L'appropriazione culturale non è per forza un male

Trasportare un prodotto culturale in un altro sistema è sempre un atto da condannare?

|
27 febbraio 2015, 10:07am

Mi sono trovata per puro caso (no, non è vero, sono fan di The Quietus) a leggere questo articolo che parlava di come l'ultimo album dei Blur sia formato a partire di un'appropriazione culturale indebita a danno del Giappone, e dell'Asia tutta, e che questa cultura sia stata completamente fraintesa, ridotta e asservita a uno scopo discografico, quindi insomma ai ca$hi.

Ovviamente il termine "appropriazione culturale" o "cultural appropriation" come viene utilizzato dai siti di settore che amano riempirsene la bocca, è anch'esso un territorio culturalmente ampio, che rischia di esssere frainteso e, spesso, abusato allo scopo di criticare un'opera in mancanza di altri strumenti o tagli critici del recensore.

Di appropriazione culturale indebita è stato accusato un bel numero di musicisti, a partire dai rapper non afroamericani, fino a Gwen Stefani, che ad un certo punto della sua carriera ha deciso che il giappone era una figata, proprio come Damon Albarn, e si era appropriata delle Harajuku Girls (il suo corpo di ballo) che erano obbligate a parlare solo giapponese, che è un po' come se costringessero me a ballare la pizzica ed esprimermi solo nella mia lingua madre—la seconda parte mi peserebbe sicuramente meno della prima.

Era circa il 2004, il periodo in cui esplose anche il fenomeno culturale M.I.A, una che dell'appropriazione ha fatto una sorta di cifra stilistica, anche se nel suo caso era abbastanza giustificata. Ricordiamoci sempre che M.I.A, di origini Tamil e nata nel Regno Unito, si portava dietro in un famoso tour alcune ballerine completamente coperte da un burqa e, qualche anno più tardi, girò con Gavras un video in Marocco in cui alcuni drifter non sauditi riprendevano la pratica del Tafhit saudita. Un'altra appropriazione culturale, che forse passò in secondo piano rispetto a quella di Gwen perché alla fine M.I.A. è, appunto, da sempre un personaggio caratterizzato dall'esotismo occidentalizzato, un frutto della globalizzazione, una figliol prodiga che torna alle sue radici e le rielabora in faccia alla cultura dominante come per dire "era molto più figo a casa mia."

Certo, non possiamo trascendere dal fatto che l'appropriazione culturale è, storicamente, un esercizio di potere, come scrive Jarune Uwujaren in questo articolo: "Ognuno dovrebbe essere libero di indossare i vestiti che vuole, di tenere i capelli come vuole, ma teniamo presente che utilizzare simboli della cultura di altri per soddisfare un bisogno di espressione personale è un esercizio privilegiato."

Il tema dell'appropriazione culturale è, ovviamente, molto sentito negli Stati Uniti, una popolazione che, più di altre, o almeno più recentemente e in termini più moderni, ha avviato la propria Fabbrica del Consenso per mezzi meno evidenti e più subdoli come i nuovi media, di cui la radio—e di conseguenza la musica—è decisamente un punto focale.

Per questo, ad esempio, Miley Cyrus ha fatto incazzare perché utilizzava il twerking e altri simboli della popolazione afroamericana durante la promozione del suo ultimo album, allo stesso modo alcuni se la sono presa con la diffusione virale dell'Harlem Shake, e più in generale con lo scimmiottamento dell'AAVE (African American Vernacular English) come sottrazione culturale del "bianco" e utilizzata come ornamento.

Mi sembra superfluo sottolineare come una frangia di popolazione oppressa, a cui fino a poco tempo fa era negata ogni possibilità di espressione e che ora, ironia della sorte, non avendo nemmeno ancora guadagnato la parità di diritti si vede prelevare elementi del costume caratterizzante la propria identità e tradurli in accessori etnici della cultura dominante.

Nella vecchia Europa, però, la passione per l'esotismo è forse meno caratterizzata imperialisticamente, siamo meno influenti culturalmente e il nostro atteggiamento, pur ignorante, nei confronti di ciò che consideriamo "etnico" è più vicino, ancora, al buonselvaggismo, tipo le donne che sognano viaggi in Africa perché trovano molto interessante accoppiarsi a prestanti kenyoti (vedi le signore di Paradise: Love).

Date queste premesse necessarie, sono però convinta che calcare la mano sul termine "appropriazione culturale" sia decisamente controproducente.

Soprattutto dal momento in cui non stiamo parlando di violenza su un soggetto non consapevole, che sono da condannare in tutto e per tutto, ma di accuse di usurpazione culturale in ambito puramente artistico, intellettuale, astratto appunto.

Qualche anno fa il progetto Mondo Cane, in cui Mike Patton reinterpretava i classici della musica italiana, ha fatto impazzire parecchia gente da queste parti, compreso il nostro ex adorato sindaco di Milano, Letizia Moratti. Girava un video in cui Letizia—spalleggiata da Red Ronnie—irrompeva nel camerino di Patton prima del concerto e si lanciava in elogi e racconti sulla città di Milano che sai quanto cazzo gliene fregava a lui. Questo è un caso in cui l'appropriazione culturale è stata accolta talmente bene che la cultura derubata è venuta la sindrome di Stoccolma e l'usurpatore ha deciso che non avrebbe mai replicato l'esperimento e sarebbe tornato ai suoi vecchi Faith No More. Del suo ruolo vacante si è presto appropriato il trio Il Volo. L'anno scorso anche Roisin Murphy ha voluto dare il suo contributo all'appropriazione culturale rielaborando alcuni classici, non mi sembra di aver sentito molte lamentele da qui.


"Ho fatto otto volte il giro del mondo" ...e nessuno si è appropriato di lei. Che peccato.

In effetti, ribaltando i termini della questione e sentendoci usurpati, pur considerando noi stessi una cultura dominante, da una cultura ancor più dominante di noi come quella statunitense si ha la percezione esatta della questione: vedere le derive artistiche o folcloristiche della nostra produzione autoctona proiettate su un altro orizzonte di interpretazione è un motivo d'orgoglio in percentuale maggiore rispetto alle numerose aberrazioni che ogni purista vede nello slittamento dei propri pilastri. Che sono la pizza col ketchup per alcuni e per altri il mancato utilizzo del no olofrastico (io appartengo alla seconda categoria).

La stessa Gwen Stefani, ai tempi delle accuse, si era difesa dichiarando che per lei le Harajuku Girls erano una dichiarazione d'amore: "Ci sono sempre due facce della medaglia," dichiarava a Time Magazine. "Per me ogni cosa che ho fatto con le Harajuku Girls era solo un complimento, un gesto da fan. Adesso è vietato essere fan di qualcun altro? Di un'altra cultura? Ovvio che non è vietato. Ovvio che sei autorizzato a celebrare altre culture. È un'operazione che sia gli statunitensi che i giapponesi compiono da parecchio tempo."

C'è da riconoscere, infatti, che negli ultimi decenni alla tendenza globalizzante di cosiddetta appropriazione culturale si è affiancato una sorta di alfabetismo di ritorno, ossia un'attenzione alla fonte decisamente più rispettosa che in altri tempi. In un certo senso quindi pinzare alcuni elementi chiave di un'altra cultura e risputarli fuori, anche un po' a caso, può permettere di avvicinare un tema, un Paese, un popolo, una tradizione, di cui magari non sappiamo davvero nulla. Oltretutto non è plausibile sostenere che farlo con la Cina o con l'antico Egitto sia appropriazione culturale: esistono simbologie, amuleti, costumi, mosse di danza, suoni, sapori che hanno una precisa origine da cui vengono, a fasi alterne, sradicati o ri-ancorati.


Brian Shimkovitz, che ha fondato Awesome Tapes From Africa per diffondere a un pubblico più ampio le cassette che trovava in Africa. Un'operazione affine a quella di Sublime Frequencies o a quella di Peter Gabriel con la sua Real World Records.

Se lo guardiamo da un altro punto di vista, il gesto stesso di integrare e portare alla luce alcuni aspetti di qualcosa che di solito vediamo come completamente altro non è per forza una violenza, una sottrazione (ok, se non si tratta di rinchiudere bambini islandesi in un organo a canne e tentare di farli suonare come un disco di Björk). Se l'intenzione non è espressamente denigratoria, al contrario, permette non solo di avere un'apertura creativa e una visione più ampia delle possibilità di un artista, ma pure di avvicinarci a ciò che è ingiustamente ritenuto estraneo alla nostra cultura e di colmare alcuni divari. E in un certo senso è anche compito di una cultura "dominante" fare in modo, anche attraverso il mescolamento di influenze, che altre culture siano sempre meno altre e che sentiamo come nostro e vicino anche il più lontano prodotto culturale, se ci è affine. E viceversa.

Come scrive Valerio Mattioli in questo articolo, "è insomma il famigerato concetto di “rispetto delle tradizioni” a cui Alan Bishop, in un’intervista al mensile inglese The Wire, rispondeva così: «tradizione non significa imitazione pedissequa. L’ultima cosa che voglio vedere sono quattro bianchi del cazzo che si mettono a suonare il gamelan nella maniera “giusta”». Oppure, in un’altra intervista che stavolta Bishop concesse al sottoscritto: «Perché ogni volta che un gruppo occidentale traffica con elementi estranei alla propria cultura, bisogna tirare in ballo espressioni diaboliche come “colonialista”, “furbo”, “sfruttamento” e via di questo passo? Perché non usare termini come “ispirazione”, “rivelazione”, “esperimento”?»"

Il confine sottile è quella tra sfruttamento del "buon selvaggio" (o del "selvaggio bono," come nel caso delle signore di cui parlavo prima) e ispirazione. L'ispirazione è sempre concessa ed è giusto che non esista confine nel conoscibile, nell'esplorabile, nell'utilizzabile, nell'assimilabile, nel creabile. È giusto che ci siano sempre più creature meticce che a un certo punto rivendichino le proprie origini e le espongano con fierezza, oppure che scelgano di riconoscersi e immergersi in un'altra cultura, o di creare una nuova prospettiva culturale (pronto, parlo con il signor Internet?) che promuova l'integrazione e aiuti a colmare alcune voragini che si stanno alimentando, soprattutto ultimamente, e che vengono infarcite di concetti allofobici.

Oltretutto ricordiamoci che ci appropriamo ogni giorno anche di prodotti non solo di altre culture, ma di altre epoche, e che lo sfruttamento becero di certi simboli è anche un'operazione interna allo stesso sistema di produzione intellettuale e artisica. Così come alcuni hanno il diritto di prendere la Divina Commedia e sputtanarla in beceri programmi televisivi, altri hanno il diritto di prendere il suono di un Sitar e costruirci un album intorno, o di dichiarare, come Siouxsie, che l'ispirazione è arrivata dal take-away cinese del proprio quartiere. È ok zia, non sei una sinologa.

Per concludere, vi invito a guardare questo bel film di uno dei miei registi preferiti in cui ci sono due giapponesi che si appropriano della cultura rockabilly e, purtroppo, anche Nicoletta Braschi che si "appropria" della recitazione.

Segui Virginia su Twitter: @virginia_W_