milo è qua per spiegarti perché non hai capito niente del rap

milo è un modello di rapper underground e indipendente che la scena mainstream sta stupidamente ignorando.

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20 settembre 2017, 10:47am

Ascoltare Rory Ferreira mentre parla della sua carriera nel mondo della musica non può che convincerti, anche solo per un secondo, che ti trovi di fronte il miglior rapper sul pianeta Terra. In ogni caso, Rory—che quando fa l'MC si fa chiamare milo, con la "m" minuscola—è in ascesa e non sembra avere intenzione di fermarsi. Ha 25 anni, vive in Maine e ha cominciato a fare parlare di sé quando Hellfyre Club, un celebre collettivo di rap indipendente di Los Angeles, gli chiese di entrare nel gruppo mentre lui studiava ancora filosofia all'università. La città degli Angeli non si rivelò particolarmente accogliente e, dopo qualche tempo, milo tornò a Milwaukee, la città dove è cresciuto. Lungo il corso della sua carriera, milo non ha fatto altro che crescere: il ragazzino del college oggi è diventato lo stilista del suono che ha scritto who told you to think??!!?!?!?!, il suo nuovo album, uscito ad agosto sulla sua etichetta Ruby Yacht.

Nel mondo perfetto di milo, ogni comunità avrebbe un rapper del proprio paese, ogni concerto sarebbe organizzato e prodotto in maniera totalmente indipendente, e tutti sarebbero liberi di divagare e sperimentare come meglio credono nella loro musica. È un idealista, sì; può sembrare un concetto assurdo, certo. Ma mentre mi spiega i suoi obiettivi e le sue aspirazioni in un parcheggio dietro all'Airliner, un locale di Los Angeles, mi sento piuttosto convinto che la sua visione sia giusta. Molti hanno cominciato a pensarla come lui. Il suo pubblico è cresciuto molto negli ultimi anni, una legione di ragazzi e ragazze felici di ascoltare e far ascoltare a chiunque le sue rime contorte e pluridimensionali su filosofi morti e leggende del rap. Poco dopo l'inizio della nostra conversazione due ragazzi vengono a parlarci. "Hey amico, scusa per l'interruzione", dice uno di loro a milo con uno sguardo incantato. "Volevo solo darti questo." E gli mette in mano un foglietto piegato: "È un'ode", dice".

"Ohhhhhh merda!," esclama Rory. Poi abbraccia il ragazzo, e il suo amico non riesce a dire niente se non un altro "Oh merda". I due danno la mano a milo e se ne vanno in estasi: hanno appena incontrato il loro eroe.

Perché per molti ragazzini, milo è davvero un eroe. È una figura che rappresenta un futuro possibile del rap, e il principale esponente di una scena underground radicata nell'old school che la comunità rap ignora vergognosamente. Ascoltare milo parlare di Busdriver, eroe losangelino che continua a cambiare il paesaggio del rap arrivato al diciottesimo anno di onorevole carriera, significa sentire un fan e un amico spiegare perché si sente in debito con i grandi che lo hanno preceduto. who told you to think??!!?!?!?! è sia il suono di milo che si tuffa in una nuova voce che il suo modo di pagare omaggio alle fondamenta messe giù dai suoi eroi. Inoltre, la sua musica è una missiva sul significato dell'essere neri in America. Qua sotto trovate la nostra intervista, in cui ho parlato con milo di com'è crescere in Maine, del suo bambino appena nato e di cosa significa portare avanti la tradizione dei suoi mentori.

Noisey: Il disco è fuori da qualche settimana, come ti sembra sia stato recepito per ora?
milo: Bene, benissimo. Tutto sta andando splendidamente, tutto sta andando secondo i piani.

Hai detto su Twitter che avere un bambino ti ha fatto venire voglia di fare musica di cui lui, un giorno, potrà essere orgoglioso. In che modo questo cambiamento nella tua vita ha toccato il modo in cui ti approcci alla musica?
È una nuova lente, giuro. È una nuova concezione di me stesso, che va oltre me stesso.

Ora tutta la tua musica è come filtrata dalla sua presenza?
Non tutta, ma è filtrata dal mio essere suo padre. Il rapporto tra padre e figlio è tutto. È molto istruttivo, molto influente.

Come sei finito a vivere in Maine?
È un luogo lontano da tutto. Sono una persona un po' selvaggia. Mi piace sentirmi libero, poter andare in giro, gridare, fare roba strana. Non mi piace sentirmi addosso gli occhi della gente. Ho bisogno di spazio.

Come ti senti a tornare a Los Angeles? Con la Hellfyre Club non è finita bene, quindi come ci si sente a essere di nuovo qua con un disco di successo in saccoccia?
È sempre figo. Mi piace molto Los Angeles. Solo, non posso vivere qua. Ma è ok. Non direi nemmeno che con la Hellfyre sia finita male.

Com'è finita, allora?
Mi sarebbe piaciuto che non fosse finita. Forse la cosa brutta è che è finita. È la cosa di cui sento più la mancanza nella mia vita quotidiana, quel senso di cameratismo che ti dà una crew rap... fatta di rapper seri. Gente che studia l'arte del rap. Mi manca quel tipo di energia e motivazione.

E la Ruby Yacht, la tua etichetta, non ti dà la stessa cosa?
Bé, la Ruby Yacht è una cosa diversa. È una generazione diversa. Ha un'estetica diversa, una concezione diversa di questa forma d'arte. I ragazzi della Hellfyre avevano tutti otto, nove, dieci anni più di me. Quindi il modo in cui interagivamo era davvero figo, stavo venendo esposto a un sacco di esperienza e skill. Ma allo stesso tempo sono riuscito a fare sentire rinvigoriti alcuni di loro, da quanto ero felice di poter finalmente giocare al gioco del rap. Fotto con quella relazione simbiotica.

Credo la cosa valga specialmente con un rapper come Busdriver, immagino. La sua esperienza nella Hellfyre Club l'ha praticamente rivitalizzato
Amo quei ragazzi, seriamente. Ho imparato molto: come vivere, come potermi guadagnare da vivere facendo quello che faccio. Ho appreso lezioni e colto opportunità, anche se a loro magari è solo sembrato di avermi portato con loro in tour un paio di volte. Ma è stato tutto quello di cui avevo bisogno. Io vengo da un luogo in cui nessuno sa come funziona quella merda. Quindi per me è stato come se avessi tolto il velo che ricopriva una cosa che mi affascinava. Mi manca quella sensazione. La Ruby Yacht è un'etichetta, e doverla gestire ogni tanto mi mette in situazioni in cui non so che cosa fare. Può essere difficile non avere degli amici più grandi che ti possono dare una mano.

Com'è poter supportare economicamente la tua famiglia grazie al rap?
È fantastico. Ma è anche una cosa normale. Perché non c'era nient'altro che avrei potuto fare. Se avessi voluto fare l'agricoltore l'avrei fatto. Ma volevo diventare un rapper, e sono diventato un rapper. Non è un lavoro che voglio rendere più affascinante di quello che è. Voglio che diventi parte del vissuto. Ogni comunità ha bisogno di un rapper. C'è bisogno di un dottore, di un avvocato, come di un rapper.

Questa passione che hai per la musica si sente nelle tue canzoni. Che cos'è che ti colpisce così tanto del rap? Qual è l'essenza che ti fa venire voglia di dedicargli la tua vita?
Fare rap è come parlare, attraverso il tempo, alla gente di colore. E lo adoro. Lo adoro. Adoro il fatto che sia il cazzo di grandioso compendio del pensiero nero. Mi piace seguire il percorso del rap, risalirlo fino al blues e agli spiritual, tracciare il sentiero di questa modalità di fare arte e approcciarsi ad essa. Sto solo provando a metterci del mio per farlo proseguire.

who told you to think??!!?!?!?! comincia con una citazione dello scrittore James Baldwin, di cui ripeti il finale come primo verso. Provi sempre a inserirti nella storia della musica rap e nella storia della cultura. Che cosa vuoi re-incorniciare del passato e del futuro nel tuo mondo?
È la mia strategia per attaccare la solitudine. Sono un cazzo di ragazzo nero, strano e privato dei miei diritti. Non mi è mai capitato di vedere delle prove della mia esistenza in qualsiasi cosa leggessi o ascoltassi. Ora mi sento obbligato a lasciare il mio marchio su ogni cosa.

Crescendo, sei entrato nel mondo del rap perché era l'unico in cui ti sentivi a tuo agio?
Sì! Ho imparato a vestirmi grazie al video di "Avantcore" di Busdriver. Mi sono reso conto che un tipo come lui era la figura perfetta da seguire. Fu una rivelazione, per me, scoprire questo tipo di musica e questa comunità di menti. Sapevo, crescendo, che se avessi mai incontrato Bus ci saremmo trovati bene l'uno con l'altro.

E come ti senti, ora che quell'idea si è rivelata corretta?
Vero?! Mi è sembrato di essere stato da sempre parte di tutto questo. E per me è molto importante, perché i giovani rapper si prendono così tanto. Io, però, provo a restituire qualcosa. Ho sentito diversi rapper, su vari podcast e programmi radio, ringraziare rapper più vecchi di loro solo perché è figo farlo. Nel mio caso, io non vengo da nessun luogo. Sono venuto fuori, ho incontrato Myka 9 e mi sono guadagnato la sua approvazione. Sono andato a Leimert Park, in mezzo alla gente, a rappare per strada. Ho fatto tutto quello che dovevo fare. Ho conosciuto High Priest dell'Antipop Consortium, tutta 'sta roba. Ho reso 'sta merda interessante anche per chi ha meno di trent'anni. Mi sto impegnando e sto portando avanti questa merda in un modo molto vero—non c'è nulla di astratto. Mi sto assicurando che la gente sappia chi è Busdriver, che continuino ad andare ai suoi concerti.

Il rap indipendente può essere un'enorme astrazione.
Vero! Vero! Sì, le idee sono fighe. Alla gente piace ballare un pochetto, prendersi quello di cui ha bisogno. Ma è fondamentale restituire qualcosa. Fa schifo vedere certe menti incredibili non ricevere le attenzioni che si meriterebbero.

Per te è un peso doverle aiutare a farsi sentire?
Non è un peso. È una cosa che faccio con gioia, una cosa che mi piace fare. Cazzo, faccio il mio lavoro con un ghigno enorme in faccia. È amore. Amo 'sta roba. Quando ho conosciuto Bus gli ho detto, 'Amico. Farò qualsiasi cosa. Amo il rap e, per estensione, amo te.' E credo che quella merda dava anche fastidio a certa gente, tipo, 'Chi è 'sto tizio?' Ma ora che sono anni e anni che faccio quello che faccio si sono resi conto che sono vero. Tutto quello che dico di fare, lo faccio.

Ti sei definito "un uomo fuori dal tempo". A che punto del tempo ti piacerebbe essere?
In nessun punto. È questo il significato dell'essere neri. Specialmente dell'essere artisti, una persona che vuole davvero farsi sentire. Il mio momento non è ancora arrivato. Chissà quando arriverà. Probabilmente non sarò più qua! Ma è ok. Non mi importa.

Rappi per provare a capire in quale punto del tempo ti senti a tuo agio, o per confermare la tua identità di uomo fuori dal tempo?
Rappo perché so che il tempo è un'illusione e il mio lavoro è rappare adesso. Non importa quale sia il mio pubblico. Il mio lavoro è rappare. Un giorno ci sarà un ragazzino, o forse no, che ascolterà la mia merda e si renderà conto del suo posto nel mondo. Voglio tracciare quella linea di collegamento. Devi capirmi. Quando avevo otto anni vivevo a West Enfield, un paesino di 2000 persone in Maine. Nella mia scuola c'era solo un altro ragazzino di colore. Si chiamava Adam ed eravamo io e lui contro tutti gli altri. Tipo, 'Cazzo, amico, non c'è nessun altro come me sulla Terra!' E trovare queste piccole antenne che mi hanno messo in contatto con questa comunità così lontana da me mi ha fatto sentire parte di essa.

Credi che si tratti di destino? Che saresti diventato quello che sei oggi indipendentemente da tutto? O crescere nel modo in cui sei cresciuto ti ha permesso di vedere il mondo in un modo diverso e diventare un rapper con una prospettiva unica?
Per me è stata una tempesta perfetta. Vengo da una famiglia composta da avidi autodidatti. I miei genitori hanno mollato la scuola, ma sono geniali. Leggono, studiano e si educano autonomamente. La mia famiglia ha una storia di rifiuto della società, in un certo senso. Tipo, 'Nah, siamo un po' matti. Vogliamo fare le cose a modo nostro.' Mio padre non ha mai avuto un lavoro, non sono mai stato circondato da persone che volevano sentirsi parte della società. E non è un terreno perfetto per coltivare un rapper?

I miei genitori amavano il rap. Da piccolo facevo già freestyle e li facevo ridere, e poi sono arrivato a un punto in cui mi hanno detto, 'Cazzo! Sei bravo!' E ho continuato e continuato.

Hai detto che le tue canzoni, una volta pubblicate, acquistano un loro significato, conducono una loro esistenza. Credi che la tua musica potrebbe esistere senza di te? Le tue canzoni sono entità a sé stanti?
È una buona domanda. C'è una frase che continuo a usare nell'album che la gente ha ignorato, cioè 'Auto-detto la mia didattica.' È una frase del poeta Jack Spicer. Borges faceva lo stesso. Sono un canale, un vaso sanguigno, una luce. Non si tratta di proprietà, ma per qualsasi motivo sono la radio adatta a comunicare un certo messaggio. Devo restare sempre attento e fare il lavoro che devo fare per continuare a esserlo. Il mio lavoro è restare sempre acceso. La canzone è qualcosa di diverso.

In fondo, di cosa pensi parli who told you to think??!!?!?!?!?
Penso che questo disco parli di fare un passo, un passo davvero importante. Il passo che non avresti mai pensato di fare. Non avrei mai pensato di poter diventare un professionista, che il rap potesse diventare la mia carriera. Ora sono in una situazione che mi permette di continuare a farlo finché avrò voglia di farlo, e di guadagnare abbastanza da poterci mangiare. Che è una cosa stupida. È assurda! Non mi sarei mai aspettato di essere a questo punto, specialmente non a 25 anni. Quindi ora mi chiedo, e adesso? Questo disco suona come credo dovrebbe suonare il rap. Ho fatto quello che vorrei sentire.

I rapper tendono ad avere un'opinione sbagliata, cioè 'È una cultura giovanile, è la roba che piace ai ragazzini. Bla bla bla'. Perché scegli di rifiutare il potere che hai? Originariamente si trattava del lavoro dei figli di una generazione, ma questo non significa che si tratterà sempre dei figli della generazione di turno. È un ragionamento completamente diverso, e sappiamo tutti che è stupido. Mi confonde. Non vedo molte persone—specialmente della mia età—rendersene conto. Io voglio fare quello che vorrei il rap fosse. E ora mi trovo in mano delle risorse assurde. Il prossimo album sarà ancora più fuori di testa. Sto già parlando con Kenny Segal, un mio compagno in Ruby Yacht, di come dovremmo buttare fuori il prossimo il prima possibile.

Quello di cui mi sono reso conto, con questo album, è che la gente pensa che fare rap sia difficile per me. Con questo disco—mi sono sposato, ho avuto un figlio e l'ho scritto. Capito? La gente dice, 'Ci sono voluti due anni per scrivere 'sti pezzi!' Amico, io vivo al massimo. Ad aprile aprirò un negozio di dischi, e starò ancora facendo 'sta merda. Il prossimo album sarà assurdo perché, non so... credo di avere, dal punto in cui sono, l'opportunità di poter entrare nella conversazione.

Ricordo che quando avevo 16 anni sentii Blu cominciare a rapper e pensai, 'Cazzo, 'sto tipo ha una visione definita di ciò che dovrebbe essere il rap'. Mi sono sentito davvero intrigato. Blu si è bruciato da solo, in un certo senso, ma non in modo definito. Ci ho sempre pensato e Blu mi ha sempre influenzato, nella misura in cui mi sono sempre chiesto che cosa sarebbe successo in una linea temporale alternativa in cui lui si fosse preso cura di sé, avesse costruito la sua comunità.

Sei quasi stato categorizzato come lo studente di filosofia che fa il rapper. Questo nuovo disco è un tentativo di allontanarti da quell'etichetta?
A volte mi sento un po' vecchio e stanco, ma quando mi guardo dietro penso, 'Perché ho presentato al mondo quella versione di me stesso?' Il gioco del rap mi ha mandato così in paranoia che ho avuto paura di essere la persona che sono. Anche quando sarei dovuto essere solo me stesso. Provavo a fare il filosofo colto, volevo che la gente si rendesse conto che ero intelligente. È assurdo. Questa musica è una terapia, è risolvere i tuoi stessi problemi di fronte a un pubblico. Ero solo un ventenne testa di cazzo che provava a darsi un tono.

È questa la sotto-categoria del rap in cui vuoi restare? Vuoi continuare a fare concerti piccoli in giro per gli Stati Uniti e avere un pubblico piccolo ma devoto? O vuoi cercare di fare cose più grandi?
Me lo chiedo ogni giorno. Mi pongo la stessa identica domanda che mi hai fatto. Ogni giorno mi sveglio e mi sento felice. Il tour che sto facendo ora è perfetto. Ma poi penso, 'Sono qua. Perché non premere l'acceleratore? Perché non dimostrare a 'sti stronzi tutto quello che so fare?' Il che si ricollega al discorso sul significato di questo album.

Avrei potuto continuare a rappare come rappavo su a toothpaste suburb. Ma perché? Sono arrivato a un punto in cui posso andare in giro per l'America e sentirmi dire dai ragazzi roba tipo, 'Zio! Il rap dovrebbe essere il rap che fai tu! Perché 'sti coglioni non se ne rendono conto?' Ecco, perché non se ne rendono conto? La gente fa il tifo per me, e io mi sento in dovere di rispettarli. C'è gente che crede in tutto qusto. Cazzo, quel tipo prima è venuto e mi ha portato un'ode! Mi sento obbligato a rendere onore alla visione che ha di me, cioè quella di un rapper con cui fottere. Lo sento dentro. Voglio crescere.

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