Che senso hanno le recensioni musicali nel 2016?

Grazie a Internet siamo diventati tutti critici? Nessuno è critico? Non importa? Importa? Aaaaaah!

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mar 2 2016, 10:37am

Illustrazione di John Garrison

Il giorno venerdì tredici febbraio del 1970 una piccola band di Birmingham pubblica il suo debut, Black Sabbath. Poco dopo la sua uscita, il disco approda sul mercato statunitense e un critico musicale emergente di nome Lester Bangs si siede di fronte alla sua macchina da scrivere e inizia a schiacciare forsennatamente sui tasti per una notte intera, fino a che non gli escono ben cinque paragrafi che parlano del disco. Quei cinque paragrafi sarebbero poi stati pubblicati sul magazine Rolling Stone. Delle 575 parole uscite dalla penna di Bangs, nemmeno una era positiva: una stroncatura apocalittica, da capo a piedi. Il frontman Ozzy Osbourne non si degna neppure di leggere quella recensione. Tutti i musicisti, solitamente, affermano di non curarsi delle recensioni, ma nel caso di Osbourne, che è dislessico, probabilmente l'affermazione è davvero plausibile. Chiaramente, però, i suoi colleghi gli avranno riferito il contenuto della recensione, riportandogli il succo della questione tramite parole chiave inclementi usate da Bangs.

“Bangs è morto dodici anni più tardi, aveva solto trentatré anni, e ho sentito molta gente sostenere che fosse un genio delle parole," scrive Osbourne nella sua autobiografia I Am Ozzy, datata 2010. "Ma per noi non era molto più che l'ennesimo coglione pretenzioso."

Bangs non era il solo ad aver smerdato i Black Sabbath. L'album non ricevette una grande accoglienza da parte della critica. Robert Christgau, che scriveva per The Village Voice, lo aveva definito “bullshit necromancy.” Un altro critico aveva infangato così a fondo il chitarrista Tony Iommi che, una volta che i due si trovarono faccia a faccia in un hotel di Glasgow, "Tony era passato alle mani, tanto che quel tipo aveva rischiato di finire all'ospedale," secondo le parole di Osbourne.

Il tempo ha provato che Bangs e i suoi compari si sbagliavano di grosso. L'album, nonostante il poco consenso della critica, ha avuto il suo corso d'onore e ha venduto milioni di copie, oltre ad essere considerato una pietra miliare dell'heavy metal. Rolling Stone è addrittura tornata sui suoi passi qualche tempo dopo, cercando di rimediare all'errore mettendolo al numero 238 della sua lista dei 500 migliori album di tutti i tempi.

E allora perché le recensioni negative, ai tempi, avevano indisposto i Black Sabbath al punto di portare Iommi a voler prendere a pugni in faccia un critico e Ozzy a ricordarsi quelle esatte parole per ben 40 anni? Semplice. Nel 1970—quando ancora Internet, MTV e le radio satellitari non esistevano—le recensioni erano una valida fonte di informazioni per chi seguiva la musica. Le recensioni erano la base per farsi un'opionione. Le recensioni erano la base per vendere dischi.

Lo stesso Bangs ha contribuito a sminuire il proprio ruolo e quello della critica confessando, nell'ultima intervista rilasciata, che: “Siamo onesti, se senti un pezzo alla radio, ascoltarlo ti porterà a comprarti quel disco molto più di ogni cosa che ci potrai leggere. Specialmente perché parecchia gente non ama nemmeno leggere."
In questo, Bangs aveva decisamente centrato il punto: i più grandi nemici di un critico musicale sono le orecchie degli ascoltatori. Per quale motivo dovremmo affidarci alle parole di qualche snob impomatato quando il nostro cervello è in grado di elaborare secondo il proprio gusto se qualcosa fa per noi o meno? Quello che Bangs non poteva sapere era che, qualche decina di anni dopo la sua morte, ogni paio di orecchie in circolazione avrebbe avuto a sua disposizione una libreria praticamente infinita di album, canzoni, bootleg e mixtape risalenti a qualsiasi epoca, e per ascoltare una qualunque di queste cose gli sarebbe bastato pigiare un bottone.

Viviamo in un'epoca che Bangs non ha mai visto. Ci sono così tanti servizi di streaming in competizione—Spotify, Pandora, YouTube, Apple Music, Tidal, Google Play, Amazon Prime, Rhapsody, 8tracks, Soundcloud e Bandcamp, tanto per nominarne alcuni (senza citare il mercato dei download illegali)—che ci vorrebbero centinaia di migliaia di anni per ascoltare proprio tutto. Per cui, con ogni uscita disponibile istantaneamente a portata delle nostre orecchie, viene da chiedersi: abbiamo ancora bisogno delle recensioni?

"Le recensioni degli album erano una parte fondamentale dell'industria discografica quando la carta stampata la faceva da padrone, insieme al passaparola, alle radio e ai video", mi dice Pam Nashel Leto, addetta stampa di Girlie Action. Leto lavora come addetta stampa dal 1998 e si è occupata della promozione di Elliott Smith, degli Spiritualized e dei White Stripes. "A quei tempi, le recensioni avevano un peso importante; una recensione positiva in riviste come SPIN, Rolling Stone, The Source, Magnet o The New York Times bastava a rendere curiosi i lettori abbastanza da farli andare a comprare l'album—in un vero negozio di dischi—o a vedere l'artista dal vivo, a volte anche senza aver mai sentito una canzone".

Da quando la carta stampata è passata in secondo piano, addetti stampa come Leto hanno cercato copertura mediatica per la propria musica da altre parti, cioè su Internet. Mentre si può dire che l'ascesa di Internet abbia praticamente ucciso la recensione su carta, o perlomeno che l'abbia relegata alle ultime pagine delle poche pubblicazioni rimanenti, ha anche dato luce a un nuovo tipo di critico: il blogger.

Nel corso degli anni Duemila, mentre giornali e riviste cercavano controvoglia di crearsi nuove nicchie online, le recensioni e il resto del giornalismo musicale continuavano a operare secondo un modello molto Web 1.0. I siti esistevano come oggetti statici, il potere rimaneva centralizzato e si continuavano a distinguere gli iniziati: coloro che avevano accesso ad album e comunicati stampa prima del pubblico. In generale, non c'era alcuno scambio con i lettori a meno che agli iniziati non venisse voglia di farsi un giro tra i bassifondi della sezione commenti.

Gradualmente, con la crescita di popolarità dei blog, la gente normale ha colto l'opportunità di strappare lo scettro della critica dalle mani delle pubblicazioni storiche. Webzine come Pitchfork e Buddyhead, che sono entrambe cominciate come progetti individuali da cameretta nei tardi anni Novanta, hanno acquisito rilievo grazie all'analisi critica senza filtri, senza esperienza, soggettiva che fornivano, conquistandosi un seguito che è arrivato a concorrere con quello di pubblicazioni finanziate da grandi corporation come Rolling Stone e SPIN. Sono serviti da rimpiazzo per il vecchio mondo del giornalismo musicale che richiedeva coordinatori, correttori di bozze, uffici. A differenza delle piccole 'zine a tiratura limitata, questi siti avevano la possibilità di essere letti da tutto il mondo. Tabula rasa: chiunque abbia una connessione internet può diventare un critico musicale.

Alcuni di questi blog hanno raggiunto uno status più legittimo nel corso del decennio che è seguito: Pitchfork è l'esempio più noto, essendo stato acquistato l'anno scorso da Condé Nast. Ma anche Pitchfork, punto di riferimento universale per le recensioni di album per più di dieci anni, oggi sta perdendo terreno rispetto alle opinioni espresse in tempo reale dalla popolazione tramite i social media.

"Il paradigma della recensione di Pitchfork per cui se finisci su Best New Music all'improvviso la tua carriera spicca il volo, penso, è quasi morto", dice Ian Cohen, che recensisce dischi su Pitchfork dal 2007. Cohen cita gruppi del boom indie rock di metà anni Duemila che hanno beneficiato del tocco da Re Mida di una recensione entusiasta su Pitchfork. Progetti come Broken Social Scene, Arcade Fire e Clap Your Hands Say Yeah—i quali ricevettero tutti l'ambito titolo di Best New Music tra il 2004 e il 2005—videro i propri numeri di pubblico e di vendite aumentare velocemente, un successo che è facile attribuire direttamente alle recensioni su Pitchfork. C'era un rapporto di mutuo beneficio tra il sito e gli artisti. Pitchfork pompava alcuni artisti che poi sarebbero diventati piuttosto famosi, così che Pitchfork finiva per avere una reputazione di saggezza e competenza, fino a sedersi sul trono di re dei tastemaker della musica figa. Ma con le conversazioni culturali a sfondo musicale che si svolgono su Internet a velocità sempre crescenti, la dinamica sta cambiando.

"Ho sentito dire recentemente che il nuovo Pitchfork sono i ragazzi che discutono su Twitter", dice Cohen. "Se nascessero dei nuovi Arcade Fire, o dei nuovi Broken Social Scene, se ci fossero dei nuovi Clap Your Hands Say Yeah, verrebbero riconosciuti prima da loro che da Pitchfork". È finito il tempo in cui una recensione su Pitchfork o su un altro sito si poteva individuare come Paziente Zero per il successo di un artista.

Meaghan Garvey, un'altra ex-autrice di recensioni della redazione di Pitchfork, concorda. "Per brutta che sia la parola 'tastemaker', non penso che si possa più usare per i critici o i giornalisti. È la gente comune su Twitter o Instagram che modella i gusti della comunità", dice. "Nel tempo che ci metti a leggere una recensione, puoi ascoltare un terzo dell'album. E non è che i giornalisti forniscano importanti intuizioni o punti di vista che cambiano la prospettiva. È più facile che cerchino di rincorrere un diciottenne che ha un fantastilione di follower su Twitter ed è molto più fico di loro."

Chi punta a diventare un tastemaker deve adottare nuove strategie per far sentire la propria voce. Ad esempio, Anthony Fantano aveva fatto ben pochi progressi durante i due anni in cui aveva gestito un blog musicale e un podcast affiliato a NPR. Faceva fatica a farsi notare nel mucchio degli aspiranti critici. Ma prima di chiudere definitivamente con il suo sogno di una carriera nel giornalismo musicale, fece un ultimo tentativo. Piazzò una fotocamera digitale in salotto molto, molto vicino alla propria faccia e cominciò a recensire i dischi in formato video, esprimendo le proprie opinioni a braccio. Ora, con oltre 600 mila iscritti al suo canale YouTube, The Needle Drop, è una delle voci più influenti del panorama critico contemporaneo.

“Internet ha reso democratico il processo per cui qualcosa diventa popolare nella musica, e ha fatto la stessa cosa per il giornalismo musicale", dice Fantano. "Chiunque può esprimere la propria idea su un disco. Penso che il mondo delle recensioni e delle opinioni oggi sia una vera meritocrazia."

La critica musicale è diventata un'operazione personalizzabile, ma il lato negativo della questione è che, con così tante voci che cercano di sovrastarsi l'una con le altre, il tutto si è trasformato in una discarica di opinioni disinformate e discussioni avvelenate. L'introduzione di una nuova generazione di click-jockey non pagati o pagati pochissimo, di polemizzatori automatici e di opinionisti virtuali in competizione gli uni con gli altri per la recensione più veloce sono i fattori che ampiamente riconosciuti come causa di morte della critica professionale, per aver ridotto la ricezione collettiva dell'arte a una questione binaria di bello/fail, "figata o merda".

"Sembra che la funzione delle recensioni oggi sia intrappolata in un circolo vizioso di contenuti", dice Garvey, "per cui le persone che rispondono di più alle recensioni sono altri critici, o per leccare il culo all'autore o per punzecchiarlo o semplicemente per scrivere qualcosa su Twitter perché si annoiano. Si trasforma in questo cerchio chiuso in cui c'è una recensione, un editoriale che parla della recensione e poi quarantott'ore di discussione su Twitter. Non sembra che stia raggiungendo il pubblico giusto."

Per un esempio recente di quanto sia diventato chiuso il buco nero del giornalismo musicale, prendiamo la storia della band di Brooklyn, i Wet. A gennaio, Pitchfork ha pubblicato una recensione del debutto su major dei Wet, Don't You. La recensione era dura, dava al disco un misero punteggio di 4.0 e scherzava sul fatto che la band sembrasse un prodotto fabbricato dall'industria musicale, reso credibile con showcase dal vivo, playlist su BBC1 e clip sull'account Instagram di Khloe Kardashian. Poco dopo la sua pubblicazione, due redattori del sito Genius hanno pubblicato una recensione della recensione in forma di annotazioni, prendendo in esame le tesi della recensione e rispondendo per conto dei Wet, in effetti rendendo ancora più plausibile l'ipotesi della finta band creata a tavolino. Aspetta, non è ancora finita. Dopo la pubblicazione della recensione della recensione, e dopo che i vari critici avevano passato diverse ore a litigare su Twitter come loro si confà, Jezebel ha pubblicato un post di riepilogo di tutta la situazione. È difficile credere che un semplice ascoltatore di musica che vuole solo scoprire una nuova band sia disposto a seguire questa conversazione così in profondità, nel buco nero del contenuto, specialmente dopo che ha smesso di vertere effettivamente su come suona il disco. Ma aspetta! Prima di riemergere da tutti questi strati di Inception giornalistica, è d'uopo farvi notare che tutta questa storia viene riassunta nell'articolo sulla critica musicale che state leggendo. E magari qualcuno scriverà un articolo di risposta. È il cerchio della vita del contenuto.

da Genius

Non sorprende che la recensione negativa dei Wet abbia gettato Internet in una spirale di scimmiesco lancio di cacca. Le recensioni esplicitamente negative stanno diventando un fenomeno sempre più raro. Metacritic, un sito che aggrega le tante recensioni che riceve per album, film e video game, usa i colori per categorizzare la risposta generale da parte della stampa. Verde = recensioni generalmente positive, con un punteggio cumulativo del 61 percento o più. Giallo = mediocri, dal 41 al 60 percento. Rosso = cattive recensioni, sotto il 40 percento. Tra il 2013 e il 2015 non un singolo album è entrato nella categoria dei rossi. Ogni album uscito in quel periodo di tre anni ha avuto una media di risposta da parte dei critici buona o almeno mista. Bisogna andare indietro fino al 2012 per trovare l'unico album che è finito nella zona rossa: Fortune, di Chris Brown, e la risposta negativa era dovuta non tanto al calibro della musica, quanto alle recensioni che condannavano Brown per il suo passato da criminale e le sue aggressioni ai danni della sua ex compagna Rihanna. In poche parole, per avere una recensione negativa, negli ultimi quattro anni, bisogna letteralmente prendere a botte un altro musicista.

In confronto, nel mondo cinematografico, un medium in cui la data di uscita è ancora molto legata alle vendite—quelle vendite per cui la gente deve uscire di casa e aprire il portafogli—, gli standard critici sono ancora molto più alti. Nello stesso periodo tra il 2012 e il 2015 in cui nessun album è stato valutato come sotto la media qualitativa nella zona rossa di Metacritic, il 17,75 percento dei film usciti è stato rosso, il che tradotto significa 436 film (uno dei quali è Battle of the Year, un film sulla breakdance che comprende nel cast anche Chris Brown).

Allora perché le recensioni musicali si sono così ammorbidite? Qualcuno potrebbe dire che lo stato attuale del giornalismo musicale dipendente dagli sponsor e dai click ed è diventato troppo legato al successo degli artisti. La condivisione di un articolo sui Five Seconds of Summer sulla pagina Facebook ufficiale del gruppo, che conta oltre dieci milioni di fan, per esempio, porterà un picco di traffico al sito. Non importa quanto l'articolo sia scialbo o povero di contenuti (e uuuh, sappiamo quanto possono esserlo), una condivisione o un retweet da parte della band porterà i fan accaniti a inondare il sito di visite, facendo salire i dati di traffico mensili e rendendolo più appetibile agli sponsor. Per cui è nell'interesse della pubblicazione tendere a scrivere cose positive, specialmente degli artisti famosi.

Questo, in parte, è responsabile del risorgimento del poptimism: i critici saltano sul carrozzone dei vincitori invece di mettersi in prima linea a promuovere gli artisti meno conosciuti, rischiando qualcosa in più. In questo modo, artisti come Katy Perry e Taylor Swift dominano il ciclo giornaliero dei contenuti musicali, da lunghi editoriali che parlano del loro impatto culturale a liste di gatti che hanno instagrammato, e idoli dei giovanissimi come Justin Bieber conquistano la prima posizione nella classifica delle migliori canzoni dell'anno su rinomati siti musicali. Ogni voce che si levi contraria a questi artisti intoccabili viene soffocata online e trattata da clickbait o troll o semplicemente stronzaggine. Saul Austerlitz ha smontato in maniera piuttosto epica gli effetti del poptimism sul web con un articolo sul New York Times che dice: "Il poptimism utilizza ciò che è familiare per far mantenere una parvenza di rilevanza alla critica musicale. La cultura del click crea un sistema chiuso in cui si parla sempre di più degli artisti più famosi, che così diventano ancora più famosi, e se ne parla ancora di più. Ma la critica dovrebbe fornire degli stimoli ai lettori, non presentare semplicemente un bollino di approvazione.

Oltre alla ricompensa del traffico in rete, però, ci sono altri motivi per cui ai siti conviene mantenere buoni rapporti con gli artisti. I siti e i grandi marchi che li possiedono hanno sempre bisogno di qualche favore: artisti da far esibire sul proprio palco al SXSW o che presentino una cerimonia di premiazioni, o etichette che comprino pop-up pubblicitari, o addetti stampa che diano una mano per ottenere quella grande intervista in esclusiva dopo che l'artista ha inevitabilmente toccato il fondo dopo essere stato filmato mentre guidava ubriaco in un drive-thru. Il confine tra la Chiesa e lo Stato spesso si confonde in questi accordi dietro le quinte.

Molti siti hanno abbandonato del tutto le recensioni (Noisey per esempio, smettetela di chiedercele). Quando Ben Westhoff divenne l'editor musicale all'LA Weekly nel 2011, una delle sue prime missioni fu proprio di smettere di pubblicare recensioni di dischi. "Non le leggeva praticamente nessuno", dice Westhoff. "L'altro problema è che è veramente difficile descrivere la musica a parole. Potrei usare paragrafi su paragrafi per descrivere un suono e non sarebbe comunque paragonabile a pochi secondi di ascolto".

Le première sono invece passate alla ribalta per quanto riguarda la copertura delle nuove uscite. Nelle settimane precedenti al lancio di un album, l'artista lo promuove a singhiozzo sotto forma di première della prima traccia, della seconda traccia, del primo video, del video con il testo, della terza traccia, dell'artwork, della quarta traccia, e via di questo passo (una volta mi sono state proposte in esclusiva delle GIF di un video musicale—non tutte però, metà erano state promesse a un altro sito). Alle première manca la profondità critica della recensione, però. La maggior parte sono solo brevi biografie dell'artista, anzi, a seconda del sito, può arrivare a trattarsi di comunicati da due frasette contenenti una dichiarazione dell'artista fornita dall'addetto stampa e un link per il pre-ordine.

C'è un compromesso attaccato alle première. L'addetto stampa dell'artista promette di dirigere i fan su un certo sito e, in cambio, l'accordo implicito è che l'articolo del sito tenderà al positivo. Per avere un'idea di quante première vengano proposte ai siti musicali ogni giorno, ho appena cercato la parola "première" nella mia casella email e il mio computer ha preso fuoco, e poi ho ricevuto una mail che mi chiedeva se mi interessava una première della GIF della combustione.

Gli artisti affermati con un pubblico fedele ormai hanno capito di avere il coltello dalla parte del manico nel gioco delle première, però, e potrebbe non essere un modello sostenibile ancora a lungo. Artisti mega-importanti come Beyoncé possono permettersi di lanciare un album a sorpresa alle tre di mattina il giorno di Natale e ogni singolo blogger correrà inciampando sui propri gatti (plurale) per postare la notizia. Ma anche le band di livello medio stanno incontrando un certo successo nel fungere da ufficio stampa di loro stesse. I Say Anything, per esempio, questo mese hanno pubblicato un album a sorpresa, I Don’t Think It Is, annunciandolo e mettendolo in streaming direttamente sul proprio sito internet per evitare la frammentazione traccia per traccia. "È un disco strano e funziona meglio come un'unità", mi ha detto il frontman Max Bernis. "Ascoltarlo canzone per canzone incasina le aspettative sull'album. C'è gente che non lo ascolta nemmeno se non gli piace la prima canzone".

È anche possibile che la critica musicale tenda a giudizi più positivi non solo per conquistare il favore degli artisti, ma anche per evitare la loro ira. Con l'accesso sempre crescente degli artisti ai social media, molti hanno iniziato a usarli per contrastare le critiche negative. Come vi possono raccontare Cohen, Garvey, Fantano e ogni altro critico che ha a cuore l'onestà della propria analisi critica, non è raro che un artista frustrato da una recensione negativa renda esplicito il proprio malcontento su Facebook o Twitter, e a volte nomini il critico per infangarlo. E sì, gli artisti leggono le recensioni, non c'è dubbio.

“Penso che gli artisti siano effettivamente gli unici a leggere le recensioni", dice ridendo il frontman dei Gaslight Anthem Brian Fallon. "Gli artisti e i propri collaboratori all'interno della label, gli addetti stampa e il management, loro leggono le recensioni. Tutto sta cambiando. In tour mi capitava di incontrare ragazzini che portavano riviste da firmare. Non succede più da anni."

L'ultimo album di Fallon, Get Hurt, è stato stroncato da Ian Cohen su Pitchfork e seppur Fallon abbia deciso di tenere per sé la propria delusione, è rimasto certamente colpito dalla risposta negativa, come succede a molti artisti, ed è in grado di citare praticamente a memoria la recensione. "Non ricordo affatto le recensioni positive. Penso sia una cosa che ha a che fare con la personalità artistica e la forte autocritica", dice Fallon. "La sala può essere piena di gente entusiasta e l'unica persona che dice 'fai schifo!' è anche l'unica che senti".

Non tutti gli artisti tengono la bocca chiusa come Fallon, però. Andrew Falkous, frontman dei Future of the Left, per esempio, è rimasto scottato sempre da Cohen su Pitchfork all'uscita dell'album del 2012 The Plot Against Common Sense, e ha scritto una risposta riga per riga sul suo blog dal tenore... be', diciamo solo che usava l'espressione “stupid cunt”. "Il fatto è che quella recensione uscì sette od otto giorni prima di ogni altra recensione", Falkous mi ha spiegato in un'intervista. "E anche una persona con un po' di senso critico può venire influenzata da una critica o dall'hype. Spesso si costruisce una certa narrazione e quelle prime parole possono finire per influenzare il punto di vista delle persone. Per cui ho pensato che fosse il caso di prendere posizione e rispondere velocemente 'vaffanculo'".

Ma non riguarda solo il rock. Anche i rapper si sono scontrati con i critici. Wale una volta ha chiamato Complex per minacciarli dopo che il suo album The Gifted non era stato incluso nei "50 Migliori Album del 2013" e, lo scorso anno, Talib Kweli ha recensito la recensione di Pitchfork del suo album Indie 500 su Medium (voto: 3.6).

via Medium

"Alcuni artisti pensano che con una ripicca verso Pitchfork o SPIN ecc. loro abbiano vinto, abbiano preso il controllo della conversazione", dice Cohen. Ma mentre l'artista può anche pensare di aver vinto perché ha l'ultima parola, si può anche dire che così facendo diluiscano la propria arte. Creando uno scandalo attorno ai loro album che è cliccabile e ha un potenziale virale, tolgono attenzione alla qualità del proprio album. Tra cinque anni, quando gli ascoltatori di rap ripenseranno al disco di Wale, quanto si ricorderanno della musica e quanti delle battute e dei meme sulla sua telefonata di minacce?

Non serve un post da 1600 parole per lanciare una replica efficace, però. Con il semplice utilizzo di una "@" in un tweet, un artista può rovinare l'intera settimana di un critico, armando migliaia di fan che si scaglieranno contro il colpevole dell'offesa. A volte è innocuo e inoffensivo e può incoraggiare un dibattito pubblico. Ma può anche superare i confini della discussione civile ed entrare nel campo personale. Quando si tratta di giornaliste donne, le cose rischiano di farsi molto pesanti. Dopo che Lynn Hirschberg aveva parlato male di M.I.A. in The New York Times Magazine nel 2010, M.I.A. ha risposto twittando il numero di telefono della Hirschberg, portando i fan a chiamarla e lasciarle messaggi, una mossa che Hirschberg ha poi definito "non sorprendente, ma estremamente irritante".

Per cui forse la ragione per cui le recensioni sono diventate sempre meno negative è che i critici non hanno voglia di passare un intero pomeriggio a schivare insulti e minacce da parte di decisamente troppi avatar con un uovo per aver fatto notare che un artista ha cagato fuori un album che fa schifo. Garvey ricorda un caso in cui la sua recensione poco entusiastica di un album dei Future Brown scatenò una serie di vendette da parte del gruppo su Twitter e Facebook. "Erano andati a pescare roba della mia vita personale e finì per diventare una cosa meschina e bambinesca". Eppure, fa notare, "forse non è male che i critici vengano cazziati di tanto in tanto, per mantenere l'equilibrio del potere".

Mentre artisti e critici giocano a ping pong gli uni con gli altri, compromettendo l'integrità della critica onesta con questa futile guerra fredda, gli ascoltatori—che dovrebbero essere i consumatori delle recensioni—finiscono spesso tirati in mezzo come figli di coppie divorziate. Le recensioni sono ancora certamente importanti per gli artisti, per i giornalisti e per gli addetti stampa, visto che se ne occupano ogni giorno, ma l'ascoltatore medio presta ancora attenzione? Secondo Andy Larsen, marketing manager del negozio di dischi Rough Trade a New York, sì e no.

“Dal punto di vista del negozio, vediamo che i dischi vendono di più quando ricevono il titolo di Best New Music o comunque un voto alto da Pitchfork, ecc.", dice. "I clienti senza dubbio cercano e fanno domande sulla musica che ha recensioni positive". Ma d'altra parte alcune vendite sono a prova di recensione. "Alcuni artisti vanno oltre la recensione. Non importa se hanno una recensione negativa o positiva su un blog o una rivista. Se hanno un pubblico fedele, nemmeno la peggior recensione possibile farà diminuire le vendite".

Per cui in fondo c'è un certo potere rimasto nella parola scritta dopotutto, e potrebbe essere prematuro dichiarare morta la recensione. Ma è certo che stia legata a un filo sopra una fossa comune piena di floppy disk, tessere di Blockbuster e CD degli Hot Hot Heat. La recensione, come la musica stessa, corre il rischio di diventare una forma d'arte diluita dalla tendenza smodata di Internet a livellarsi verso il suo minimo comune denominatore.

Ma forse è questo che la gente ha sempre voluto dalla critica: di sentirsi semplicemente dire quello che già sapeva, di rinforzare le opinioni che già aveva e di leggere parole positive rispetto alle cose che le piacciono, annuendo con soddisfazione senza essere messa in difficoltà. Ci sarà sempre buona musica là fuori, ma grazie a questa democratizzazione (e diluizione) della tradizionale critica musicale, con il suo vecchio ufficio scricchiolante, la recensione, voi, gli ascoltatori, siete soli, alla mercé delle vostre opinioni. Dopotutto, se ce la faceva Lester Bangs, ce la potete fare anche voi.

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