Jovanotti era un giovane hippie

Prima di diventare un profeta dei buoni sentimenti, ma dopo essere stato un teppista che pensava solo a far festa, Lorenzo passò un'altra breve e folgoratissima fase: quella anni Sessanta.

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11 dicembre 2017, 3:00pm

Come un serial killer al funerale delle sue vittime, eccomi ritornare a parlare di Jovanotti dopo la mia controversa recensione del suo ultimo album Oh, Vita!. In realtà la versione originale del mio scritto era ancora più, diciamo, colorita, ma è stata in seguito rimaneggiata un po’ per farla passare attraverso le maglie della censura - un po’ troppo, per i miei gusti, ma questo è il "giornalismo", bellezza. Comunque non ritratto nulla. Prima che mi assegnassero questa recensione, tra l’altro, mi trovavo in un negozio di dischi per fare un regalo di compleanno e dalle casse hanno iniziato a uscire dei suoni rivoltanti, seguiti da una voce familiare. Era lui: Jova, in preda a se stesso.

Eppure, cari lettori, non dovete pensare che ce l'abbia sempre avuta con Jovanotti, affatto. Già un po’ di tempo fa, analizzando la colonna sonora di L'Estate Addosso (pure quella era impossibile da ascoltare, ma vabbè) ripensavo con nostalgia al Jovanotti di "Gimme Five" — anzi, potrei dire addirittura che rimpiangevo il suo primo vagito, "Walking", a tutt’oggi a mio parere il suo vero capolavoro con quei mischioni di campioni a cazzo di cane e tastiere verniciate ma potenti.

Perché l’arrivo di Jova sulle scene e la conseguente ribalta furono sicuramente un momento di grande novità, almeno fra i giovanissimi. Jovanotti for president andava a ruba, ma la cosa più interessante è che solo metà dei dischi da lui stampati furono effettivamente comprati: il resto era tutto rigorosamente doppiato su cassetta in maniera pirata, spacciato di sottobanco nei negozi di dischi senza alcun bollino SIAE, passato di mano in mano nelle scuole o nei villaggi vacanza come nemmeno le produzioni degli Squallor o di Nino D’Angelo, tanto che di fatturato avrà perso non si sa quanto. Evidentemente, per molti il prodotto non era sufficientemente ok da spenderci i soldi, ma allo stesso tempo non potevano farne a meno.

Parliamoci chiaro, il primo album di Jovanotti, anno domini 1988, fu un successo principalmente di costume, perché era una figura che in Italia mancava. Erroneamente si pensa che lui fosse un rapper, ma in realtà era l’anello di congiunzione tra l’italo disco, il giovanilismo rock alla Vasco Rossi che voleva una vita spericolata (con o senza le droghe, che importa? Tanto non si dorme uguale e i neuroni bruciano lo stesso), la nascente house e poi sì, ovviamente l’hip hop, ma tutto sommato all’ultimo posto. Con i punti di riferimento cazzoni del rap bianco che all’epoca, ovviamente, erano i Beastie Boys (i quali però l’anno dopo già fanno un upgrade notevole con Paul’s Boutique, mentre Jovanotti sta a guardare). I concetti sono identici, con concessioni al demenziale che pure aveva fatto la storia della musica italiana underground, ma non mi pare che nessuno si sia sognato di contraddire i Beasties, mentre a Jovanotti la critica più seriosa non perdonava nulla, accusandolo di avere l’acqua salata nel cranio. Critica che poi ha puntualmente fatto marcia indietro quando il nostro ha cominciato, ahimè, a “usare la cabeza”.

Da lì non c’è stato più verso di vedere il buon vecchio Jovanotti che si limita a fare casino, bensì uno con la sindrome del profeta: un pezzo di pane a prima vista, ma irritante considerato per chi ricordava i suoi exploit sul palco delle varie serate d’onore, o quando si lanciava in otto ore ininterrotte di diretta radio e roba del genere, producendosi in risate decerebrate e occhi vuoti al seguito.

Sicuramente era un'inarrestabile pila di ormoni, qualità che ha alimentato la leggenda di tutti i suoi show, probabilmente oscurando il vero o presunto valore di quello che stava suonando. Insomma, dai, Jovanotti era un alieno, nel bene e nel male: neanche si capiva quando parlava e questo estraniamento faceva sicuramente colpo. Poi si è normalizzato interiorizzando tutto quel mondo cattocomunista volemose bene facilone. Voi direte: "Beh, meglio così, no? Non è più importante la pace nel mondo?". Il problema è che, più che verso la pace nel mondo, le sue posizioni sembrano indirizzate verso un consenso populista e generalizzato.

Il primo Jovanotti, quello cazzaro, prodotto dal re Mida Claudio Cecchetto, che in seguito continuerà a collaborare ma in modo meno invasivo, regge per due album. Il primo, Jovanotti for President, già l’abbiamo citato; il secondo è La mia moto, dove il nostro spolvera la sua solita attitudine happy rap con un velo di ska e rock n roll, ma soprattutto inserisce maggiori elementi metallari, che più che dai Beastie Boys sembrano derivare dalla tradizione di Alberto Camerini, quello di Angeli in Blue Jeans.

La differenza fra Alberto e Jova è che il primo troverà in questa formula il definitivo crollo di una carriera, perché si arrischiò a una formula impopolare in un periodo in cui in Italia regnavano le mode monolitiche (paninari vs metallari vs dark vs punk ecc). Jovanotti invece arriva nel pieno del crollo delle ideologie politiche (il muro di Berlino) e musicali (il crossover che prende piede) e piazza il mattone di una grande piramide, soprattutto per gli 883 che poi svilupperanno meglio questo stile. Le copie vendute sono 600 mila, è un grande successo. Tra l’altro l'album viene concepito durante il servizio militare, dopo il quale sarebbe naturale aspettarsi una certa "maturazione" umana e politico, ma non per Lorenzo. No, affatto: party sia e party deve essere, anche se Asso, la sigla del telefilm Classe di Ferro, per la regia di Bruno Corbucci, tutto incentrato sulla naja, è effettivamente un accorato brano antimilitarista che ha poco del Jova spensierato ed è, in effetti, una delle cose migliori del suo primo periodo. Ma ovviamente cadrà nel dimenticatoio.

La realtà è che la gente cominciava a storcere il naso: troppi riempitivi nel disco La mia moto (tra i quali l’inutile plagio dei Madness, "Ci si skiaccia", o quella frescacciata di "Cowboy", davvero inutile), non che il precedente fosse fucina di capolavori, però insomma ci poteva stare col suo effetto novità stile chissenefrega, a suo modo punk dell’era MIDI. Il militare, sicuramente, con le sue restrizioni, ha attentato alla popolarità del nostro, che come Elvis si ritroverà a un bivio.

Questo bivio si materializzerà nel disco Giovani Jovanotti, il terzo album del 1990, che, udite udite, è a tutti gli effetti l’unico disco “psichedelico” di Lorenzo e rappresenta un cambiamento quasi scioccante per i suoi fan e per tutti quanti, in fondo. Italian Folgorati lo rispolvera per voi.

Perché scioccante? Perché, invece di indossare boxer e cappellini, si presenta in zazzera, basette e abbigliamento psych anni Sessanta con tanto di cravatta paisley, in una specie di totale cortocircuito temporale. Ovviamente c’è un motivo: oltreoceano ci sono di De La Soul, il flower hip hop, i PM Dawn che muovono i primi passi, c’è la mitica "Groove is in the Heart" dei Dee Lite con relativo video acidone, e soprattutto è l’anno di Screamadelica dei Primal Scream, il britpop e Madchester sono una realtà in ascesa... Insomma, il Sixties Revival contagia tutto il mondo.

Jovanotti accoglie immediatamente con entusiasmo questa estetica e questi suoni retrò, anche se probabilmente il cambiamento è troppo repentino. La cosa più strana è la presenza di “vere canzoni”, nonché ospiti che rappresentano i miti dei matusa. Alcuni nomi? Keith Emerson, Billy Preston, Mick Talbot degli Style Council e i Memphis Horns, pagati a suon di dollaroni fruscianti. Altro che Giovani Jovanotti, qui sarebbe meglio dire Giovani Jovecchiotti, almeno per il fan di primo pelo. Invece è un tentativo di Lorenzo di tornare alle radici del groove ma soprattutto di allargare il suo pubblico a diverse fasce d’età, acquistare un minimo di credibilità, far capire anche agli scettici che è capace di fare qualcosa di più “maturo”, che insomma ha sale in zucca, conosce la musica e non è solo un tipo da motivetti usa e getta. Per far vedere step by step quest’ambizioso cambiamento è ospite fisso alla trasmissione Fantastico, condotta da Pippo Baudo, il quale sarà prevedibilmente aspramente criticato nel successivo album (le famose “stronzate che mi dice Pippo Baudo”), ma che lo volle a tutti i costi in trasmissione, preparando una vetrina storica del passaggio dal Jovanotti “cattivo” a quello “buono”. Questo a livello d’immagine e di concetto: ma il disco in sé?

Beh, archiviamo subito uno dei brani, forse l’unico di questo disco che realmente è rimasto nell’immaginario delle masse, ossia “Ciao Mamma”. C’è Cecchetto alla scrittura, il quale supervisiona tutto il disco anche se in maniera fortunatamente defilata. Solo in questo brano si mantiene un discorso “da stadio”, con quel linguaggio tipo “libidine” ecc., molto da pischelli, totalmente spensierato ma anche assolutamente datato già allora, un brano che non dice poi tanto se non "mi sto divertendo e non so perché", quelle esperienze tipo primo maggio che siamo felici perché c’è un sacco di gente, ma non vediamo il palco e non ce ne frega niente. Non è questa la cifra dell’album però, manco per niente.

La cifra invece parte subito con l’incipit, "Gente della notte", oggettivamente un pezzone. “Mi chiamo Jovanotti e faccio il DJ / non vado mai a dormire prima delle sei”. Un’ode lucidissima alla notte e ai suoi eroi che, per chi vive la situazione, è uno dei testi più veri di Jova: puttane, spacciatori, poliziotti, travestiti, gente di ogni colore, gente in cerca di guai e tanta bellezza, quella del mistero dell’altra faccia del giorno, visto come orrore quotidiano. La notte invece è libertà, un contesto dove finalmente nessuno è normale e va bene così. Musicalmente è un manifesto, non privo di poesia: Hammond e piani elettrici tipicamente Sessanta/Settanta (Billy Preston al comando), citazioni degli Zeppelin e dei Beatles, un funky leggermente blaxploitation e il testo rappato in maniera ispirata. Un’assoluta novità per Jovanotti e, con un certo stile che gli va riconosciuto, i suoni di plastica dei suoi primi lavori scompaiono magicamente. È una svolta evidente, i matusa dovranno ricredersi.

Il seguente brano si chiama “I numeri”. Con un intro alla Bo Diddley, è un brano attualissimo se non altro per la frenesia odierna a proposito del calcolo delle visualizzazioni, dei click, degli ingressi. “Si parla solo di numeri, la gente dà i numeri” e infatti una serie di calcoli sbagliati nel testo sottolineano il cervellone elettronico (ma soprattutto quello umano) che va in tilt. Una critica all’informatizzazione selvaggia e soprattutto alla trasformazione degli individui in meri algoritmi, un andazzo che ricorda anche il primo Celentano (molti all’epoca saranno i paragoni fra Jova e il molleggiato, la figlia del quale, Rosita, fra l’altro era fidanzata proprio con Jovanotti), il ritornello si apre con un break di batteria, il famoso sample di "Funky Drummer" di James Brown, usato da tutto il giro hip house e compagnia cantante, tra cui i Public Enemy. Bassi che rotolano alla perfezione e voci femminili alla Dee Lite uniscono quindi ancora una volta il funk dei Novanta con i Sessanta, con tanto di ricchi fiati. È un brano diretto che scorre via senza smagliature. Come diceva in "Vasco", “facciamo i scemi e qualche volta pensiamo”: in questo caso Jovanotti sta pensando un po’ più del solito. Ma vediamo cosa succede dopo.

“C’è bisogno di te” è un'altra sfunkettata basata sul solito Hammond con annessi assolazzi e fiati, arringa che è diretta proprio ai matusa: “C’è bisogno dei figli che vi diano dei buoni consigli”, si rovesciano i ruoli. In pratica è un pezzo semi deep funk con uno stacco iper-beatlesiano, davvero stupefacente nell’arrangiamento psichedelico, che se lo sentono i Flaming Lips glielo rubano subito anche per la ricostruzione delle voci pitchate tipiche dei Fab Four. Jovanotti parla di una generazione nuova, che si confronta con la precedente senza problema e si rimbocca le maniche abbandonando il nichilismo edonista degli Eighties per la serie, con velate allusioni a un certo tipo di collettivismo ("c’è bisogno di te ma non soltanto di te"). Insomma, nella musica di Lorenzo entrano dei valori costruttivi molto lontani dalle orecchie spaccate così, tanto per divertirsi, che trovavamo nel disco precedente.

Dicevamo degli ospiti: Keith Emerson debutta nel disco con “Giovane sempre”, producendosi nella sua migliore performance nell’album. Un brano house psichedelico ovviamente riferito alla nuova onda british, con tanto di drum machine a rotella e wah wah, in cui Jova rivendica l’importanza di essere giovani non tanto fuori quanto dentro. In tutto il disco si sente questa necessità di rompere i confini fra vecchio e nuovo, che sono a tutti gli effetti una barriera erta a interrompere flussi energetici e cambiamenti epocali. Questa è la politica del Jovanotti anni Novanta: il problema del mondo è la mancanza di comunicazione fra le generazioni. Ebbene, a proposito di giovani, sarebbe stato curioso ascoltare una versione di questo pezzo in bocca agli Happy Mondays: sfortunatamente Jovanotti, a sentir lui, non si drogava, altrimenti forse avremmo avuto una marcia in più nell’andazzo vagamente acido del brano.

“Diritti e doveri”, un pezzo direttamente figlio di "Venus" degli Shocking Blue e di "Money" di Barrett Strong, che a parte la tamarraggine dei doppi sensi ("tiralo fuori fallo vedere"?) è un inno alla danza liberatoria, all’espressione spontanea che “non è un diritto ma un dovere”. Giri di bassi rotolanti con campionamenti direttamente dai cori di "Wanna Be Startin' Somethin'" di Micheal Jackson: Emerson fa abbastanza poco, il minimo sindacale, ma il suo Hammond dà comunque corpo al brano colorandolo di fricchettonaggine.

"Sceriffo e bandito" invece è un quadretto western, cosa non nuova, che sembra una specie di ripresa di "Cowboy" (contenuto in La mia moto) ma meglio arrangiata e meglio centrata, un country blues pestone con ancora Emerson all’honky-tonk piano. Metafora sul nuovo che avanza in doppiopetto che però nasconde i peggiori criminali, visione lucida della situazione politica italiana che ahimè manderà tutto in vacca negli anni seguenti, vede però l’ingresso a buffo di Gesù Cristo che punta il dito giudicando i potenti, primo inquietante ingresso cristologico nei pezzi di Jovanotti. Nel suo essere un pezzo divertente e nulla più vede però già i semi inquietanti del Jova “profeta” che verrà.

“Volo” ha interessantissime sequenze d’apertura di campionatore, è un lentone blaxploitation che parla di Jovanotti che guarda le zinne della tipa nell’autobus mentre va a scuola e… vola letteralmente con la fantasia erotica. Insomma, un pezzo dalla base hot, lui che scopa in treno, genere public places, un brano che più carnale non si può. Viole artificiali, chitarroni liquidi, c’è anche spazio per un'apertura prog tipicamente italica con synth epici e assoli di chitarra che sembrano ispirati ai dischi elettrici di Miles Davis. E stacchi impensabili fino ad oggi in un disco di Jovanotti, c’è da dirlo. Meno male che prima il nostro parlava di Cristo! Ora pare che gli interessi più la Maddalena.

“Only You” vede un campionamento sfacciato di "Only You" dei Platters, unico pezzo in inglese che vede Cecchetto stemperare il momento freak del disco infilandoci un’improbabile e maccheronica dichiarazione d’amore di una ragazzetta per il suo DJ preferito. A parte questo però, il pezzo sfoggia un piano elettrico della madonna, gira senza dubbio come un motore acid jazz con anche campionamenti degli Wham! inusuali. Per un attimo il discorso psichedelico si sposta in area Primal Scream, almeno a livello di base. Il brano più “moderno” del lotto insomma.

“Never let me go” sembra andare di pari passo: si sposta su un raggamuffin digitale ma scaldato da organi e clavinet analogici, missilone da dancefloor cantato in inglese, una canzone d’amore senza fronzoli ma molto fresca, tutta amore e presa bene. Perché no? Possiamo anche mettere da parte il resto, magari facciamoci anche un mega cannone, va (tanto Jova dice che non lo fuma).

“Saluti a chi” è un fumoso jazz con tutti i crismi e tutti i pezzi al loro posto, in cui Lorenzo racconta il disco e la sua comparsata resident a Fantastico col suo solito fare cazzaro. A prima botta direi che è un brano imbarazzante, però se penso a roba tipo “You Know My Name” dei Beatles mi dico anche che non ci vedo nulla di differente a livello di divertissement, solo Jovanotti. Per cui il ragazzo ha sicuramente studiato, sette più.

“Theme from Cowboy” è il finale firmato Michele Centonze, deus ex machina di tutti i dischi di Jovanotti fino agli anni 2000, tra l’altro ex progger nei MMD e quindi perfettamente a suo agio in un certo tipo di sonorità. In questo caso gli da giù di house “all’italiana”, per un finale in cui i campionatori e l’elettronica finalmente si sfogano, per una PC music ante litteram.

Che dire: all’epoca il disco fu un fiasco totale. Dicevano che Jovanotti era finito. E invece fu a tutti gli effetti l’inizio di una trionfale risalita. Oggi che il fricchettonismo psichedelico è ritornato in auge anche nei club, nell’elettronica, nel rock, in quelli che sono i figli della new age e nei nativi digitali avvezzi alle realtà virtuali utopiche e distopiche, Jovanotti forse ha scritto con Giovani Jovanotti il disco più attuale di tutto il suo lotto. Certo, il successivo "Una tribù che balla" va considerato come la vera alzata di testa, con l’ingresso del tuttofare Saturnino che di certo ha avuto un peso possente in tutta la carriera successiva di Jova, dando spessore a quelle che erano le reali passioni musicali del nostro Lorenzo.

Ma un disco così weird non l’ha più fatto. A meno che non vogliamo considerare l'ultimissimo Oh, Vita! come il parto di un cantautore outsider che ha perso il contatto con la realtà e quindi, che ne so, ne è uscita una storia fuori da ogni criterio critico alla Mauro Repetto di Zucchero Filato Nero. Ma lì Repetto c’era, qui Jova mi sa che ci fa. E purtroppo ci fa... cacare. Posso dirlo?

Demented è su Twitter: @DementedThement.

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