We Ain't Making People Dance: 12" Plastic Toys

Abbiamo intervistato i 12" Plastic Toys e già che c'eravamo ci siamo fatti smollare un po' di tracce in esclusiva.

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22 novembre 2013, 10:16am

Ho voluto prendere sul personale lo slogan dei 12 Inch Plastic Toys “We ain’t making people dance”. Non solo sono riuscita a ballarci davanti allo specchio del corridoio di casa mia—tutto molto bello—ma mi sono anche presa bene per loro e ho deciso di intervistarli. Lorenzo e Andrea sono due pischelli romani che da un po’ di anni a questa parte hanno deciso di insediarsi stabilmente nel fatato mondo dell’elettronica italiana. C’è chi nei loro lavori ci vede Burial, The Haxan Cloak e Zomby, ma noi ci fidiamo di loro quando si definiscono post-dubstep e garage ambient, bella per voi. Gli EP che queste due spigliate anime Ciociare hanno sfornato dal 2009 ad oggi sono cinque, e finalmente martedì 26 novembre vedrà la luce il loro secondo LP, 1994. Esce per White Forest Records, etichetta che ha già prodotto Capibara (corresponsabile della label) e Dropp e di cui sono cofondatori. Oltre alle tracce in anteprima, mi era stato inviato un video teaser realizzato da Lorenzo, che Andrea ha sapientemente definito “Una roba così senza senso che dentro ci leggi l'estinzione della razza umana.” Estinzione della razza umana = bello, quindi non potevo non mostrarvelo:

Avevo detto che i due sono di Roma, ma quest’anno il Fato li ha voluti separare. Andrea vive a Venezia da febbraio e la cosa, a quanto mi è stato riferito, lo ha solo aiutato a capire l’importanza di indumenti di questo tipo in caso di acqua alta. Sento di volerli anch’io.

Noisey: Ciao carissimi. Tutto bene?

Andrea: Sì, grazie. Stavo rispondendo a un tipo che ci ha mandato il demo con una rivisitazione del Giro Girotondo…

Lorenzo: Io la voglio, era bellissima. La voglio come suoneria.

Anche io la vorrei in effetti.

Andrea: È una parte divertente, ma anche deprimente del nostro lavoro. Ogni settimana ci arrivano cinque o sei demo, a volte sono fatti tecnicamente bene, però non ti dicono niente. Se però uno è bravo e giovane, va incoraggiato. Ad esempio, Lorenzo ha inventato la dubstep nel 2005, ma se non avesse dato tutto alla Hyperdub… La dubstep è nata in Ciociaria, ma non lo sa nessuno.

Cioè? Raccontatemi.

Lorenzo: Nel 2005 feci un pezzo che a riascoltarlo di recente mi sono accorto essere brostep. Cioè, era fatto a cazzo di cane, non avevo tutte quelle conoscenze tecniche che anni di smanettamenti mi hanno poi dato, però mi ha fatto impressione perché effettivamente c’erano suoni di merda in stile Skrillex. Incosciamente sono stato il precursore di tutta sta schifezza. C’erano voci campionate, robe distorte, mamma mia la monnezza.

Ciociaria culla del brostep. Come vi siete conosciuti e come sono nati i 12 Inch Plastic Toys?

Andrea: Ci siamo conosciuti a una festa di un nostro amico, Lorenzo stava facendo una specie di dj set. Come invitati c’erano un frate e un parroco. Aveva messo l’audio di un porno e una roba con una tipa che ripeteva “Hai un tumore al cervello”. Da lì ho capito che poteva esserci solo amore tra di noi…

Lorenzo: Già. È nato tutto in maniera strana, il progetto. Sarà stato il 2009, io avevo aperto un profilo su Soundcloud e siccome produco tanta roba avevo pensato di buttarci dentro tutti i miei lavori. All’epoca andava molto l’electro house, la gente si era interessata e mi sono detto “Vabbe’, continuiamo con sta cosa, facciamoci del male.” Se c’è da buttarsi nella merda, noi ci siamo. In pratica, era come un contenitore di roba random che facevo. Cominciava ad esserci un certo interesse e a un certo punto ho chiesto ad Andrea se si sarebbe voluto aggiungere. Era già mio amico, sapevo che non era un coglione in quanto a gusti musicali…

Andrea: Poi dopo ha scoperto che invece lo ero.

Lorenzo: Sì, ho scoperto che si ascolta cerca musica di merda…

Andrea: Tipo gli Arcade Fire.

Occazzo. Un po’ un problema.

Andrea: Ognuno ha le sue perversione, ragà. Oppure i Belle and Sebastian, che a Lorenzo piacciono tantissimo…

Lorenzo: Gli Arctic Monkeys…

Torniamo ai 12 Inch che è meglio.

Lorenzo: Il nome è stato dato riferendosi a “Cuntry Boner” dei Puscifer, progetto parallelo del cantante dei Tool. A un certo punto nel testo dice di essersi scopato Johnny Cash con dei “12 inch plastic toys”. Lì per lì faceva ridere. Tornando indietro avrei scelto un nome molto più corto, magari solo di quattro o cinque lettere.

Andrea: Ricorda un po’ i Nine Inch Nails. Ma la verità è che sono i nomi tipo Burzum a funzionare.

Nine Inch Plastic Toys. Cosa ascoltate di roba non elettronica?

Lorenzo: Io ascolto tanto country western.

[Silenzio]

Lorenzo: Scherzo. Andrea digli tu cosa ascolti…

Andrea: Io mai avrei pensato nella vita di potermi appassionare al rap e all’hip hop, e invece da un annetto e mezzo sono entrato in fissa con un po’ di gente tipo Kendrick Lamar, oppure più r’n’b, Frank Ocean.

Lorenzo: Ultimamente ascolto un botto di rap anch’io, Earl Sweatshirt, A$AP Rocky, tutte ste negrate qua. Poi in generale ascolto tanto industrial, sludge, hardcore.

Ecco, nei vostri pezzi si intuiscono molto queste ultime influenze.

Lorenzo: Sì, trip hop e industrial sono le cose che ci hanno influenzato di più.

Andrea: La nostra amicizia quando è nata aveva come basi i Massive Attack e i Nine Inch Nails. Andavamo d’accordo perché ascoltavamo sta roba.

Quando si va d'accordo...

Tu Andrea vivi a Venezia ora, mentre Lorenzo è rimasto a Roma. Questa dislocazione ha avuto conseguenze sui vostri ritmi di lavoro?

Andrea: No, pochissimo. Perché io e Lorenzo abitavamo comunque in due zone completamente diverse di Roma e ci vedevamo una volta ogni due settimane. Abbiamo sempre fatto quasi tutto online.

Lorenzo: Siamo l’anti metodo. Anche a livello produttivo. La gente normale fa prima uno scheletro, una base, e da lì evolve. Io invece faccio un malloppone di quindici minuti in cui ci infilo tutto, poi Andrea mi fa “No taglia qualcosa, mettici altro.”

Andrea: Lui butta tutta la traccia e io gli suggerisco tagli e arrangiamenti. Solitamente lo fa alle tre di notte perché lui vive davanti a Live.

Lorenzo: Ho questa malattia mentale che mi fa passare le giornate davanti a un sequencer. Ultimamente no perché ho anche altri cazzi, però a volte è così. Non mi pesa, lo faccio con piacere.

Andrea: E io ogni mattina mi ritrovo i messaggi di Lorenzo in cui mi manda i beat. Tipo la morosa che ti manda il messaggio del buongiorno.

Parlatemi di White Forest Records. Lorenzo, tu sei tra i fondatori giusto?

Lorenzo: I fondatori siamo io e Capibara, ma è nata e si è sviluppata a partire da un nucleo di cinque persone, tra cui Andrea. Nasce ufficiosamente il 12/12/12 e ufficialmente nel febbraio 2013.

Andrea: Eravamo noi cinque in un bar al Pigneto: io, Lorenzo, Luca Albino aka Capibara, Luca Ritucci e Lorenzo Castelli. Quella sera abbiamo deciso che WF si poteva fare.

Lorenzo: Non siamo nati appositamente come etichetta. Volevamo creare una rete, un collettivo di musicisti che supportasse la scena di musica elettronica italiana. Alla fine di artisti validi ce ne sono davvero tanti, mi rode un po’ il culo quando sento dire “In Italia non c’è un cazzo di musica, i festival sono all’estero.” Non è vero. Qui ci stanno tantissime persone che sono capaci, in gamba e valide, è solo che la scena è molto frammentata. Noi proviamo a fare da collante. Poi ci è venuto in mente che magari potremmo mettere il nostro marchio, aiutarli a distribuire, aiutarli con le grafiche. A conti fatti avevamo scelto di fare quelle cose che fanno le etichette. Non per modestia, ma non pensavamo neanche che potesse venire così bene come progetto.

Andrea: Ci passiamo proprio tanto tempo, è un lavoro a tutti gli effetti. Noi stessi nasciamo come musicisti, ed è per questo che abbiamo cominciato con WF. Un musicista magari non sa come autopromuoversi.

Lorenzo: Alcuni non sanno neanche come farsi la pagina facebook… Il fatto che tre su cinque di noi siano musicisti aiuta molto a mediare con gli altri artisti. Sappiamo quanto tempo passa prima che un’etichetta ti risponda, quando gli mandi un tuo pezzo. Noi cerchiamo sempre un contatto piuttosto vicino con i nostri artisti.

Andrea: Io per esempio Giorgio dei Dropp lo sento come se fosse la mia ragazza.

Lorenzo: Nessuno di noi però ha un ruolo fisso, o perlomeno non troppo.

Andrea: Io per esempio mi occupo delle relazioni dell’etichetta e curo l’immagine di White Forest. Facciamo come Agnelli e Marchionne, Lorenzo ci mette i soldi e io li gestisco.

Lorenzo: A me basta che mi date le puttane…

Avete fatto un botto di remix di pezzi che hanno poco a che fare l’uno con l’altro, il che è curioso. Parlo di Bon Iver, How To Destroy Angels, Dead Kennedys, Prodigy...

Lorenzo: Nascono quasi tutti per diletto, ma anche per via di concorsi che facciamo.

Andrea: Il remix di Bon Iver è nato così. In effetti però è anche stato il pezzo che ha sancito l’inizio del nuovo percorso che abbiamo poi scelto di intraprendere.

Lorenzo: Sì, adesso ci siamo un po’ distaccati dal genere EDM per passare a qualcosa di più… Più cosa?

Andrea: Più.

Lorenzo: Fra un anno faremo davvero country west.

Qua sotto abbiamo tre tracce del vostro secondo LP e un teaser. Cosa ci potete dire in più riguardo a 1994?

Andrea: L’album l’abbiamo cominciato a fare l’anno scorso, proprio dopo il remix di Bon Iver. Abbiamo capito che potevamo buttarci in qualcosa di più grosso che i soliti remix ed EP. Nel giro di poco tempo avevamo già raggiunto un congruo numero di tracce, che però andavano risistemate, riarrangiate etc. Ci abbiamo meditato su un sacco, tra un ripensamento e l’altro potevano bastare tre o quattro mesi, e invece è passato un anno.

Lorenzo: A livello produttivo il disco era già sistemato al novanta per cento più o meno verso aprile/maggio.

Andrea: Volevamo vedere come andavano le cose con la nostra etichetta, che era appena nata. Poi siccome stava andando tutto bene abbiamo deciso di farlo uscire a nome White Forest. Oltre a questo, in passato abbiamo pubblicato un solo LP, che è quello con Mapo Heiwajima. Comunque consiglio di ascoltarlo in metropolitana...

Mi piace molto lo slogan che usate “We ain’t making people dance.”

Lorenzo: È una roba che avevo letto, ma era diverso in origine. Mi piaceva come suonava. Anche perché è vero.

Andrea: Facciamo elettronica, techno e dubstep, ma la nostra musica non era pensata per essere ballata. Cioè, puoi anche farlo...

Lorenzo: Se ci balli hai dei problemi.

Andrea: Menzioni la dance, ma la neghi.

Cosa è successo nel 1994?

Andrea: È sceso in campo di Silvio. E c’erano anche i mondiali di calcio.

Lorenzo: Io ho pensato alla trip-hop anni Novanta, ma anche a Emilio l’amico robot. Ci sono tanti riferimenti, è bello per questo.

Andrea: Forse è anche l’anno della prima sega.

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