Ilustración: Tara Jacoby

Chi è davvero David Bowie?

Tutti lo conoscono, ma la sua identità ha tante sfumature quanti sono i suoi fan. Questa è una guida per trovare il proprio Bowie privato.

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09 agosto 2017, 7:45am

Ilustración: Tara Jacoby

Quando David Bowie è morto all'inizio dell'anno scorso tutto il mondo è apparso traumatizzato dalla sua improvvisa scomparsa. Una parte di questa tristezza derivava dal fatto che fosse appena tornato ai fasti di un tempo, cosa non scontata. Infatti la sua morte è avvenuta soltanto due giorni dopo l'uscita di ★ (Blackstar), il suo album più vitale da circa trent'anni a questa parte, e l'idea che fosse passato all'altro mondo sembrava impossibile. Tutto il dipanarsi degli eventi è stato comunque molto Bowie. Mi sono sentito stupido nel piangerlo come fosse un parente, perché non lo conoscevo. Non vi era modo conoscerlo ma io, come tanti altri, lo amavo comunque; o, perlomeno, amavo l'idea che avevo di lui.

Sono stati scritti circa 200 libri su Bowie: alcuni belli, altri orribili, ma soprattutto nessuno scritto in cooperazione con il cantante di Brixton. Molti altri sono usciti dopo la sua morte—alcuni con il proposito di capire meglio la sua parabola e altri che hanno causato ulteriore confusione. The Age Of Bowie di Paul Morley è entrato nei negozi a luglio di quell'anno e ci ha bombardato di slogan astratti: Bowie è Man Ray che canta Billy Fury; Bowie non è David Jones; Bowie dà alla luce se stesso continuamente... Ma pur facendoci grattare la testa dubbiosi, il libro di Morley ha azzeccato una cosa: David Bowie è un parto della nostra immaginazione, un concetto a scelta. Per usare un cliché, ha un significato diverso per ognuno di noi.


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Nelle interviste si presentava spesso con un atteggiamento diffidente e accomodante, concordava con qualunque cosa l'intervistatore dicesse in modo che potesse proiettare le sue esegesi su di lui e poi scrivere la propria versione di lui. Nessun'altra rockstar è mai stata così consapevole della propria immagine, eppure era anche contento che gli altri perpetuassero le leggende una volta introdotto il concetto. Lettore vorace e indomabilmente curioso e artisticamente suggestionabile, i personaggi che creò erano spesso un'amalgama dei pensieri di altre persone. I suoi testi spesso potevano condurre l'ascoltatore lungo corridoi labirintici di letteratura arcana, filosofia problematica e religione spaventosa, addirittura—un intricato patchwork di tutte le sue influenze.

"Cosa succede se innesti la chanson francese nel sound di Philadelphia?" chiese al Berklee College of Music dopo aver accettato il suo dottorato ad honorem nel 1999. "Shoenberg andrà d'accordo con Little Richard?" Era una gazza ladra che rubava una miriade di oggetti luccicanti e costruiva capolavori degni di Gustav Klimt. È un pozzo, una fonte di conoscenza e una porta che si apre su altre esperienze culturali. In quanto tale, non è mai meno che affascinante una volta che ci entri dentro. A questo punto ci sono buone probabilità che tu conosca solo il Bowie deceduto, il colosso, il semidio culturale di cui hai sentito la musica dappertutto ma che non hai colto per davvero. Forse ti chiedi anche che cos'abbia di così speciale. Questo articolo può farti da passaggio, da ingresso, ma ricorda che di David Bowie ne esiste uno solo, ed è quello che t'inventi tu.

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Dopo anni di esplorazioni di vari generi senza mai apparire davvero a proprio agio, Hunky Dory è il disco dove tutto sembrò funzionare. Le ballate epiche e astratte ("Life On Mars?"), l'idolatria ("Andy Warhol", "Song For Bob Dylan"), i pastiche alla Velvet Underground ("Queen Bitch"), la cover sconosciuta ("Fill Your Heart") e la dolorosamente intima canzone folk incorniciata da un enigma ("The Bewlay Brothers") – questo album è un ottimo punto di partenza, e io lo so bene, perché è stato il mio punto di partenza.

Promuovendo il disco nel gennaio del 1972, Bowie dichiarò al Melody Maker: "Sono gay e lo sono sempre stato, anche quando ero David Jones". È difficile immaginare quanto scalpore fece questa dichiarazione soltanto cinque anni dopo la legalizzazione dell'omosessualità, specialmente perché il cantante era sposato con una donna, Angie. È anche difficile immaginare l'importanza che ebbe per i giovani che si sentivano costretti a tenere nascosta la propria sessualità; fino a quel momento pensavano di esserci soltanto loro e l'attore comico John Inman di Are You Being Served?.

Come i Beatles prima di lui, Bowie indossò la maschera di un artista immaginario, per quanto poi finì per portarla fin troppo lontano a causa del suo abuso di cocaina. Il picco più alto raggiunto dal suo personaggio, una specie di controparte di Hunky Dory, è The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Per molti versi, si tratta del suo Sgt Pepper – per anni considerato il suo capolavoro assoluto, poi sorpassato dalla trilogia berlinese (adesso ci arriviamo). Ma con canzoni meravigliose come "Rock 'n' Roll Suicide", "Five Years", "Soul Love", "Hang On To Yourself" e "Moonage Daydream", si può soltanto concludere il suo calo di popolarità sia dovuto a troppi ascolti. "Starman", anche, è grandiosa, e leggenda vuole che quando la cantò a Top of the Pops il suo look fosse talmente effemminato che i nonni di tutto il Regno Unito presero a calci la TV.

Come ciliegina sulla torta, abbiamo inserito la versione live di "Moonage Daydream" tratta dall'album Santa Monica '72 così potrete godere della chitarra aliena di Mick Ronson, in quel momento membro degli Spiders (vorrei tanto avere il tempo per parlarti di Mick Ronson. Cercalo su Google, fidati).

Playlist: "Queen Bitch" / "Andy Warhol" / "Rock 'n' Roll Suicide" / "Suffragette City" / "Moonage Daydream (live)" / "Drive-In Saturday" / "The Jean Genie" / "Sweet Thing" / "Young Americans" / "John, I'm Only Dancing"

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Come Bowie sia riuscito a creare un capolavoro come Station To Station nel 1976 con il cervello totalmente fritto è e rimarrà per sempre un mistero—ma il disco esiste. In quel periodo usava tenere un contenitore pieno della propria urina in frigorifero per tenere lontani gli spiriti cattivi e nelle interviste citava Hitler a ogni piè sospinto; insomma, il mondo gli stava crollando attorno. Così, valigia in mano e Iggy Pop al seguito, il Sottile Duca Bianco tornò in Europa. Contro ogni logica, lui e Iggy decisero di recarsi immediatamente a Berlino. Al verde, privo del suo make-up da alieno e completamente conquistato dalle innovazioni elettroniche di gruppi come Kraftwerk e Can, Bowie s'imbarcò nei 18 mesi più produttivi della sua vita.

Insieme al producer newyorkese Tony Visconti e al giovane nerd dei soundscape concettuali Brian Eno, allargò i confini del disco pop, prima con Low e poi con Heroes. Con un lato A (vagamente) più convenzionale e un lato B pieno di strumentali avanguardistiche, Low suona come una coraggiosa dichiarazione d'intenti, ma in realtà si trattò più di un incidente che di un progetto. Il motivo per cui alcune tracce non hanno una parte vocale è che un David Bowie che tentava la strada della sobrietà trovava difficile esprimersi con la voce senza droga. Molte delle canzoni sono introdotte e si concludono in dissolvenza, causando disorientamento all'ascoltatore, ma con un po' d'impegno le ricompense arrivano. Il giornalista musicale Charles Shaar Murray fece l'errore di stroncarlo perché non lo capì. Sono sicuro che oggi se ne pente ancora.

Come seguito di Low, Heroes è altrettanto fondamentale. La sua title track è forse la canzone più famosa di Bowie, ma ascoltare l'album nella sua interezza riuscirà a farvi dimenticare le mille pubblicità e sigle che l'hanno utilizzata. Il terzo album berlinese, Lodger, si rivelò un disco più importante per Eno che per Bowie. Nonostante questo, però, contiene alcune canzoni spettacolari e totalmente sottovalutate ("DJ", "Boys Keep Swinging", "Yassassin"). Ciò che molti non sanno, però, è che Lodger fu registrato in Svizzera, dove David viveva, e mixato a New York, rendendolo un'inclusione apocrifa all'interno della trilogia di Berlino.

Playlist: "Station To Station" / "Always Crashing In The Same Car" / "Breaking Glass" / "Heroes" / "Joe the Lion" / "Sons of the Silent Age" / "D.J." / "Yassassin" / "Boys Keep Swinging"

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Forse più degno d'inclusione nella trilogia di Berlino non ufficiale sarebbe The Idiot di Iggy Pop—album prodotto da Bowie, o addirittura Lust For Life, registrato allo studio Hansa di Berlino. The Idiot, il più elettronico dei due, è un disco di Bowie in tutto men che nel nome, e si può considerare un gradino fondamentale per arrivare a Low, mentre Lust For Life fu scritto per metà da Dave con il suo amico Jim Osterberg (che sarebbe Iggy) che suonava l'ukulele in un angolo.

È forse il caso di precisare a questo punto che non è possibile capire David Bowie senza considerare alcune delle sue fantastiche collaborazioni. Negli anni Settanta, infatti, riuscì a trascinare più di un gigante dormiente del rock di nuovo sotto i riflettori: la sopracitata leggenda degli Stooges, ad esempio, ma anche il fondamentale orco del pop Lou Reed dei Velvet Underground. Bowie e Mick Ronson (daje di Google!) supervisionarono il suo secondo album solista Transformer, ed è anche grazie a loro che si è librato nella sua enorme potenza extra-binaria. E poi ci furono i Mott the Hoople, che erano sul punto di separarsi prima che Dave facesse piovere su di loro "All The Young Dudes" dalla sua nuvola geniale e incontrassero un successo senza precedenti.

Ci sono anche dei momenti in studio con ospiti spettacolari: i giochetti funk di Robert Frippin "Fashion" dal superbo album Scary Monsters (and Super Creeps), oltre alle collaborazioni dei Novanta con Trent Reznor e i Pet Shop Boys, e la più strana di tutte: Lenny Kravitz che piazza un assolo nell'outro della versione reprise di Buddha Of Suburbia, la colonna sonora scritta da Bowie per l'adattamento della BBC dell'eccellente romanzo di Hanif Kureishi.

Playlist: "Walk On The Wild Side (Lou Reed)" / "All The Young Dudes (Mott the Hoople version)" / "Nightclubbing (Iggy Pop)" / "Lust For Life" / "Fame" / "Fashion" / "Shades (with Iggy Pop)" / "Buddha of Suburbia (feat. Lenny Kravitz)" / "Hallo Spaceboy (Pet Shop Boys)" / "I'm Afraid of Americans"

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Scottato da un terribile contratto con il manager Tony Defries, Bowie colse l'opportunità per occuparsi in prima persona delle sue finanze, firmando con la EMI per, pare, 17 milioni e mezzo di sterline nel 1983 (fa 61 milioni e mezzo di euro nel 2017). Quello stesso anno pubblicò Let's Dance, il suo album più venduto, registrato con il produttore/Re Mida Nile Rodgers. Forse a causa della sua fama—anzi, sicuramente a causa della sua fama— Let's Dance è sempre stato un disco ingiustamente deriso nel corso degli anni dai presunti veri fan di Bowie, che possono tutti andare affanculo. Nessun album che contiene la title track, "Modern Love" e la sua versione della traccia scritta con Iggy Pop "China Girl" (che fece guadagnare a Iggy un po' di soldi di cui aveva davvero bisogno in quel momento) può essere considerato brutto. È un disco pop fantastico, esaltante. Fu soltanto quando Bowie cercò di replicarne il successo facendo qualcosa di simile che la fece artisticamente fuori dal vaso.

"Nel momento in cui sai di essere al sicuro, sei morto", disse Bowie nel 1976, "Sei finito, è finita. L'ultima cosa che voglio è diventare una sicurezza". I giorni dell'infallibilità artistica l'avranno pure abbandonato, ma quanti altri artisti sono in grado di fare quello che ha fatto lui per più di un album, mentre lui ci è riuscito per oltre dieci anni? Non che gli anni Ottanta siano stati del tutto aridi; ci sono momenti sporadici di grandezza, spesso nelle colonne sonore: il magnifico tema di Absolute Beginners, "Underground" nella colonna sonora di Labyrinth, "Cat People (Putting Out Fire)" con Giorgio Moroder.

Nonostante molti dei suoi album anni Ottanta non vengano considerati degni, ho ascoltato Never Let Me Down ieri e mi piacerebbe spezzare una lancia a suo favore. Sono disposto a rischiare di essere ridicolizzato e dire che è molto bello. Potresti pensarla come me, quindi ignora i vecchi saggi e da' una chance a Tin Machine se ti va.

Playlist: "Cat People (Putting Out Fire) single version" / "Modern Love" / "Let's Dance" / "Loving the Alien" / "Underground" / "Day-In Day-Out" / "Never Let Me Down" / "Glass Spider" / "Absolute Beginners" / "Jump They Say"

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Nel 2002 e nel 2003 David Bowie pubblicò due album perfettamente dignitosi, Heathen e Reality rispettivamente, ma il suo misticismo sembrava perduto e, francamente, il pubblico non lo apprezzava quanto avrebbe dovuto a quei tempi. Un grave attacco di cuore avuto sul palco in Germania e un lecca lecca in un occhio lanciato da un fan in Norvegia non aiutarono, e presto si ritirò a vita privata. Mentre conduceva un'esistenza riservata a New York insieme alla moglie e alla figlia, giravano voci poco incoraggianti circa il suo stato di salute e la possibilità che avesse smesso per sempre con la musica.

Poi successe una cosa straordinaria l'8 gennaio del 2013, per il suo 66esimo compleanno. Pubblicò una nuova traccia, "Where Are We Now?", su YouTube senza alcun annuncio o campagna pubblicitaria. Ebbe tanto successo che diede inizio a un nuovo trend nel modo in cui la musica sarebbe stata pubblicata negli anni successivi. Bowie era tornato a innovare, gli altri lo seguivano e la musica emersa non era seconda a nessuno. Non rilasciò alcuna intervista, ma comparve nei suoi video vicino a Tilda Swinton—con un certo senso dell'umorismo, visto che si assomigliano. The Next Day fu magnifico, ma il pezzo forte, , era ancora di là da venire.

E così giungiamo a dove siamo partiti. Bowie era in lizza per il suo primo album numero uno negli Stati Uniti quando arrivò la notizia della sua morte. Il suo ultimo album—ancora una volta uscito il giorno del suo compleanno, questa volta nel 2016—raggiunse il numero uno dappertutto, e probabilmente l'avrebbe fatto comunque, visto che critica e pubblico ne hanno cantato le lodi ovunque. Bowie era di nuovo in vetta al mondo.

La sua ostinazione nel preservare la privacy durante i suoi ultimi giorni finì per scatenare la curiosità di chiunque. Canzoni come "Girl Loves Me" e la title track certamente aiutarono. Che una star delle sue proporzioni sia riuscita a tenere segreto il fatto che fosse tornata in studio (a parte i contratti strettamente confidenziali stipulati con i suoi musicisti) e che sia riuscito a tenere la sua malattia fuori dai giornali dimostra che si è trattato di un uomo che ha mantenuto il controllo del suo destino artistico fino alla fine. David Bowie è una star come non ne vedremo altre al mondo quindi non te lo perdere. Scegli la playlist che ti ispira di più e mettiti in cerca del tuo Bowie.

Playlist: "Slip Away" / "New Killer Star" / "Where Are We Now?" / "Valentine's Day" / "The Stars (Are Out Tonight)" / "Love Is Lost - Hello Steve Reich Mix by James Murphy" / "Blackstar" / "Girl Loves Me" / "I Can't Give Everything Away" / "No Plan"

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