Guardate quassù, sono in paradiso

Prima di morire, David Bowie aveva già sepolto tante identità. Ora ci ha lasciati davvero, e Blackstar è il suo testamento. Proviamo a leggerlo a modo nostro.

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gen 11 2016, 9:49am

Queste parole sono state scritte pochi giorni fa, quando David Bowie era ancora vivo. Non hanno perso di valore con la sua dipartita, anzi, ne hanno guadagnato. Solo non ci aspettavamo che i segnali che abbiamo intercettato nell'album ricevessero conferma tanto presto.

"I'm a dying man who cannot die". Questo verso non sta in nessun brano di Blackstar—il nuovo album di Bowie, quello di cui hanno parlato tutti per cinque minuti l'altroieri—mentre pare sia una delle scarse informazioni comprensibili in Lazarus, il musical che nessuno di noi ha visto né vedrà. Viene da più parti descritto come un mischione frammentario di The Man Who Fell To Earth, parti semi-rilevanti della sua discografia e cose difficilmente catalogabili. A uso dei mortali che non vivono a New York c'è stata solo la performance da Colbert del 18 dicembre, con Dexter che canta una versione di "Lazarus" (la canzone) decisamente più mediocre di quella che sta nell'album, e non è solo un problema di voce.

Vabé, il musical andrebbe preso per quello che è: non di certo un lavoro autonomo, piuttosto un escamotage per stare sul palco, per suonare live annullando completamente la necessità di essere fisicamente presente. Se non si è capito, è proprio questo che interessa a David Bowie: la sua assenza presente e futura, e magari togliersi anche dal passato. Non è più un fatto di ego e vivaddio non è la solita pugnetta del camaleonte tormentato dalle maschere del passato, semmai il contrario: è il Bowie di oggi lo spettro, venuto a tormentare le maschere e a impedirgli di riposare tranquille. L'idea stessa che quelle se ne stiano comode sugli scaffali di un museo del Novecento, pagine ben frequentate della mitologia pop, gli sembra ridicola.

Seriamente: Blackstar è un album di morte, non c'è altro modo di metterla giù. Non un album sulla morte, né di dialoghi con la morte tipo gli ultimi due di Leonard Cohen. Un album fatto per volontà di morire, insalubre anzitutto per l'autore, data la lunghezza del procedimento. Un album che sfotte la vita, la necessità e la possibilità di godersela in pace quando si è circondati quasi solo da parabole discendenti. Perché solo il passato esiste e lo spazio sulla terra è saturo dei suoi. La necessità di Bowie sembra quella di evocare se stesso da un tempo altro, remoto in senso diagonale. Ficcare finalmente un'anima dentro un corpo vecchio e malato che non ne ha mai avuta una, e che in gioventù cercava di sublimarsi dentro maschere vuote. A forza di non voler essere nessuno là dietro, ora c'è qualcun altro.

La title-track dura dieci minuti, ha un video che fa troppo anni Novanta per essere preso sul serio e che invece è ovviamente stupendo. È la traccia più ambiziosa e consistente di un album già breve. Messa così in apertura e lanciata come primo singolo fa da catalizzatore per la luce, succhiandola tutta verso di sé in modo da rendere tutto quello che viene dopo una specie di coda perplessa ma necessaria, ancora più importante. Grazie a Dio, in quei dieci minuti non sussiste uno sviluppo rock-narrativo né un flusso più astratto, più tentacolare. Troppo nichilista per dare importanza al suo linguaggio quando la gravità del suo carico è comunque immanente, vedrete. Ha un beat motorik che pare ancora rosicare per non essere riuscito a far suonare gli Harmonia in "Heroes" (colpa di un Eno geloso), e autocitare quel periodo di fissa per la jungle che tutti hanno voluto dimenticare (e invece Earthling era ovviamente stupendo, OVVIAMENTE). Il misto di spettri citazionisti e di tamburi che tuonano sottoterra fa tanto Blackest Ever Black, più che in termini musicali, come presa di posizione sulla condizione umana. L'occultismo funk-paranoico di Station To Station ha finalmente fatto effetto: dal duca bianco alla stella nera.

"Something happened on the day he died / Spirit rose a metre and stepped aside / Somebody else took his place, and bravely cried". Il primo cadavere, Major Tom, riappare finalmente nel video di "Blackstar" dopo avere fluttuato per anni nello spazio. Nel frattempo Bowie gli aveva anche dato del tossico, dimostrando già poca pietà per tutti quelli che negli anni ha mandato a morire. Tutto il suo lavoro è effettivamente stato il segno della fine di un racconto collettivo: Ziggy Stardust era già una parodia, il sistema del rock e quello dello stardom avevano già finito di evolversi al tempo della sua apparizione, e sono cadaveri da più di quarant'anni. Bowie poi si è anche tradito da solo: si è scordato di quanto il gioco facesse ridere e si è prestato di nuovo alla pagliacciata del mondo pop, facendo finta di sapersela gestire. Non era vero: se a cinquant'anni portava i capelli tinti e andava in tour a suonare una specie di ultra-rock elettronico roboante, gliene sono bastati altri dieci per ridursi di nuovo in fin di vita, peggio di quando era uno scheletro cocainomane. E ce ne sono voluti altri dieci per capire che stavolta stava morendo davvero.

Il topos rock della "resurrezione" se lo sono praticamente inventato a partire da lui. Adesso Bowie sputa sia sopra quello che sopra la prospettiva di un ritiro tranquillo. Non si tratta nemmeno più di incazzarsi per l'arrivo della notte, la stella nera dovrebbe teoricamente eliminare il problema: luce buia ossimorica, niente più giorno né notte. Vivere è la volontà di morire. Tra gli sfottò automortificanti di "'Tis A Pity She Was A Whore" il nero astrale giustifica il ritorno zombie della forma Bowieana standard, soul-jazzeggiante con qualche synth invecchiato male. Il jazz evoca un altro spettro: quello del matto fratellastro beatnik Terry Burns, il protagonista di "All The Madmen", suicida nell '85 già tornato alcune volte post-mortem nella musica di David. Anche il sax, onnipresente in questo disco e primo attrezzo con cui David abbia mai provato a fare musica, è una presenza spaesata e intermittente in quasi tutti i suoi dischi, ma stavolta non è suonato dalle sue mani. E anche "Sue (In A Season Of Crime)"—che nel testo smerda ogni prospettiva di ritiro in campagna ad aspettare di spegnersi oltre che l'idea di narrare la propria vita in maniera attendibile—aveva originariamente un arrangiamento molto jazzy, almeno nella versione uscita in singolo l'anno scorso. Nell'album risorge stravolta da un altro scurissimo groove kraut-jungle.

Anche "Lazarus" e "Dollar Days" parlano della stessa cosa: la prima sfiora l'autocommiserazione e pare un momento tipo Gesù nel Getsemani, in cui quasi quasi si associa la morte alla libertà, che però alla fine si guadagna con uno stato terzo, evitando di morire di nuovo si rischia di risuscitare di nuovo. Nel video Bowie è a letto, malato terminale, e anziché alzarsi e camminare sta sospeso in aria… Più chiaro di così… Nella seconda l'unica libertà possibile pare la distruzione totale, e si sente un fortissimo il disappunto per quelli che in tutti questi anni hanno consumato le sue vite e le sue maschere. Quelli che non si azzardano a suicidare il proprio ego, un pubblico/razza umana che al limite si può sfottere e spremere con un nuovo disco: "I'm dying to / Push their backs against the grain / And fool them all again and again / I'm trying to". Il suo mondo mitologico si sovrappone al caos della contemporaneità, ma sopravvivere è un cruccio che lui non ha più.

Un altro spettro che infesta pesantemente l'album è quello di Scott Walker. Questo Bowie recluso che non appare in pubblico, che fa i dischi che gli vanno quando gli vanno, si confronta di nuovo con l'impossibilità di togliersi Scott di dosso. È da una vita che ci prova, il grosso della "gente" questo nemmeno lo sa, ma a lui brucia ancora. Aveva provato a cantare "My Death" come la cantava lui, ma gli era venuta diversa, e da lì non se ne è mai più sbarazzato. Scott però è sempre stato differente: quando è "morto" ha completamente rifiutato l'idea di poter essere inserito in quel sistema di reincarnazioni cicliche. Di risuscitare, ri-morire e ri-risuscitare non gliene fotte proprio un cazzo. Pure impegnandosi, Blackstar non suona inesorabilmente crudele e splendido come un disco di Scott, ma non sarebbe davvero roba di cui lagnarsi: i resti del calore plastic soul Bowieano generano un'amarezza sardonica tutta diversa, ora che anche Bowie ha imparato a calpestare tutto e il suo lato nichilista ha preso il sopravvento.

In realtà è proprio in questo disumanesimo che esiste una via di fuga dal disastro. Il futuro, la candela fioca e solitaria nella casa dei serpenti (citata nella title-track) si può pure spegnere, meglio essere ciechi come è David in entrambi i video. Come Tiresia, ermafrodita e veggente. Senza volontà di sopravvivere: "My death waits like a beggar blind / Who sees the world through an unlit mind".

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