Quando Milva non aveva paura (grazie a Vangelis)

Una cantante Italiana, un musicista greco e due dischi in tedesco: "Ich Hab' Keine Angst", "Geheimnisse", e le visioni profetiche sull'Europa di oggi.

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lug 23 2015, 9:08am

"Amo molto Ich Hab' Keine Angst di Vangelis e Alexanderplatz di Battiato. Mi sento tedesca d’adozione"
(Milva)

C’era una volta l’Europa. Ora è squagliata da un caldo Africano, ma soprattutto da una situazione economico-politica che sta per deflagrare definitivamente. Come ben sapete, non si parla altro che della Grecia: la gente si mette in bocca questa parola un po’a caso, sia i detrattori che i fan sfegatati dell’ultimo momento, i quali ne approfittano per farci le vacanze come se andassero allo zoo (quello vero, non quello di Berlino). Molti dicono che l’Italia farà la sua stessa fine, con la pesante spada di damocle tedesca che le pende già sul capo. Insomma, la tensione è palpabile. C’è stato però un periodo in cui questi tre paesi non facevano troppi braccio di ferro ma producevano cultura e sviluppo quasi fossero legati fra loro da uno stesso destino. E c’è un alleanza musicale che è stata il simbolo di tutto questo: quella fra Milva e Vangelis, uniti dalla musica tedesca, of course.

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Andiamo per tappe: nel 1980, il musicista greco ex-leader degli Aphrodite’s Child è a tutti gli effetti una star nascente. Reduce dal successo inglese (quarto posto in classifica) di Short Stories, composto a quattro mani con Jon Anderson degli Yes, si prepara a diventare il paladino definitivo della musica sintetica che tutti conosceremo in Blade Runner e Chariots of Fire: per l’appunto è il periodo in cui si butta a capofitto nel mondo delle colonne sonore. Nell’ottobre dello stesso anno si chiude in studio con Milva, che ha deciso di virare verso l’elettronica e la new wave seguendo le rivoluzioni del periodo, ma inserendole in un contesto “easy listening" totalmente tedesco. Si, perché a quel tempo la rossa in Germania ha già un folto seguito, dovuto alle sue interpretazioni di Brecht e di Edith Piaf, ma anche grazie alla svolta internazionale che il manager Elio Gigante ha dato alla sua carriera, permettendole di fare tour a rotella in Europa, ristampare molti dei suoi album in tedesco e ottenere numerosi dischi di platino in terra crucca. Vangelis, dal canto suo, non è la prima volta che collabora con l’artista italiana: nel 1971 con lo pseudonimo di Vilma, Milva aveva prestato i suoi vocalizzi sperimentali per la traccia del gruppo fantasma Alpha Beta, dal titolo rassicurante di "Astral Abuse". Una traccia che, come potete constatare, non faceva mistero di ambizioni psichedelico-erotiche, anticipando i Krisma di “Amore”, che verranno tenuti a battesimo proprio da Vangelis (non dimentichiamoci che il greco ebbe un ruolo cruciale anche nei loro capolavori Chinese Restaurant e Hibernation).

Dicevamo, Milva pensa avanti, è sempre stata una provocatrice e, non a caso, ha lavorato anche con Luciano Berio. In questo caso vuole l’elettronica, si, ma “mediterranea”, leggera, che non sovrasti ma accompagni i brani. In contrasto con la moda vigente di “teutonizzare” esasperatamente i suoni, la scelta di Vangelis sembra perfetta. L’asso greco, però, forse non ha tempo di comporre musica nuova, o semplicemente gli viene richiesto qualcosa di sicuro appeal da adattare e basta. Fatto sta che in neanche tre mesi esce Ich hab' Keine Angst (io non ho paura), che nella prima parte contiene temi già editi da Vangelis come strumentali (nelle note di copertina è sottolineato), ma in questo caso vestiti di testi in tedesco ad opera di Thomas Woitkewitsch. Trattasi di "To The Unknow Man" da The Spiral, "La Petite Fille De La Mer" da Apocalypse e una versione di “So Long Ago So Clear” da Heaven And Hell con Jon Anderson, completamente riscritta nei testi (Patty Pravo l’aveva già coverata nel ‘76, però).

Poi troviamo anche una versione di “It’s Five O'Clock” degli Aphrodite’s Child e un rifacimento di un pezzo del ‘73 di Vangelis e Melina Mercouri “Athenes Ma Ville”. Molte delle esecuzioni sono a carico del team di Milva, che un po’ le rifà pari pari, un po’ le modifica come se David Bowie, al posto di inserire Eno, avesse deciso di arrangiare Low come pop tradizionale tedesco (il disco infatti è registrato proprio nei famigerati studi Hansa, gli stessi della trilogia berlinese). È d’altronde un team capitanato da Natale Massara, lo stesso del Battiato de L’Egitto Prima delle Sabbie. Proprio Battiato più avanti farà sentire la sua mano ferma con “Alexander Platz “ e tutto il cocuzzaro, dando vita ad uno dei migliori dischi della “Pantera di Goro”, il successivo Milva E Dintorni. Rispetto ai suoni, dunque, l’intenzione wave è quella che prevale, anche se poi la title track si regge su un cattivissimo e rigoroso pattern di sintetizzatore dove la mano di Vangelis si sente eccome; risulterà un brano/manifesto di intenzioni per Milva, poi reinciso come “Dicono Di Me”.

Nel lato B, Vangelis regala invece cinque brani inediti, forse degli outtake di altre sue prove a parte la versione tedesca di “Ignacio” dal mood aperto tipico delle sue colonne sonore cyberpunk, in cui la fanno da padrone puntinismi di arpeggiatore e piani elettrici innaffiati di chorus e innestati nell’ orchestra. Milva interpreta con classe eccellente e si concede anche un brano sbarazzino, ovvero "Du Hast is Güt" che risulta il pezzo più orecchiabile del lotto, con bassi in odor di wave. Poi abbiamo “Kinder”, una ballata suadente il cui testo recita “i bambini sono anche spietati”. Nonostante la critica dica velenosamente che Vangelis abbia scritto i cinque pezzi nuovi in cinque minuti, col naso, il disco ha una tensione e un'urgenza mittleuropea che fa sognare, come fosse una decadente "new old wave" della canzone neoclassica: d’altronde il produttore è Klaus Ebert, membro degli Amon Duul II, ed è quindi impossibile non sentire influenze krautrock. La copertina, con Milva che sembra un manichino, quasi bambola krafwerkiana e imbottita come un parà, è inquietante, ma il tutto è stemperato dalla foto sul retro dove osserva con occhi dolci un Vangelis al pianoforte… Praticamente una fedele lettura dei contrasti interni al disco, romantico e aspro, esistenziale e trasognato.

La collaborazione fra i due non finisce mica qui: nel 1986 infatti Milva richiama Vangelis a se, e stavolta con più tempo a disposizione e maggior calma il nostro si siede comodamente alla produzione. D’altronde oramai ha fatto man bassa di riconoscimenti, il post Blade Runner l’ha reso ricco e famoso, la promessa oramai è realtà, tanto che la Barilla gli ruba “Hymn” per pubblicizzare i suoi spaghetti. Infatti Geheimnisse uscirà in doppia edizione, per i due mercati tedesco e italiano (col titolo Tra Due Sogni, leggermente Schnitzleriano) , con tutti brani inediti composti dal greco, che ne arrangia tre e ci suona anche dentro per comodità : Vangelis infatti , da autodidatta, non è capace a scrivere arrangiamenti su carta e preferisce suonare direttamente le parti ai musicisti. Di conseguenza il disco suona completamente elettronico, più intenso a livello di performance, con degli inni technopop assolutamente di alto livello come “Un pomeriggio e ½” (con testo del compagno di Milva) e una rivisitazione inaspettata della Carmen di Bizet.

Questo non significa che il disco piaccia a tutti, anzi: mantiene una sorta di andazzo weird, sia per gli arrangiamenti complessi, che vedono anche delle parti di drum machine "a frusta", sia per la digitalizzazione estrema e le atmosfere da club radioattivo che ricordano la colonna sonora del porno fantascientifico Cafè Flesh, paradossalmente ispirato a Blade Runner. Rispetto a Ich Hab' Keine Angst, quindi, c’è un tasso di disagio superiore, che mette il duetto Milva-Vangelis alla pari di quello Vangelis-Irene Papas del periodo Odes. Ma come si sono conosciuti Vangelis e Milva? È lei stessa a rivelarlo alla Repubblica nel 1986: “L' ho incontrato cinque anni fa a Londra. L' idea è stata del mio produttore tedesco Klaus Ebert. Allora ho scelto musiche che lui aveva già nel cassetto. E con quel primo album, Ich Hab' Keine Angst, ho vinto il disco di platino: solo in Germania ho superato le cinquecentomila copie. Questo secondo LP, invece, è nato la primavera scorsa. Sono andata a Londra per un mese, Vangelis ed io ci vedevamo nel suo studio, quando ne avevamo voglia. Questa volta, si può veramente dire che lui ha composto per me. A parte la sua vecchia 'Spring, Summer, Winter and Fall' del periodo Aphrodite' s Child, che io ho ripreso, tutti i brani sono nati lì, dalle nostre 'improvvisazioni'."

Ed è questo il pregio del disco, la caratteristica “free”, dilatata, che si ritrova anche nei testi dei brani (con ospiti come Raffaella Riva dei Gruppo Italiano che firma “Canto A Lloret”), inni alla libertà, canzoni di passione, di guerra, di resistenza umana. Oggi in tutto questo casino, le nostre due star guardano l’Europa dall’ alto in basso, come due veggenti: la comunistissima Milva si è praticamente ritirata nel suo eremo in Italia; stessa cosa Vangelis che, ai piedi del Partenone, pare mangi e beva vino rosso a volontà più che pensare a incidere. Forse accerchiati dalla paranoia di una "polizia come un amante/che guarda dentro di te" sanno che "Oggi è un'altra età/è un altro maggio abbronzatissimo/vecchie novità/soldi successo nient'altro dentro di te/la nuova etica/targata Capital/ non mi va" e "Tanto tempo fa/era bello perdere./Occhi nel vento/bandiere in polvere." Sarà così anche domani? Se sì, fate come Milva: non abbiate paura.

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