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Recensioni

Quali dischi ci hanno fatto vomitare e quali ci hanno messo il sorriso questa settimana: Le Luci della Centrale Elettrica, Ed Sheeran, Herva e altri.

Ogni Settimana Noisey recensisce le nuove uscite, i dischi in arrivo e quelli appena arrivati. Il metro utilizzato è estremamente semplice: o ci piacciono e ci fanno sorridere, o non ci piacciono e ci fanno vomitare.

LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA
Terra
(Cara Catastrofe)

Ne parliamo, sì: io amo la più bella che cazzocuore colmo di gratitudine, dio posso amare Volo. Fototette, gentilezze non sospette… sono terrona: fare l'amore nei container tra i file di ricordi era più plausibile. Per sempre passato di moda come Le Supercazzole, non stiamo parlando di Calcutta. Era lui l'uomo di punta, una grande esplosione di parole raffinate, lavora non solo nella musica. Cose bellissime. Prima era di moda ascoltarlo, come andare a cercare lavatrici sotterrate in Siberia da animalisti feroci, mi ha rotto il cuore e me lo ha riaggiustato, mamma mia che magone. Lenti cantautoriali, tribali movimentati, addirittura sentimentali. Brava e bella una canzone di Appino, mi ammazzo da sola. Scrivere e riscrivere e camparci pure. Io le ho sempre capite le sue canzoni, l'urgenza punk: ha le palle di portare avanti un progetto cantautorale serio. Se non vi piace potete evitare di farne un post. Uno dei pochi che ancora sa scrivere, cioè vorrei vedere quello che scrivono loro. Siete voi la causa dei miei ansiolitici.
CUT-UP DI COMMENTI DA DIESAGIOWAVE

SIX FEET UNDER
Torment
(Metal Blade)

Qualcuno dica a Chris Barnes di fermarsi. Basta. Stop. Non se ne può più. Non ha mai saputo scrivere musica, e questo non è mai stato un mistero, ma non ha nemmeno mai saputo circondarsi di gente in grado di farlo, o quantomeno in grado di comporre musica che avesse un capo e una coda per i 6FU. È inutile che continui a cambiare musicisti di accompagnamento,  Torment è l'ennesima schifezza partorita da un uomo che, se non avesse prestato l'ugola ai Cannibal Corpse della prima ora, nessuno si sarebbe mai filato manco per sbaglio. Un disco noioso, piatto, inutile, senza personalità, che sembra una produzione da etichetta brutallica indonesiana, di quelle che si trovano ai festival, alle bancarelle, nei cestoni delle offerte a 2€. E se anche fosse una produzione indonesiana da cestone a 2€, farebbe cagare lo stesso. Insomma, un album brutto, di una banalità disarmante, di cui non si salva assolutamente niente. È persino difficile scriverne, perché non c'è assolutamente niente da dire, se non che fa schifo. Astenersi, provoca incontinenza.
ALESSIO LANCIARAGNATELE

HERVA
Hyper Flux
(Planet Mu)

Nelle note di presentazione si scrive, in soldoni, che Herva è uno di quelli che stanno riprendendo in mano il linguaggio IDM: io non sono d'accordissimo. Nel senso che sì, è vero, ad ascoltarlo tornano in mente i virtuosismi di gente, ahimè, dimenticata dai più come Astrobotnia, ma l'italiano ha una sua poetica personalissima che dell'IDM prende solo il lessico, non la grammatica. Perché poi ti ritrovi anche paesaggi algidi, scansionati, o simil-field recordings rumorosi, ma che non vanno mai a sbrodolare fuori dall'ottica compositiva, mai—fortunatamente—intricati quanto nell'IDM che fu. Anche quando si butta nell'acid gli esce il pop e quando fa il pop gli esce roba super futuristica che a volte sembra pure Haswell, ma in versione umana. Ecco, mettiamola così: Herva è "la scansione dell'IDM". Esce fuori qualcosa che dipende dallo scanner: il suo. E mi pare che sia ben tarato perché l'IDM diventi, in fondo, un mero ricordo del passato.
PAPPEX TRIM

FEEDTIME
Gas
(In The Red)

Niente cognomi, niente effetti, niente lettere maiuscole, niente piatti sulla batteria, niente abiti particolari, niente giri di parole nei testi. Gli australiani feedtime possono essere tranquillamente considerati il gruppo più diretto e privo di fronzoli del rock'n'roll da quando esiste il punk. Spesso il chitarrista rick feedtime non usa nemmeno gli accordi, preferendo abbozzare i propri riff con un bottleneck metallico che fa suonare il tutto ancora più distorto e primitivo (tecnica notoriamente omaggiata da Mark Arm in brani leggendari come "Sweet Young Thing Ain't Sweet No More"). Sono passati vent'anni dal loro ultimo disco, Billy, ma in Gas li ritroviamo esattamente come li abbiamo lasciati: la chitarra romba come un reattore, il basso martella rockabilly ridotto ai minimi termini, la batteria è solida come un'incudine, la voce di rick è sempre più roca e cavernosa. I feedtime rimangono i campioni mondiali del rock'n'roll minimalista. È così che immagino il rombo della motocicletta che Alan Vega sta cavalcando all'inferno.
BRIGATA ANTI-MAIUSCOLISTA

WHY?
Moh Lhean
(Joyful Noise)

Passare dal fare alt-hip hop del futuro a simpatici dischetti indie pop era già una scelta abbastanza discutibile, per qualcuno imperdonabile, però va riconosciuto a WHY? che almeno per un po' ha avuto le canzoni. Elephant Eyelash, una volta accettato il cambio di direzione, a volerlo accettare, era un bel disco, ben fatto, con ottimi pezzi. Poi le cose hanno cominciato a peggiorare pian piano. Alopecia era meno bello ma ancora accettabile, con Eskimo Snow si cominciava a raschiare il fondo (anche il fatto che per ogni disco ormai pubblicava a parte anche i demo non è che fosse un ottimo segnale), e Mumps, Etc. insomma… potremmo anche fare finta che non sia mai uscito. Questo Moh Lhean è meglio del precedente, non è male, ci sono belle canzoni. È un disco assolutamente carino. Ma ben poco aggiunge alla carriera dello zio Yoni, e ha veramente quel sentore da sempre la stessa roba. Insomma, sarebbe anche ora: cLOUDDEAD tornate insieme, vi ricordate di quell'epoca che fu?
PERCHÉ?

EARTHEN SEA
An Act of Love
(Kranky)

La Kranky è una di quelle etichette che solo perché mettono la loro pecetta sulla copertina di un disco ti fan venire voglia di sentire quello che c'è dentro, soprattutto se sei una di quelle persone che si esaltano a sentire delle bordate di suono ripetersi uguali a sé stesse per quaranta minuti di fila. An Act of Love è il prodotto di un tizio, Jacob Long, che faceva hardcore a Washington D.C., suonava il basso nei Mi Ami (non il festival, la band) ed è passato dall'art rock e poi dalla house per finire oggi a fare un ambient ibridato con una minimal di quelle che farebbero scendere una lacrimuccia di gioia a Moritz von Oswald. E non so quale sia la concezione di "amore" di Long, ma se fossi una donzella sarei molto felice di lasciarmi sedurre dai suoi riverberi infiniti, conscio che dietro c'è una persona che ha attraversato tutto lo spettro sonoro prima di realizzare che poteva dire tutto con due elementi primordiali come quiete e tensione.
CARLO DI GONZAGA

SCORPION VIOLENTE
The Stalker
(Bruit Direct)

È il ritorno del duo synth punk francese più inquietante degli ultimi dieci anni. Dopo un periodo di pausa in cui non possiamo che immaginare i due componenti Scott Scorpion e Toma Überwenich rinchiusi in qualche manicomio criminale, scaricano una tonnellata di mattoni su vinile sotto forma di EP per l'etichetta parigina Bruit Direct, responsabile anche del loro primo EP Rome Violente risalente al 2010. In questi cinque anni di reclusione i due devono essere stati torturati e sedati con sostanze dagli effetti inimmaginabili, perché la loro musica è diventata se possibile ancora più oscura e terrificante. Sul lato A abbiamo i dieci minuti di "The Wound", traccia strumentale che potrebbe fungere da colonna sonora a film come la trilogia del Dr. Mabuse, con un beat inconcepibilmente lento, droni scricchiolanti e lame di synth che tremolano nella notte. Voltato il disco ci troviamo davanti a due pezzi cantati, "The Stalker" e "The Knife", che tingono il minimal synth alla Suicide di rosso sangue alla Brainbombs.
MITE DOUX

SLAGMAUR
Thill Smitts Terror
(Osmose)

Tornano gli Slagmaur dopo ben otto anni di assenza; probabilmente, dopo aver visto la calorosissima accoglienza di pubblico e critica per i cugini svedesi Terra Tenebrosa, General Gribbsphiiser e compagni si sono decisi a tornare in studio e riprendere le fila del discorso da dove lo avevano abbandonato. Indossate ancora una volta le maschere, in una complessa gestazione durata quasi due anni, i Norvegesi compongono un'altra manciata di canzoni che di black metal propriamente detto mantengono solo la cupezza e qualche lontanissima e nebulosa origine, probabilmente passata dalle parti di Nattramn e dei suoi arti amputati. Il ritmo è compassato, sempre sotto controllo, quasi marziale, e le chitarre sono perennemente rivestite di effetti, riverberi e droni industrialoidi, ad accompagnare voci e registrazioni e overlay vocali che possono significare qualsiasi cosa. L'immaginario deviato vorrebbe, tra le altre cose, rimandare alle fiabe della tradizione nordeuropea filtrate da un'ottica perversa, ma è difficile dare indicazioni precise, visto che la band non ha quasi mai rilasciato interviste. A noi rimane un disco impenetrabile ed estremamente affascinante, disturbato quanto basta da togliere il sonno agli psichiatri più distaccati.
ZAMPA DI PORCO

ED SHEERAN
÷
(Warner)

Due anni fa il mio amico Tommaso, relativamente preso bene, mi ha fatto vedere il video che vi ripropongo qua sotto. 

Questo, ragazzi, è il celeberrimo cantautore e popstar Ed Sheeran che canta un suo pezzo per strada, tutto megaveloce megabravo a cantare e rappare e suonare. E niente, da quando ho visto quel video non riesco a non pensare che la dimensione naturale del nostro Ed è esattamente quella. Insomma, il tizio roscio megasimpa che fa prendere bene tutti alle feste, il raro caso di tipo così bravo con la chitarra che non resta da solo sulla spiaggia a fare due accordi mentre gli altri limonano ma riesce pure lui a mettere la sua lingua nella bocca di qualcun altro a fine serata. Una persona che fa musica complessa e per cui si è sbattuto un sacco, ma senza grandi ambizioni. E invece è diventato una popstar, infrangendo così la mia fantasia tutta genuinità, cuori caldi e vendette dei nerd—un po' come se al posto di Justin Timberlake, Drake e Bruno Mars ci fossero i tizi che imparano a suonare "Sweet Child O' Mine" su due chitarre contemporaneamente. E non so voi, ma io voglio tenere questa realtà alternativa distopica il più lontano possibile dai miei timpani.
YNGWIE MALMSTAIMALE

ØKAPI
Pardonne–moi, Olivier! 
(Off Label/Broken Silence)

Ritorna il mago della plunderphonia italiana, ovvero Økapi, e lo fa ancora una volta con un'operazione di montaggio e smontaggio di roba classica. Con Opera Riparata agiva sul concept de "l'opera rotta" concepita da Munari, tagliando e cucendo arie liriche. Adesso invece si butta su Olivier Messiaen, del quale stacca e incolla tutta la produzione musicale, suddividendo il tutto secondo un catalogo ornitologico tutto suo (Messiaen stava in fissa per il canto degli uccelli e cercava di tradurli sulla partitura). Un'operazione del genere potrebbe essere rischiosissima, ma a differenza di Fennesz con Mahler (omaggio di cui mi hanno detto un gran... Mahler, perdonatemi la facezia), Økapi riesce ad entrare in punta di piedi nel mondo di Olivier, mescolandolo al suo: mondo fatto di una brina condita con beat spezzati elettronici, squisitamente e delicatamente plunderphonici, appunto. D'altronde l'umiltà della cosa è evidente fin dal titolo: molti musicisti che pensano di fare i fighi rifacendo celebri nomi del passato hanno molto da imparare, diciamocelo.
LUCRIAMO PASSEROTTI

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