A chi piace Marracash?

Abbiamo parlato con Marracash di come ci si relazioni con un disco che è piaciuto a tutti, tranne che alle radio.

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10 marzo 2015, 11:46am


Foto per gentile concessione di Big Picture Mngmnt

Status di Marracash è ormai disponibile da più di un mese ed è stato con tutta probabilità il disco più atteso degli ultimi tempi. Marracash e il suo disco stanno attraversando una transizione cruciale, sia a livello artistico che umano, tra ciò che è hip-hop e ciò che può essere universalmente accettato, con tutte le contraddizioni che questo comporta.

A mente lucida e memori di quanto discusso giusto un paio di settimane fa con la sua manager, ci siamo incontrati con Marracash per una chiacchierata in cui abbiamo cercato di capire se il riscontro popolare (ad esempio della radio tradizionalmente lontane dall'hip-hop) sia davvero un passaggio così fondamentale per la realizzazione artistica di un musicista e di quale sia il rapporto con un disco che sembrerebbe essere piaciuto a tutti, dalle riviste cartacee alle web-radio, ma alla fine siamo finiti a discutere di Empire e House Of Cards.

Siccome il vostro traffico dati non è affar nostro, l'intervista è piuttosto lunga e quindi affrontatela soltanto se siete dei veri fan, o dei veri hater.

Noisey: Allora, com'è stato l'ultimo mese, intenso?
Marracash: Il turbine degli instore è qualcosa che ti succhia via la vita dal corpo e anche gli appuntamenti in radio sono un bel carico di stress. È stato un periodo pieno, sia per il disco sia a livello personale: sto cambiando casa e devo ammettere che è un bello sbattimento, anche se è qualcosa che mi regala tanta soddisfazione.

Questo è il periodo in cui il disco diventa una realtà minimamente frustrante, è il momento in cui le aspettative si scontrano con le prime avvisaglie di realtà, soprattutto per quanto riguarda l'àmbito radiofonico.

Mi sto rendendo conto che forse la tendenza di quest'anno è il vintage, tanto che una delle edizioni più coerentemente vecchie di Sanremo ha fatto il botto di ascolti e le radio editorialmente più giovani si trovano in grande difficoltà, sia come ascolti che come programmazione.

In che senso?
Ho iniziato a fare musica con un contratto dieci anni fa, ma mi sembra che da allora non sia stato fatto alcun passo in avanti: entrare nei circuiti radiofonici è impossibile, a meno che non si risponda a dei canoni che sono, appunto, vecchi di dieci anni. La mia sensazione è che il paese sia cronicamente, e culturalmente, in disgrazia.

Non riesco a vedere realtà rilevanti intorno a me, sia che si tratti di film, musica o qualsiasi altra cosa. Non critico la mancanza di talenti o scene underground, ma a volte queste realtà sono cose talmente piccole che non influenzano in alcun modo il Paese. Quello che lamento è che a livello di cultura accettata da tutti non c'è niente di davvero rilevante e non sto parlando soltanto dell'assenza di un genere dai circuiti popolari, perché anche le cose più pop si possono fare con una certa cura: persino Miley Cyrus ha delle produzioni interessanti, fatte secondo dei crismi estetici che noi qui ci possiamo scordare.

Il pop italiano è becero ai massimi livelli e il livello è quello di Sanremo, è per questo che intorno a me vedo il deserto, non solo musicalmente.

Eppure qualcosa se si sa dove cercare la si trova, certo che dal tuo punto di vista è tutta roba underground.
Sono underground da un punto di vista oggettivo, se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno allora si può dire che l'Italia è un deserto da conquistare, ma è molto difficile.

Anche se sembra un gioco di parole "In Radio" come sta andando sulle radio?
Sta andando bene sulle frequenze che storicamente mi hanno supportato e sono un po' più aperte verso il genere, mentre non sta andando in nessun modo sulle emittenti che al momento fanno la differenza, come RTL o Radio Italia.

Nonostante queste difficoltà, non è curioso che il primo singolo che avete scelto sia, in qualche modo, una critica al sistema radiofonico?
In realtà il testo è meno metaforico di quanto sembri, perché il pezzo si può interpretare da due punti di vista, di cui uno è proprio quello di un fan deluso, che ti amava quando non eri in radio mentre ora non ti vuole più. Quando ho composto il pezzo non mi era venuta in mente questa provocazione, l'idea era raccontare qualcosa di personale, dei miei amici che non vedo più e del passato. A posteriori sono arrivato anch'io a questa visione, perché effettivamente torna.

In ogni caso il senso del pezzo è che le radio sono ancora uno spartiacque tra quello che c'è prima e quello che verrà dopo, anche se ogni tanto facciamo finta di no. Internet è una figata e un grande incubatore, però il suo naturale punto di arrivo è ancora la cara vecchia radio, o persino la televisione. Questo vale per tutti, dallo youtuber che finisce a fare il cine-panettone al musicista. Credo che internet non sia ancora in grado di costruire un suo mercato parallelo a quello delle radio e delle tivù, diciamo che è un mezzo per mettersi in mostra e andare a battere cassa dall'altro lato del tavolo.

Tra l'altro mi accorgo sempre di più che le classifiche di Spotify, iTunes o altri servizi online rispecchiano abbastanza fedelmente quelle più convenzionali, il che fa riflettere, o almeno: mi fa riflettere. Non sono convinto che la pluralità di scelte infinite sia un sinonimo di libertà: serve qualcuno che faccia un po' di curation, di selezione.

Secondo te le radio e televisioni hanno questo compito? Perché un artista deve aspirare ad approdare su un'emittente di questo genere per ritenersi soddisfatto e completo artisticamente?
Un artista non può essere completo senza diffondere la propria musica, è una chimera che c'è dai tempi dei tempi, ma è soltanto una bugia. Così come non può essere soddisfatto un calciatore che passa le sue giornate al campetto dietro casa, accontentandosi di giocare perché è quello che gli piace fare, allo stesso modo se sei un musicista hai l'ambizione di poter realizzare la tua visione artistica e farla arrivare a più persone possibile.

Se non hai budget e registri in cantina puoi essere bravo quanto vuoi, ma non riuscirai mai a concretizzare quello che è veramente il tuo sogno, credo sia una questione umana.

Eppure esistono movimenti e scene che non puntano a diffondere il loro operato dappertutto, ma provano a realizzare qualcosa di esemplare in ottica di un cambiamento futuro.
Ma se questo operato lo ascoltano in mille, alla fine dove va? Se tu hai un'idea non la scrivi su un diario da tenere al sicuro nel cassetto, ma punti a farla arrivare a tutti. Se fai parte di un gruppo punk sconosciuto e vuoi fare una rivoluzione musicale devi riuscire a diffondere la tua musica, altrimenti la tua musica resta lì e muore con te, senza aver lasciato nessun segno nel mondo.

Il segno rimane a chi è stato abbastanza acuto da intercettarlo.
Questo allora vale anche per chi non ha interessi artistici, gli amici verranno a portarti i fiori sulla tomba e resterai nei loro ricordi. Quello di cui sto parlando io è la possibilità di influenzare un quartiere, la propria città o il paese intero per un fine artistico. Un messaggio, soprattutto se rivoluzionario, ha bisogno di un pubblico e credo che disinteressarsene sia una scusa per chi non riesce a raggiungerlo.

Questo non significa svendersi, e infatti io in tivù e nelle radio che contano non ci sono, e non ci andrò, per il semplice fatto che non voglio partecipare a reality o talent, che in questo paese rappresentano una svolta netta. Non nascondo che diffondere la mia musica mi interessi, altrimenti non saprei davvero dire che senso abbia tutto questo. Sono consapevole di quello che scrivo e voglio che lo ascolti più gente possibile, non sono contento quando la mia roba arriva soltanto a mille persone, anche se quelle mille mi amano alla follia. Non è abbastanza.


Foto per gentile concessione di Big Picture Mngmnt

Quando abbiamo intervistato Luché, che fa parte della tua etichetta, ci ha detto una cosa curiosa, ovvero che se la sua carriera si fosse svolta negli Stati Uniti, ora sarebbe ad un punto più alto. Tu ti senti al posto giusto?
Sono discorsi che lasciano un po' il tempo che trovano. Quello che posso dire è che in Italia ci sono dei fattori che non sono minimamente artistici per quanto riguarda la programmazione delle radio. È da ingenui pensare che una canzone vada in rotazione perché piace alla gente, dietro ci sono altri retroscena invisibili, accordi e simpatie, oltre che un po' di strategia. Saperci fare in questo business significa avere anche un po' di furbizia, soprattutto in una situazione così clientelare come quella del mercato discografico italiano.

Quello che non è chiaro è se per te Radio Italia, per fare un esempio, possa essere un contenitore comprensibile della la tua musica.
La speranza è che la presenza di un mio pezzo possa in qualche modo essere un segno di cambiamento delle regole del contenitore. Noi abbiamo iniziato dieci anni fa a spingere questa musica e l'hip-hop è cresciuto a dismisura, da un punto di vista economico. Il problema è che i contenitori in questi dieci anni non hanno preso atto di questa crescita, non gli importa che l'hip-hop sia il genere più ascoltato dai giovani o della rivoluzione culturale che ha rappresentato. Anzi, è ancora peggio di così, perché la mia impressione è che l'Italia sia ben più Venezuela di quanto era prima, mi sembra di vedere una chiusura a riccio sulla nostra italianità.

Fossilizzarci sull'immagine dell'Italia legata ai pomodori e al vino è frustrante, è come se domani andassi in Colombia e per risolvere i problemi gli suggerissi di esportare cocaina perché è lo stereotipo a cui è associato il paese.

Eppure nel disco muovi un po' di critiche al sistema dei social network, alla luce di questa situazione perché invece non puntarci fortemente e creare una propria alternativa?
Il problema è che qui non c'è lo stardom che esiste negli Stati Uniti, ma è una cosa che sta cominciando a succedere: a volte capita che un tweet faccia notizia. Manca qualcuno che faccia la curation di questi aspetti, proprio come dicevamo prima: qualcuno che decida cosa è rilevante e cosa non lo è, che non significa un'imposizione dall'alto, ma una struttura che sia in grado di inserirsi adeguatamente tra musicista e pubblico.

Dato che stiamo parlando di establishment, in un certo senso, come ti sei rapportato a un disco che è piaciuto a tutti?
La prima cosa che ho pensato è che non avrebbe venduto un cazzo. La verità è che oggi la controversia fa il 50% del potere di mercato e questa volta non c'è stata, perché effettivamente ho ricevuto dei feedback super positivi.

Volevo fare un disco che fosse di qualità ed è l'aspetto su cui ho lavorato di più, da una parte ho ottenuto quello che volevo, dall'altra mi rendo conto che siamo solo all'inizio del percorso, che credo e spero sarà molto lungo, per cui mi riservo di fare questo bilancio tra un anno, e non ora.

A quanto ammonta l'investimento sugli artisti della tua etichetta in questo disco? Ad esempio in "Don", il pezzo con Achille, che è forse uno dei più riusciti, ti sei adattato per dare una spinta o l'hai scelto perché era quello che ti serviva?
Al di là del fattore etichetta sono tutti artisti che mi piacevano, non porterei un artista nel mio disco se non pensassi che sia adatto a quel frangente, infatti non ci sono tutti i membri di Roccia Music. In particolare Achille mi piace un sacco, e adesso uscirà anche con un nuovo album, credo che abbia attirato l'attenzione, vista e considerata anche la sua età, e che il suo posto da emergente da tenere sott'occhio se lo sia guadagnato.

Achille fa parte di quella schiera di artisti, come ad esempio è Maruego, che sono riusciti a far accendere i riflettori sulla loro musica, il che non significa necessariamente che poi faranno bene, ma almeno c'è curiosità sul loro futuro, che è una cosa meno scontata di quanto possa sembrare.

Apriamo un momento un angolo per la posta del cuore del fanboy: ti va di parlarci di Roccia Music Vol. 1 e di come è cambiato il tuo modo di fare musica dall'uscita ad oggi?
Lo stavo riascoltando pochi giorni fa e sono convinto che sia ancora una figata, c'erano pezzi come "Chiedi Alla Polvere", il featuring dei Club Dogo coi Co'Sang, "Serpi" di Jake La Furia, che considero una canzone epica, "Le Voglio Piene"... Sono tutti pezzi che si sono cristallizzati da soli.

Quel disco è esattamente quello che dovrebbe essere un mixtape, per come la vedo io: era un lavoro molto ludico e conteneva degli skit fenomenali, c'era l'imitazione di Paolo Calissano, una mia amica che faceva Kate Moss e andava fuori di testa per Vicenzo Da Via Anfossi, era fantastico. Se ti limiti a prendere delle basi americane e rapparci sopra non ottieni questo effeto.

Ovviamente ora è tutto diverso, ai tempi ero un giovane artista che sperimentava su se stesso, è stata una palestra per capire cosa dovevo fare e come dovevo farlo.

Scrivi ancora in modo libero come ai tempi? Voglio dire, adesso quando fai una rima su Savino pensi già al momento in cui andrai a difenderla a Deejay Chiama Italia?
Non è sempre facile dire 'sti cazzi, però a un certo punto devi superare le paranoie, altrimenti non ne esci più. Ovviamente quando non hai nemmeno un pubblico è tutto molto più facile e non hai nessun freno, mentre col passare del tempo finisci per essere influenzato. Diciamo che meno riesci a farti influenzare e più sei forte come artista, alla fine è hip-hop e deve graffiare, questo è il gioco del rap, come diceva Salmo.

Nel disco c'è anche un continuo scontro tra Fabio Rizzo e Marracash, alla luce delle cose che ci siamo detti, come vivi questo conflitto? Sei in grado di separare le due cose?
Ultimamente mi sento un po' un predicatore perché chiunque incontro finisco per provare a catechizzarlo, per cui non me la vivo tanto bene. Probabilmente sono più patriottico di quanto riesco ad ammettere e, a livello egoistico, non sopporto di vivere in un Paese in cui non riesco a far riconoscere la musica in cui credo.

Marracash se la vive male ed è incazzato nel disco, io me la vivo male e sono incazzato nella vita, riguardo queste cose. Non c'è molta differenza perché la mia musica si proietta fortemente sulla mia vita privata, anche se mi rendo conto che dovrei imparare a scindere le due cose, anche perché venendo dalle case popolari potrei anche accontentarmi dell'isola felice che mi sono ritagliato. Status ha venduto il doppio rispetto a King Del Rap, nella prima settimana, quindi a livello di carriera le cose procedono e vanno bene, ma evidentemente non mi basta.


Foto per gentile concessione di Big Picture Mngmnt

Il risultato è figo, quindi non so se valga la pena di augurarti di risolvere questo conflitto.
Ti dico la verità, dato che il mio lavoro mi inchioda in Italia, ho deciso di rompere i coglioni. Subire il sistema senza fare niente non fa per me, per cui cerco di dare un senso alla mia presenza in questo modo.

Credo anche che non abbia senso provare a proiettare le proprie ambizioni al di fuori del Paese, perché il lavoro da fare qui è davvero lungo e impegnativo. Per fare un esempio banale, l'altro giorno ho pubblicato una foto con dentro un fumetto scritto in inglese: non l'ha capito nessuno. Non sto nemmeno a preoccuparmi della possibilità che spunti un Yung Lean italiano, perché ci sono una quantità infinita di passi intermedi ancora da fare.

Già il fatto di dover pensare all'estero per immaginarsi realizzati è una prospettiva estremamente frustrante, è sintomo di un disagio che io non voglio accettare e con cui probabilmente mi scontrerò per sempre.

Prima abbiamo parlato di Roccia Music, come sono cambiati ai tuoi occhi la città e il quartiere rispetto a quei tempi?
Forse sono l'unico che ha visto un cambiamento positivo e sinceramente sono abbastanza a favore di quello che stanno costruendo, perché mi annoia l'immobilismo. Milano per lo meno ci prova con tutte le sue forze ad emanciparsi in qualche modo dalla situazione generale, quindi ho buone sensazioni sulla città.

Il mio quartiere è cambiato tantissimo e quasi non esistono più le periferie nel senso che intendiamo noi, come luogo separato dal centro. Buenos Aires, che prima era una via di shopping adesso non è tanto meglio di Barona, e allo stesso tempo Barona ha le aiuole e i parchi giochi con le altalene funzionanti, come la stessa Quarto Oggiaro. A Milano è morto questo senso di appartenenza alle periferie, il che ha degli aspetti positivi sotto il punto di vista dell'integrazione col tessuto cittadino, mentre dall'altra si è persa una componente che legava le persone, anche ad un ceto sociale.

Esiste anche un esempio nella musica ed è lo street rap, che in Italia non funziona, per quanto sia paradossole. Si è perso quel senso di appartenenza che era tipico dei tamarri, quel sentimento che ti fa dire noi siamo di periferia, siamo diversi, piuttosto si comprano le imitazioni, ma il desiderio di tutti è essere come Briatore e fare le star.


Barona, foto di Giorgio Viscardini, via VICE

Cambia tutto se invece ci spostiamo a Roma, dove forse lo street rap ha funzionato e funziona.
Non sono così sicuro che sia così, ma se Achille Lauro sfonderà vorrà dire che ha funzionato. Diciamo che lì si è mantenuta molto di più quella componente orgogliosa della periferia, che fino a qualche anno fa c'era anche qui, io stesso ci ho fatto un pezzo che lo racconta ed è "Popolare".

Non esistono più dei veri e propri ghetti in cui le persone passano tutta la giornata in quartiere, quello che mi sembra di vedere è un'apertura dei quartieri nei confronti della città e, più in generale del centro. Io vivo ancora in Barona e ho vissuto tutto questo cambiamento, la mia intepretazione è che le infrastrutture siano completamente cambiate, così come la percezione delle persone, non esiste più il tassista che ti guarda male se gli dici di portarti in Barona.

Se siete arrivati fino a qua, e potete dimostrarlo, probabilmente meritereste una cena a lume di candela con Marracash, siccome non vogliamo rischiare di superare le 3000 parole e mietere le prime vittime abbiamo deciso di fermarci, ma se volete qualche ultima curiosità sul primo rapper dei quartieri nei quartieri alti allora sappiate che:
1. Marracash non ha comprato fan su Facebook e dorme piuttosto sereno anche mentre Zuckerberg ha deciso di epurare il suo social network dai profili inattivi.
2. Kanye West non è più scarso di Snoop Dogg, Eminem o [inserire rapper famoso].
3. Empire è una bella serie, se siete abbastanza coraggiosi da continuare a guardarla dopo il pessimo primo episodio.
4. Dovreste davvero leggere Fattore H, il libro di debutto di Tyrone Nigretti.
5. Gli piace anche House Of Cards, ma a chi non piace?

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