Noiseyhttps://noisey.vice.com/itRSS feed for https://noisey.vice.comitTue, 18 Dec 2018 13:12:10 +0000<![CDATA[L'Italia è pronta a conoscere Avelino]]>https://noisey.vice.com/it/article/9k4mdz/avelino-rapper-milano-intervistaTue, 18 Dec 2018 13:12:10 +0000Questo post è stato realizzato in collaborazione con Moose Knuckles e la Moose House.

Sul profilo Instagram di Avelino c'è una foto insieme a Raheem Sterling, giovane attaccante prodigio del Manchester City e della nazionale inglese. Non è raro vedere rapper e calciatori stringere amicizie, ma c'è qualcosa di profondo che lega Sterling ad Achi Avelino, che di lavoro scrive rime. Entrambi vivono ogni giorno della loro vita combattendo una battaglia imposta contro i luoghi comuni che li definiscono agli occhi di parte della società in cui vivono.

Di Sterling si parla molto in questi giorni, in Regno Unito. In un post su Instagram, scritto il giorno dopo che aveva ricevuto gli ennesimi insulti razzisti da parte di tifosi avversari, il giovane calciatore ha fatto notare i doppi standard con cui alcuni media inglesi trattano persone come lui. Per farlo, ha postato due articoli del Sun in cui la stessa notizia - un giovane calciatore compra una casa alla madre - era dipinta in toni completamente diversi. Il titolo dedicato a Tosin Adarabioyo, che è un ragazzo di origine nigeriana, era:

GIOVANE CALCIATORE VENTENNE DEL MANCHESTER CITY CON UNO STIPENDIO DI 25.000 STERLINE ALLA SETTIMANA SPENDE 2,25 MILIONI DI STERLINE PER UNA VILLA SENZA AVER MAI GIOCATO DALL'INIZIO UNA PARTITA DI PREMIER LEAGUE

Notare come il nome di Adarabioyo non compare da nessuna parte nel titolo, così come il motivo del gesto - un regalo alla madre. E ora, il titolo dedicato al bianchissimo e inglese Phil Foden:

GIOVANE STELLA DEL MANCHESTER CITY, PHIL FODEN, COMPRA UNA VILLA DA DUE MILIONI ALLA MAMMA

"Ci sono due giovani giocatori all'inizio della carriera. Entrambi giocano per la stessa squadra, entrambi hanno fatto la cosa giusta, cioè comprare una nuova casa a loro madre, che ha investito tempo e amore per farli arrivare dove sono", ha scritto Sterling, "ma guardate come i giornali esprimono lo stesso messaggio in base al colore della loro pelle". E ancora: "Il giovane ragazzo di colore è dipinto sotto una cattiva luce. Il che alimenta razzismo e comportamenti aggressivi".

avelino

"Non sapevo avrebbero partecipato al pezzo", mi aveva spiegato Avelino qualche ora prima. "Avevo una versione con i miei versi terminata, e poi qualcuno ha suggerito un featuring. Io non c'entro niente con il grime, ma quel pezzo mi sembrava quello giusto per provare a tirare in mezzo i grime MCs. Ho un bel rapporto con Stormzy e Skepta viene dal mio stesso quartiere, quindi quando gli ho proposto di fare musica insieme è venuto tutto molto liscio. La cosa che ho apprezzato è proprio questa: loro sono artisti molto più famosi di me ma ci rispettiamo a vicenda e non si sono fatti problemi a creare musica con me. I grandi riconoscono i grandi".

A concerto finito le distanze tra pubblico e artista, già infinitesimali, si annullano. Si ritorna a vagare per lo spazio, a chiacchierare, a canticchiare i pezzi che restano nelle orecchie. La crew di Avelino se la balla, molti escono al freddo, alcuni continuano a ballare. Lui sembra sinceramente grato di essere stato chiamato a esibirsi, felice di aver portato la sua musica a un pubblico che ancora non lo conosce. Ma ancora per poco, c'è da sperare.

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<![CDATA[I Queen sono molto di più di "Bohemian Rhapsody"]]>https://noisey.vice.com/it/article/xwjk97/guida-noisey-queen-bohemian-rhapsodyTue, 18 Dec 2018 12:12:02 +0000"No escape from reality"? Eppure la realtà e la fantasia sono la stessa cosa nella vita dei veri bohemien. E infatti, non a caso il brano da cui è tratto quel verso si chiama "Bohemian Rhapsody" e dà il titolo al primo film sui Queen, recentemente campione di incassi al botteghino. La pellicola in qualche modo sostiene la tesi di cui sopra, almeno a giudicare dal trailer. Sì, perché, sono onesto, non ho ancora visto il film. Ma ho letto svariati commenti e articoli, tanto che non so se lo andrò a vedere perché temo di essere deluso da come vengono affrontati certi argomenti piuttosto scivolosi. C’è infatti chi si lamenta che si approfondisca poco il lato omosessuale di Freddie (per quanto in effetti la sua identità sessuale sia sempre stata indefinita), c’è chi protesta per l’eccessiva autoindulgenza nella messa in scena del Live Aid, c’è chi non è d’accordo sul fatto che non sia stata fatta luce sugli eccessi di Mercury e sui famosi festini della durata di giorni a base di sesso promiscuo e sostanze, c’è chi storce il naso per uno scarso approfondimento sul rapporto con collaboratori d’eccezione come Micheal Jackson e Bowie… Insomma, a giudicare dalle recensioni sembra una specie di film Disney per fan dei Queen.

Beh, non so come sia fatto esattamente il fan medio dei Queen, però di solito viene considerato come una specie di “bamboccione”, fanatico per riflesso, come quelli che tifano per la squadra che vince di più. Tanti, allo stesso modo, sono quelli che li detestano perché oramai nell’immaginario collettivo rappresentano la piaga delle band da stadio tipo i Muse, tutta pomposità e egocentrismo. Tanti li amano proprio per questo, perché in qualche modo Mercury rappresentava un supereroe, l’artista pop per eccellenza, un poster che saltellava sul palco invece di rimanere sulle pareti delle camerette. Per me, però, i Queen sono stati tutt’altro.

A undici anni i Queen hanno rappresentato per me il crossover per eccellenza, quello che poi la gente, anni dopo, trovava normale nei Faith No More, che non sono poi così lontani dai Queen, solo più estremi. Agli occhi di un ragazzino, il fatto che loro passassero dalle orchestrazioni vocali folli, alle suddivisioni ritmiche spezzate, alle ballate rock'n'roll prima maniera, alle commistioni hard psichedeliche (tipo “Now I’m Here” che praticamente cita il Syd Barrett di "Arnold Layne"), all'uso dell'effettistica atta a contrastare il sintetizzatore tanto di moda all’epoca, così che le chitarre di May e i pianoforti usati erano trattati con delay, granulator, pitch shifter e via dicendo; non tanto perché fossero contro lo strumento sintetico, ma più che altro contro la moda del suo utilizzo. E infatti lo usarono di brutto tempo dopo, creando tra i più famosi anthem synth pop della storia ("Radio Ga Ga" e "I Want To Break Free" in primis, che vede anche un sapiente solo di guitar synth) probabilmente per neutralizzarne la portata disumanizzante mischiandolo col rock.

Dal punto di vista tecnico, soprattutto in studio, erano veramente delle macine alla ricerca di qualcosa di costantemente diverso: se penso che May si è inventato un suono costruendosi una chitarra dai resti di una bicicletta e dal mobile di un parente... fu scoprendo questa cosa che per la prima volta progettai una chitarra fatta solo di elastici e di compensato: il risultato non fu certo lo stesso, ma si trattò pur sempre di un trampolino di lancio verso la realizzazione di un sogno. Insomma, i Queen erano per me la summa di tutto, anche dal punto di vista dell’ambiguità sessuale. Mercury si trombava anche i termosifoni, pare, e per questo la sua musica rappresentava un vero inno alla libertà antimachista, una libertà fiera e potente, “coi baffi”. E tra l’altro tutti e quattro erano formidabili compositori, ognuno con le propria peculiarità: tanto che uno per uno riuscirono a piazzare delle hit colossali in cima alle classifiche: cosa rara nella gran parte delle band in circolazione anche oggi.

Ora, il problema è che nella maggior parte dei casi tutti stanno in fissa con i soliti pezzi, le solite hit single, le prevedibili stronzatelle: scruto nella colonna sonora del film e non c’è manco un pezzo che deragli da quello che già sappiamo, dalle greatest hits, dagli scontati successi della band che si ricordano anche i cani. A parte "Ay Oh", il frammento in cui durante il Live Aid Freddie Mercury si cimenta in un sentito botta e risposta col suo pubblico che è poco più di una chicca per collezionisti, il resto nulla ci dice e di nulla ci parla su quella che era la vera anima del gruppo: quella sperimentale, quella che non avrebbe mai fatto una lira. Anzi, è andata anche a finire che, dopo l'uscita del film, il pezzo “Bohemian Rhapsody” sia diventato il brano più ascoltato in streaming di sempre, come se ad ascoltarlo fossero dei criceti in una ruota e non gente con un minimo di senso critico. E invece di pezzi assurdi, sperimentali e acidi i nostri Queen ne hanno fatti una caterva. Per cui ho pensato di stilare una top ten dei miei pezzi della “regina” più amati, che in qualche modo nella vita mi hanno fatto venire voglia di suonare roba zozza storta e priva di senso. Andiamoli a sentire.

"Flick Of The Wrist", da Sheer Heart Attack, 1974 (Mercury)

Avremmo potuto iniziare la nostra playlist con “The March of the Black Queen” da Queen II, un formidabile esempio di come i Queen riescano a portare l’hard rock sinfonico a livelli di vero e proprio delirio (basti ascoltare le allucinanti sequenze di campane tubolari) fra stacchi improvvisi e layer strumentali arditissimi. Ma abbiamo deciso di partire la nostra rassegna da un brano di Sheer Heart Attack del 1974, un album carico di sorprese che venne trainato dal successo del singolo “Killer Queen”. Ecco, non tutti sanno che quel singolo era composto da una doppia facciata A, contenente questo missile, “Flick Of The Wrist”. A differenza della scoppiettante e camp-barocca "Killer Queen", qui invece si respira l’abisso di un bad trip senza ritorno. Mercury non ha mai rivelato a chi si riferisse nella canzone, che sembra narrare in apparenza di una specie di demonio in vena di torturare e sfruttare la malcapitata vittima fino alla follia: a giudicare dai testi, potremmo solo pensare appunto che questo demonio sia la droga, presa in eccesso. Un brano assolutamente anticommerciale, con un andazzo proto-dark, cupo, violento tra l’altro posizionato nell’LP come la seconda parte di un medley fra "Tenement Funster" e "Lily of the Valley", e quindi la scelta di pubblicarlo come singolo fu coraggiosa per la difficoltà di editarlo. Molto lontano dai Queen che tutti conoscono.

"Death On Two Legs", da A Night At The Opera, 1975 (Mercury)

E arriviamo al disco clou, A Night At The Opera, che appunto contiene la hit “Bohemian Rhapsody”. In questo album ci sono dei numeri davvero stranianti come “Death On Two Legs”, probabilmente un pezzo il cui testo è il più crudo del gruppo. Si narra anche qui di una persona orribile che abusa di chi gli capita sotto mano, e Mercury non esita a gettare il suo odio cieco su questa figura: come se sparasse a un cadavere ancora caldo. Leggenda dice che fosse dedicato al loro vecchio manager, reo di averli sfruttati trattandoli come merce da supermercato. Musicalmente il pezzo rasenta il noise rock, con chitarre maciullate, feedback ulcerosi e chiaramente riff minacciosi uniti a ritmiche spezzate e schizofreniche. Un pezzo durissimo per una band da stadio.

"I’m In Love With My Car", da A Night At The Opera, 1975 (Taylor)

Il batterista Roger Taylor ha rappresentato nella scrittura dei Queen il più coatto del lotto. I suoi pezzi sono quelli maggiormente incentrati su un “rock'n'roll way of life” e sicuramente quelli più coatti anche a livello musicale. In questo brano, sempre tratto da A Night At The Opera, lo vediamo cantare un inno distopico, in cui il nostro praticamente fa intendere di copulare con la sua automobile da corsa, tanto che si fa mollare dalla sua ragazza piuttosto che abbandonare i suoi costumi particolari. Ispirato, pare, dalla passione malsana di un loro roadie per la sua macchina, è però impossibile non notare una malcelata strizzatina d’occhio a La grande abbuffata di Ferreri, con Mastroianni intento a perversioni automobilistiche non da poco. Un pestone hard rock in una salsa però deumanizzata che anticipa molte tendenze a venire (vedi il Gary Numan di "Cars"). È anche il lato B di "Bohemian Rhapsody", obiettivo raggiunto dopo una lite con Mercury che non voleva saperne di inserirla, viene citata un paio di volte nel film: soprattutto nella scena in cui Roger sta per lanciare una caffettiera addosso ai suoi compagni rei di non prendere sul serio il pezzo e Mercury lo ferma dicendo “Roger, in questa band c’è spazio per una sola regina isterica”.

"You Take My Breath Away", da A Day At The Races, 1976 (Mercury)

I Queen sono famosi per scrivere delle ballate a volte al limite del mieloso (vedi "Spread Your Wings"), che certe volte sono, per questo, anche al limite dell’imbarazzante. Questo è vero, ma è anche inevitabile per ragioni di vendibilità calcare la mano su alcuni aspetti compositivi di sicura presa. Ma quando ci si mettono rasentano la perfezione, come in questa “You Take My Breath Away” tratta da A Day At The Races, il sofferto successore dell’album contenente la famigerata "Bohemian Rhapsody". Un pezzo struggente, perfetto, da lacrime: solo piano, voce e rasoiate di chitarra, con un avvolgente arrangiamento vocale e un riff di piano che starebbe bene in un brano trap (fermatevi, l’ho già campionato io!). Anthony and the Johnsons sono andati a scuola da questo capolavoro di sentimento e lacerazione, con un gran finale imbevuto in un loop malato di voce tutto in reverse, che infine si libera dalla morsa dell’amore impossibile infilandosi in un tubo di sublimazione erotica.

"Sheer Heart Attack", da News Of The World, 1977 (Taylor)

È il 1977. Il punk arriva a provocare e a contestare i gruppi prog, le vecchie istituzioni del rock, i dinosauri e via dicendo. Ovviamente i Queen sono nel mirino, tanto che è famosa la rissa sfiorata tra Mercury e Sid Vicious, che registrava con i Pistols negli stessi studi. Sid, a pezzi per la droga, disse provocatoriamente a Mercury “non sei ancora riuscito a portare la danza classica alle masse?” riferendosi al fatto che indossava tutine attillate. Il contenzioso fu suggellato da un Mercury che lo tira su per il bavero e lo percula sbattendolo fuori dallo studio con un “tu saresti il famoso Stanley Ferocious?“ ben assestato. Fu così che i Queen decisero di fare un paio di brani dicendo la loro sul punk. "Sheer Heart Attack", che prende stranamente il nome dal disco omonimo del 1974, è infatti un bazooka ultrapunk che stende le giovani leve del genere, con delle chitarre devastanti e assoli dementi, rototom di batteria come raffiche di mitra, tutti grappoli di feedback alla Metal Machine Music, con un Roger Taylor protagonista assoluto alla voce e a quasi tutti gli strumenti, suonati in maniera ovviamente non tecnica visto che una volta fuori dalle pelli della sua batteria era una grattugia. Mercury nel vinile è relegato a una piccola parte vocale, mentre dal vivo la interpreta da cima a fondo. L’altro brano, probabilmente dedicato a Vicious, è "Fight From The Inside", in cui si invitano i giovani punks a pensare meno alle droghe e più a infilarsi nel sistema da lucidi per distruggerlo dall’interno. In effetti la saggezza di Taylor farà si che molti punks finiscano in quel modo, a volte riuscendo a prendere per le palle l’industria, altre invece a farsi schiacciare. D’altronde “it was the DNA that made me this way”: se non ci nasci, you are not the champion.

"Get Down Make Love", da Live Killers, 1979 (Mercury)

Un altro dei brani allucinogeni dei Queen, "Get Down Make Love", tratto da News Of The World, è l’ennesimo brano sul sesso libero e selvaggio, marziale e spastico nell’arrangiamento, con chitarre malate e squagliate, che esplode nella parte centrale con una vera e proprio suite orgasmica fatta di effettazzi, esplosioni sonore e cacofonie varie e ossessive. In questa versione live trova la sua migliore realizzazione. Un brano che non a caso venne coverizzato con successo dai Nine Inch Nails nel 1990, nel periodo di Pretty Hate Machine, in una feroce versione elettronica. A tutti gli effetti, l’originale dei Queen è da considerarsi, per tematiche e andazzo, proto-industrial rock. Se volete darci dentro sotto le coperte, questo è il brano per voi.

"Mustapha", da Jazz, 1978 (Mercury)

Come tutti sappiamo, Mercury era di origine persiana, ragion per cui a un certo punto decide, nel 1978, di scrivere un pezzo antesignano del cosiddetto arabic rock. "Mustapha" parte come una preghiera rock ad Allah per poi delinearsi in cavalcate simil balcaniche, cantato in una specie di pidgin angloarabopersiano con una serie di neologismi inventati sul momento. Un brano atipico per i Queen e anche un po’ per tutto il rock del periodo, pioniere di quello sdoganamento etnico che ora ascoltiamo in salsa Sublime Frequencies e affini (e pensando ai Mr Bungle coi loro esperimenti, anche di qualcosa di più). Non tutti sanno che fu pubblicato come singolo in Germania, Yugoslavia , Spagna e in Bolivia e tutto sommato è il simbolo di un album variegato nello stile e in qualche modo “ostico” rispetto a tutto il loro catalogo, proprio perché privo di reali punti di riferimento (ad esempio, il singolo "Bicycle Race" è un brano impossibile da passare in radio, eppure…). Un pezzo spesso richiesto dal pubblico, anche se Mercury accennava spesso solo all’intro nei live, per far cantare la platea. Evidentemente la cosa principale era sottolineare l’aspetto di preghiera e di ritorno alle origini.

"In The Space Capsule", da Flash Gordon, 1980 (Taylor)

Dopo tanti anni a denigrare i synth, ecco che chiamati a curare la colonna sonora del cult di fantascienza Flash Gordon i Queen decidono di sfatare il tabù e farne un uso smodato. D’altronde le leggi sono fatte per essere trasgredite, e ai Queen la trasgressione riesce facile. Così in Flash Gordon troviamo dei brani di micidiale cosmic ambient krautpop, come questa “In The Space Capsule”, che trasuda appunto spazio ma anche spezzoni che potremmo chiamare “musica concreta synth pop”. Ma non solo, in tutto l’album troviamo pezzoni come “Vultan’s Theme” in cui i Queen diventano una specie di band new romantic come i primi Spandau Ballet, quelli ultra sintetici per intenderci, o dei Rockets riveduti e corrotti. Sicuramente uno dei loro lavori più interessanti e singolari, soprattutto per l’aura di totale libertà creativa ispirata dai nuovi mezzi tecnologici e da una situazione filmica in cui tutto è lecito.

"Body Language", da Hot Spaces, 1982 (Mercury)

Come sia possibile che nei greatest hits questo pezzo sia raramente considerato è un mistero: eppure Hot Spaces, il disco da cui è tratto, fu il motivo per cui Michael Jackson decise di registrare Thriller. Il modello, secondo Jackson, era perfetto: un insieme di musica sintetica da club, iniettata di spunti black, che però manteneva un tiro rock (e, in effetti, Thriller è lo stato dell’arte di questa formula). È l’album meno rock di tutti, in cui i sintetizzatori sono in primo piano, ed è per questo che molti fan dei Queen storcono il naso quando ne sentono parlare. A salvare capra e cavoli per i puristi dei Queen rockettari ci pensa la famosissima "Under Pressure", ma “Body Language” con i suoi serpeggianti bassi di Oberheim e quel vuoto pneumatico erotico, è sicuramente più interessante (tanto che il video correlato fu bannato presto da MTV per il suo alto tasso di “hotness”). Il suo minimalismo all’ epoca stupì molti, ma oggi è praticamente l’attualità. I Queen ci vedevano lunghissimo, altro che pomposi dinosauri.

"Machines", da The Works, 1984 (May/Taylor)

Ritorniamo in ambito distopico, con un pezzo in cui l’elettronica è usata in maniera massiccia, forse più che in qualunque altra canzone del disco. Sequencer, vocoder malvagi, l’utilizzo di un campionatore Fairlight in cui vengono anche infilati auto campionamenti da vecchi brani. Il botta e risposta tra uomo e macchina anticipa gli scenari che oggi abbiamo sotto gli occhi di tutti, in una società pervasiva in cui la tecnologia sta distruggendo la realtà umana per sostituirla con dati digitali immateriali e dittatoriali. Dentro però pulsa ancora un cuore rock'n'roll (e nella frase “with random access memory” pulsa anche quello dei Daft Punk, che l'hanno rubata per il titolo del loro album).

E poi? Non c’è altro? Ovviamente sì, ma il film si ferma al 1985, e anche per questo ha ricevuto alcune frecciatine dato che la storia dei Queen è poi proseguita più che egregiamente. Però non vi preoccupate, è chiaro che se the show must go on, ci sarà un sequel proprio con questo titolo. Però andiamoci piano, che come cantava Freddie “too much love will kill you”. A volte uccide più idoli l'amore che il fuoco.

Demented tiene per Noisey la rubrica più bella del mondo: Italian Folgorati.

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<![CDATA[Lasciati coccolare dall'elettronica di Koropuni]]>https://noisey.vice.com/it/article/nepqnq/koropuni-cuddlesTue, 18 Dec 2018 10:09:22 +0000Se siete stati attenti a quello che succede nel sottobosco del beatmaking italiano il nome di Ok Rocco non vi tornerà sicuramente nuovo, anche se magari non per la sua musica. Rocco lavora infatti principalmente come videomaker ed è da tempo che fa parte di Avantguardia, il collettivo di musicisti e produttori italiani capitanato da Shablo. Le sue immagini, a metà tra surreale e iperreale, hanno accompagnato diversi video di cui abbiamo parlato su queste pagine. Ora però le cose stanno per cambiare.

Rocco ha infatti deciso di fondare un nuovo progetto, che si chiama Koropuni e sembra non voler dire niente. Ma un po' è questo il punto: non dire proprio niente, o quasi. IInsieme alla cantante Soonyoung Yung, Rocco si è messo a comporre beat cristallini, canzoni che sembrano fresche correnti d'acqua digitale, affiancate da immagini pensate per dire tutto ciò che le parole non dicono.

I nomi di riferimento sono i più celebri all'intersezione tra elettronica, hip-hop, dance music e synthpop: Shigeto, Shlohmo, Flume, Bonobo, Nosaj Thing, Apparat. Il tutto frullato in una buona dose di zucchero trasparente, perfetto per darsi una botta di vita prima di uscire come per regalarsi un ultimo momento di distensione prima del sonno.

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<![CDATA[Un italiano ha prodotto un beat di Method Man]]>https://noisey.vice.com/it/article/bjebd3/method-man-meth-lab-2-ronins-sunday-dsa-commandoMon, 17 Dec 2018 15:39:22 +0000Il rap e l'hip hop in Italia ci dà tante gioie e dolori, ma uno dei principali rimpianti per chiunque segua il genere qui da noi è una certa chiusura, una mancanza di contatti con l'estero. Per cui è sempre mega esaltante quando scopriamo che qualche artista italiano riesce a collaborare con artisti stranieri.

Figurarsi se si tratta di un producer come Sunday, da circa 15 anni producer per i DSA Commando, vero fissato di hip hop senza compromessi, che viene ospitato nell'album di una leggenda come Method Man, uno che dentro e fuori dal Wu-Tang Clan il rap lo ha rivoluzionato e ha contribuito a renderlo il fenomeno globale che è.

Il nuovo album di Method Man, intitolato Meth Lab Season 2: The Lithium, è uscito venerdì. La canzone prodotta da Sunday si chiama "Ronin's" ed è una manata: oscura, con degli spettrali strings sintetici e un basso sincopato e funkeggiante killer, attorno al quale si avviluppano i flow di Meth, Capadonna, Hanz On e Masta Killah. Bella bomba!

Ascolta la traccia in cima al post, o vai su Spotify per ascoltare l'album per intero.

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]]>bjebd3Redazione NoiseyGiacomo Stefaninimethod manNoisey NewsDSA COMMANDOrap italianosunday dsa commandomethod man meth labmethod man cappadonna hanz on masta killah sunday ronin's<![CDATA[Recensione: Ex:Re - Ex:Re]]>https://noisey.vice.com/it/article/qvqmk7/recensione-exre-exreMon, 17 Dec 2018 15:07:50 +0000Le chitarrine e le voci sommesse che ci cantano sopra mi hanno sempre sciolto il cuore, credo che Bon Iver, Iron & Wine e Marissa Nadler siano tra gli artisti più profondi e capaci di mettere la malinconia in note degli ultimi vent’anni e sono convinto che non ci sia come il cantautorato asciutto e spettrale per elaborare il disastro emotivo. Premesso questo, stavolta passo da questa sponda dell’Atlantico (più o meno, visto che in realtà il disco è stato in buona parte lavorato a New York, con tanto di canzone a testimoniarlo) e incrocio Ex:Re, all’anagrafe Elena Tonra, al registro delle imprese la cantante dei Daughter.

L’album, omonimo, è il suo debutto da solista ed è la musicoterapia di esorcizzazione di una storia finita, probabilmente male. Probabilmente talmente male che Elena si racconta tutta ubriaca guardare gli amici metter su famiglia e pensare a quanto lei invece faccia schifo - ed è proprio il testo di “New York” a dirlo chiaramente, benché l’alcol sia un po’ un leitmotiv di tutto il disco. E chi può biasimarla, chi non ha mai avuto il cuore a pezzi, l’umore sotto le scarpe e non si è sentito sotto un treno vedendo andare in frantumi il proprio amore. Tra l’altro tutto questo dolore ha spesso regalato al mondo dei capolavori musicali imperituri (o anche semplici dischi di merda, ma non è quello il punto) su cui l’industria discografica sciacalla copiosamente dalla notte dei tempi. Perché dai, se significasse avere ogni volta un nuovo For Emma, Forever Ago, augurerei personalmente a Justin Vernon quattro divorzi al mese.

Ecco, il debutto solista di Tonra fa parte di questo nutritissimo filone di concept album, per usare impropriamente una categoria comune, e quindi diventa difficile dirne, perché il livello di intimità e significato personale di questa manciata di canzoni va sicuramente oltre qualsiasi comprensione da parte mia, tizio qualunque che queste canzoni le ascolta solo, in un anonimo pomeriggio di fine autunno. Tuttavia Tonra ha detto che queste storie le vuole raccontare a tutti e ha scelto di pubblicarle, quindi non mi sento eccessivamente in colpa nel dire che Ex:Re convince, ma non rapisce.

Tonra è una buona cantautrice, è algida e delicata, ha un sospiro sofferente che vuoi stare a sentire, ma allo stesso tempo il suo disco è così ineludibilmente personale, così incontrovertibilmente personalista, da far sì che la sua dimensione musicale e artistica scivoli in secondo piano. "Romance" è una canzone di quasi sette minuti in cui la canzone arriva dopo quasi quattro, e prima è solo res humana. Poi quando arriva è davvero bella, ti tocca nel profondo, ma fino ad allora c’è “solo” la storia di Elena. E così un po’ per tutto il disco, che siano le puntate trip-hop di “Liar” o gli arpeggi minimalissimi e quasi emo di “Where The Time Went”, motivo ricorrente della storia di Elena è dover andare a cercare la musica sotto le parole e sotto la pelle. Soltanto la sua, però. Giusto, sacrosanto e indubbiamente catartico per lei, un po’ meno interessante per me, il tizio a caso di cui sopra che sta cercando qualcosa in un disco.

Tutte le canzoni, quando partono, hanno qualcosa da dire, il punto è che partono tardi, arrivano sempre quell’attimo dopo rispetto a quando sarebbe giusto, ed Ex:Re, che tra l’altro è un gioco di parole tra X-Ray e Regarding Ex, non diventa mai un album trasversale e partecipabile. Rimane “solo” un’elaborazione del lutto partecipata e personale. Se però solo per il fatto di essere stato composto questo disco ha potuto salvare un’anima dal baratro, beh, allora bene così.

Ex:Re è uscito il 30 novembre per 4AD.

Ascolta Ex:Re su Spotify:

TRACKLIST:
1. Where The Time Went
2. Crushing
3. New York
4. Romance
5. The Dazzler
6. Too Sad
7. Liar
8. I Can't Keep You
9. 5AM
10. My Heart

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qvqmk7Andrea BosettiGiacomo Stefaninirecensioniex:reelena tonra daughterex:re elena tonraex:re recensioneex:re streamingex:re tracklist
<![CDATA[Sono stato in Bovisa con Quentin40]]>https://noisey.vice.com/it/article/9k4qv7/quentin40-intervista-se-ne-va-bovisaMon, 17 Dec 2018 12:10:28 +0000La Bovisa è un quartiere di Milano, ma è come se fosse un paese. Il merito è della ferrovia che la abbraccia e chiude in tre direzioni cardinali e la attraversa in due come un taglio netto. Da una parte dei binari c'è il campus del Politecnico, dall'altra il tessuto urbano sorto attorno a una cascina in risposta all'industrializzazione degli anni Sessanta. Ci sono timidi tentativi di gentrificazione, palazzi nuovissimi e fiammanti che si ergono accanto a caseggiati abbandonati e spazi in disuso.

Acilia è una frazione di Roma. Sta a circa venti chilometri dal centro verso il mare, accanto a Ostia, e ha una storia di povertà ed edilizia popolare. Non è un luogo che grida disagio più di qualsiasi altra ultraperiferia in giro per il mondo. Succede poco e niente, il pomeriggio si prende il treno e si va a Roma a fare un giretto, la sera si prende la macchina e si va a ballare la techno. Almeno questo vale per "i ragazzi normali... noi no, fumavamo sulla panchina", dice Quentin40, che ad Acilia ci è nato e in Bovisa ci vive.

Arrivo a casa di Quentin in un pomeriggio di novembre. Scendo dal treno alla stazione che si affaccia su Piazzale Bausan, cuore del quartiere, e mi confondo agli studenti che vanno e vengono da lezione. A un certo punto, seguendo le indicazioni di Maps, esco dal flusso e mi trovo in una lunga via semivuota in cui ci starebbe meglio la sede di un corriere o di un'azienda metalmeccanica piuttosto che la casa-studio di uno dei giovani rapper più complessi della scena italiana. E invece è lì che Quentin vive assieme a Ruben, in arte Dr. Cream, suo mentore e beatmaker fin dai primi momenti.

quentin40 bovisa

Così fa Quentin40, che da tempo guarda la sua luna piè e le parla. Le chiede un modo per mettere in ordine la sua vita e i suoi pensieri, a lei si affida perché gli illumini la strada. Ma quando non ottiene risposte ha anche lui un paio d'ali a cui affidarsi per fuggire, volare via con piume sporche di catrame, "sì ma da me, sol-". Ode all'erba e allo stordimento, "Se ne va" si squarcia in un lamento lacerante:

Guardo la Luna, mi guarda fumare,
Poi la spengo e se ne va.

Cosa si spegne? La luna? La canna? Qualsiasi sia la risposta tutto si fa buio e Quentin resta immobile, anestetizzato, a guardare "un pezzo di sé che se ne va". Ritorna, la Luna, come simbolo di resistenza: "Posso dare la Luna". Sa di doverci mettere tutto sé stesso, in questa gara, per vincerla e lasciare un segno permanente sulla terra del mondo. Si trova di fronte a un bivio: "Posso andare di moda / Posso mettere a nudo, farne un ritratto". Ed è la seconda opzione che ha scelto, in un tentativo felicemente disperato di uccidere la mediocrità prima che sia lei ad affondare le sue zanne nella gola della nuova scuola del rap italiano.

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<![CDATA[Che cosa è successo tra Kanye West e Drake?]]>https://noisey.vice.com/it/article/vbaqwx/kanye-west-tweet-drake-dissing-say-real-sicko-modeFri, 14 Dec 2018 11:55:24 +0000Buongiorno e benvenuti a un'altra splendida giornata nel mondo di Kanye West, dove un momento va tutto bene e il successivo ricevi un SMS che ti fa fare duecento tweet arrabbiati. Ieri notte Kanye ha infatti ricevuto una notifica sullo schermo del suo telefono:

"Questo dimostra che 'sta merda è più falsa del wrestling", ha scritto Kanye. Ma perché? Tutto risale al 2009, quando Ye diede a Drake un suo beat, che diventò una canzone: "Say What's Real", pubblicata nel mixtape gratuito So Far Gone. Ora Drake ha chiesto a Kanye il permesso di utilizzare il pezzo per scopi commerciali, probabilmente per poter caricare il mixtape sulle piattaforme di streaming. Peccato che Kanye ha ancora dei sassolini nella scarpa con il suo collega canadese.

Nel tweet successivo Kanye dice di volere delle scuse da Drake per aver parlato male delle Yeezy 350 Boost, cioè delle scarpe da lui curate in collaborazione con Adidas, in un pezzo di French Montana uscito a settembre, "No Stylist".

"Sono sei mesi che sto provando a incontrarti fratello", continua Kanye, "E tu mi dissi senza dire il mio nome sui pezzi di Travis [Scott], e scrivi a [mia suocera] Kris [Jenner] chiedendo come sta la nostra famiglia". Kanye accusa quindi Drake di essersi riferito a lui su "SICKO MODE" di Travis Scott, probabilmente in questo pezzo del testo:

Ho ancora conti in sospeso, fra
Ho strisciato lungo il blocco
Ho girato a destra
Ho spento le luci e ne ho pagato il prezzo
'Sti negri pensano sia una figata ma ce li ho a vista

Kanye ha continuato il suo monologo tornando sul dissing tra Drake e Pusha-T culminato nella rivelazione dell'esistenza di un figlio nascosto del rapper canadese, poi da lui stesso confermata sul suo album Scorpion. "Te l'ho detto, non sono stato io a dire a Pusha di tuo figlio", ha scritto, sebbene Pusha abbia rivelato di essere venuto a sapere della cosa da una ragazza che aveva avuto una relazione con Noah "40" Shebib, beatmaker di Drake. E ancora: "Solo amore per te fratello, ma non scherzare con me. Stai rischiando troppo facendo questi giochini da discografico, fratello".

Le accuse sono continuate nei tweet seguenti. Quando Pusha-T ha suonato a Toronto lo scorso 20 novembre il concerto è finito in rissa: Kanye ha accusato Drake di essere dietro alla cosa e di aver comprato le prime due file di biglietti per riempirle di gente che avrebbe disturbato il concerto. E poi il colpo di scena:

Drake ha chiamato Kanye, che ha commentato la cosa con un "missione compiuta". Nonostante la telefonata, Ye ha scritto di non aver ancora dato a Drake il permesso di usare "Say What's Real" ed è poi tornato su quelli che percepisce come dissing nei suoi confronti.

Qua Kanye si riferisce a un verso di "Summer Sixteen" di Drake, cioè "Ho una casa a LA, ho una piscina più grande di quella di Ye / E amico, lasciamelo dire, la sua piscina ci sta / È solo che la mia è più grossa". Secondo Kanye "è da allora che [Drake] prova a punzecchiarmi e a fottere con me".

Kanye ha poi continuato a parlare di "SICKO MODE". Ha detto che Travis Scott, marito della sorella di sua moglie Kim, non avrebbe dovuto lasciare che "quel finto gangster" di Drake lo dissasse su un suo pezzo. Per concludere il tutto, Kanye ha scritto che "non registrerà mai un dissing" perché non vuole "mettere energia negativa in un pezzo". D'altro canto non ce n'è bisogno, dato che come è evidente la sfoga già tutta su Twitter.

Mentre aspettate che Kanye permetta a Drake di caricare "Say What's Real" su Spotify la potete ascoltare rippata e ricaricata su YouTube.

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<![CDATA[Recensione: Gucci Mane - Evil Genius]]>https://noisey.vice.com/it/article/9k48pd/recensione-gucci-mane-evil-geniusFri, 14 Dec 2018 10:22:45 +0000Anche un gangster ha dei momenti in cui si mette le pantofole e guarda la TV. Figuriamoci uno come Gucci Mane: a forza di raccontare di come sta incasinato adesso ne parla tipo seduto comodamente in un'enoteca di lusso, anche se vista comunque con disagio perché potrebbe stare a mangiare ostriche in qualche altro posto, sempre di lusso. E quindi il pozzo si è prosciugato? Beh, non direi. Verso la fine il disco dà alcune soddisfazioni, tipo "Lord" o la conclusiva "Kept Back" con un Lil Pump abbastanza in forma, in cui notiamo una certa tendenza a cercare nuove strade.

Ma il problema è che sulla carta questo disco sarebbe dovuto essere il suo migliore, il più innovativo. Ma di innovativo c’è poco. Le formule della trap cominciano a stancare un po’ ovunque e uno come lui avrebbe dovuto accelerare per dire qualcosa di nuovo che lo proiettasse nell’iperboreo, invece è abbastanza standardizzato.

Con ciò non voglio dire che il disco sia una merda, anzi. È un disco leggero, che scorre piacevole, con le melodie che ti si stampano in testa. Volendo fare un’analisi accurata, potrebbe essere un lavoro che rivela il futuro riflusso di un genere, la trap, lasciando intravedere il momento in cui diventerà il “rock dei nuovi nonni”.

Eppure adesso sto ascoltando uno Shazzy d’annata e sembra che abbia più brio di Gucci, il che dovrebbe farci pensare che il “genio del male” a volte è proprio nei dettagli e non nell’opera stessa. Stavolta a Gucci il diavolo gli ha fatto i coperchi e non le pentole.

Evil Genius è uscito il 7 dicembre per GUWOP/Atlantic.

Ascolta Evil Genius su Spotify:

TRACKLIST:
1. Off The Boat
2. By Myself
3. BiPolar feat. Quavo
4. Just LIke It feat. 21Savage
5. Cold Shoulder feat. YoungBoy Never Broke Again
6. On God
7. Father's Day
8. Outta Proportion
9. Lost Y'all Mind feat. Quavo
10. I'm Not Goin' feat. Kevin Gates
11. Wake Up In The Sky
12. Solitaire feat. Migos, Lil Yachty
13. This The Night
14. Mad Russian feat. Lil Skies
15. Hard Feelings
16. Lord
17. Money Callin'
18. Kept Back feat. Lil Pump

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<![CDATA[Recensione: Succhiamo - Mani In Fuoco]]>https://noisey.vice.com/it/article/d3bkwv/recensione-succhiamo-mani-in-fuocoThu, 13 Dec 2018 15:22:59 +0000Sinceramente, non so davvero come raggiungere i tremila caratteri richiesti per una recensione di Noisey, tanto è semplice e diretto questo album: potrei semplicemente scrivere "bomba" e mettervi un link per ascoltarlo qua sotto, come ho fatto stamattina con molti dei miei colleghi che in questo momento stanno ancora muovendo ritmicamente la testa al quinto o sesto ascolto consecutivo di Mani In Fuoco.

La Francia, in particolare quella più periferica (città come Bordeaux, Lione, Strasburgo), è ormai da tanti anni una terra promessa della musica underground più sperimentale e vitale. Nel sottobosco Do It Yourself transalpino si può trovare avventuroso synth punk, gelida cold wave, post-punk rabbioso, esperimenti lo-fi hip hop, fiero punk rock, riflessi distorti di garage rock'n'roll, svolazzi barocchi, death rock catacombale... a volte quasi tutto nello stesso album. L'ultima novità, almeno per me, è questo duo stanziato a Bordeaux di nome Succhiamo.

Si tratta del nuovo progetto dell'argentina (ma prima italiana, poi francese d'adozione) Paula H. Satàn, già vista alla voce nell'ottima band garage-psych J.C. Satàn, e Panoptique, producer di Bordeaux già sentito su un EP tra techno e ambient. I due nel loro primo album (uscito dopo un EP di due pezzi) azzeccano un fenomenale mix di Chris & Cosey, D.A.F. e pacchianissimo pop vintage italiano, anzi, Fininvestiano (Sabrina Salerno? Perché no), arrivando a suonare come una specie di MYSS KETA zombie che parla di fuochi fatui e ogni tanto ulula come un fantasma ("Mani in Fuoco"), o come i KLF che suonano a un rave ("Vecchia"), o Jo Squillo vestita di lattice al Berghain ("Desiderio di Violenza").

È un disco veloce, aggressivo, divertente e soprattutto maledettamente originale: fa una strana impressione sentire i testi in italiano su una cosa così, finché non ci si ricorda che è prodotto comunque da non-italiani e fuori dall'Italia. Speriamo vengano a insegnarci un paio di cose di persona presto.

Mani In Fuoco è uscito il 10 dicembre per Antinote.

Ascolta Mani In Fuoco su Bandcamp:

TRACKLIST:
1. Dolore Dentro
2. Mani In Fuoco
3. Desiderio Di Violenza
4. Stai Male
5. Vecchia
6. Que Pena Sin Ti

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<![CDATA[Guarda le foto della festa di compleanno di Noisey con Ceres]]>https://noisey.vice.com/it/article/8xpemz/guarda-le-foto-della-festa-di-compleanno-di-noisey-con-ceresThu, 13 Dec 2018 13:59:00 +0000Anche questo splendido articolo sul gufo theremin ci sembra di averlo postato solamente qualche giorno fa, la verità è che Noisey ha già compiuto 5 anni e martedì scorso abbiamo festeggiato il nostro ultimo compleanno, insieme a Ceres.

Martedì 11 dicembre al Vibe Room di Milano abbiamo festeggiato insieme a Ceres il nostro quinto compleanno. Oltre a una montagna di lattine di birre di tutti i colori, sul palco e in pista si sono passate il testimone un po' di persone con cui abbiamo condiviso un pezzettino della strada che ha fatto Noisey fino ad ora e promesse della scena hip-hop in cui crediamo fortemente.

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8xpemzNoisey StaffMattia CostioliLa Festa di Compleanno di Noisey