Giusy Consoli: la rivoluzione sessuale nel clubbing italiano

La co-fondatrice de Le Folies de Pigalle ci racconta com'è stato portare tacchi, paillettes e sessualità libera nelle discoteche della Penisola.

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feb 17 2016, 11:09am

Giusy Valentina Consoli. Tutte le foto di Guido Borso.

Quando sento parlare di discoteche nel 2016 provo una sensazione di smarrimento e anacronismo: mi sembra strano che qualcuno vada in discoteca; quel concetto lustro ed "estetico" ha lasciato spazio all'umore un po' blasé del club. Eppure il nostro è stato per lungo tempo il paese delle discoteche, e più di altri lo è ancora—con tutti i pro e i contro.

A fare la storia di quegli anni Novanta in cui uscire significava eccesso e trasgressione sono state alcune organizzazioni: Metempsicosi con Franchino in testa, Pervert, Diabolika e Le Folies de Pigalle. Sono nomi che rimangono nell'immaginario a segnare un momento storico in cui si prendevano la macchina o il bus per discoteche fuori dal centro, e vestirsi come degli alberi di Natale porno era non solo concesso, ma preteso.

Se c'è una persona che incarna appieno quel momento e le sue propaggini nel presente è Giusy Consoli, dj, producer e co-fondatrice della serata nota come Le Folies de Pigalle, un teadance emiliano giunto venerdì scorso al suo 21esimo compleanno.

Avevo pianificato di raggiungere Giusy per un'intervista sulla sua vita personale, ma quando mi sono ritrovata al ristorante al piano superiore delle Fonderie Italghisa di Reggio Emilia a un tavolo con ballerine in armature di lamé, l'amica di Giusy, Martina, che pianificava un San Valentino dalla suocera e un cantante di varietà con ghette color pastello, ho capito che l'unica cosa da chiedere davvero a Giusy era di condividere la sua esperienza diretta e la sua conoscenza enciclopedica della vita notturna italiana al suo massimo splendore. Ovvero, degli anni che ci siamo persi noi.

E perciò, mentre nei camerini Adami ed Eve in lustrini e perizomi si preparavano a entrare in scena, abbiamo parlato di come è cambiata l'idea di discoteca nel corso di questi 25 anni, di com'era essere una ballerina trans allora e del perché tutta quella scena un po' baraccona ha un senso di rottura diverso, ma non per questo meno forte, oggi che è démodé.

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Una delle location della nostra intervista—il bagno dei camerini.

Noisey: Partiamo da quando non eri Giusy Consoli?
Giusy Consoli:
Sono nata a Catania, ma quando ero piccolissima mi hanno trasferita fuori Milano, a Bovisio Masciago, dove ho abitato fino ai 18 anni. A 18 anni mi sono trasferita a Modena dove ho fatto lavori normali—dovevo darmi da fare, perciò mi sono asciugata le lacrime da bambina di casa viziata e mi sono rimboccata le maniche. Ho fatto l'estetista e un po' di tutto.

E poi come ti sei avvicinata al mondo delle discoteche?
Ero molto amica di Giuliano [Bavutti, con cui poi ha fondato Le Folies de Pigalle] con cui andavamo spesso a Riccione a ballare. Tutti impazzivano perché io avevo un'immagine così forte, ero sempre vestita strainciuciatissima e strafirmatissima, Vivenne Westwood, i tacchi a spillo, pantaloncini, Gaultier non Gaultier. E poi ero trans—cioè sono trans... Non so bene neanche io adesso cosa sono: mi sento donna e mi sono sempre sentita donna, sia col pisello che senza, però ancora oggi a volte mi chiedo cosa sono sono. Cosa siamo tutti? Chissà. Siamo degli angioletti.

Comunque continuavano a chiedermi di lavorare e io ho sempre detto di no, finché una volta ho provato e da lì l'ho sempre fatto.

Perché non ci volevi lavorare—non ti piaceva quel mondo?
Non è che non mi piaceva, non mi interessava lavorarci. Poi ci ho provato e mi sono divertita perché avevo tutti i maschi ai miei piedi, quindi mi sono detta, "Devo farlo." [ride] No, scherzo, era la musica al centro di tutto e io volevo metterla al centro della mia vita. Così a 23 anni ho cominciato a lavorare come una pazza e non mi sono mai più fermata, prima come ballerina alla Villa delle Rose di Misano Adriatico, poi al Cocoricò, poi al Le Plaisir di Desenzano sul Garda, poi a Roma e Milano. E non ti dico che so fare solo questo, so fare tutto—se vuoi ti smonto l'impianto di questo locale e te lo rifaccio nuovo.

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Giusy sovrintende la preparazione delle ballerine. In questa foto è con Endrada.

E come ti è venuta poi l'idea di Le Folies? La serata nasce come teadance [serate che iniziano a orario aperitivo e continuano tutta notte, inizialmente nate come serate gay e poi ampliate al resto del pubblico]—e oggi quasi nessuno sa cosa sia un teadance.

La serata è nata nel 1995 come teadance perché a Milano avevo iniziato a frequentare la Colazione da Tiffany e mi sono resa conto che da noi una situazione simile non c'era. Perciò ho detto a Giuliano, "Facciamolo." Era un periodo in cui il teadance andava abbastanza, per esempio ce n'era uno anche all'Echoes di Riccione.

Avete sempre curato tu e Giuliano tutti gli allestimenti, l'immagine dei ballerini etc?
Io e Giuliano abbiamo una storia complicata, adesso è un anno e mezzo che siamo tornati a lavorare insieme—dopo 15 anni di partnership ci eravamo divisi per cinque anni durante i quali io ho gestito i G Parties Folies a Modena. Ora non siamo più soci, io mi occupo della parte artistica ma voglio fare la dj finché posso, e finché posso rimarrò con Giuliano. Ma mi piacerebbe anche andare avanti per la mia strada.

Sempre in quegli anni, nel 1994, sei stata selezionata per il film Padre e figlio di Pasquale Pozzessere, che ti ha dato molta visibilità—lo stesso anno la notizia della tua aggressione arriva infatti su tutti i giornali.
Sì, facevo la ballerina all'Echoes a Riccione e mi hanno detto che stavano facendo la selezione per il trans più bello d'Italia per un film—c'erano delle ragazze perfette, ma alcune avevano una voce che non ti dico. All'ultima selezione, quella che si è tenuta a Roma, mi hanno presa. Dopo quel film ho anche fatto Carabinieri ma non è proprio il mio—cioè, mi stufo di tutto, mi stufo subito.

Gli anni Settanta erano già stati anni di conquiste e livello legale e culturale per la comunità trans, ma è negli anni Novanta anche grazie a film e situazioni come quelle organizzate da te che c'è un vero riconoscimento. Hai avvertito, nel corso di questi anni, dei cambiamenti?
Il cambiamento è stato fortissimo: ormai è tutto libero, se accendi la televisione su Canale 5 c'è Vladimir Luxuria che fa L'isola di Adamo ed Eva. Quando ero io agli inizi invece le persone non sapevano nemmeno cos'era un trans, se dicevo a uno che ero trans mi chiedeva "Cos'è?" Allora io gli prendevo la mano gliela mettevo sul pacco—al tempo non ero operata—e dicevo "Questo è." E li vedevi che scappavano perché non erano abituati... Però poi ci ripensavano e tornavano. Era un tabù, i trans non si vedevano certo in televisione.

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Giusy posa nella gabbia.

Ma per come è oggi la situazione, sia nelle discoteche che a livello di visibilità televisiva, non pensi che sia anche un po' uno sfruttamento dell'immagine e della nomea "trasgressiva" della transessualità?
No, secondo me la maggiore visibilità è pensata per dare un taglio all'omofobia. Ci sono passata anch'io per gli anni della scuola, dove i compagni prendono in giro gay o lesbiche o anche solo ragazzi effeminati. Perciò, anche se concordo che possa essere una cosa fatta anche per audience, il fatto di farla diventare una cosa un po' più normale servirà a evitare che i nostri figli non vengano bullizzati e non si sentano urlare "Oh, frocio!" a scuola come succedeva a me. Sì lo fanno per audience, ma soprattutto lo fanno perché non sia più tabù.

A proposito di trasgressività. Quando nasce una nuova serata di solito nasce perché ci si rende conto che c'è un bisogno non soddisfatto da parte del pubblico. La componente più immediata delle tue serate è sempre stata la trasgressione—era questo il bisogno che volevi soddisfare?
Sì, quando vado negli altri locali, soprattutto in quelli commerciali con la musica EDM, li trovo di una noia mortale. Lì è pieno di ragazzi e ragazze che si annoiano, manca quella cosa... Quando io e le mie amiche andavamo in un locale a vent'anni ci facevamo succedere il delirio. E me ne accorgo soprattutto nei locali commerciali, sono piatti da morire: mi è successo anche al Cocoricò ultimamente—tanta gente ma pochi personaggi, ballano ma non interagiscono con l'ambiente, non gli interessa. Per capire quanto è cambiata la cosa, pensa che prima i ballerini del Cocoricò erano vestiti da Dean e Dan di Dsquared. Che circo che vi siete persi, ragazzi.

Una cosa tipica del concetto di discoteca anni Novanta è appunto quello del trasformismo e dell'esagerazione. Come ti vivi e ti sei sempre vissuta questa dimensione di recitazione e spettacolo?
Nella discoteca come la intendo io è tutto finto, fuori da qua io sono un'altra persona, a casa mia sono un'altra persona. A lavorare ti devi immedesimare. Qualche giorno fa uno mi ha scritto un messaggio, "Fuori dalla discoteca sei fantastica, ma quando entri in discoteca diventi un demonio." Ed è vero, come è vero che divento un demonio a livello di organizzazione: quando hai uno spettacolo da mettere in piedi, come quando hai un'azienda e qualcuno lavora male, tu ti incazzi. Oltretutto, io se non devo lavorare mi annoio: cerco di divertirmi ma dopo un po'—diciamo alle quattro—mi rompo e inizio a rompere al mio fidanzato che vorrebbe rimanere fino alle sei.

Giusy Consoli @Duende 06.02.2016 pt2#direttrice#Folies#hotnight#modenasaltainaria

Pubblicato da Fabio Davolio su Sabato 6 febbraio 2016


Di cambiamenti e in qualche modo di un "lento scemare" della scena delle grandi discoteche italiane mi hanno parlato anche Obi Baby e la crew di Metempsicosi. Mi sembra di capire che ci sia stato un boom a metà anni Novanta in cui era tutto nuovo—poi per ragioni economiche e musicali è scemato il tutto e ci è rimasta solo la nostalgia.
Eh sì, già a fine anni Novanta hanno distrutto tutto e hanno chiuso i locali, poi la crisi ne ha fatti chiudere altri ancora. Per esempio prima qui dentro [nelle Fonderie Italghisa] facevi di tutto, adesso fai qualcosa con fatica. E devi andare dietro alla moda musicale: adesso devi andare dietro alle etichette, a nessuno frega più niente dell'animazione fantastica—a nessuno frega niente di essere partecipi, invece quando io ero solo una cliente altro che ballerina sembravo. E poi a fine anni Novanta ricordati che è arrivata la minimal che ha rovinato tutto e svuotato i locali perché la gente non si divertiva a ballarla.

A parte questo, a livello proprio di situazione e di atteggiamento, quali differenze riscontri con le serate che nascono oggi?
Nelle serate che sono nate adesso non c'è niente: è solo dj da tre, quattro, ventimila euro, impianto della madonna e ledwall. Non ci sono ballerini, non c'è il vocalist che dice, "È l'ora dei bocchini" e non c'è quello che canta... Quelle serate sono una piaga. Non c'è una figa con un tacco a spillo, sono tutti con gli scarponi—sabato ho lavorato in un locale dove c'era una ballerina con le scarpe col carrarmato, lì le ho detto proprio 'Ma non ti vergogni?' e mi ha anche chiesto perché! 'Ma secondo te puoi metterti su un cubo con quelle scarpe?!' Tanto a nessuno frega niente oggi, ti distruggi e ciao.

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Martina, ballerina e cara amica di Giusy, con Nicola, cantante e vocalist della serata.

Mi dicevi che in questo momento però c'è però una ripresa della scena, della cura per la scena clubbing.

Diciamo che c'è da un paio di anni ci troviamo di fronte al boom di musica techno che somiglia molto all'elettronica—i suoni Ottanta e Novanta della techno di oggi riprendono suoni dell'elettronica. E infatti dopo qualche anno in cui mi seguivano soprattutto i fan del primo minuto, oggi ci sono anche ragazzi giovani che vengono alle serate.

Quindi secondo te c'è una sorta di relazione inversamente proporzionale tra il fatto che la società almeno sulla carta dovrebbe essere più progressista e che d'altra parte noi siamo tutti più piatti? Come se, essendo consentito tutto, non sentissimo il bisogno di evadere?
Esatto, per i ragazzi di oggi siamo antichi. Siamo antichi perché ci piace divertirci. Per esempio, sono 15 anni che lavoro allo SkyLight a Verona: all'inizio faceva solo gay e c'era anche la darkroom—magari io ero in consolle e non mi impressionavo se a mezzanotte sparivano tutti per andare in darkroom a ciucciare cazzi e poi tornavano belli freschi a sentire la musica. Poi questa cosa è cambiata, da locale solo gay è diventata una situazione friendly, poi mista e resta tutt'ora mista. Poi non sta a me giudicare, c'è chi ama quel genere e chi ama magari il vuoto—perché per me quello sono le persone che vanno a ballare per stare fatte davanti a un mare di casse, vuote. Che poi non vuol dire che il mercato vada da quella parte e che in un certo senso sia necessario adattarsi.

Vuoi dire che hai pensato a progetti di "compromesso"?
Qualcosa bolle in pentola. Mi piacerebbe organizzare una serata techno—senza ballerine, puntare tutto sul dj e al massimo un vocalist, una cosa più piatta ok—tanto per l'immagine ci sono io, non c'è problema. Per fare business bisogna tenere conto che le discoteche fanno fatica. Se poi la serata va bene ci metto le ballerine e gli inciuci.

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