È uscito il miglior disco rap italiano del 2015

E se non riesci a capirlo, allora hai un grosso problema.

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giu 23 2015, 9:00am

Oggi è uscito il miglior disco di rap italiano del 2015 e se pensi il contrario, per farla breve, nella vita non hai capito un cazzo. Vero, il nuovo disco di Guè Pequeno, ha dentro tutto ciò che manca al rap italiano in questo momento: la sicurezza.

Partiamo dall’inizio: che piaccia o meno, il rap in Italia sta vivendo un momento spettacolare. C'è una marea di artisti validi che sfornano quintali di materiale fresco ogni mese e abbiamo a disposizione tutte—e dico tutte—le sfaccettature del genere che, finalmente, sembra essere riuscito a maturare. I nuclei culturali e creativi attorno ai quali vivono le varie realtà che compongono il genere in Italia stanno vivendo la loro età dell’oro e non voglio nemmeno provare a descrivere la pluralità offerta oggi dal rap in Italia, sia perché rischierei di dovermi dilungare in un trattato antologico, sia perché Google è gratis.


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Vero è il suo terzo album solista e Guè Pequeno continua ad essere uno dei personaggi più odiati dell’hip-hop italiano non perché non sia più quello di Mi Fist, ma banalmente perché non ha più bisogno di dimostrare niente a nessuno.

Guè Pequeno è, questo senza alcun dubbio, il golden boy del rap in Italia: non vi è nessun altro artista indipendente quanto lo sia lui da realtà di etichetta, di crew o di città. Non stiamo parlando di un self-made man che improvvisamente si è ritrovato ad essere il migliore di tutti, stiamo parlando di uno stratega che ha saputo separare il proprio nome da quello di un titano dell’intrattenimento come quello dei Club Dogo, ha saputo lasciarsi dietro etichette, crew e città che vivevano in funzione della sua figura.

Al netto di gusti, temi o stili non ho dubbi nell’affermare che se mi chiedessero di dare un nome per il rap italiano darei quello di Guè Pequeno, ascoltare il resto significa buttarsi in un mero approfondimento di un genere che Guè, col tempo, ha saputo padroneggiare e perfezionare meglio di chiunque altro.

Quindi perché, date queste premesse, la gente continua a non sopportare Guè Pequeno? Perché i connoisseur lo detestano così forte? Per una serie di motivi, e non tutti banali.

Guè Pequeno non è un rapper commerciale: non è uno da strofe plastiche alla Fedez o da solida auto-referenzialità alla Fabri Fibra. Non abusa dell’auto-tune, non è protagonista di alcun dissing, non è (più) affiliabile ad alcuna crew—anche in questo caso, grazie alle sua abilità da businessman è riuscito lentamente ad allontare il nome di Guè da realtà settoriali come Dogo Gang o Tanta Roba. In buona sostanza, Guè Pequeno non rompe il cazzo a nessuno. Sarà proprio questo il problema?

Per la prima volta da tantissimo tempo in Italia abbiamo un rapper sicuro di sé stesso—e bada bene, non parlo di un artista che rischia di farsi eclissare dal proprio ego, parlo di qualcuno che per dimostrare quanto forte sia non ha bisogno del nemico immaginario. Quello di Guè, oggi più che mai, è un rap caratterizzato da un ingenuo e spensierato machismo: dopo quasi 20 anni (vent’anni, v e n t’ a n n i) di carriera e 11 album pubblicati abbiamo un rapper che, finalmente, ripudia le posse track e decide che il featuring giusto per il singolo di punta del disco è quello con Akon, un artista che con la scena hip-hop italiana non c’entra, fortuntamente nulla.

Ovviamente non si tratta del disco del millennio: Guè ripropone la stessa struttura dei due dischi solisti precedenti assemblando un insieme di anthem, di pezzi da punchline e di tracce più de core, quelle che poi banalmente fanno macinare visualizzazioni ai counter su YouTube. Per quanto riguarda le produzioni il boom-bap di Bassi Maestro riesce a far suonare attuale un approccio al beatmaking più tradizionale, ma la “vecchia avanguardia” dei 2nd Roof forse non suona più così nuova, specie se paragonata all'exploit di, per esempio, Charlie Charles.

Vero non è un punto di svolta nel genere e non cambierà le carte in tavola, ma questo per il semplice fatto che l’intenzione di Guè non è questa. Guè racconta della propria tipa, dei propri soldi, del rap italiano che si inginocchia. Ha raggiunto la cima, è “lo squalo in un acquario pieno di pesci rossi” non gliene frega un cazzo di te, di me, degli altri rapper, di questo post o delle interviste. Vero è il miglior disco rap italiano che uscirà nel 2015 perché, incredibile dictu, è un’opera che non vive in funzione di nessun altro se non di se stessa.

Vero esce oggi ed è un distillato di Guè Pequeno che fa Guè Pequeno e di rap che non sembra rap perché, per la prima volta, non ha complessi di inferiorità nei confronti di nessuno.

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