Spunk: l'ennesima truffa dei Sex Pistols

Presto uscirà una nuova ristampa su major: se ti piacciono i dischi, per favore, non comprarla.

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22 luglio 2015, 8:04am


Glen, Johnny, Steve e Paul.

L’altro giorno stavo spulciando un catalogo di dischi online pur non potendomi permettere di comprarli, cosa che faccio regolarmente, come un molestatore in libertà vigilata davanti a una scuola, e mi è caduto l’occhio sul pre-order per l’ennesima ristampa di Spunk dei Sex Pistols. Si presenta in lussurioso vinile bianco, edita da Sanctuary records (gruppo BMG), ovviamente “limitata” a duemila copie.

Spunk è considerato da molti il vero primo album dei Sex Pistols, uscito nei negozi di Londra solo pochi giorni prima di Never Mind the Bollocks, senza copertina e con i titoli sbagliati sui centrini, finanziato dalla fantomatica etichetta Blank dietro la quale molti sospettano si nascondesse lo stesso diabolico Malcolm McLaren. Si tratta di un bootleg, ossia di un disco pirata, registrazioni rubate dall’archivio della band. Per trent’anni è stato ristampato illegalmente a destra e a manca, integrato, modificato, decorato; insomma, trattato come l'oggetto di culto che è.


Il centrino originale con i titoli sbagliati.

Parentesi: questo album è una bomba. Lo stesso McLaren sosteneva fosse addirittura meglio di Never Mind the Bollocks. Contiene senza dubbio i pezzi meglio suonati dei Sex Pistols, per il semplice motivo che è stato registrato quando al basso c’era ancora Glen Matlock, che, con tutto l’affetto che provo per quel cretino di Steve Jones, suonava davvero e non si limitava a fare plonk plonk sulle stesse note della chitarra come un burattino. In generale c’è più attenzione a onorare la scrittura dei pezzi invece di suonare veloce e sguaiato per provocare il pubblico inglese che non si aspettava altro che l’ennesimo crimine contro il buon gusto. Senti “No Feelings” che roba, con Rotten che cerca quasi di cantare davvero. E il flanger sulla chitarra di “Lots of Fun” (a.k.a. “Pretty Vacant”)! In generale sembra di riscoprire i Sex Pistols spogliati della plasticosa veste pubblicitaria, prima che premessero a fondo sull'acceleratore dell'oltraggio, un gruppo (proto-)punk con riff incisivi e un cantante carismatico che li fa spiccare sul resto. E, con la sua produzione più classica, fa apprezzare di più la follia rumoristica di Never Mind the Bollocks. Un ottimo modo per ricordarsi perché sono uno dei gruppi più importanti di sempre, se te lo sei dimenticato.

Allora, abbiamo stabilito che questo disco è fico e che viene ristampato tra un paio di settimane. Eppure io ti voglio dire di non comprarlo.

Conosco un tizio che è riuscito a procurarsi una macchina per incidere i dischi: sono andato a casa sua e lui mi ha fatto sentire con orgoglio Journey to the End of the Knife degli Heroine Sheiks, fabbricato da lui, perché Amphetamine Reptile records lo stampò esclusivamente in CD. L’unica copia vinilica ce l’ha lui. Spunk, in un mondo ideale, meriterebbe un trattamento simile: essere adottato dal mercato delle etichette sotterranee e diffuso tramite stampe modeste, limitate, ossequiose della forma originale (senza nuove copertine finto-stencil, per dio), assemblate con amore nella cameretta di uno sfigato e spedite in forma anonima ad altri sfigati in cambio di un contributo spese. Come è successo di recente per Paganicons dei Saccharine Trust; mi mancava, così ho comprato questa bellissima (ed economica!) edizione quasi diplomatica, che suona alla perfezione: un disco pirata fatto da punk per i punk che ha giustamente fregato qualche soldo a quello stronzo di Greg Ginn, con la benedizione della band.


Alcune delle versioni bootleg di Spunk su discogs.com.

Capita spesso, negli ultimi anni, che un gruppo giovane e sconosciuto si veda negata la possibilità di fare qualche soldo in tour, perché l’uscita del proprio disco viene rimandata in continuazione dalla fabbrica. Si sente parlare anche di dischi che non escono proprio, perché l’attesa sarebbe troppo lunga; di band europee che rinunciano al tour negli Stati Uniti perché non avrebbero nulla da vendere al banchetto e il merchandising, si sa, è spesso l’unica fonte di sostentamento, visto che una paga decente è una rarità. Questo succede perché, soprattutto negli USA, le major intasano le fabbriche di ristampe inutili in una corsa a chi riesce a spremere più soldi da un pubblico con la soglia d’attenzione di un cane in una voliera, che forse sarà arrivato un paio di volte alla fine di Never Mind the Bollocks o che ricorderà solamente Sid Vicious che canta “My Way”. Per non parlare del fatto che la ristampa costa quanto un bootleg d’epoca, paradossalmente più “ufficiale” e vicino alla stampa originale. La trasformazione dei dischi da medium a prodotto, a volte con lo stesso valore di una enciclopedia in venticinque volumi, ha creato un mercato completamente diverso che però soffoca la produzione tradizionale, quella che non si è mai fermata, rivolta ai semplici appassionati di musica.

Parte del fascino di questo album è proprio la sua illegalità, l’aura amatoriale che lo circonda, per cui acquistarlo in un centro commerciale è come comperare un gilet degli Hell’s Angels da Zara. Da qualche anno a questa parte tutti sembrano concordare sul fatto che la lotta tra underground e major sia finita con una schiacciante vittoria degli indipendenti, ma non è vero: la lotta continua e tu devi scegliere da che parte stare. Compra i dischi indipendenti e non lasciarti mai più truffare dal rock'n'roll.

Segui Giacomo su Twitter: @generic_giacomo.