Crisi di panico e divertimento precario al Concerto del Primo Maggio

Sono stato tutto il giorno in Piazza San Giovanni per vedere se i miei nervi reggevano a Goran Bregovic e Lo Stato Sociale.

|
02 maggio 2015, 10:21am

Non saprei cosa mi ha detto la testa quando ho accettato di fare l'inviato di Noisey al concerto del Primo Maggio. Immagino che il mio subconscio sia andato rapidamente al gran mucchio di ricordi di tutti quei cosiddetti week end lunghi, festività, ponti praticamente sempre trascorsi in casa a piangere, e allora tanto vale mettersi a lavorare, o almeno questo è quello che dirò a mio padre così è contento. Buon Primo Maggio.
Naturalmente per tutta la mattina ho la tentazione costante di scrivere in redazione, inventare una delle mie scuse elaboratissime e tirare pacco a questa iniziativa. Per fortuna avevo previsto questo sabotaggio, perciò avevo preventivamente finito le sigarette, così da dover per forza vestirmi e uscire per andarle a comprare—a quel punto mi basterà fare pochi minuti a piedi per raggiungere Piazza San Giovanni. Nel frattempo ho ascoltato l'ultimo disco dei Blur, nella vana speranza di essermi svegliato in una nuova vita nella quale sono in grado di apprezzare la mediocrità dei Blur, ma no, non è così—la mia frustrazione non fa altro che aumentare.

Soffro di crisi di panico, ansia, ipocondria, crisi depressive ed esistenziali e questo è un esperimento folle al quale mi sto sottoponendo. Non ho idea di cosa mi aspetti, mi sento come quei sicari che non vogliono sapere nulla della vittima alla quale dovranno sparare in testa, tranne dove abita e a che ora esce di casa. Io so soltanto che è il primo maggio e che c’è un concerto. Penso che è incredibile che sia già arrivato maggio, che quindi l’estate è alle porte e chissà come sopravvivrò all’estate, ma questo ora non c’entra niente, anzi è un lusso mettersi a pensare a come sopravvivere all’estate se prima devo sopravvivere a questo devastante impatto con la realtà.
Insomma non so nulla della line up e questo si rivelerà un problema enorme perché per buona parte dell’evento non avrò la benché minima idea di chi siano le persone che si alternano sul palco. Mi sento davvero stupido, vecchio e inutile.


Man mano che mi avvicino alla piazza le mie gambe diventano sempre più pesanti, mi pulsa la tempia destra e sento le budella attorcigliarsi, ansia e ordinaria amministrazione. Per fortuna ad accogliermi prima della folla, assieme a un mucchio di banchetti che vendono cibo scadente e merdosissima carne che infesta l’aria, ci sono un bel tot di ambulanze e questo mi rassicura. Mi piazzo dietro una comitiva di crocerossine in servizio e così se dovessi svenire loro mi soccorreranno subito. Penso anche che nelle vicinanze c’è un ospedale bello grosso e quindi non ho nulla da temere.



Sono qui già da un pezzo, ma non ho ancora mai alzato lo sguardo per guardare il palco, devo ambientarmi. Questo è quello che vedo: adolescenti con gli occhiali colorati, bandiere varie che vanno dai Giovani Democratici, comitati per l’acqua pubblica, Rifondazione Comunista, antifascisti. C’è un tizio arrampicato su un palo con uno striscione con la scritta “odio gli insofferenti”, vaffanculo io ce la sto mettendo tutta, non è carino da parte tua amico. (Siamo praticamente certi che lo striscione recitasse "Odio gli indifferenti", ma il nostro corrispondente è piuttosto sensibile, NdR) E poi ancora giovani con gli occhiali colorati e i bastoni per fare selfie.

Nessuno si sta divertendo, ma forse è normale. Anche loro si staranno ambientando. Sul palco tutti dicono “ciao Roma!” e poi volano parole a caso tipo “precari, disoccupazione, borghesia, futuro, lottate”. Nessuno fa una piega. Sono un po’ in difficoltà perché dovrei parlare di musica e di quello che avviene sul palco, ma non ho i mezzi adatti per farlo, sono un pesce fuor d’acqua. Non riesco a capire cosa ci faccia lì tutta quella gente, ma credo che nemmeno loro lo capiscano. Riesco a intuire che la conduttrice è Camila Raznovich e che ogni tanto sbuca fuori Paola Maugeri che evidentemente non è Morrissey e quindi ai lati della piazza impera l'odore di carne alla griglia. Intuisco anche che è la venticinquesima edizione di questo concerto e che quindi c’è aria di nostalgia, tant’è che sono stati invitati alcuni vecchi conduttori degli anni passati che con più o meno imbarazzo ricordano i tempi che furono apparendo sostanzialmente come dei rottami buoni solo per le rimpatriate. Poi c’è Dario Vergassola che canta una canzone il cui ritornello recita “non me la danno mai”.

Nessuno si sta divertendo. Parlo con una comitiva di calabresi che mi dice di aver dormito nelle tende questa notte e che sono lì per Lo Stato Sociale e che di tutto quello che accadrà prima e dopo non gliene frega un cazzo. Ok. Almeno loro hanno un motivo per essere lì. In ogni caso tutti sembrano spaesati e non c’è qualcuno che sta veramente ascoltando, non si tratta di un concerto, si sente di merda e almeno l’ultimo barlume di speranza che mi rimane è riposto nel fatto che appunto nessuno sta prestando attenzione alla musica ma sono qui perché non hanno di meglio da fare. Un tizio mi chiede se ho del fumo, gli dico di no e gli chiedo a mia volta se sa chi siano quei due sul palco, mi risponde che non lo sa. Tutti fano roba patchanka o etnica, da buona tradizione del Primo Maggio, quindi di chi siano mi importa relativamente. A un certo punto riconosco metà degli Afterhours sul palco e mi rassicuro perché era da un po’ che non sentivo di concerti degli Afterhours che notoriamente non hanno una casa e dunque sono in tour perenne. Si tratta del progetto da solista di Roberto Dellera e c’è anche il violinista Rodrigo D’Erasmo. Manuel Agnelli sarà ospite a casa di qualche amico evidentemente. Oppure è al concerto di Taranto. Sicuramente una delle due.

Poi compare il cantante degli Otto Ohm, che è diventato qualcosa a metà tra la tipa di Top Of The Lake e l’iconografia di un Dio pingue e drogato. Poi a un certo punto la folla si infervora un po’ e allora capisco che c’è qualcuno di successo. È Nesli, annunciato come un rapper che forse vorrebbe fare il cantautore e che è il fratello di Fabri Fibra. Si presenta un tizio sul palco vestito in una maniera ridicola che fa un discorso iniziale che mi ha cambiato la vita, qualcosa tipo: se non hai lavoro non sei libero. Poi aggiunge che lui e la sua band sono lì per farci ballare. Ma nessuno balla. Sono più che altro amareggiato e vorrei andare via. Non succede niente, non c’è niente di interessante, non ho nemmeno più l’ansia. Si tratta di un concerto, con musica scadente, con una acustica scadente e con un sacco di gente che fondamentalmente sta lì senza motivo o per qualche band in particolare. Tutto nella norma, se non fosse che di continuo dal palco arrivano sterili appelli alla libertà, alla lotta o solidarietà ai disoccupati e ai precari. Un tempo questo concerto aveva un senso, ora non credo. Ma vabbè, inutile partire con una filippica del genere. Anche perché una tipa ha appena vomitato a pochi centimetri da me e questo mi riporta dritto a concentrarmi su quello che ho attorno. Tutti camminano frenetici, non so perché non stanno fermi un cazzo di momento, sembra che debbano tutti raggiungere qualche altro amico e quando lo raggiungono, allora se ne vanno insieme a raggiungere qualche altro amico e così via.
Inizia a calare il sole, Paolo Rossi sta a pezzi. Enrico Ruggeri non aveva alcuna voglia di star lì, il suo chitarrista è il sosia di The Edge degli U2 e gli va dato il merito di essere riuscito a superare i suo idolo nel suonare la chitarra in una maniera perfettamente insulsa con quel wahwah da deficiente. Qualcuno batte le mani quando Ruggeri fa “Contessa” che poi dice “finché ci sarà qualcuno su questo palco ragazzi voi non sarete mai soli”. Io mi sento più solo che mai. Inizio a spazientirmi, non ho neanche voglia di essere caustico perché sono solo frustrato e stanco, tutta questa cosa non ha senso. Ogni tanto sobbalzo perché tutti si girano a salutarmi ma in realtà c’è qualche telecamera della Rai che passa e allora tutti salutano. Mi rattrista sentire i “ciao Roma” e i “Grazie” provenienti dal palco cadere nel nulla, ma perché continuano a dirlo? Poi mi isolo e mi metto a pensare alla mia vita, credo sia giusto riportarlo: sono stato almeno venti minuti buoni a cercare di ricordare come si chiamasse quel gioco con le caselle e i numeri da mettere in ordine, poi mi sono ricordato che si chiama “Gioco dei quindici”, questo perché pensavo al fatto che l’esistenza è un casino, c’è quel tassello mancante che fa muovere tutti gli altri e mette in disordine i numeri. Esco prepotentemente da questo pensiero perché c’è uno che dice che sta “sulla Luna con l’hip hop” e ha gli occhiali da sole anche se ormai è buio. Si tratta di Emis Killa che mi sorprende riuscendo in poco tempo con le sue parole e con la sua musica il vero significato di questa manifestazione musicale.

Due ragazzi conoscono a memoria tutte le canzoni e tirano su le mani quando Emis chiede gentilmente di tirare su le mani. Mi sorprende molto l’energia che hanno queste persone che sono qui da ore e continuano a trovare la forza per stare in piedi. Pensavo di trovare un sacco di nostalgici girotondini o over 50 o in linea di massima gente che passa l’estate in Salento a ballare la pizzica tra un aperitivo e l’altro, ma è una percentuale davvero esigua. È pieno di adolescenti e basta e questo luogo puzza di Maria De Filippi e basta. Mi sono rotto le palle e me ne torno a casa.
La mia professionalità mi impedisce di non ammettere che ho dovuto ricorrere a sostanze stupefacenti a causa delle quali ho giaciuto per un’oretta buona sul divano a sbavare. Quindi mi sono perso un pezzo di tutta la questione prima di accendere la tv e ritrovarmi con J-Ax che sviscera del qualunquismo contro Salvini, che è comunque un bene. Poi arriva Irene Grandi ed è subito Festivalbar, glisso velocemente anche perché la mia mente non ha assorbito niente a parte quando a un certo punto ha detto qualcosa riguardo il lavoro tipo che "non c’è lavoro e che è una brutta storia che non c’è lavoro." Cazzo Irene, sì, brutta storia.

Ma Irene forse non si rende conto che, paradossalmente, ha regalato il momento più autentico e sincero di tutta questa manifestazione, ossia l'intervento della Raznovich dopo “Bruci la città”, in cui si è sentita in dovere di spiegare che non era un tributo a quanto stava accadendo a Milano nelle stesse ore. Io non ho parole per commentare tutto questo, dico sul serio.

Ai Bluvertigo non posso che voler bene, sono l’unica goccia positiva in un mare di merda, anche perché Morgan che suona il basso in frac è sempre bello da vedere, e che cazzo. Questo sommesso germoglio di pensiero positivo viene violentemente spazzato via dall’arrivo sul palco de Lo Stato Sociale, annunciati come “un pezzo importante per la scena indierock italiana”. La band si presenta sul palco con delle calzamaglie in faccia, calati perfettamente nella parte di giovane band ribelle, comunista e troppo fuori dalle righe. Mi tocca sentire proprio da loro inveire contro gli sbirri, contro la TAV e tutto il resto. Poi quando iniziano a suonare metto su muto e però un po’ sono felice per tutti quei ragazzi che erano lì dal pomeriggio e volevano ascoltare Lo Stato Sociale, in fin dei conti anche io tempo fa sono andato al concerto del Primo Maggio per ascoltarmi tipo gli Afterhours, i Subsonica e i Marlene Kuntz, poi sono guarito. Anche se però quell’anno c’era pure Nick Cave e quindi sono più che giustificato.

Ho sbagliato a farmi tornare alla mente questo ricordo perché adesso non ho davvero più voglia di vedere Lo Stato Sociale neanche senza volume e anzi non ho più voglia di guardare nient’altro.

Per quanto la parte sadica di me ne abbia voglia, mi sembra davvero ridicolo e facile mettermi a vomitare rancore sui singoli artisti che hanno suonato in questa giornata: è ovvio che si tratta di un’offerta variegata, trasversale e inevitabilmente scadente, senza alcuna coerenza o coesione, se non una vaga idea di sinistra. E forse è sempre stato così ed è inutile soffermarcisi. Però quel che più mi rattrista è che trovo inutile e ridicolo persino soffermarmi su quanto non abbia senso trovare un lontano miraggio di collegamento tra la lotta per il lavoro e questo concerto, al punto che non ho voglia di fare alcuna morale, mi sembra tutto già abbastanza tragicamente evidente: tutto quello che non abbiamo più è perché non ce lo meritiamo e perché lo abbiamo dato per scontato. Ok, forse questo era un accenno di morale, quindi meglio concludere così: Goran Bregovic fa cacare.

Spedite dello Xanax a Edoardo Vitale via twitter: @edoardovitale_