Giusto Pio Attraverso i Cieli

Come un virtuoso del violino classico è diventato un pioniere della musica italiana tra pop e sperimentazione.

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14 febbraio 2017, 10:12am

Ti fa paura la morte?
«No. Mi farebbe paura solo una morte violenta e prego di morire senza dolori. So che dobbiamo passare per la morte e cerco di mettermi in condizione per affrontarla.» 
(Giusto Pio a GDM, 2012)

Arrivarci, a novantun anni, con questa testa: me lo sono detto domenica scorsa, leggendo la notizia che "Sua Eminenza Grigia" Giusto Pio se n'è andato per inseguire quell'"auto-motion" del cosmo che aveva descritto da una vita con le sue opere, spaziando in ogni luogo musicale e da nessuna parte, come solo i veri saggi e i veri sciamani sanno fare. 

Nella remota possibilità che voi non sappiate chi è, Italian Folgorati decide di onorare la memoria del Maestro con uno speciale ricordo: perché nessuno come lui è riuscito a fondere e incarnare perfettamente il trittico (forse non casualmente titolo di un suo lavoro) classico/moderno/contemporaneo senza che l'operazione risultasse forzata o stridente. Semplicemente le sue intuizioni musicali fluivano con la semplicità e nel contempo il rigore dell'acqua che scorre in un fiume, dimostrando che la musica non ha confini e non ci sono conflitti che tengano. 

Giusto Pio è ricordato principalmente per la collaborazione con Battiato, col quale ha coarrangiato e scritto molti degli indiscutibili capolavori pop del cantautore siciliano, in cui il fatato violino di Giusto s'impennava passando da virtuosismi classici stracolmi di melodia ("L'era del cinghiale bianco", "Passaggi a livello") ad anche e soprattutto ostinati momenti punk di archi wave che facevano impallidire gli Ultravox (su tutti, "Le aquile") e guizzi di puro minimalismo alla Philip Glass: ma Pio, ovviamente, non era solo questo.

Soprattutto, la collaborazione con Battiato non era unilaterale, anzi: spesso era Battiato che collaborava con lui, in un continuo scambio di favori tra allievo e maestro. Sì perché Battiato prendeva lezioni di violino da Pio nei Settanta, colpito dalle capacità magiche dell'allora virtuoso nell'orchestra della Rai, quando prestava i suoi servigi nei programmi di varietà e intrattenimento. All'inizio Pio non ne voleva sapere di dare lezioni a chicchessia, ma convinto dal grande pianista Antonio Ballista si decise a prendere sotto le sue ali il pulcino Battiato, il quale a sua volta tenne il maestro sotto la sua protezione spingendolo a calcare i palcoscenici pop, nel tentativo di abbattere le vetuste frontiere fra classico e leggero. 

Le solide basi accademiche di Pio fanno in modo che Battiato passi dalla teoria ai fatti, con la prima collaborazione effettiva fra i due, ovvero il disco Juke Box, proprio di Franco. Inizialmente pensato per la colonna sonora di un film su Brunelleschi di Barbati/Cacciaguerra, fu poi rifiutato in blocco perché giudicato non idoneo alla pellicola. La delusione non porterà i due, oramai inseparabili amici, a perdersi d'animo: ma anzi cementerà l'idea di sperimentare la fusione fra avanguardia e pop, che passerà per il mastodontico disco Motore Immobile del 1978, prodotto e "sussurrato vocalmente" dallo stesso Battiato. È in assoluto la prima opera solista ufficiale del violinista veneto e paradossalmente è la sua parte più dronante e incompromissoria, ma naturalmente imbevuta d'intensa e pacata spiritualità e di esoterismo a tinte sinusoidali (sia Franco che Giusto erano rimasti stregati da Gurdjieff e compagnia bella).

Immediatamente riconosciuto come capolavoro, il disco, uscito per la Cramps, è ancora oggi un punto di riferimento per un certo modo di intendere il minimalismo sperimentale (vedi Tommaso Battistelli e affini), quell'"harsh melodico" che non ci si aspetterebbe da un serio signore vestito con eleganza sobrissima da vero professore d'orchestra vecchio stampo, che da giovane ha vissuto le difficoltà della guerra e, per sfuggire a una sicura impiccagione da parte dei nazisti, fu costretto a nascondersi nelle fronde dei campi suonando il suo fedele violino, unica arma di difesa a sua disposizione. 

La melodia per difendersi dalle insidiose adulazioni della società dei consumi, che spinge all'appiattimento delle emozioni: sempre presente anche nelle espressioni più dissonanti del nostro, sarà la chiave di volta per il Battiato-sound degli Ottanta. Parallelamente alle ricerche d'avanguardia i due sperimenteranno sul pop in vari modi: prima di tutto da soli col progetto Astra, A.D. 1979, in cui appunto c'è il seme acerbo di tutto quello che verrà poi, del pop "dell'inconscio collettivo", quasi mantrico. In copertina il figlio di Giusto Pio, nei credits assoluto riserbo almeno per il nome di Battiato, che qui appare con il nomigolo Kui. Il brano tornerà anni dopo in più vesti, affidato a due delle interpreti femminili più famose in ambito leggero: prima dalla Spaak con "Canterò se canterai" per poi raggiungere la sua veste definitiva con "Una storia inventata", contenuta nello splendido disco di Milva Svegliando l'amante che dorme.

Sì perché, in secondo luogo, la sperimentazione dei due ha come cavie numerosi interpreti, per la maggior parte femminili: oltre a Milva, Alice (di cui si ricordiamo la celeberrima "Per Elisa", nella cui composizione Pio ha un peso specifico non indifferente, ma soprattutto "Il vento caldo dell'estate", autentico gioiello senza tempo il cui arrangiamento col ritornello privo di sezione ritmica fece strabuzzare gli occhi ai producer tedeschi), ricordiamo Giuni Russo periodo "combat", Ombretta Colli periodo "Cocco fresco", passando per gran parte di quelli che si trovavano nella "Battiato factory". Ma prima ancora, fra il '77 e il '78, i due si fanno le ossa arrangiando i brani del Gaber di Polli d'allevamento e soprattutto diventano insostituibili factotum al servizio del cantautore omosessuale militante Alfredo Cohen, per il quale (oltre a occuparsi, ovviamente, degli arrangiamenti di "Come barchette dentro al tram") scriveranno due dei più bei brani italiani di sempre, ovvero "Roma" e "Valery", quella che poi diverrà "Alexander Platz" nelle corde vocali della solita Milva. 

Giusto Pio, una volta esplosa l'inaspettata bomba chiamata "La voce del padrone", nell'82 si preparerà con l'inseparabile socio alla sua seconda prova solista, questa volta abbandonando i droni per un assetto che in qualche modo è proto new age. Legione Straniera infatti, spinge le formule pop in territori molto diversi da quelli di Franco, mantenendo solo quella diafanità di suono già presente in Motore Immobile. Una leggerezza estrema fusa incredibilmente bene alla spinta propulsiva della solita rodata macchina wave della Battiato factory, in cui la maggior parte degli strumentali porta l'ascoltatore dall'Occidente all'Oriente, mischiando Bach con la Thailandia (in "Giardino segreto"), il kitsch con il sublime, anticipando anche le commistioni weird della world music che verranno e gli esotismi plastificati, fra la cartolina e l'idealizzato, di questi ultimi scampoli elettronici di Duemila.

Il disco vende bene, tanto che Giusto Pio bissa l'anno dopo con l'album Restoration, un passo in avanti nel discorso pop che senza dubbio influenzerà il Battiato a pattern de L'Ombrello e la Macchina da Cucire, dove il ritmo acquista giri e i suoni acustici si fanno totalmente artificiali. Come giustamente notato da alcuni, Giusto Pio usa un citazionismo musicale molto simile a quello letterario di Battiato, sostituendo a voce e testi il linguaggio del suo violino. Vero è che anche qui Battiato fa capolino con la sua ugola e co-firma i brani, ma il disco brilla tutto dello spirito eclettico di Pio, il quale si diverte a strapazzare Fairlight e affini per il puro piacere di farlo. Il risultato è il disco pop più duro e più gagliardo del lotto. Forse proprio per l'approccio ludico (basti ascoltare la frenesia di "Gente al lavoro" o la warpizzante "Radio taxi" o i tempi dispari e spiazzanti di "Passato e presente" e la batteria elettronica quasi Alan Vega style di "Rodolfo Valentino"), sicuramente si tratta del suo Orizzonti perduti.

D'altronde nel 1984 il nostro Giusto guarderà anche lui dentro un cannocchiale puntato verso il cosmo, pubblicando un singolo chiamato (come da intro) "Auto–motion", una bestiale e malinconica cavalcata synth pop a orologeria, con stacchi apocalittici e testi ancora più minacciosi di un Battiato che si presta a cantare l'implosione dell'intero pianeta Terra (forse profetico? Ai sopravvissuti l'ardua sentenza).

Dopo questa esperienza Giusto Pio si prende una pausa dal pop, per tornare in carreggiata nel 1987 con Note. Un disco che alleggerisce di molto la precedente esperienza, entrando in campi più marcatamente new age, genere allora definito e in auge, ma con batterie elettroniche che fanno pensare all'album come al suo Canzoni Preghiere Danze. L'opera pop più digitale di Giusto Pio a volte esplode in momenti melodici di pura PC music, assemblata, cotta e mangiata, come se i suoni fossero prodotti dai synth interni alla scheda audio di un computer: a volte invece incontra le arie del pop cinese infarcendole di sequencer sognanti, a volte sembra trasfigurare in zone molto più alte il concetto che fu dei Rondò Veneziano di unire la musica barocca al pop. 

In ogni caso, anche questo esperimento risulta oggi come oggi attualissimo, una new age neoclassico/accelerazionista in cui tutto è artificialissimo, come arredamenti di una casa aristocratica del 3440 o come una sonorizzazione per ristoranti coreani in ambienti asettici di Marte (vedi il clamoroso brano "Porcellana"). In questo disco sparisce la mano di Battiato, lasciando Pio forse al suo primo disco "di massa" in cui deve vedersela con se stesso: e in effetti Note non avrà grande riscontro, dimostrando che anche il pop easy listening può essere un'esperienza stravolgente. Se ascoltiamo "Capitano Nemo", ad esempio, siamo catapultati in un futuro alla Blade Runner che clamorosamente sembra già passato, rivoltando le coordinate spazio temporali in maniera tanto repentina che può essere paragonata alla sensazione di un bad trip da oppio, all'inizio piacevole, ma poi la testa esplode (altro che hauntology).

Battiato ritorna nel disco successivo, Alla Corte di Nefertiti, ma solo perché a pubblicarlo è L'Ottava, l'etichetta discografica personale di Franco. Alla corte... riprende le suggestioni di Motore Immobile attualizzandole: riecco i test-tone impreziositi da sintetizzatori volanti e arpeggiatori spaziali, con una visione d'insieme fra armonia e illusionismo che non ti aspetti da un uomo che già all'epoca de L'Era del Cinghiale Bianco non era più un giovanotto. Qui sembra di sentire un ragazzino che smanetta con le tastiere digitali di ultima generazione, cavandone un universo tale che a un certo punto rischi di sentire Egyptrixx dopo bordate di mallets e programmazioni ritmiche stile marcetta a settantaduesimi o giù di li. 

Nato per commentare la mostra di scultura "Molte bianche ali sospese sì gli aquiloni!", il lavoro rende anche da solo proprio per l'eccezionale capacità di evocare un volo verso azzurrità lontanissime e sconosciute. Sicuramente uno dei migliori lavori di Giusto, ma il meglio deve ancora arrivare. 

Appunto, nel 1990 esce Attraverso i Cieli. Un disco micidiale, in cui Giusto Pio anticipa quasi Fatima al Qaadiri e compagnia bella, ma superando tutti in freschezza. Forse il suo capolavoro dei Novanta, Attraverso i Cieli è un turbinio di armonie veramente celestiali, pozze di macchinari sintetici che avvolgono l'ascoltatore in una spirale di goduria e voci artificiali che materializzano un'atmosfera ronzante di UFO argentati che sfrecciano nell'aere. Un paradiso di purezza digitale portato all'estremo, come se al posto dei synth passasse le dita inumidite su bicchieri di cristallo: anche il caos delle percussioni finali mischiato a cori artefatti è delicatissimo, armonico, necessario, proiettato nel futuro dei nativi digitali.

Alle distopie il nostro eroe preferisce le Utopie, disco uscito nello stesso anno come una versione ampliata di Attraverso i Cieli: ecco spiegato come nella musica di Giusto Pio ci sia spazio anche per una cosa come la "Missa Populi", scritta per Giovanni Paolo II, il cui titolo dice però già tutto sull'effettiva operazione in cui Dio, di base, è la sostanza dell'anima dell'uomo (ovviamente cristallina, sequenziata e digitale). Dirà lo stesso Pio dell'esperienza/concerto in Vaticano con Battiato: "Guarda, non è che qui abbia avuto più soddisfazione di quando andavo a suonare con un'orchestrina in una sorta di balera a Montebelluna. Ricordo che fuori dalla stazione c'era un vecchio magazzino con le porte di ferro punteggiate di buchi fatti dalle schegge delle bombe. Non c'era riscaldamento, ed era la gente che ballando riscaldava il posto".

Insomma, un uomo in cui convivono la concretezza della terra e una tensione spirituale che passa attraverso una sorta di "animismo musicale", dal quale il creatore di tutte le cose, se proprio deve esserci, viene dal suono del vivere ogni giorno come fosse l'ultimo.

Ed è proprio in una delle sue ultime creazioni che l'umanità di Giusto Pio viene alla luce in tutta la sua grandezza. Ci lascia, infatti, tra le tante opere compiute o meno, due brani: "Clandestino" e "Centro d'accoglienza", dove musica il dramma attualissimo di tanti uomini e donne in cerca di libertà, libertà negate da un mondo che non riconosce più il sacro dell'esistenza e tiene troppo il naso a nord, per citare Enzo Avitabile. Scrosci di rumore bianco tra armonie soavi, è l'uomo che combatte la violenza del mare intesa come rifiuto del prossimo e trappola di morte, quella che tutto porta con sé senza ritegno.

A fronte di ciò, Giusto, ormai ottantasettenne, rivela in un'intervista a GDM del 2012: "In una mia composizione, dove la vita finisce, c'è un fascio di suoni che è come una luce, e va lungo lungo, dura più di un minuto, due tre note assieme che si perdono nell'infinito. In fondo non ci ho mai ragionato molto su questi temi. Cerco di vivere e sono in attesa, sapendo che c'è un percorso da fare e adesso che ho 87 anni, so che non andrà più in salita, ma in discesa. Sento che succederà qualcosa, ma non mi struggo a pensare che cosa". 

Maestro, ora sappiamo che attraverso i cieli c'è una luce che brilla e ci guida: quella del suo violino che sempre ci farà vibrare l'anima. Celestial tibet per capitani coraggiosi.

I Gloria Mundi , una delle meno note collaborazioni di Giusto Pio : un supergruppo con Micheal Righeira e Carlo Corradini, autore per Mango e Scialpi: quando il pane era polenta.

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