Il blackgaze ha portato la luce nell'abisso del black metal

Storia del genere che ha fatto sposare la furia cieca del black metal con le melodie sognanti dello shoegaze.

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ago 9 2018, 8:46am

La Francia non ha mai avuto chissà quale pedigree, in ambito estremo. Mentre la Germania scapocciava allegramente sulle note dell’Inverno Nucleare, la Norvegia dava fuoco alle chiese e la Svezia si riprendeva dalla sbornia hard rock ottantiana sputando death metal putrefatto, il Sud dell’Europa se ne stava più o meno placidamente a guardare. Con l’avvicinarsi del cambio di millennio però, qualcosa è scattato nei nostri cugini transalpini, e dall’eredità di quel qualitativamente discutibile movimento che furono Les Legions Noires prese pian piano vita una scena, in particolare una scena black metal, che oggi è tra le più floride al mondo.

All’interno di questo calderone rosso, bianco e blu, all’inizio degli anni Duemila muoveva i suoi primi passi un ragazzino dal profilo pronunciato che fin dalla tenerissima età si guadagnava da vivere e reputazione come turnista. Si chiamava Stéphane Paut, ma i suoi fan l’hanno sempre chiamato Neige, come la neve che nella sua Avignone si vede sempre più di rado, e che probabilmente in lui ha sempre evocato paesaggi esotici e lontani. Neige iniziò la sua avventura metallara come batterista dei Peste Noire, formazione chiacchierata a causa di una dichiarata simpatia del suo leader La Famine per le ideologie di estrema destra; meno che quindicenne, il ragazzo si è poi successivamente distanziato da qualsiasi coinvolgimento e affiliazione destroide, chiarendo la sua totale estraneità artistica alla sfera politica. Nondimeno, i Peste Noire sono un progetto particolarmente interessante dal punto di vista prettamente musicale: continui riferimenti a poeti più o meno celebri (da Baudelaire a Christine de Pizan) e utilizzi più o meno impropri di strumenti acustici e influenze diverse hanno reso la loro interpretazione del black metal una delle più personali degli ultimi vent’anni. E Neige, come è giusto che sia, bevve avidamente da quella fonte, scoprendo che il black metal non doveva per forza limitarsi alla furia cieca (ma nemmeno, fortunatamente, al nazionalismo). Non solo: la sua grande intuizione fu quella di unire il suo amore per le chitarre distorte e il tremolo alla sfrenata passione per effetti e pedaliere e per i riverberoni dei primi anni Novanta.

A neanche diciannove anni, più o meno consapevolmente, Stéphane tirò fuori dalla naftalina il suo progetto delle medie, sotto il cui nome aveva registrato solamente un demo anni prima, e ne fece qualcosa di profondamente diverso. Alcest pubblicò l’EP Le Secret e, con due canzoni dalla produzione sgangherata, scombinò le carte sul tavolo del black metal. I suoni erano tremendi, usciti dallo scantinato di un metallaro squattrinato, ma le idee erano assolutamente nuove: i riffoni zanzarosi e i suoni freddi questa volta non urlavano dolore e disperazione, ma di quelle volte in cui gli alberelli mossi dal vento iniziavano un curioso balletto e di come il nostro spirito si possa elevare e purificare con l’aria fresca nel cielo azzurro. Il tutto condito da una serie di effettoni a metà tra il fascino etereo degli Slowdive e la malinconia da sconfitti dalla vita dei My Bloody Valentine.

Per un paio d’anni ci si chiese di cosa si fosse trattato, se Alcest avesse pubblicato Le Secret un po’ per sbaglio o se ci fosse davvero della carne da cuocere su questo fuoco di emozioni novantiane. La risposta arrivò nel 2007, e si chiamava Souvenirs D’Un Autre Monde. I suoni erano stati aggiustati, lo scream (che in Le Secret era usato solo in uno dei due brani) era definitivamente sparito, l’immaginario estetico era ancora più curato e gioioso. A prima vista qualsiasi collegamento con il black metal sembrava definitivamente abbandonato, ma bastava ascoltare la chitarra ritmica per accorgersi che era ancora tutto lì: la batteria asciuttissima, il tremolo, le strutture circolari tipiche di un certo modo di fare black metal figlio di Burzum. Il fatto è che tutto questo veniva sommerso da arpeggini, vocalizzi soavi, copertine colorate con bambini che giocano nei prati e joie de vivre, ed era lecito aspettarsi che ai metallari, nichilisti senza frontiere, una roba del genere proprio non potesse andare giù. Nessuno si immaginava che la Prophecy Productions, etichetta tedesca da sempre attenta alle derive più colte del black metal e del neofolk, avesse trovato una gallina dalle uova d’oro (da cui, ad oltre undici anni di distanza, non si è ancora mai separata) e contribuito alla nascita di una nuova corrente all’interno dell’asfittico panorama black metal. Era definitivamente nato il blackgaze.

Dapprima il fenomeno rimase ascritto entro i confini francesi, e anzi, legato a doppio filo allo stesso Neige, che sembrava voler ficcare l’imponente nasone in qualsiasi progetto seguisse i suoi spunti. Fu in questo periodo che uscì l’unico, omonimo disco degli Amesoeurs, progetto in cui Neige aveva iniziato a far confluire un po’ delle sue idee, mitigate dalla presenza di alcuni altri musicisti nell’orbita dei Peste Noire e dell’amico Fursy Teyssier. Amesoeurs, uscito sotto la bolognese Code666 nel 2009, era un disco solo a tratti black metal, con un sacco di shoegaze e diverse punte di depressive rock da Katatonia versione fine anni Novanta. Le venature nere al suo interno erano limitate a un paio di pezzi, qualche blast-beat sparso e ai momenti in cui la voce cristallina di Audrey Sylvain si trasformava in un urlo disperato. Per la sua natura così profondamente ibrida e per la presenza di troppe teste pensanti, la band non riuscì a trovare una propria identità e a costruire un percorso, e appena dopo la pubblicazione dell’album si sciolse.

Il punto fermo sugli Amesoeurs diede la possibilità a Teyssier di concentrarsi sull’altro suo progetto, che di lì a breve avrebbe contribuito enormemente a rendere ancora più profondo il solco tracciato da Alcest: Les Discrets. Agli albori del 2010, sempre sotto l’ala di Prophecy, esce Septembre Et Ses Dernières Pensées. Più cupo e ombroso rispetto a Souvenirs, i punti di contatto sono evidenti, così come è evidente l’influenza che Teyssier ha assorbito con l’esperienza Amesoeurs: voce pulita, arpeggi e chitarre black metal pastosissime ad amalgamare e portare negli anni Dieci un sound preso di peso da un quarto di secolo prima. Paradossalmente, sono proprio Les Discrets, l’unica band a non avere un retroterra prettamente metallaro, a trovare il punto di equilibrio tra il più e il meno, gli umori (quasi) positivi di un genere come lo shoegaze e quelli totalmente negativi del black metal, grazie ad un lavoro oscuro e immaginifico, vicino al metal anche a livello estetico e grafico (Teyssier è anche illustratore, e l’artwork di Septembre è una sorta di illustrazione black metal per bambini che non sfigurerebbe in una raccolta di fiabe dei Grimm).

A questo punto, nell’arco di poco più di tre anni e in altrettanti dischi, questo strano ibrido tra shoegaze e black metal non solo era nato, ma era anche stato pienamente codificato. Alcest aveva dato il La, stravolgendo tutto e allontanandosi completamente dall’estetica e dal sound metal; addirittura, i suoi rimandi mitologici sfuggivano al mondo norreno per ripescare leggende celtiche (“Tir Nan Og”, la versione irlandese dell’oltretomba, dove tutti vivono felici), tipicamente più vicine agli ambiti folk. Les Discrets mantenevano un immaginario di riferimento cupo, con pezzi che si chiamavano “Il volo dei corvi”, “Canzone d’autunno” o addirittura “Svipdagr e Freyja”, tenendo aperto uno spiraglio sulla tradizione del nord Europa. Gli Amesoeurs, perfettamente a metà tra i due, per un po’ si distaccavano completamente, salvo poi tornare a riparare sotto l’ombrellone del metallo.

Tutti, ma proprio tutti quelli che sono venuti dopo, hanno pescato da lì. Persino gli stessi Alcest, che oggi oltre a Neige contano il batterista ex-Amesoeurs e Peste Noire Winterhalter, continuano ad attingere da quello stesso bacino: Écailles De Lune (2010) era un disco di mezzo (ed era anche un capolavoro): decisamente metal, ma con un sacco di melodie splendide ed effetti shoegaze. Facile ed orecchiabile, ma con diversi passaggi di scream lancinante che Neige aveva del tutto evitato in Souvenirs. Les Voyages De L’Âme (2012) era un trascurabile lavoro sulla scia di Septembre. Shelter (2014) era una minchiata apocalittica che voleva essere un disco in toto shoegaze, ma ne è uscito un aborto orripilante, mentre il più recente Kodama (2016) è finalmente un ritorno a sonorità più cupe, di nuovo in stile Les Discrets, ma questa volta con qualcosa da dire.

La ferventissima attività francese di quegli anni spianò la strada ad una serie infinita di gruppi che, chi sommando e chi sottraendo, chi deviando e chi no, si dedicarono e si dedicano ancora oggi al blackgaze. Tra i primi ad esplorare questi suoni ci fu Lantlôs, one-man band tedesca il cui debutto omonimo del 2008 era una sorta di versione edulcorata del black metal a tinte depressive sulla scia degli epigoni di Burzum e della scuola di cui fa(ceva?)no più o meno parte gli Shining di Niklas Kvarforth. Riff circolari, canzoni da otto minuti di media, ma anche un sacco di melodie, arpeggini e voci pulite. Già dal secondo album, però, il progetto di Markus “Herbst” Siegenhort si arricchì del prezzemolino per eccellenza, e Neige prese posto dietro al microfono. .neon (Prophecy, 2010) finì per essere l’album che portò il blackgaze in Germania: Stéphane urlava tantissimo, mentre Herbst prendeva i suoni de Les Discrets e li irrobustiva e “teutonizzava”, dando un tocco vagamente più marziale, asciutto e quadrato. Dopo un secondo disco con la medesima formazione a due (Agape, Lupus Lounge, 2011), le strade di Herbst e Neige si separarono, e il quarto e ad oggi ultimo parto del tedesco, che nel frattempo ha messo insieme una band intera per poter suonare dal vivo, Melting Sun (2014, di nuovo per Prophecy), è una fioritura di riffoni post-rock dai toni caldi e magmatici che più che al metal guarda ai God Is An Astronaut.

L’influenza del buon Neige si è spinta ancora più a est, fino in Ucraina, dove Roman Saenko, chitarrista e mente alle spalle dei Drudkh, si è lasciato ammaliare fortissimamente dalle suggestioni francesi, tanto da mettere in piedi un progetto parallelo a nome Old Silver Key, in cui coinvolse (manco a dirlo) il nostro avignonese preferito in qualità di cantante. Gli Old Silver Key, tuttavia, furono un mezzo buco nell’acqua e il loro unico disco, Tales Of Wanderings (Season Of Mist, 2011) fu un mero esercizio di stile pressoché scevro di qualsiasi punto di interesse o personalità. Dopo questa mossa poco felice, Neige stesso decise di concentrarsi esclusivamente su Alcest, e da allora non prese più parte ad altri progetti paralleli, secondari o precari.

Uscendo invece una volta per tutte dalla sfera d’influenza diretta di Stéphane Paut, è il caso di fare il nome dei Fen, gruppo black metal d’oltremanica originariamente molto vicino agli Agalloch per strutture e intuizioni, ma che allo scoccare degli anni Dieci prese l’abitudine di fissarsi le scarpe e di virare su suoni molto più contaminati e post-. I due album più recenti, Carrion Skies (2014) e Winter (2017), entrambi usciti per la nostrana Code666, sono dei veri propri inni al blackgaze, con pezzi lunghissimi e riff ripetuti ossessivamente ancora e ancora e ancora e ancora. Interessanti, ma con qualche problema di sintesi che li porta a registrare dischi da oltre settantacinque minuti.

Di un problema simile soffrono gli An Autumn For Crippled Children: il trio olandese scoperto dall’italianissima ATMF ha sempre pubblicato album di buon livello e neanche troppo lunghi, ma con un debutto datato 2010, nel 2016 già tagliava il traguardo del sesto full-length pubblicato. Come i loro cugini inglesi, gli AAFCC sono ben radicati in un retroterra metal, e anche nel loro caso lo shoegaze è un’aggiunta all’impianto originario. La loro peculiarità, tuttavia, è quella di aver invertito i paradigmi del metal, proprio come Alcest, ed essere arrivati a comporre un disco con arrangiamenti particolarmente ricchi ed elaborati, mettergli un fiore in copertina e infonderlo di ottimismo cosmico chiamandolo Try Not To Destroy Everything You Love (2013).

Sempre dal catalogo ATMF arriva invece una delle espressioni migliori, se non proprio la migliore, del blackgaze tricolore: il duo umbro Falaise, con la coppia di album As Times Goes By (2015) e My Endless Immensity (2017) è riuscito ad inventarsi delle melodie incredibilmente efficaci. Giocando soprattutto sulle combinazioni tra distorsioni e arpeggi melodicissimi, montati su una struttura di urla e blast-beat frullati insieme, i Falaise indovinano un arpeggino dietro l’altro, e il perenne up-tempo della loro musica dimostra come anche l’accessibilità del blackgaze possa regalare momenti concitati e “spessi”, oltre a farne il gruppo blackgaze per i fan dello screamo.

L’altro nome di rilievo per il blackgaze nostrano è quello dei Dreariness, trio capitolino che ha deciso di infischiarsene beatamente del metal e che ha preso il blackgaze come vero e proprio punto di partenza su cui sviluppare la propria musica, arrivando a fare uso addirittura di beat elettronici (per ora solo in downtempo) con forti rimandi alla scena goth e industrial. La cantante Tenebra dà quella varietà che troppo spesso è mancata a tante altre formazioni, e il suo timbro è riconoscibile sia pulito che in versione urla-lancinanti-trapana-timpani.

Come sottolineato anche per un’altra deriva recente del black metal, il blackgaze ha fatto fortuna tra i progetti da cameretta: one-man band che non si sono mai granché interessate alle esibizioni dal vivo, cui invece preferiscono costruire tutto dalla comodità della scrivania, davanti al PC. Questa facilità di preparazione degli album porta a delle distorsioni fortissime, su tutte l’impreparazione da parte di un artista, specie quando molto giovane, a capire quale materiale pubblicare e quale invece scartare. Ci si ritrova così davanti ad artisti come Sadness: talento da vendere, totale diarrea compositiva. Il blackgaze dalla forte impronta moderna ed elettronica di questo ragazzo messicano di stanza negli USA è però ricco di spunti: soprattutto, ha l’innata capacità di far convivere gli echi industriali di Jesu e uno scream black metal su effetti di chitarra che sembrano figli dei Lovesliescrushing.

Come dimostrato con l’ultimo Leave, le sue capacità si stanno affinando uscita dopo uscita, tanto che le prime etichette underground stanno iniziando ad interessarsi alla sua già sterminata produzione digitale.

Quantomeno, i lavori di Sadness sono semiseri e non parlano dello stile dei vampiri bevendo latte di cocco come il Giapponese Al-Kamar (“Luna”... in arabo) - per ora l’unica deriva semi-demenziale vissuta dal blackgaze.

Dopo ennemila caratteri e progetti provenienti da qualsiasi angolo di mondo manca tuttavia ancora una menzione. Il nome più altisonante dell’intero panorama, forse addirittura più altisonante di quello di Alcest stesso, è quello di un gruppo californiano con una grande passione per il colore rosa.

I Deafheaven. Nati come duo ai tempi del college, Kerry McCoy e George Clarke esordirono nel 2011 sotto l’etichetta di Jacob Bannon, la Deathwish Inc., con Roads To Judah, un album melodico, tenerone e soffertissimo. Una roba che ti veniva voglia di abbracciarli stretti stretti forte forte e dirgli che sarebbe andato tutto bene. “M'inchino a un monolite di dolore”, cantava Clarke in “Unrequited”, dicendo di non potersi muovere, perché non poteva liberarsi del peso di se stesso. E tutto questo accadeva in un connubio di riff e arpeggi emo che più emo non si poteva: le idee di Alcest qui venivano prese, fatte a brandelli e ricostruite sotto la forma di un immaginario screamo furioso e allo stesso tempo rassegnato. Non c’è mai stata speranza per i Deafheaven, che da figli degli anni Zero a stelle e strisce sono cresciuti con lo spauracchio dell’undici settembre, con la guerra al terrore e l’esportazione della pace. Lontanissimi dal (comunque improbabile) ottimismo francese, i californiani erano la prova di quanto anche il blackgaze potesse stare male. E il seguito di Roads To Judah, Sunbather, esasperò questa consapevolezza. Un sacco di metallari storsero il naso per quella copertina, ma la cosa importante fu che tutti la notarono. Un album metal che si intitola prendere il sole (colei che prende il sole, ma non è questo il punto) e che parla del sogno medioborghese californiano visto dalla parte di due sconfitti costretti a dormire sul pavimento perché non avevano manco i soldi per piangere. Con un sacco di urla. Con un sacco di arpeggi. Con una sensibilità che nemmeno gli American Football o i La Quiete. In cui l’unico sogno lisergico che valeva la pena di essere vissuto era quello della morte con un ago nel braccio. Insomma, un disco di una potenza dirompente, totalmente fuori scala.

Due anni dopo i Deafheaven cercano di agitare un po’ le acque con New Bermuda (Anti-, 2015) un buon lavoro, molto più cupo del suo predecessore, ma senza quella spontaneità, quella stessa ingenuità da perdenti che dava invece un gusto così particolare a Sunbather. E poi, beh, poi il tracollo.

Alcest suonerà al Santeria Social Club di Milano il 28 settembre.

I Deafheaven suoneranno al Legend Club di Milano l'11 ottobre.

Andrea è la luce che guida Noisey nelle oscure profondità dell'heavy metal, nonché uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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