Rave new future

Tobia D'Onofrio ha scritto un libro sul mondo dei free party, che per lui sono l'ultima controcultura. Siamo andati a parlarci per capire se è davvero così.

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ott 15 2015, 11:59am

Foto via

Tutti quelli che in Italia hanno più o meno la mia età, ovvero i nati tra il 1985 e il 1990, hanno avuto pesantemente a che fare con i free party. Anche per contrasto, anche per stabilire una distanza sarcastica col mondo dei “teknoranger”, un rifiuto totale in quanto abitanti di contesti politici e culturali opposti, oppure—al contrario—in quanto critici “dall’interno” delle controculture. Per lo più, però, li abbiamo attraversati in maniera potente, come invito a ritrovare un’intensità duratura e determinante nel godimento, come stimolo eccitante a partecipare a una produzione di cultura. Per quante contraddizioni e ipocrisia contenesse, per quanto fosse limitato, quel mondo rappresentava un’opportunità ricchissima. Oggi riesco solo a pensare che ne abbiamo completamente sprecato le potenzialità, che se pure il movimento è collassato per cause fisiologiche, noi di sicuro non ne abbiamo saputo raccogliere la lezione per farne qualcosa di ulteriore.

Sta comunque di fatto che, quando avevo sedici anni io, si dava per scontato che ogni sabato da qualche parte ci fosse una Festa, un rave, un free party, per non parlare degli occasionali e colossali teknival e delle street parade. Quando non ce ne erano di illegali, ci pensavano i centri sociali, ma quello non era che il palliativo di un’esperienza che, per definizione, doveva essere fatta in luoghi che venivano attraversati solo nell’arco della festa, ai margini della città e fruita da una rete di persone che si erano scambiate le informazioni in maniera diretta. In quei luoghi si sconvolgevano elementi del sistema produttivo (tecnologia di tutti i tipi, rifiuti, luoghi di lavoro abbandonati) nel loro nemico n.1. Bisognava però andarci con una mentalità che era il contrario dell’evasione che si va a cercare nei club, capire che la vita vera, l’energia vera, si riguadagnava perdendosi insieme ad altre migliaia di corpi e coscienze che l’invalicabile muro di casse proteggeva da eventuali scalate gerarchiche.

A chi ha quegli interessi, oggi, tocca in larga parte ricominciare daccapo, e non mi pare casuale che, a distanza di circa vent’anni da quando il fenomeno è arrivato in Italia, si ricominci pesantemente a parlarne. Non è solo una questione di storicizzazione regolare (il famoso riflusso ventennale), c’è invece un’urgenza che non trova più troppi modi concreti di esprimersi. “Io credo che abbiamo un’eccesso di energia che non si può sfogare in nessun in altro modo”, mi dice Tobia D’Onofrio facendo riferimento ad Astrid Fontaine e Caroline Fontana e al loro libro del 1997 Raver, uno dei testi che ha affrontato il mondo dei rave dal punto di vista dell’antropologia culturale, insieme a Dallo Sciamano Al Raver di Georges Lapassade, del 2008. Il libro di Tobia, invece, si intitola Rave New World - L’Ultima Controcultura, ed è appena uscito per AgenziaX. Cita entrambi i testi che ho appena nominato, e al lavoro di Lapassade deve probabilmente molto di più degli altri. È questo che lo rende molto diverso da altri testi usciti di recente in Italia sull’argomento, a cominciare dal cruciale Free Party - Technoanimia Per Delinquenza Giovanile (2002) di Francesco Macarone Palmieri, per seguire coi più narrativi Tekno Free Doom (Syd B) e Muro Di Casse (Vanni Santoni), usciti entrambi quest’anno.

Rave New World prova sia a differenziarsi che a riassumere la lezione di chi lo ha preceduto, facendo anzitutto una genealogia della cultura dance elettronica, poi interviste a tanti dei protagonisti della scena (di generazioni e provenienze molto diverse, da 69db a Kola dei Kernel Panic ad Alec Empire), provando anche a ricostruire sia l’intertestualità politica del movimento che il suo fondamentale rapporto con lo sballo psicoattivo, profondamente cambiato nel tempo. Oltre a questo, però, Tobia non si è scordato di toccare anche una serie di aspetti che potrebbero essere, a seconda dei punti di vista, il risultato della sovrapposizione di godimento, alterazione psichica e politica, oppure il loro fondamento. L’idea di rave illegale, quindi, come sovversione che nasce dalla necessità di riprendere una libera ritualità collettiva in cui l’individuo non si senta schiacciato ma sublimato, ricostruire una spiritualità fondamentale, fare una critica della separazione per immanentizzare l’assoluto. Se vogliamo chiamarla transe, facciamo pure.

Tobia spiega così il ritorno di interesse: “Tu dici che adesso si sta ricominciando a parlare di rave, io dico che il movimento rave sta cambiando. Da noi non c’è stato ancora il ritorno all’illegale, lo dico nel finale del libro, in Inghilterra ne stanno ricominciando a sentire l’esigenza. Come dice Simon Reynolds, ultimamente si sente molto meno la differenza tra il festival rave e il festival elettronico. In festival come Glastonbury [le cui radici druidico-hippy sono ancora ben piantate a terra, NdR] si sente ancora il bisogno energetico. Da altre parti no. Io sono andato a sentirmi gli Spiral Tribe al completo in un club e ti assicuro che non è la stessa cosa. Eppure anche loro ora stanno ricominciando a suonare agli illegali.”

Foto di Chiara Fossati, via

Un valore aggiunto del libro è, senza dubbio, il funzionare secondo una pluralità di linguaggi; il tono prevalentemente saggistico non impedisce una narrativa personale, un racconto di esperienze dirette e un netto posizionamento politico. In mezzo a ciò, le interviste spezzano il flusso e lanciano suggestioni per argomenti che arriveranno più avanti, o ricompongono idee già apparse, sotto punti di vista nuovi. Il discorso diretto, sia quello dell’autore che degli intervistati, non serve ad altro che a evitare di allontanarsi da quella che è l’essenza del raving: l’esperienza, appunto. L’attraversamento individuale di un tempo che si dilata col tempo e di uno spazio che si espande e comprime a seconda della distanza e della relazione che si stabilisce con il suono e con gli altri corpi, comprese le architetture e i paesaggi—svuotati e poi ri-colmati di senso—in cui i rave si tengono. Anche a fronte dell’impossibilità di rendere a parole quel genere di emozione spirituale caricata a sostanze (chiamiamole per nome: MDMA, Speed, LSD, Ketamina), è importante provare a mettere più il proprio percorso libidinale che il proprio ego dentro il testo.

A differenza di Tobia, io dei Rave ricordo soprattutto la frustrazione che mi davano, il senso di spreco. Per motivi anagrafici ho cominciato a frequentare le feste intorno al 2003/2004, fino a circa il 2008, durante quello che per Vanni Santoni è stato forse il momento di maggiore potenza del movimento, ma che per molti della prima ora, specialmente della scena romana (da Macarone Palmieri al Duka, a Matteo Swaitz) era già una fase “postuma”, di manierismo a ripetizione. Non riesco a dare torto a nessuno dei due fronti: per come l’ho vissuta io e l’hanno vissuta quelli della mia età, ripeto, fu una roba enorme, che coinvolgeva di volta in volta migliaia di persone in tutte le parti d’Italia e in grosse parti d’Europa. Ricordo un proliferare quasi ridicolo di feste, fino a una moltiplicazione incredibile anche all’interno della provincia più sfigata. In questo senso ricordo un’energia notevole, ma per forza di cose ricordo anche una ferocissima banalizzazione del potenziale sovversivo delle feste stesse: da esperimenti di costruzione della Zona Temporaneamente Autonoma, i rave si stavano paradossalmente trasformando in spazi normati, regolati da una serie di convenzioni consumistiche. Avevano già ripiegato su un linguaggio statico, dove i cliché erano molto più forti di qualsiasi apertura all’innovazione e dove forme fiacche di tekno zompettante e facilona la facevano da padrone. Insomma, quelli della mia età erano arrivati già con la pappa pronta e non l'avevano manco voluta rimescolare.

A generare la mia frustrazione era proprio questo, la contraddizione tra le motivazioni e l’articolazione di queste, che poi era la stessa che c’era tra gli slogan e la realtà. “Free” doveva significare soprattutto libertà di sperimentazione, sia nelle dinamiche sociali che nei modi di esprimersi. Invece, per una parte mi pareva che stessimo tutti acriticamente a consumare un pacchetto preconfezionato di significanti estetici, la memoria di qualcosa che era stato grande, fortissimo, e che stava andando in necrosi proprio quando la gente che voleva farne parte era tantissima. Uno spreco pazzesco, appunto. Nel libro, chiunque venga interpellato dice la sua, e insieme compongono un mosaico di concause che, in fondo, sembrano anche tutte correlate. Me lo riassume Tobia: “Nel libro dico la mia, dico che secondo me il grasso che ha iniziato a colare dall’industria discografica ha rovinato il movimento. Luciano Lamanna invece dice che sono state le droghe ad avere la meglio, perché il movimento non diceva ‘eliminiamo le droghe’ ma ‘autogestiamole’. Per quanto mi riguarda, su questo discorso, credo il cambio radicale sia avvenuto nel 2000, nel momento in cui sono state sdoganate le roccette di crack e le stagnole di eroina. È un’opinione personale, altri dicono che invece è stata la ketamina a rovinare la scena. In Inghilterra inizialmente veniva usata alla fine dei party, i problemi sono poi iniziati quando la gente ha voluto portarla ai party.”

Stranamente, in pochi parlano dei cambiamenti più legati alla musica. Quando andavo alle feste volevo sentire musica che avrebbe dovuto asportarmi pezzi di cervello e sostituirli con periferiche psichedeliche, mettendomi alla prova da un punto di vista di ciò che potessi aspettarmi da un’esperienza sonora, e allo stesso tempo darmi una gran botta di energia. Quella che invece trovavo non mi pareva che una vaghissima ombra di un passato glorioso, fatta senza troppo sbattimento da qualcuno che riusciva funzionalmente a sentire solo la cassa. Mi pareva che non le venisse data importanza, così come man mano vedevo che si dava importanza alla trasformazione dello spazio in qualcosa di esteticamente stimolante. Eppure, se proprio non eravamo lì solo per fare quello (ascoltare musica), di sicuro la cura di quegli stimoli era fondamentale. Invece mi pareva che la scusa dell’inclusività (che, non scordiamocelo, era fondamentale) avesse alla lunga reso tutto molto vacuo.

Potete immaginare quanto ho rosicato leggendo i racconti dei vari Mutoid Waste Company e pionieri simili quando parlano del loro modo di intendere l’esperienza totale della festa. Che poi è lo stesso rosicamento che provo ad ascoltare la musica di certe tribe delle origini che, quando sono arrivato io, si era già mostrizzata in una controparte infinitamente più “barattolara”. Tobia è, in fondo, abbastanza d’accordo: “Però parli con la persona sbagliata. Io per esempio in Inghilterra andavo ai party degli Hekate, e li adoravo. Loro facevano roba sperimentale, ma se vai a vedere nei vari forum di raver in cui sono iscritto io, nessuno li può sopportare, anche se sono una tribe storica… Incancrenirsi sul sound non ha giovato e che senso ha? Il bello dei rave era anche la possibilità di creare spazi diversi e scegliere dove andare. Nel libro dico che l’idea era ‘abbiamo sentito della musica pazzesca, mai sentita’… Mi è capitato molte volte stare sotto cassa… per me ora è impossibile definirlo, ma ricordo ad esempio molto bene il capodanno del 2000 con la Sound Conspiracy, quando ad un certo punto ci siamo guardati tutti con gli occhi sbarrati e non capivamo se quella che stavamo ascoltando era musica o veniva da qualche altra parte. Quando ti capita questa cosa è un’emozione che non puoi trovare in altre situazioni. Andare al rave per sentire quello che già sai che sentirai è un controsenso: l’esperienza è tanto più potente quanto più è inedita. Come dice Simon Reynolds, il movimento rave è andato avanti mutando e seguendo i cambiamenti della scena musicale.”

E non solo: in quanto parte di un movimento di resistenza transnazionale, i raver hanno vissuto sulla loro pelle anche l’andamento (va detto) tragico della lotta politica. Negli anni Duemila, se tra chi faceva politica antagonista si respirava un terribile senso di confusione e di ansia, questo stesso nichilismo si andava spesso a riversare sui modo di intendere il godimento, e quindi sulle feste. Ecco allora il progressivo inasprirsi di uno sfascio sempre più politicamente contraddittorio e sempre meno spirituale, che non poteva non generare un’ondata di diffidenza che ha portato il movimento antagonista a non occuparsi più del godimento, perlomeno non per farne più un’arma di deprogrammazione radicale. Per Tobia è molto difficile dividere le cose: “Per chi ha vissuto la cultura rave, anche a livello emozionale era scontato associarla al movimento No Global. La direzione che la politica ha preso ha influenzato sicuramente il movimento. Probabilmente è vero, la repressione post-Genova ha generato ancora più nichilismo. Non ne sono sicuro.”

Ricordo, dopo quello che è successo lo scorso 1 maggio a Milano, di avere discusso con amici che sostenevano che le violenze fossero anche un riflusso del fatto che la storica May Day era da tempo stata trasformata, che il suo carattere edonistico-raver fosse stato cancellato dai movimenti milanesi. Sulle prime non sono stato molto d’accordo. Ripensandoci ora, mi sembra di avere avuto torto io. Certo, non c’è sicuramente una correlazione diretta, però è vero che lo iato completo tra i due movimenti li ha impoveriti entrambi in maniera terminale. È anche oggettivamente chiaro che la diminuitissima attitudine all’occupazione e all’autogestione di spazi abbia indebolito una rete che faceva tesoro di competenze e forze collettive.

Mi accorgo di avere, finora, scritto praticamente solo di cosa ha ucciso i rave. Eppure, per tornare da dove siamo partiti, il fatto che se ne riparli dimostra che non è tardi per rielaborare la lezione dell’ultima controcultura. L’eccesso di energia è tangibile, nei down irrisolti del lunedì mattina e nell’amarezza che anche le trentasei ore di clubbing alla berlinese non riescono a esorcizzare. È vero, come dice Tobia, che si sta tornando agli illegali, che anche “Le teste di serie del movimento” stanno tornando a sentire la necessità di starsene fuori dai club? Forse sì, ma mi pare più rilevante rendersi conto del fatto che mai come ora l’urgenza antagonista è un tutt’uno con la necessità pratica di avere il controllo delle proprie vite. Se la società disciplinare è sempre più invasiva, il “delirio” (rave) diventa un bisogno di tutti. Ma chi se ne fotte dei luoghi comuni che associamo alla parola “raver”, chi se ne fotte delle forme musicali usate e non usate: l’unico patto col passato che andrebbe fatto, sarebbe la promessa di recuperarne l’intensità e, soprattutto, il coraggio insurrezionale.

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