente al Large Hadron Collider del CERN, cioè il luogo dove è stato scoperto il Bosone di Higgs. Infine, se avete mai sognato di mollare tutto, prendere e andare all'estero per realizzare i vostri sogni (e "i vostri sogni" significa "lavorare con la musica") allora non potete perdervi un panel internazionale che parla proprio di come riuscirci, perfetto per motivarvi.

La sera di sabato c'è un nome che avete sicuramente sentito se avete delle orecchie e vivete in Italia, cioè Motta, che presenta il suo nuovo progetto assieme al trio di musiciste tuareg Les Filles de Illighadad. Sarà un'occasione perfetta per vedere come uno dei nomi su cui l'industria musicale italiana ha puntato di più negli ultimi tempi se la caverà a confrontarsi con una realtà lontanissima dalla sua. E poi direttamente dal Regno Unito arrivano tutti e undici gli Agbeko, che fanno musica derivata dalla tradizione africana spiegabile con tutti i prefissi più fichi ("afro-rock-funk-psych") e sembra abbiano il sangue della famiglia Kuti a scorrergli dentro. Segnaliamo anche la presenza degli italianissimi Bee Bee Sea, che da Brescia stanno cominciando a portare nel mondo il loro garage rock a cassa dritta.

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<![CDATA[Hanno arrestato di nuovo 6ix9ine, se condannato rischia l'ergastolo]]>https://noisey.vice.com/it/article/d3b7dm/6ix9ine-accuse-arrestatoMon, 19 Nov 2018 15:28:50 +0000Tekashi 6ix9ine è stato arrestato nella notte di domenica a New York, come riporta TMZ. Le accuse nei suoi confronti sono di possesso di arma da fuoco, estorsione e rapina a mano armata. Stando alla legge statunitense, se dovesse essere trovato colpevole rischia l'ergastolo come massimo della pena e 25 anni in carcere come minimo. Insieme al rapper sono stati fermati anche il suo ex manager, Kifano Jordan, e altri due membri della sua crew tra cui la guardia del corpo Faheem Walter, detto Crippy.

L'avvocato dell'accusa ha rilasciato una dichiarazione sull'arresto: "Come suggerito dall'atto d'accusa, questa gang, di cui faceva parte anche il rapper Tekashi 6ix9ine, creava scompiglio a New York, commettendo sfacciati atti violenti".

“As alleged in the indictment, this gang, which included platinum-selling rap artist Tekashi 6ix 9ine, wreaked havoc on New York City, engaging in brazen acts of violence,” said U.S. Attorney Geoffrey S. Berman in

Negli ultimi mesi 6ix9ine ha avuto diversi problemi con la legge. A maggio era stato arrestato per aver tentato di soffocare un minorenne. A luglio è stato aggredito e derubato. Il 26 ottobre è stato condannato a quattro anni di libertà vigilata e mille ore di servizi sociali nel processo che lo vedeva accusato di essere comparso in un video a sfondo pedopornografico.

Felice di non dover andare in carcere, 6ix9ine aveva organizzato una festa durante cui la sua guardia del corpo è stata colpita da un proiettile e poi accusata di "gang assault", cioè di un'aggressione legata al crimine organizzato. Le stesse accuse sono poi arrivate al suo manager. La settimana scorsa, il 16 novembre, 6ix9ine aveva inoltre patteggiato una condanna piuttosto lieve per una vecchia accusa di oltraggio a pubblico ufficiale.

6ix9ine ha da poco annunciato un tour europeo e un suo concerto si terrà anche in Italia, a Padova, dopo quello del Number One di Brescia di qualche mese fa. Questo nuovo arresto potrebbe complicare il suo svolgimento, dato che tra le condizioni stabilite dai giudici che hanno supervisionato i suoi casi c'era anche il mantenimento di una buona condotta. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi.

UPDATE 20/11: Una precedente versione dell'articolo non conteneva dettagli precisi sulle accuse rivolte a 6ix9ine e sulle potenziali conseguenze sulla sua vita se trovato colpevole.

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<![CDATA[Recensione: Colle Der Fomento - Adversus]]>https://noisey.vice.com/it/article/xwjyg4/recensione-colle-der-fomento-adversusMon, 19 Nov 2018 14:04:19 +0000Qualche settimana fa sostenevo come per il disco dei Colle avremmo potuto aspettare anche altri 30 anni, qualora avessimo scoperto un modo per criogenizzare noi e chi effettivamente doveva fare questo disco. Fortunatamente abbiamo dovuto aspettare solo 11 anni ed ora Adversus è in mezzo a noi.

Questa recensione arriva quasi tardi, ed è ironico che per un disco che è stato composto in 11 anni (ovviamente non in 132 mesi pieni, ma comunque…) la corsa a parlarne sia stata frenetica e anche io che mi ritrovo a parlarne a quattro giorni di distanza mi sento stupido, perché so che la mia idea su queste 14 tracce cambierà ancora milioni di volte. Nonostante ciò è quantomeno utile parlarne adesso e poi, nel caso, riparlarne ogni prossimo anniversario.

Prima di parlare del disco in sé, sarebbe bello parlare del disco in me, o meglio in noi. Nelle scorse ore sono usciti degli articoli molto belli e malinconici (come Emiliano Colasanti che arriva a ipotizzare che questo possa essere il loro ultimo disco) altri meno belli e più polemici, ma il sottotesto di base era un costante paragone con la scena attuale. E so che è facilissimo e che probabilmente non si può analizzare un’opera senza analizzarne il contesto, ma davvero possiamo vedere un disco di “risposta” in un disco che presumibilmente è nato quando Fabri Fibra cantava di Eros Ramazzotti e i Dogo non avevano ancora neanche un disco di platino? No.

Il fatto, per esempio, che le copie fisiche dei dischi e dei vinili siano già sold out, implica, oltre all’attesa del prodotto stesso, che i Colle Der Fomento hanno senso di esistere oggi, perché c’è richiesta (il che non implica che chi non abbia richiesta non debba esistere, ma che come nel 2007, anche oggi c’è interesse intorno a Danno e soci e che questo interesse non si è disperso nel tempo). E quindi viene da chiedersi: ma come? In un mondo che sta andando a rotoli, in cui il vuotismo permea ogni produzione anche minimamente riconducibile a quello che un tempo chiamavamo rap e oggi chiamiamo urban, come fanno i CdF ad aver senso di esistere? Non si erano ricoglioniti tutti i fan del genere? Be’ semplicemente stiamo giocando due campionati diversi e l’acquisto di Cristiano Ronaldo alla Juve non romperà mai e poi mai il cazzo al Chelsea di Sarri, a meno che non si scontrino in una Champions League che nella musica non esiste.

Tutto questo per dire che oggi i Colle trascendono il genere: tra i loro ascoltatori c’è chi come me vuole finalmente sentire attuale qualcosa che ricollegava solo al passato, chi ricorda con fomento la propria gioventù, chi vuole borbottare contro i Rolex e le Lamborghini e pertanto urla per strada per evangelizzare il prossimo, con il solo risultato di suonare svitato.

Adversus è un disco molto bello, perché è un disco coeso, maturo, anche cinematografico se vogliamo dire e soprattutto è un disco di parole, che non sono mezzucci per diventare frasi da stati di Facebook, né meme, né semplicemente meri strumenti per la melodia, ma sono proprio parole che possono voler dire qualcosa di profondo, essere citazioni o essere riprova di skills (per quanto gli stessi autori abbiano asserito di aver voluto semplificare i tecnicismi di scrittura). E sì è qualcosa di diverso. Non di meglio, non di peggio, di diverso — che è un grosso merito.

Non credo che il Danno, Masito o Craim si siano chiusi in studio dicendo “ora facciamo vedere alla trap come si fa questo genere” e se lo hanno fatto, lo hanno fatto con lo spirito base del rap, quello della competizione e non dell’annientamento. Il CdF si è chiuso in studio per raccontarsi, lo ha fatto bene e quindi, per una volta, sarebbe bello ascoltarli con i paraocchi. E goderseli.

Adversus è uscito il 16 novembre per Tuff Kong.

Ascolta Adversus su Spotify:

TRACKLIST:
1. Storia di una lunga guerra
2. Eppure sono qui
3. Nulla virtus
4. Noodles
5. Lettere d'argento
6. Adversus
7. Penso diverso
8. Sergio Leone
9. Cuore più cervello
10. Nostargia
11. Miglia e promesse
12. Musica e fumo
13. Polvere
14. Mempo

Tommaso è su Instagram.

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<![CDATA[Sono stata a un live di X Factor con Ghemon]]>https://noisey.vice.com/it/article/kzvbbx/ghemon-x-factor-intervistaMon, 19 Nov 2018 12:13:38 +0000 Non viviamo certo nel migliore dei mondi possibili, con Francesco Facchinetti che diventa baluardo dei sovranisti e Stan Lee che, nonostante non lo credessimo davvero possibile, ci lascia orfani. Ma noi di Concertini, la rubrica più amata da chi prova un sottile disagio di fronte ai monologhi di Alessandro Cattelan, guardiamo sempre al bello che ci circonda, e che, in questo preciso momento storico, coincide con: Johnny Depp redivivo e in grado di recitare un ruolo senza la faccia da sparviero di Jack Sparrow, qualcosa riguardo alla Chiesa che restituisce dei soldi e X Factor che decide di ospitarci per la sua quarta puntata dei Live. E sì, quest’ultima la inseriamo a testa alta tra le buone notizie, soprattutto per il fatto che il nostro è un team dichiaratamente logorato dall’ambizione e dalla smania di popolarità, e per questa ragione punta ad arrivare ovunque, anche all’Ariston (questo è un appello).

Abbiamo quindi iniziato una nuova love story al Teatro Ciak di Milano, consolidandone al contempo una vecchia, ovvero quella con il free buffet sconsideratamente offerto a noi servi del potere nell’area hospitality. L’atmosfera era piuttosto straniante, con una playlist in sottofondo che suonava ora "Thoiry" ora Gigi D’Agostino, un accrocco di gente ruminante, qualche VIP non ruminante (Beppe Bergomi, Federica Fontana, Jo Squillo) e sulla parete schermi con foto dei concorrenti, quelli eliminati in un sinistro bianco e nero che finiva con lo sfumare fino a rendere irriconoscibile il volto. Una via di mezzo, insomma, tra gli Hunger Games e The Apprentice. Nonostante gli input contrastanti, ho comunque trovato l’ispirazione per perdere nuovamente qualche grammo di dignità con tre giri di portate, ma ho anche perso un po’ di fiducia nell’umanità una volta scoperta l’esistenza di una pietanza chiamata “mini toast”, che sembra di cartone e non si capisce se contiene carne o meno. Alla fine mi sono buttata sul vino per farmi coraggio in previsione delle oltre quattro ore chiusa lì dentro e sono stata raggiunta del mio ospite, Ghemon, che, dopo essersi fatto un selfie con Bergomi, era già molto vicino allo zenit della sua serata.

Ma Gianluca, che come saprete (anche se ai vostri amici dite di non avere nemmeno la televisione) ha aiutato Manuel Agnelli a scegliere le componenti della sua squadra di mini-donne, è una persona molto cortese e, nonostante ogni tanto lo trovassi impegnato a provare filtri allo scatto tra lui e il vero Beppe nazionale, ha resistito in mia compagnia per tutta la durata dello show e oltre. Tifando, ovviamente, per la squadra che “ho realmente selezionato insieme a Manuel, in Belgio; anche se nel montaggio, di quelle ore passate a provinare e ragionare, è rimasto poco”.

In realtà, invece, quanto ci avete messo per scegliere?
Ore. Manuel era combattutissimo e mi ha anche detto che le mie opinioni, molto chiare come spesso sono, lo avevano ulteriormente messo in difficoltà. Ecco, la cosa che mi ha colpito è stata proprio quanto lui ci tenga, quanto affronti la cosa con la massima serietà, che poi, credo, è l’unico modo possibile perché se non ti appassioni, inutile farlo.

Quindi arrivi qui preparato? Hai guardato le puntate?
Sì, fino a che non mi si è rotta la TV, nel senso che è proprio caduta per terra sfasciandosi, e allora ho detto: la quarta puntata me la vado a vedere con Noisey.

E infatti, eccoci. Fino a qui che te n’è sembrato?
Come ti dicevo poco fa, c’è una componente “sentimentale” in questa edizione per me. Vengo qui come tifoso, sono affezionato a Luna, Martina e Sherol ma, oltre a ciò, penso siano incredibili e penso si sia visto. Di quel che penso degli altri parleremo dopo, quando ti dirò la mia sulle esibizioni.

Non vedo l’ora. Domanda da giornale serio: X Factor fa bene alla musica o solo a un certo tipo di musica?
Ero curioso di vederlo da dentro, per farmi un’idea più concreta, allo stesso modo in cui ero curioso di vedere da insider Sanremo, a cui ho partecipato quest’anno nel duetto con Diodato e Roy Paci. Non sono mai stato il fondamentalista che da casa dice “la TV è una merda”, è un concetto che proprio non mi appartiene. Quindi mi interessavano entrambi, e in X Factor per quello che ho visto posso dire che la musica è davvero fondamentale e centrale, e questa è già positivo. Anni fa ho accompagnato una mia ex fidanzata ai provini di X Factor, in Campania, e quindi ho visto anche quel lato della cosa e il ragionamento che m’è venuto da fare è: quando ho iniziato io, ormai 20 anni fa, ho potuto fare tutt’altro percorso, quello dell’autoproduzione e dell’indipendenza, anche grazie al fatto che c’erano più spesso audizioni e occasioni per farsi conoscere dai discografici. Oggi va questo. Oggi la condizione massima in cui uno si può trovare a lavorare se fa il cantante è il talent, ma non solo per i due mesi di attenzione del pubblico, ma per il dietro le quinte, con gente cazzutissima che ti segue le scenografie, le coreografie, con professionisti del canto che ti seguono da vicino, con persone che ti preparano a tutto tondo.

Poi però tutta quella roba lì scompare.
Sì, e uno deve scoprire se ha o non ha il pelo sullo stomaco. La televisione non è per forza un tritacarne, sta a te scegliere se metterti in questo tipo di gioco, ma certo devi sapere che occorre, quando le luci della ribalta si spengono, essere sveglio e pronto. Comunque se pensassi che X Factor facesse male alla musica non avrei accettato di partecipare alle selezioni, perché non sono un ipocrita.

Non ti lascia stupito quanto dei ragazzi di 16 anni siano pronti ad esibirsi in diretta TV?
A 16 anni hai grinta e faccia tosta sufficienti per gestire una cosa del genere, penso davvero che sia più tosto il dopo. Perché lì ci vuole o esperienza, che un adolescente non ha, o qualcuno di molto esperto che ti guidi e che ti consigli. Però sì, le ragazze mi hanno sconvolto: quando è entrata la prima, Luna, che mi ha rappato in faccia con un timing perfetto, ho detto “wow, che bomba”!

Quindi esiste quel fantomatico fattore X?
A me piace sempre lo scavo psicologico, perciò ti dico una cosa che potrebbe sembrare ardita: quando una prova a cantare a casa, usando la spazzola al posto del microfono, sai quanto si immedesima in quella cosa? Ecco, la telecamera può essere quel genere di specchio lì, perché tanto intorno è tutto ovattato. Quindi uno mette in scena e mette in atto il “personaggio cantante”, lo stesso della cameretta. Poi, chiaro, quando segui lo show capisci anche che ci sono alcuni con la marcia in più.

Sei qui a tifare per una squadra di ragazze, di cui una, Luna, aspirante rapper, il che mi riporta a un tuo tweet infastidito verso una risposta che mi ha dato Drefgold sulla scarsa qualità delle donne nel rap in Italia. Cosa non ti è piaciuto di quella affermazione?
Faccio una panoramica, che le cose che non mi sono piaciute sono almeno due. Prima di tutto, da persona che ha avuto i pantaloni larghi, non mi piace la percezione che una cosa del passato sia stata sciocca solo perché non ha fatto i numeri e i soldi che si fanno adesso, mentre è stata una scena, se vuoi, più amatoriale ma comunque bellissima e indispensabile a preparare quello che succede ora. E io sono ancora in piedi, anche con i pantaloni stretti. Quindi è stupido sputare nel piatto in cui si mangia e come ho detto su Twitter qualcuno potrebbe dire la stessa cosa dei capelli di Dref tra dieci anni, per cui non sono quelli i criteri su cui ci si deve basare. Per quel che riguarda le donne, non sopporto le generalizzazioni. E anche solo pensare che una ragazza che fa rap debba per forza aver fatto la stripper come Cardi B, dando per scontato, oltretutto, che fare la stripper sia degradante, lo trovo un ragionamento piccolo sia come criterio generale, e ancora peggio come criterio applicato alle donne.

Il rap paga ancora lo scotto di certi cliché?
Non esiste al mondo niente di più filmico e fumettistico del rap. Questo è un genere dove chiunque può diventare un supereroe senza aver mai fatto nulla di lontanamente pericoloso o avventuroso in vita sua. Io penso che il vissuto conti poco; a contare tanto è la bravura, con la bravura scavalchi i ponti. E non trovo che sia giusto che una donna debba stare a quei termini contenutistici e stilistici per farsi rispettare in un ambiente principalmente maschile, anzi. Concludendo, ho trovato quelle uscite poco rispettose delle ragazze, le ho trovate qualunquiste e soprattutto le ho sentite come dette con la leggerezza e la spensieratezza di chi ha, ora, i numeri che gli danno ragione.

Dici che quello è un fattore?
Massì. Immagino che, con un grande seguito dalla tua, ti senti di uscirtene con robe tipo “dai, diciamocela tutta, di tipe brave non ce ne sono”. Secondo me i numeri non autorizzano a dire qualunque cosa. Se vogliamo fare una cosa sana, si deve cercare meglio, senza seguire lo stereotipo “vita difficile”, no?

Hai un messaggio specifico per chi fa trap?
Sì, anche perché è un genere che ascolto e che mi piace perché mi piace la musica nera. A chi fa trap vorrei dire che forse c’è bisogno di una ragazza che faccia se stessa, non che faccia per forza Cardi B. Può anche essere che una sia brava e parli di altre cose, comunichi altri valori. E l’arma della sessualità o sensualità una la può mettere in campo a 16 anni o anche se è sposata, se ha un figlio, quello non è un criterio: quello è un diritto di una donna e non la si deve giudicare. Farlo mi sembra una roba da anteguerra.

Chi è, non volendo rimanere generici, che sta facendo bene le cose?
C’è Leslie, una ragazza di Pescara molto brava che è la prima che mi viene in mente, e che non è uno stereotipo, ma non è manco una che se c’è da parlare di, chessò, sesso va per il sottile. Però questo è un ambiente molto chiuso nei confronti di altro che non sia quel racconto là, e io stesso sono stato vittima a mio tempo di una certa discriminazione nel mondo hip hop, perché deridere chi non aderisce al cliché fa parte ancora del gioco. Ma tornando alle ragazze, anche Priestess mi piace, le avevo anche scritto per farle i compimenti perché io quando vedo qualcosa che mi gasa ho voglia di dirlo all’artista, non mi risparmio, da me ad Avellino si dice “non mi magn’ mai n’emozione”, cioè non mi trattengo dal dire “bravo, hai fatto una figata”.

Hai voglia di passare dall’altro lato della musica e produrre?
Sì, tantissimo. E di sicuro il mio primo esperimento di produzione artistica lo farò con una donna, 100 percento, anche per tenere a bada il mio lato femminile.

A distanza di un po’ dal disco e dal libro Io sono. Diario anticonformista di tutte le volte che ho cambiato pelle, in cui hai raccontato la tua depressione, pensi di esserti fatto e aver fatto del bene?
Io penso che il modello del superuomo invincibile non serva a niente. In quest’epoca qua spiattellare, mettiamo su Instagram, solo le volte che hai vinto, solo le cose che ti regalano, ti fa attirare un sacco di fan invidiosi che a un certo punto si rompono il cazzo. Ma invece tu, non vorresti, forse, anche vicinanza e ammirazione sincera? Io ho sentito il bisogno di questo. Se, al contrario, ti trascini dietro un codazzo di gente che bramerebbe solo avere quello che hai tu, perché è la sola cosa che mostri, rischi che poi il gioco si rompa, e che ti vedano come un bambino viziato che li fa sentire frustrati. La mia vita è un’altra roba: mi alzo e devo sudare. E sì, penso che quanto ho raccontato abbia fatto bene a me e ad altre persone.

Ma è stato più difficile o più liberatorio?
Ne parlavo l’altro giorno con Gipi, il più grande dei fumettisti, che questa cosa può pure passare per narcisismo. Narcisismo così forte che metti pure la tua merda davanti a tutti e gli dici “eccola, guardatela, quanto è merda”. Ma a me quello che mi fa orrore del nostro Paese, è che negli ultimi 15 anni si è fatta avanti questa mentalità per cui se dici cose responsabili o ragioni per sensibilità, ti accusano di perbenismo, moralismo, buonismo. Sei più figo se sei inarrivabile e maldetto, sei uncool se dici una cosa di senso e vuoi essere un punto di riferimento per le persone con un disagio. Invece esiste anche altro, esiste anche dire: “raga, le cose mi vanno a volte male, a volte bene, amen”.

Il lavoro che fai, con i suoi alti e bassi, come si concilia con un disturbo mentale?
Ecco, questo si ricollega a ciò che dicevo prima su chi fa milionate di numeri e fa il karaoke ai concerti e non sa che questa è una maratona. Il mio up and down, come provo anche a mostrare un pochino nelle stories in cui faccio palestra (e che non faccio per dire “guardate quanto cazzo sollevo”, perché farei ridere) è qualcosa che devo gestire e quello che voglio dire è che occorre una regolarità, che non mi viene naturale, ma che mi devo imporre. Fare l’imprenditore di te stesso e durare nel tempo significa rigore, disciplina, scadenze, significa che non si può bere tutte le sere che vai a suonare, non si possono mangiare le lasagne tutti i giorni, non puoi fumare tutto il tempo, devi dormire un certo numero di ore… E, in generale, si deve imparare a gestire il tempo. E la noia. E io a 36 anni, con 20 anni di palco alle spalle, ho voglia di farne altri 40, quindi imparo ogni giorno a prendere le contromisure.

Ci stanno incalzando per entrare che inizia lo show, ultima domanda prima delle tue recensioni alle performance: a che cosa stai lavorando adesso?
Alla musica, ma la cosa attoriale è viva, la cosa della stand up comedy è viva, la cosa di un altro libro, ma non per forza tutto scritto ma anche con delle immagini (non farmi esporre troppo), è in corso d’opera. Quindi, il momento è vivace e pieno di cose fighe.

bowland x factor noisey
Bowland.

Ghemon: Bella assegnazione. Amen. Mi sono passati via veloce, non so se è un bene o un male, sicuro sono una realtà interessante e spero vadano avanti.
Noisey: “Ma davvero assomiglio alla cantante dei Bowland?” Mi sono chiesta questa cosa per due minuti e mezzo.

Spoiler finale: sono usciti i Seveso Casino Palace, io sono sopravvissuta seppur in preda a numerosi tic, Ghemon ci ha dato il suo consiglio d’ascolto (il nuovo EP di Venerus su Asian Fake), di Kevin Spicy si sono perse le tracce, ma qualcosa mi dice che stia stalkerando Jo Squillo.

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<![CDATA[Circuit Des Yeux suona la musica degli spiriti]]>https://noisey.vice.com/it/article/9k4bpd/circuit-des-yeux-bio-linecheck-festivalFri, 16 Nov 2018 16:01:08 +0000Nel 2011 avevo deciso di aiutare uno dei miei artisti underground preferiti ad aggiungere alcune date in Italia al proprio tour europeo. Era in giro da solo, in treno, chitarra e zaino, e quando è arrivato a casa mia aveva attraversato già quattro o cinque nazioni europee e vissuto varie disavventure che gli avevano lasciato una costola incrinata, dei documenti che dicevano che non era più il benvenuto in Germania e un discreto bisogno di stordirsi in varie maniere per riuscire ad arrivare a sera, suonare e dormire decentemente.

Una parte di questo tour l’aveva condivisa con la sua amica Haley Fohr di Lafayette (Indiana, USA), allora poco più che ventenne ma già al terzo album del suo progetto Circuit Des Yeux. I racconti della sua “luccicanza” mi avevano impressionato: nelle parole del mio ospite era una specie di sciamana postadolescente che riceveva la propria musica dagli spiriti. A casa avevo un suo singolo che ricordo come un affare magico, viscerale ma piuttosto inaccessibile (purtroppo non se ne trova traccia su Internet). Lui mi parlava di un talento naturale che non metteva filtri alla propria espressione, passando da suite noise a intimi set per chitarra e voce. Soprattutto voce.

I primi tre album, Symphone, Sirenum e Portrait (tutti usciti per De Stijl), Haley li ha incisi che era ancora una teenager. Sono dischi che, come molte delle cose che uscivano in quella zona degli Stati Uniti, in quella scena e in quel periodo, portano il concetto di lo-fi all’estremo: una fitta nebbia di fruscio analogico soffoca suoni di chitarre acustiche, voci, tastiere, effetti psichedelici e rumori “trovati”, come se stessimo ascoltando un nastro privato dimenticato in un armadio, una specie di psicodramma in cassetta. Ascoltandoli, è palpabile l’aumento di messa a fuoco progressivo e di controllo dei propri mezzi.

Nel 2012 ha lasciato l’Indiana e si è trasferita a Chicago dove, come racconta in maniera brillante in questa intervista rilasciata al tempo alla webzine USA Terminal Boredom (mia bibbia personale, ma questa è un’altra storia), ha registrato il suo quarto album in condizioni di vita, lavoro e spirito molto precarie. Overdue è il prodotto dell’insicurezza di una nuova città, di una storia d’amore andata male, della mancanza di soldi e di riscaldamento in casa, del furto di tutta la sua strumentazione. Come avrà modo di dichiarare in seguito, le circostanze avverse hanno avuto un’influenza fortissima sulla produzione di Circuit Des Yeux. Nel frattempo si laurea in ingegneria del suono e si dedica a perfezionare la sua tecnica chitarristica e il risultato è un album che si lascia alle spalle l’inaccessibilità lo-fi (pur mantenendo calore e intimità) per dedicarsi a una forma di art-folk che passa per sperimentazioni vocali, stilettate di chitarra elettrica distorta ed eterei quanto inquietanti drappeggi di archi. Tutta la registrazione avviene in uno studio costruito a espedienti dentro una stanza occupata: “Abbiamo truffato il Guitar Center DUE VOLTE ‘comprando’ un preamplificatore valvolare e poi restituendolo poche ore prima del termine dei 60 giorni, ottenendo il rimborso totale”, racconta Haley gongolando nell’intervista.

È con questo album autoprodotto e “maledetto” che Circuit Des Yeux comincia davvero a conquistarmi. E del resto il salto di qualità è innegabile. In Overdue incomincia a vedersi la strada che porterà Circuit Des Yeux a diventare l’ambiziosa compositrice e performer che è oggi, in grado di sfidare in intensità mostri sacri come Diamanda Galás, Nick Cave o Lydia Lunch. In una vecchia recensione ho letto che la voce di Haley sarebbe in grado di rendere drammatica qualunque combinazione di parole, e a provarlo è “Nova 88”, un quasi-blues in cui Haley si lascia possedere temporaneamente dallo spirito di Alan Vega: la frase “I’m rolling, rolling in my Nova 88” suona come un lamento funebre. “Lithonia” e “Acarina” sono altri due perfetti esempi della sua esplosiva creatività. Nella prima le sue melodie baritonali s’insinuano in un groviglio di archi fino all’ingresso di una epica chitarra distorta, che la porta in territori quasi spoken word alla Patti Smith; nella seconda, la sua voce ubriaca (“Avevo accidentalmente bevuto un’intera bottiglia di Jim Beam prima di registrare il cantato”, racconta nell’intervista di cui sopra) s’interseca tra sussurri e urla a poche note essenziali di chitarra e riverberi ultraterreni.

Dopo Overdue e un conseguente lungo tour, Haley è pronta per progetti più seri: l’album seguente, In Plain Speech, sarà prodotto da Thrill Jockey nel 2015. Per la prima volta vede la collaborazione di altri musicisti (“Non posso più permettermi la solitudine”, dichiara a Impose), e conferma Circuit Des Yeux come uno dei nomi più interessanti della scena underground sperimentale. A circondare chitarra e voce (e synth e dodici corde e basso e piano) di Haley, qui troviamo vari personaggi della scena di Chicago (principalmente componenti di Bitchin Bajas e Verma) ad arricchire lo spettro sonoro dell’album, il che lo rende senza dubbio il disco più riccamente strutturato di Circuit Des Yeux. L’atmosfera che si respira è ampia e luminosa, gli arrangiamenti si muovono lungo un paesaggio meditativo, alcuni in direzioni più drone, altri più folk. “A Story Of This World” è un lungo sogno, quasi orchestrale, in cui Circuit Des Yeux è un animale guida che ti trasporta dal lago della fantasia alla grotta della consapevolezza.

Il difetto di In Plain Speech non l’avrei mai trovato, se non fosse uscito l’album successivo. E non so forse nemmeno bene come descriverlo. Il fatto è che In Plain Speech è un album sobrio, intendo composto e registrato con perizia e lucidità da musicisti al pieno delle proprie possibilità, canzoni ben scritte e ben arrangiate che prendono il controllo delle emozioni di chi le ascolta. Reaching For Indigo invece no, Reaching For Indigo è un treno carico di fiori e ossa umane che deraglia in un deserto indaco e si schianta in un mondo sotterraneo dai colori di un perenne autunno fluorescente.

La storia dietro l’album è degna di una favola. Dopo l’uscita di In Plain Speech Haley aveva deciso di prendersi una pausa dall’intensità emotiva di Circuit Des Yeux e di dare vita a un nuovo progetto, interamente “artificiale”, che fosse solo intrattenimento e non avesse nulla a che fare con lei. Così è nata Jackie Lynn, una trafficante di droga del Sud degli Stati Uniti in fuga dalla legge, una specie di antieroina country-elettronica. Il suo disco Alien Love è un esperimento quasi ludico, con synth analogici che brillano in sottofondo a pezzi pop di sapore anni Sessanta, come se i White Noise o i Suicide avessero deciso di cimentarsi in cover dei Buffalo Springfield o di Roy Orbison. Registrato questo album, improvvisamente, una forza cosmica sconosciuta la riporta repentinamente a Circuit Des Yeux.

È la sera del 22 gennaio 2016 quando Haley, in un momento di oscurità emotiva, viene sopraffatta da un terremoto spirituale. Lo descrive come “una fortissima luce bianca” che “veniva da dentro” e che “mi ha investita di una consapevolezza che non sapevo di stare cercando”. Ma non è solo una sensazione, è un vero fenomeno fisico: “Avevo le convulsioni e vomitavo e piangevo”, ha raccontato a Loud And Quiet. “Era come se venisse da fuori di me, è stato davvero spaventoso”. Da questa esperienza emerge esausta, ma anche euforica e lucida. Si rifugia in una casa isolata per qualche mese, lasciando che la polvere alzata da questa esperienza si depositasse. Nel corso dell’anno successivo, la sua vita è condizionata da un nuovo assetto mentale positivo e da una sensibilità accresciuta per colori come il rosso e il blu.

Da qui nasce Reaching For Indigo (Drag City, 2017), e ora è chiaro perché l’abbia descritto come un treno che deraglia. Per registrarlo, Circuit Des Yeux abbandona lo studio e ritorna in cantina, a quell’approccio DIY che aveva reso Overdue un’opera così intima. “Brainshift”, la canzone piazzata in apertura, sembra trasportarci direttamente sul pavimento con Haley quella notte di gennaio, a sinapsi impazzite, investiti da risposte a domande che non conosciamo: “Il mondo vuole un giuramento / Ma tutto quello che riesci a dire / è “prometto di occupare spazio” / “Posso solo promettere di occupare spazio”. “Paper Bag” sembra concepita per mettere in musica un trip da DMT, con il suo intro puntinista e il suo ritmo zoppicante. L’elettricità alla Velvet Underground di “A Story Of The World Pt. 2” è sovrastata da ululati estatici che ricordano le esperienze di John Lennon e Yoko Ono. Haley torna a parlare in prima persona, narrando le acrobazie del suo cervello e un mondo esterno popolato da fantasmi, un mondo dai colori brillanti e dalle forme tremolanti come in un trip da LSD o un quadro di Dalì ("Flip-flop, flip-flop, stai muovendo le labbra / Le parole sgorgano come vino spagnolo").

È difficile immaginare in che direzione si possa muovere la musica di Circuit Des Yeux dopo un album così (nell’ultimo periodo sono abbondati gli esperimenti di sola voce processata e le sonorizzazioni cinematografiche), ma vista la giovane età e il potenziale enorme che lei e gli spiriti che la accompagnano hanno dimostrato, sono pronto a seguirla in qualunque dimensione parallela mi voglia condurre.

Di certo, il coronamento del mio rapporto da fan con lei sarà vederla finalmente suonare dal vivo (sempre dall’intervista a Loud And Quiet: “Quando sono sul palco è l’unico momento della mia vita in cui mi sento me stessa al 100 percento”) nelle due date italiane del suo tour: il 22 novembre al Linecheck Festival di Milano e il 24 al Transmissions Festival di Ravenna.

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<![CDATA[Questo libro racconta la storia dei rave in Italia]]>https://noisey.vice.com/it/article/nepnpk/rave-party-italia-oggi-pablito-drito-libroFri, 16 Nov 2018 14:35:52 +0000 C’è sempre un momento nella vita in cui uno sceglie qualcosa in cui credere. A volte si scelgono il caos o il nulla, altre volte la musica. Agli inizi degli anni Novanta, una parte sempre più consistente di giovani europei ha scelto di credere nel potere sovversivo della techno e in un certo modo di ballarla a oltranza sotto effetto di droghe. I raver si sentivano portatori di una nuova cultura inclusiva e anti-capitalista, destinata a cambiare le sorti del mondo, a costruire un futuro alternativo a suon di bpm accelerati ed empatogeni.

In Italia, agli albori, non si usava nemmeno la parola rave. Sui volantini c’era scritto techno non-stop 24 ore, techno party. Non c’erano video delle serate, fanzine particolarmente rappresentative della scena—a parte, forse, Torazine—o giornali che ne parlassero. A nessuno fregava niente di chi organizzava o di chi suonava. C’erano feste senza console, i dj erano spesso nascosti e se portavi con te una macchinetta fotografica c’erano buone possibilità che qualcuno si incazzasse. I free party, insomma, erano "un virus dentro la metropoli" in cui l’anonimato era un valore.

Alle prime feste non c’erano neanche i pusher. Era buona norma andarci già muniti di droghe per evitare che si creasse un business dello spaccio. Poi la scena, crescendo, è invece diventata sempre più legata alle droghe e per una serie di ragioni fisiologiche è lentamente deflagrata. Oggi il rave, in tutte le sue declinazioni, è uno dei format del divertimento. Ma come tutte le controculture si è svuotata di una parte della sua forza sovversiva originaria, scalfita dall’impatto dei mutamenti sociali e dal cambio generazionale.

A distanza di più di vent’anni, l’esigenza principale è quella di storicizzarla, di raccontare i valori di cui era portatrice per inserirla sempre più legittimamente tra le manifestazioni culturali del secolo scorso. Rave In Italy, uscito ieri per la casa editrice milanese Agenzia X, è una raccolta di testimonianze dirette di chi ha visto nascere questo movimento in Italia, in particolare a Torino, Roma, Bologna e Milano. L'autore, Pablito el Drito, aka Pablo Pistoiesi, è un attivista, dj e produttore ed è a sua volta un membro storico della scena rave milanese.

È un libro di facile lettura e allo stesso tempo utile per avere una consapevolezza della controcultura che stiamo celebrando quando ci ritroviamo alle sei di mattina con i bassi che ci rimbombano nella cassa toracica. È anche fonte inesauribile di etichette interessanti e nomi di producer sconosciuti. Io, da pseudo-digger quale sono, ho incontrato Pablito nella sua casa-studio-libreria armata di una certa gratitudine.

Una delle questioni ricorrenti nei racconti, infatti, era la difficoltà di procurarsi i dischi. Su molti non c'era nemmeno scritto il nome del producer. Alcune etichette corrispondevano a un numero di telefono, tipo la storica Fax . Oggi è impensabile.
Non c'era internet, c’erano a malapena i cellulari. Napster è arrivato nel 1999, vedi tu. Per comprare i dischi dovevi andare a Londra, o in qualche negozio sperando che avesse degli import decenti. A volte se eri fortunato potevi prenderli alle feste. Roba senza etichetta, materiale anonimo, di cui sapevi poco o nulla.

Molti degli intervistati parlano del fatto che la ketamina ha contribuito a uccidere la scena. Secondo te è così?
La keta l’hanno portata le tribe nel 1997. All’epoca era ancora legale, praticamente te la regalavano. La dieta del tipico raver degli albori invece era fatta di ecstasy, speed e acidi. Solo dopo sono entrate le altre droghe. Diciamo che, quando è arrivata la ketamina, le persone che ho intervistato avevano già quasi smesso di fare festa. Sicuramente non è una droga da party, ti porta ad andare in botta e a isolarti, ma i problemi sono stati vari. Se proprio vogliamo parlare di droghe, i danni grossi secondo me l'ha fatto l'abuso in generale. In particolare quello di eroina e cocaina, che in un primo tempo alle feste erano tabù.

Ho l'impressione che la cassa dritta sia diventata ufficialmente cool. Penso, per esempio, al festival Terraforma. Mi ha impressionata vedere un pubblico modereccio e molto giovane che ballava senza sosta a bpm sostenuti.
Di sicuro c’è una rinascita della techno anche in Italia, ci sono dei producer niente male. Il fascino della cassa dritta poi lo capisco benissimo, io stesso lo subisco da 25 anni. Da un certo punto di vista è normale. È il ritmo più facile da ballare, ti butta in uno stato di trance.

Secondo te, oggi, cosa è rimasto della cultura rave?
Partiamo dal fatto che i rave si fanno ancora, a Milano ne hanno recentemente sgomberati un paio. Io non ci vado quasi mai perché da appassionato di musica cerco più che altro l’innovazione. Il problema del rave oggi è la ripetizione. Negli anni Novanta invece la techno è stata dirompente soprattutto dal punto di vista estetico, è stata un cambio di paradigma totale. Andavi alle feste per meravigliarti. Per rispondere alla domanda, dove c’è una pratica di occupazione e autogestione che propone cultura per me c’è un rave. La logica del rave la crea una forza in espansione, che si tratti di musica, teatro, slam di poesie. Pensa alla realtà di Macao qui a Milano.

Al presidio contro la chiusura di Macao a Palazzo Marino però c’era un decimo delle persone che vengono alle feste ‘rave’.
Vero, però i partecipanti erano molto belli, giovani, liberi. E per alcuni aspetti sembravano molto più avanti di molti raver.

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<![CDATA[La mamma di Lil Peep ha rilasciato un'intervista a Pitchfork]]>https://noisey.vice.com/it/article/8xpg7v/lil-peep-morte-intervista-mamma-liza-womackFri, 16 Nov 2018 10:56:00 +0000Lil Peep è morto per un'overdose di Xanax e Fentanyl un anno fa, il 15 novembre 2017. In occasione del primo anniversario della sua scomparsa, il sito americano Pitchfork ha pubblicato un'intervista a Liza Womack, sua madre, che da allora gestisce il catalogo del figlio e ha curato personalmente la pubblicazione del suo nuovo album Come Over When You're Sober Part 2, di cui abbiamo tradotto e spiegato le parti migliori.

L'intervista comincia con un ritratto della Womack nella sua casa di Huntington, vicino a New York City. L'intervistatore, Matthew Schnipper, la descrive dicendo che ha "i lunghi capelli di una cantante folk". Il fratello maggiore di Peep, Oskar, è al piano di sopra a giocare ai videogiochi. I due si mettono a parlare al tavolo della cucina e ripercorrono la vita di Peep tramite la lente dell'esperienza di Womack. È un articolo ai limiti del commovente; per chi non mastica l'inglese e non può leggere l'intervista originale, ecco un riassunto dei suoi punti salienti.

IL RAPPORTO PROBLEMATICO TRA LIL PEEP E IL PADRE

Peep cominciò a "fare le sue cose", perdendo interesse nella scuola, a partire da quando aveva dodici anni. Secondo Womack alla base del problema c'era il rapporto tra suo figlio e il padre, che se ne andò di casa divorziando da lei quando Peep aveva 14 anni.

Womack racconta un episodio in cui suo marito doveva portare Peep a un appuntamento dallo psicologo, da cui avevano deciso di mandarlo per permettergli di parlare e confidarsi con qualcuno, ma scappò dalla finestra di casa per evitare la cosa.

È STATA LA MAMMA DI LIL PEEP A DARGLI IL SUO NOME DA RAPPER

Womack racconta che "Lil Peep" era un soprannome dato da lei al figlio, che aveva inizialmente scelto di chiamarsi "Trap Goose". Lui gli disse che aveva deciso di cambiare nome facendole ascoltare "Five Degrees", in cui rappa "Got my name from my mother".

LA TRISTEZZA DI PEEP

Womack dice di essersi resa conto solo molto tardi che suo figlio aveva "una vera tristezza emotiva e psicologica". Racconta che verso i sedici anni Peep perse molti dei suoi amici, passava molto tempo da solo a letto nella sua stanza, alle cui finestre aveva appeso tende nere. Aggiunge che "c'era un sacco di cenere in giro" e che era lei a pulirgli la stanza "quando la lasciava entrare".

Womack afferma che Peep non stava bene nemmeno quando scelse di andare a vivere in California per perseguire una carriera nel mondo della musica: "Era solo e aveva una paura mortale. Aveva diciassette anni. Non poteva nemmeno firmare il contratto [della sua futura casa] perché era troppo giovane".

LE DROGHE E GLI ANSIOLITICI

Womack sapeva che suo figlio stava sperimentando con diverse droghe. Lo seguiva nei suoi live su Periscope e gli scriveva messaggi invitandolo a stare attento e a non "provare brutte droghe". Sapeva che prendeva Xanax "non molto spesso", sia per rilassarsi che prima di esibirsi dal vivo. Dice che Peep non prendeva oppioidi, ma che lo aveva visto postare delle fotografie di righe di cocaina e aveva paura che avesse provato la ketamina. "L'erba è una medicina, per quello che mi riguarda", aggiunge.

Secondo Womack, le droghe erano un modo che Peep aveva per reggere alle pressioni della fama. Lei non lo affrontava a muso duro ma cercava di "mostrargli la luce alla fine del tunnel" mandandogli fotografie della sua nuova casa e del cane di famiglia per evitare reazioni violente da parte sua.

Womack dice anche di essere in contatto con la madre di XXXTentacion, ucciso a giugno 2018, e di avere condiviso con lei un libro che l'ha aiutata a stare meglio intitolato When Your Child Dies. Stando all'articolo, Womack sta inoltre collaborando con il regista Terrence Malick a un documentario sulla vita e la musica di Peep. Tutto il resto è nell'intervista completa.

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8xpg7vElia AlovisiRedazione NoiseyEmo RapNoisey NewsLil Peeplil peep morteliza womackmamma lil peep
<![CDATA[Recensione: Tommy Genesis - Tommy Genesis]]>https://noisey.vice.com/it/article/7xybjq/recensione-tommy-genesis-stFri, 16 Nov 2018 10:36:04 +0000Tempo di debutti, pare, e di debutti sui quali gravano notevoli aspettative. È il caso di Tommy Genesis, la fetish rapper che ci porta nel suo mondo di pussy playing e catene BSDM a cavallo di beat future pop.

La prima cosa che si nota è che c'è un remix di "100 Bad" fatto da Charli XCX, ma non è quello che importa. Nel suo album omonimo, la nostra mistress riesce a trovare l'equilibrio tra rap zozzo e pop da profumeria colorata, anzi, neanche tanto colorata: in "Daddy" c’è un lato oscuro abbastanza notevole che fa intravedere sicuramente un vissuto al di là del bene e del male. Certo, a volte i temi sono affrontati in stile un po' Cartoon Network, ma d’altronde stiamo parlando sempre di musica che nasce per essere consumata come un fumetto o una boccata di droga da una stagnola.

Rispetto alla sua collega Charli, la nostra Tommy ha la voce giusta, il tocco alla Paris Hilton (che per noi è sempre stata il futuro), la spocchia di chi sa usare la sorca come un’arma caricata a pallettoni e un immaginario che non può che sviluppare smanie di successo.

Gli arrangiamenti svariano dalle randomate a veri e propri cavalli di troia sintetici, che non sbagliano un colpo fino a che non spunta la chitarrina che fa storcere il naso. Ma fortunatamente si tratta di episodi sporadici, per il resto il disco va liscio come l’olio ponendosi come una realtà autonoma in un panorama popolato da fin troppi pupazzi.

Certo, rimane sempre l’amaro in bocca perché la moda è moda, ma se la nostra eroina continua così forse potrà scavalcarla e diventare lei stessa un punto di riferimento per il nuovo pop. Esagero? Forse. Ma lasciatemi sognare.

Tommy Genesis è uscito il 9 novembre per Downtown Records.

Ascolta Tommy Genesis su Spotify:

TRACKLIST:
1. God Sent
2. Rainbow
3. Bad Boy
4. 100 Bad (Charli XCX remix)
5. Daddy
6. Play With It
7. You Know Me
8. Naughty
9. Drive
10. It's Ok
11. Tommy
12. Miami

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