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Santo Trafficante ce macina

"Ve Macino" è il nuovo mixtape di venti tracce firmato Santo Trafficante e ce l'abbiamo in streaming, in esclusiva.

Come mai l'unica mezza crucca che conosco è un'inutilissima femmina del '95 con la passione per il ritardo mentale e invece poi esistono persone come Santo Blanco Trafficante (Santino), padre italiano, madre tedesca, il cui flow ruminato e privo di "R" fa perdere di significato le regole di dizione previste dalla lingua italiana nella loro totalità? Tutti i mezzi tedeschi di questo paese si dovrebbero sentire in colpa per non aver sviluppato una parlata come la sua, musicalmente parlando, ma perché no, anche nella vita di tutti i giorni. Viaggione sull'indiscutibile supremazia stilistica e vocale di Santino a parte, passiamo ai fatti veri et concreti, cioè quel monte di tracce che sono poco più in basso, e costituiscono la premiere di quest'oggi. Il bravo Santino ci ha donato in esclusiva lo stream del mixtape nuovo dal promettente nome Ve Macino—non riesco a trovare parole per la copertinaovvero venti tracce simpatiche ed estive, dove "simpatiche ed estive" non hanno nessun tipo di ironia dietro perché sono effettivamente così. Se le contate, però, quelle embeddate sono diciannove e non è che sono incapace io, ma è proprio Soundcloud ad averci dato problemi col caricamento. Lo so, scoccia.

Non è finita qui comunque. Non potevo lasciarmi sfuggire l'occasione di parlare in prima persona con l'imprenditore bianco vestito dello STACCAVÌ, e infatti poco più in basso c'è l'intervista, all'interno della quale viene rivelata una notizia che magari i più fieri tra voi conosceranno già—io no, scusate—e che riguarda "Pagliaccio di Ghiaccio". Ok, no spoiler. Intanto questo è Ve Macino ovvero musica pesante, la sua spada.

Noisey: Che fico il mixtape, me ne parli un po’?

Santo: Sono un po’ di tracce fresche che volevo far uscire già da un po’ di tempo. Sono più leggere rispetto a quelle che ho fatto negli ultimi tempi… anche solo dalla copertina si può capire la volontà di sdrammatizzare. Lo stile è sempre il mio, abbastanza aggressivo, ma magari con tracce un po’ più simpatiche, estive. C’è anche il campione di “The Final Countdown”... oppure un pezzo dei Muse rallentato, con me che faccio freestyle sopra. Un’altra caratteristica di questo mixtape è che ci sono persone della Ghiaccio Enterprises, la mia etichetta, che partecipano come rapper.

Sapevo di Ghiaccio, ma non abbastanza. Spiegami in cosa consiste.

È la mia etichetta personale sotto la quale ci sono già alcune persone che rappano, stiamo cercando di allargare e di uscire con un altro mixtape, sempre con me e altri rapper italiani, di Roma, Abruzzo, Milano, etc. In più in questo mixtape ci sono collaborazioni con Il Cartello di Roma, una collaborazione a lungo termine.

Capito. Che rapporti hai con gli altri rapper romani con cui in passato hai collaborato, ad esempio il Truceklan?

Li conosco tutti, sono tutti amici. Però in genere da quando faccio musica rap ho sempre cercato di non fare quello che facevano gli altri, per questo cerco sempre di stare su una mia linea e dimensione personale. Il Truceklan lo ascolto moltissimo, Metal Carter è un grande amico, collaboro spesso a tracce assieme a lui, ma ovviamente abbiamo un’altra visione della musica. Sono tutti forti a livello creativo, ma ci sono delle differenze. Le altre scene rap di Roma, ricadono in stereotipi e standard un po’ ripetitivi, secondo me. Il Truceklan in qualche modo si distingue da queste scene, il che è apprezzabile.

Tu ti distinguevi anche da loro, ovviamente, in quanto a stile.

Come influenza ho sicuramente avuto il rap americano, è il fulcro di tutto, dov’è nato e dove oggi germogliano avanguardie di ogni tipo. Non ho copiato, ma ho preso qualche spunto da quella scena, per idee, approccio etc. Cerco di trasformare le cose, prendo il meglio e lo italianizzo; non voglio fare l“americano”, ma creare qualcosa di italiano/romano/americano. Come influenze posso citare Raekwon, Wu-Tang Clan e un sacco di altra gente. Poi vabe’ di solito sono molto aggiornato con le novità più attuali, prima ancora di essere un musicista sono fan, mi piace ascoltare questa musica, seguirla. Sono molto appassionato.

Quando hai cominciato a fare rap?

Le prime cose le ho fatte attorno al 1995-96, tutte in casa, su cassette, senza nessun tipo di knowledge tecnico. Poi nel 97-98 ho cominciato a far uscire i primi mixtape su cassetta con gente di Roma, sempre molto underground—tipo i Flaminio Maphia e altri. Ho proseguito e nel 2002-2003 sono arrivati altri progetti ancora, tra cui quello Gorilla con Tony Sky. Tutte queste collaborazioni avvenivano parallelamente al mio percorso individuale, ogni tanto usciva qualcosa con altri, ma io proseguivo sempre per conto mio, pure perché sono sempre stato molto produttivo. Sul mio pc avrò due-trecento pezzi ancora da fare uscire, sto sempre a scrivere… non sono nell’ottica del pensare ai cd, ma solo in quella del produrre beat, testi, continuamente.

Minchia, sei produttivissimo. Dedichi alla musica il cento per cento del tuo tempo?

No, faccio anche altro. Ma la musica è solo la mia passione, ho un sacco di progetti musicali da far uscire… mi ritengo un creativo, faccio progetti di musica sperimentale, con campioni tagliati fuori tempo...

Wow. E per quanto riguarda i beat per gli altri? So che nell’ultimo disco di Carter ce ne sono un paio tuoi.

Esatto. Ho iniziato a fare beat perché a Roma in quegli anni (95-96) non c’erano produzioni che mi convincessero, quindi sentivo il bisogno di inventarmene di mie. Ho sempre cercato di trovare un suono mio personale, proprio per abbinarlo al meglio a rime e immaginari che avevo in testa. Nel primo disco di Carter, La verità su Metal Carter, gli ho dato tre o quattro basi. “Violenza Domestica”, “Pagliaccio di Ghiaccio”...

“Pagliaccio di Ghiaccio” è tua? Non lo sapevo…

In pochi lo sanno, credo forse i ragazzi del Truceklan e basta. Quel beat lì l’ho prodotto un mesetto prima, l’ho fatto sentire a Metal Carter insieme ad altre basi, a lui è piaciuto molto e l’ha scelto, realizzandoci questo pezzo paradossale. Per “Violenza Domestica” stessa cosa, solo che era un brano un po’ più conscious, diciamo.

Il tuo flow e la tua parlata sono inconfondibili. È una roba che hai studiato in qualche modo o ti è sempre venuto “naturale”?

È sempre stato così, non ci sono stati grossi studi. L’unica scuola forse è stato il rap americano, come ti dicevo prima, dal quale ho studiato un po’ gli incastri. La mia parlata, il mio modo di fare, la mia cadenza, è abbastanza naturale e l’ho solo sviluppata nel tempo. Poi ho questo accento particolare perché sono mezzo tedesco, forse dipende anche da quello. Compongo le parole in modo un po’ particolare, e capisco che per gli italiani possa suonare strano. Spesso trovo persone che hanno difficoltà a capire la mia pronuncia, sono incastri un po’ così… Però appena cominciano a capire vanno tutti in fissa.

Eh sì, è sempre così. Non ne esci più dopo un po’. Ma parlami delle tue origini tedesche.

Sì, sono nato in Germania da madre tedesca e padre italiano. Ho vissuto per dieci anni a Monaco, lì ho conosciuto il rap, fino a tredici anni è stata la mia base. Di lì a poco poi siamo tornati in Italia, e ho proprio iniziato a fare le mie prime cose, con metodi molto spartani, come ti ho già detto. La musica è sempre stata una grande passione per me, tutt’ora continuo a farla con questo spirito. Ci saranno soldi e ricavi, ma rimane prima di tutto una passione. Chiaro, se uno può farci i soldi è anche meglio…

Be’, direi di sì anch’io. E il tuo nome da dove nasce?

Io mi chiamo Fabian Santo. Me l’ha dato mio padre che ha origini siciliane, pure mio zio e mio nonno si chiamavano Santo. “Trafficante” perché poi a scuola quando è uscito il film di Donnie Brasco, i miei compagni hanno cominciato a chiamarmi come il boss mafioso… In realtà ci sono anche delle varianti, Santo Boss, Santo Blanco…

Perché “Blanco”?

Non lo so. In parte perché mi piace vestirmi di bianco, ad esempio le scarpe bianche, anche se si sporcano facilmente… poi sta cosa di “Ghiaccio” rappresenta una sorta di calma apparente, non saprei. Neanche so spiegarlo bene perché, il bianco.

Cosa stai ascoltando ultimamente di italiano?

È un momento buono per il rap in Italia, ma ti dico la verità, di quella roba non mi sto sentendo quasi niente, preferisco i neomelodici semmai…

Tipo?

Gianni Vezzosi, Gianni Celeste… di rap italiano davvero quasi zero. Forse anche per mantenermi fuori, non voglio mai ricadere in sonorità già sentite. Cerco di ascoltarmi roba americana, magari hardcore, ma anche di altri generi. Variare gli ascolti è un metodo fondamentale se sei un artista. Per fare musica, in generale per fare arte, è importante avere una bella base di partenza. Io cerco di leggere tanto e ascoltare quanta più musica possibile.

Non a caso in diversi brani rimarchi il concetto di “arte”.

Quello che faccio a volte sembra roba molto ignorante, ma spesso è per ribellione ai canoni standard della musica. Altre volte invece faccio cose un po’ più ricercate… anche se preferisco di no. Spesso un pezzo che non parla di niente è più intenso di un pezzo che parla di qualcosa, paradossalmente.

Credo anch’io, ne cogli più la genialità.

Senza parlarne direttamente, si riesce a trasmettere un messaggio più efficace. È pure una sfida per l’artista fare arrivare dei messaggi in modo indiretto.

I temi di molti tuoi brani, anche ne Il Top De Roma, sono molto cinematografiche e strutturate. In Ve Macino è tutto molto più sciallo, si sente, basta anche solo la copertina… che tipo di influenze hai avuto oltre a quelle musicali?

Mi piacciono i film di mafia, con l’ambientazione “di strada”, rappresentata e reinterpretata in chiave di rap romano originale. Che altro? Mi faccio ispirare da artisti contemporanei anche, cerco di riportare a parole certi disegni e segni, ma anche Roma in sé mi è molto d’aiuto. È una città molto varia, c’è sempre una certa tensione… è una giungla, un po’ come tutte le grandi città. Ne vado molto fiero, ma dall’altro lato c’è una rabbia sorda per tutto ciò che non funziona in questa città. L’ho voluto chiamare Il Top De Roma perché in qualche modo mi sento così, come stile etc. Non togliendo nulla a nessuno, ovviamente, ce ne sono un sacco di king. Però penso di essere al top quando faccio certe cose.

Progetti futuri?

Spero di far uscire dopo l’estate un piccolo mixtape con gente della Ghiaccio, Mixtape Ghiaccio Gang, una quindicina di tracce per presentare pure gente fresca da tutta Italia. Sta per uscire un altro disco interamente prodotto da me, poi un altro ancora, quello sperimentale…

L’instancabile Santo. A live come sei messo? Ne hai in programma?

Sì sicuramente durante l’estate qualcosa farò, anche se preferisco lo studio. Produco tanta di quella roba che più delle volte manco la riascolto. Non mi interessa neanche, boh. Molto spesso sento i singoli in giro e riconosco dei beat miei, ma sennò non me li sento mai.

Lo sai vero che cose come “Staccavì” sono un culto?

[Ride] Eh sì, ogni tanto lo dico, staccavì, stacce… ma anche a Milano?

Sì, chi ti conosce sa.

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