Vita e opere di Richard Russell, fondatore di XL Recordings

Lo scopritore di Adele viene dall'era d'oro dei rave, ha portato il grime nel mainstream, ha ridefinito la parola "indie" e ora fa musica a nome Everything Is Recorded: lo abbiamo incontrato a Milano.

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07 marzo 2018, 10:42am

Quando ho ascoltato per la prima volta I'm New Here di Gil Scott-Heron, non avevo la minima idea di chi fosse Richard Russell. Sentivo elettronica soffocata, e sopra una voce che cantava di avvoltoi in cerchio; sentivo un'acustica e una voce cercare gioiosamente di andare allo stesso passo senza riuscirci; sentivo blues laceranti e sospesi che dimenticavano l'età di chi li cantava. Qualche tempo dopo sarebbero diventati così famosi che li avrei riascoltati in un pezzo di Drake e Rihanna. Così come gli American Recordings di Johnny Cash, I'm New Here era tanto cullante quanto lacerante: un artista anziano fondamentale per la storia della musica era riuscito a creare qualcosa di brutalmente innovativo e rischioso proprio alla fine della sua carriera, ribaltando il lento declino verso il shut-up-and-play-the-hits che affligge buona parte dei grandi vecchi della musica degli ultimi decenni.

Se però sapevo bene che dietro all'ultima grande serie di album di Cash c'erano la mano e la mente di Rick Rubin, non avevo minimamente capito che a fare il tangram sonoro di elettronica, trip-hop, industrial, blues e R&B alla base del disco di Scott-Heron ci fosse il fondatore dell'etichetta che quel disco lo stampava. Posso forse oggi dirmi giustificato, dato che quello fu il suo primo lavoro di sempre come produttore.

Era il 2007 quando quell'album uscì. Nei vent'anni precedenti Russell si era limitato a fondare assieme ad amici, nell'era d'oro dei rave britannici, un'etichetta per buttare fuori musica dance ed elettronica. come La faceva anche lui, a nome Kicks Like a Mule, e nel frattempo lavorava come talent scout. Nel '92 l'etichetta pubblicò il primo singolo di un duo dell'Essex, i Prodigy. Si intitolava "Charly", campionava un filmato educativo della BBC distorcendolo e diventò una hit nella scena rave. XL Recordings aveva scoperto il suo primo fenomeno.

Lungo il corso degli anni Novanta e sull'onda del folgorante successo dell'ibridazione sintetico-organica proposta dai Prodigy, XL andò ad affermarsi come grande punto d'incontro tra il caos della scena rave, il brulicante sottobosco dell'underground elettronico britannico e l'ordine della tradizionale forma rock di cui il popolo della Regina è tanto innamorato. All'inizio del nuovo millennio il suo catalogo si era fatto internazionale e lasciava convivere l'indie rock di Badly Drawn Boy, il big beat dei Basement Jaxx, il gioco di campionamenti degli Avalanches, il lavoro curatoriale di figure storiche dell'underground come Goldie, il garage rock dei White Stripes.

Si trattava di un'approccio inclusivo che anticipava il disfacimento delle categorie avvenuto nella fruizione e nella conversazione musicale oggi arrivato a una fase piuttosto avanzata. XL lo ha mantenuto negli anni spingendo il pop mondialista di M.I.A. molto prima dei discorsi sul rapporto tra musica e diaspora, costruendo una piattaforma per Wiley e Dizzee Rascal così che potessero dare al grime la sua prima sbandata per il mainstream, lasciando esplorare a Thom Yorke dei Radiohead la sua passione per i suoni digitali e l'elettronica. Dall'indie rarefatto degli xx a quello tropicale e intellettualoide dei Vampire Weekend, dall'R&B sintetico di FKA twigs a quello plurilinguista delle Ibeyi, passando per l'enorme fenomeno pop che è stata Adele, XL Recordings si è affermata come una delle etichette indipendenti più importanti al mondo.

A un certo punto, però, Richard Russell si è trovato nelle mani un suo album. Dico "trovato" perché le canzoni che Russell ha pubblicato a nome Everything Is Recorded non sono state pensate come un corpus unico ma sono il prodotto di una serie di sessioni di registrazione e improvvisazione da lui organizzate negli ultimi anni. Il risultato esprime perfettamente la sovrapposizione di idee, stili e generi che ha dato un'identità a XL nel corso della sua storia: Immaginate come può suonare un progetto a cui hanno lavorato Damon Albarn e Sampha, Giggs e Kamasi Washington, Owen Pallett e Syd dei The Internet; e poi ascoltatelo davvero, perché esiste. Dopo lo streaming dell'album trovate l'intervista che abbiamo fatto con Richard qualche mese fa nella suite di un hotel di Milano, bevendo un tè caldo e lasciandoci entrare nelle narici un bel profumo d'incenso.

Noisey: Everything Is Recorded è un progetto che mi sembra unire molto bene le anime di XL. È a tratti elettronica pura, a tratti R&B, a tratti hip-hop: categorie che hanno subito un processo di sovrapposizione a cui la tua etichetta ha contribuito. Qual è, per te, il filo comune che tiene insieme queste tue canzoni?
Richard Russell: Quando ascolti musica sei tu, ascoltatore, a creare qualcosa che tiene tutto assieme. Ogni ascoltatore crea e cura un mondo musicale, e credo che ogni musicista cominci a diventarlo quando si scopre un ascoltatore, un fan. È l'esperienza più universale che esiste in contesto musicale, se escludiamo il mondo della classica, dove puoi anche essere solo uno studente a cui vengono insegnati concetti e pratiche. Faccio il produttore discografico a tempo pieno dal 2011, quando lavorai con Gil Scott-Heron ad I'm New Here. Prima però, quando lavoravo solo all'etichetta, mi veniva spesso chiesto perché sceglievo di lavorare con determinati artisti. Io rispondevo sempre, "Perché mi sono sentito loro fan". E posso provare a intellettualizzare il motivo di questo mio sentimento, ma credo che non ci riuscirei: sono fan di qualcuno perché sono fan di qualcuno. Si tratta di sentimenti, non c'è nulla di teorico. Tutte le mie scelte musicali si basano su sentimenti.

Ho letto una tua intervista al Guardian, pubblicata nel 2011, in cui spiegavi che una caratteristica fondamentale che un artista doveva avere per lavorare con te era avere una forte personalità. È stato così anche per Everything Is Recorded?
Everything Is Recorded non doveva essere un album, inizialmente. Era un happening, e mi piacerebbe chiudere il cerchio rendendolo tale: fare almeno un concerto con un piccolo pubblico libero di partecipare, senza sapere dove possiamo andare a parare. Quando però mi sono reso conto che stava diventando un progetto musicale, innanzitutto ho capito che ci avrei messo un sacco di tempo a esserne soddisfatto e ho accettato la cosa. Ma la cosa più importante che ho percepito era che le persone coinvolte non potevano solo suonare bene per quello che avevo in testa, dovevo volergli bene.

Mi incuriosiva, però, sapere come le vostre personalità si sono intersecate nell'atto del suonare. Perché mettere musicisti dalle idee molto forti nella stessa stanza significa anche creare una tensione positiva, chiedere a tutti di mettersi in gioco, forse anche di mostrarsi vulnerabili e malleabili.
Credo che la qualità che definisce maggiormente il processo dietro a Everything Is Recorded sia l'assenza dell'ego. Non funzionerebbe, se ci fosse. Abbiamo fatto musica solo ed esclusivamente per fare musica. E ho scelto di rischiare: tipo, quando ho conosciuto Obongjayar ho pensato subito che fosse una persona molto forte e sicura di sé. Lo aveva scoperto Theo, il ragazzo che si prende cura del mio studio, su SoundCloud. Quando ci siamo messi a lavorare a "She Said", il pezzo su cui canta sull'album, ho voluto coinvolgere anche Damon Albarn: due personalità del genere, messe assieme, avrebbero tirato fuori un capolavoro o un disastro. Ed è andata benissimo, si sono trovati molto bene. Mi piace lavorare con persone forti, perché non mi sembra difficile farle contente. C'entra anche lo zodiaco: io sono dei Pesci, e solitamente siamo persone gentili ma decise. Gil Scott-Heron, invece, era un ariete: aveva un carattere molto forte, ma anche una tendenza a preoccuparsi molto di quello che faceva. Insieme ci siamo trovati benissimo. Ci sono un po' rimasto quando ho scoperto che anche Damon è dei Pesci! E Bobby Womack!

E invece a livello di testi come hai fatto a gestire il processo creativo?
Di solito lavoro con vocalist che sono più scrittori che cantanti. Poi il tutto varia di canzone in canzone. Su "Close But Not Quite", per esempio, Sampha ha cominciato a scrivere dal sample di Curtis Mayfield su cui avevo costruito il brano. Mentre per "Everything Is Recorded" avevo già una frase: "Everything is recorded, nothing is distorted". Lascio scrivere i testi alle persone con cui lavoro, e poi mi metto con loro a editarli e a dargli una forma. Anche il miglior scrittore trae beneficio dal processo di editing.

In un'intervista che hai rilasciato a DAZED, citi una frase di Grace Jones: "Se vuoi copiarmi, fai qualcosa che nessuno ha mai fatto". Vivendo in Italia, sono abituato a sentire band che si limitano a riproporre un modello inglese o americano. Tu, essendo un madrelingua, come ti poni riguardo alla questione dell'originalità?
È strano, però! Perché c'è una zona grigia attorno al concetto di originalità. Nulla è completamente originale. Io sono il primo a riconoscere di avere determinate influenze, e non mi faccio problemi a parlarne e identificarle. Credo che sia un modo per procedere con onestà all'interno del processo creativo, partendo sempre dal presupposto che tutto è già stato fatto. È il modo in cui combiniamo ciò che è stato già fatto a creare qualcosa di nuovo. Copiare significa non aggiungere niente di nuovo, e quindi creare qualcosa che non ha senso di esistere. Mi vengono in mente tre pezzi che abbiamo pubblicato su XL che non vennero necessariamente capiti all'epoca: "Out of Space" dei Prodigy, "Paper Planes" di M.I.A. e "I Luv U" di Dizzee Rascal. E devo dire che me lo aspettavo. Viene prodotto un sacco di pop lineare, pensato per le radio e per essere letto facilmente e immediatamente: sono prodotti finiti, creativamente parlando. Per fare qualcosa di originale devi lasciare perplesse le persone. Sentirsi chiedere "Che cos'è questa roba?" è sempre un buon segno.

Con XL hai contributo all'affermazione del grime a livello nazionale con la pubblicazione di Boy in da Corner di Dizzee Rascal. Poi l'hai visto rimpicciolirsi tornando alle proprie origini, e infine esplodere a livello globale. Ora Giggs è su un album di Drake, ed è la cosa più normale del mondo. Come ti fa sentire la cosa?
Quello che sta succedendo ora è incredibile e mi ha reso molto felice. Ci abbiamo messo un sacco ad arrivare fino a questo punto. Io sono cresciuto ascoltando hip-hop in un'era in cui tutto quello che succedeva, sembrava succedere a New York - e non negli Stati Uniti. A New York. Sembrava quasi un fenomeno cittadino, agli inizi. Quindi è assurdo, ma splendido, che ora come ora a Londra venga prodotto rap più vivace ed eccitante che a New York. E sembra un miracolo, ma le cose si evolvono! Credo comunque che la più grande differenza stia nel fatto che il rap americano è riuscito a prosperare prima di internet, mentre invece quello inglese ne ha avuto bisogno. Essendo le comunità nere più segregate, là si era creata un'infrastruttura di etichette indipendenti dedicata esclusivamente alla musica black. Nel Regno Unito, invece, internet ha rimpiazzato qualsiasi infrastruttura pre-esistente.

Che cosa pensi del fatto che la musica non cantata in inglese stia diventando sempre più importante sia a livello culturale che commerciale?
C'è sempre stata molta musica incredibile non cantata in inglese in giro per il mondo, ovviamente. È che la parte del mondo che parla inglese non gli ha mai riservato tante attenzioni. Io non guardo alla musica da una prospettiva intellettuale ma capisco la domanda. Forse la gente è un po' stanca del dominio culturale americano.

Ma è anche una questione di identità, credo. La comunità latina, per esempio, ha trovato nell'affermazione del reggaeton un grande significato.
Assolutamente. Nel Regno Unito, per decenni, le persone hanno preferito ascoltare artisti americani rispetto ad artisti che suonavano come loro. Ora è tutto cambiato, ha senso identificarsi nella propria cultura: ma non è sempre stato così! Ma credo che si tratti solo dell'inevitabile morte dell'impero. Ogni impero finisce, e credo che sia arrivato il momento di quello americano.

Un'artista che ha anticipato di anni questa nuova concezione mondialista è M.I.A, e avendo tu lavorato con lei mi chiedevo se ai tempi avevi già un'idea di quello che la sua musica sarebbe andata a rappresentare.
Non posso dire che me lo sarei aspettato, ma ho creduto un sacco in lei. All'inizio è stato molto difficile convincere la gente ad ascoltarla, non c'era molto interesse attorno a quello che faceva. Per me fu una missione, far sì che la gente la capisse. Penso che ci fosse qualcosa che legava lei e Malcolm McLaren, di cui entrambi eravamo e siamo grandi fan. McLaren non era né un musicista né un produttore, ma aveva un grande spirito artistico alla Warhol che lo spingeva a prendere cose diverse e metterle assieme. E aveva un background artistico più che musicale, proprio come Maya.

Nel catalogo di XL ci sono i White Stripes, gli xx, King Krule, i Vampire Weekend: tutti artisti che usano la chitarra con scopi e modalità diversi. Tu come ti poni riguardo all'uso della chitarra in ciò che fai e ascolti?
Quelli che hai nominato sono tutti artisti che usano la chitarra come parte di una tavolozza di suoni, ed è questo che li rende interessanti. Un conto è usare la chitarra come strumento dominante, e per decenni nel pop è stato così. Non che ora non si possa più fare senza avere successo, guarda per esempio a quello che fa Frank Ocean. Ma ogni strumento, man mano che viene usato, diventa normale e quindi meno stimolante da usare. Al contempo, la musica funziona per cicli: ora si sente in giro un po' di sassofono, ma c'è stato un periodo in cui era inconcepibile utilizzarlo dopo il boom degli anni Ottanta. Oggi la chitarra è solo una delle opzioni possibili, ed è così perché una cultura un tempo marginalizzata come l'hip-hop è diventata dominante.

Ho letto di come tra te e i Prodigy si creò un'intesa basata sull'intransigenza. Loro si rifiutavano categoricamente di apparire in TV e non solo a te la cosa andava bene, ma ti convinse che fare le cose a modo tuo era la scelta migliore.
Ci sono un sacco di cose a cui è meglio dire "no", e credo che un artista guadagni potere ogni volta che si rifiuta di fare qualcosa che non sente adatto a sé e al suo gruppo. In particolare quando ci sono soldi di mezzo. Guadagni fiducia nei tuoi mezzi, e quindi hai più possibilità di creare qualcosa che duri a lungo. Investire nel lungo termine sulla propria integrità artistica spesso implica sacrifici nel breve termine a livello economico.

È una cosa che vedo in Sampha: ci sono voluti un po' di anni prima che esplodesse con Process, ma tu e XL non l'avete mai abbandonato.
Lui era un nostro stagista a XL! Credo che la pazienza sia fondamentale, e che molto dipende dal modo in cui sei strutturato. Per esempio, Everything Is Recorded non sarebbe potuto esistere se non avessi avuto lo studio in cui lo abbiamo registrato, e quindi il tempo e lo spazio per poterci lavorare pazientemente e scoprire che cosa fosse veramente. Non mi sono reso conto di stare facendo un album finché non mi sono messo a farlo, non so se mi spiego.

Quindi non hai avuto, da ascoltatore, degli album collaborativi che hai preso a modello per ciò che stavi facendo?
L'unico che posso citarti è Language Barrier di Sly and Robbie, due turnisti giamaicani che fecero un album a loro nome e ci fecero suonare sopra un sacco di musicisti, gente del calibro di Bob Dylan ed Herbie Hancock. Lo presentarono in un modo molto interessante. Avevano costruito un album partendo dalle fondamenta di cui erano esperti, nel loro caso la sezione ritmica. Mi piaceva un sacco "Boops", un loro singolo.

Sono passati ormai otto anni dalla pubblicazione di I'm New Here di Gil Scott-Heron. Che cosa è diventato, in questo tempo, quell'album per te?
E per te?

Mi sembra uno di quegli album in cui un artista alla fine della sua carriera è riuscito a riaffermarsi e ristabilirsi come figura iconica per una generazione diversa dalla sua. E mi sembra che il tuo ruolo sia stato fondamentale a farlo, come dire, uscire dalla sua zona di comfort.
Sì! È una buona interpretazione. Non so se Gil fosse tanto fuori dalla sua zona di comfort quanto lo ero io! Avevo un sacco di paure, mentre lavoravamo a quell'album. Volevo davvero, davvero non fare stronzate. Non mi tormentava il fatto che non facesse musica da tempo, ma quello che non avesse mai pubblicato un brutto album. E non è normale! La maggior parte della gente continua a scrivere dischi anche se non è sicuro che verranno bene, mentre lui semplicemente si fermava. Continuare a fare musica può farti bene, e lo capisco, ma c'è anche da considerare quello che stai facendo al tuo catalogo. L'esempio definitivo è David Bowie: le sue cose dal 1970 al 1983 erano qualcosa di diverso rispetto a quelle che sono venute dopo, e ci sono stati dei bei passi falsi prima che il cerchio si chiudesse con The Next Day e Blackstar. Questo a Gil non era mai successo, ha sempre scritto dischi in brevi impeti creativi. Dopo essersi fermato nel 1982 ne fece solo uno negli anni Novanta, Spirits, un disco fantastico. E quindi, da suo fan, volevo che qualsiasi cosa uscisse fosse piuttosto bella! E credo che su quell'album si possa sentire il mio sconforto, il mio terrore, e che questo abbia contribuito a rendere quell'album quello che è. Gil era sempre nervoso quando scriveva, e il fatto che lo fossi anch'io ci ha messi sullo stesso livello in un certo senso. Poi ho passato anni a editare quell'album fino a farlo durare i 29 minuti che dura. Sarebbe potuto essere più lungo, e molti rimasero stupiti che fosse così corto quando uscì. Ma volevo che fosse intenso. E ha cambiato tutto per me. C'è la mia vita prima e dopo quell'album, e sono incredibilmente grato a Gil per aver collaborato con me. Credo che sia stato utile per la sua eredità: pensavo che tutti lo conoscessero, ma quando uscì rimasi scioccato da quante persone in realtà lo stavano scoprendo solo in quel momento. Per me era come Bob Dylan! Ma a parte un piccolissimo gruppo di musicisti che tutti conoscono, la storia della musica è piena di figure incredibili sconosciute ai più. Volendo, puoi continuare a scoprire cose per sempre.

Elia è su Instagram: @lvslei

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