Squillo da bere

Stavolta voliamo nella Milano Craxiana degli anni Ottanta, per capire la bizarra trasformazione di Jo Squillo e con lei quella di tutta una città.

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07 maggio 2015, 12:28pm

P: Insomma questi anni ottanta ti sono davvero rimasti dentro…. Anche cliccando sul tuo sito, www.josquillo.it esce la URL ‘ Milano da bere’…
JS: Sinceramente non lo so… In ogni caso la ‘Milano da bere’ che ho conosciuto era molto più viva, energica, di oggi. Allora Milano era una capitale europea: la moda, la musica, l’arte, il design… Oggi non è così valutata, ecco…

(Intervista a Psicolinea , ottobre 2003)

Milano: in apparenza la città più europea d’Italia, in realtà densa di contraddizioni. Un tempo famosa per le sue opportunità, non ultime quelle discografiche, ora per EXPO e disordini correlati. L’opinione pubblica è spaccata in mille: sociologi della domenica spuntano da ogni dove, sembra non abbiano mai visto moti di piazza. A prescindere da come la si pensi, è necessario capire dove inizia lo spettacolo e dove finisce la rivolta, e ovviamente Italian Folgorati può farlo nel suo piccolo, con la musica, dato che è spesso “ammanettata” alla politica. Nel caso di Milano, infatti, non è certo la prima volta che si vedono certi casini, e per giunta chi nasce incediario a volte muore pompiere: è questo il caso del personaggio del giorno, ovvero Jo Squillo.

Nel 1980 Jo è una delle prime eroine punk in una Milano in preda al teppismo, alla droga, al terrorismo e alla noia. Dagli anni novanta in poi costei ha però vanificato il suo curriculum facendosi odiare per una serie di dischi imbarazzanti, tipo Siamo Donne, gettandosi poi a pesce nel remunerativo mondo della TV e della moda. Si pensava spuntasse dal pavimento, dal nulla, invece le Kandeggina Gang, la sua prima band, erano un trio di riot grrls minorenni che incideva per la Cramps e lei, rossetto nero sulle labbra, lanciava assorbenti in faccia al pubblico: il primo singolo “Sono Cattiva” rimane un grande manifesto spontaneista di scazzo e voglia di mandare affanculo tutti. Tecnica inesistente, voce alla X-Ray Spex, due accordi in croce. Anche nel lato B non si smentiscono, con una “Orrore” femminista al limite del separatismo. Solo per questo le Kandeggina sono nella storia del rock italiano, ma la cosa più importante è che nascono in un centro sociale, il Santa Marta, di area autonoma: nonostante le divergenze, è uno dei primi punti di ritrovo dei punk in una città a loro ostile da ogni punto di vista. Comunque Jo, interpellata dai media all’epoca, parla incredibilmente come se vivesse nel 2015 e fosse reduce dagli scontri NO EXPO.

Al Santa Marta c’è anche un altro gruppo punk attivo già dal ‘79, i Kaos Rock. Si formano nella scuola di musica del centro (ci insegnava Demetrio Stratos), culla di personaggi come il chitarrista Luigi Schiavone (poi con Ruggeri), Maurizio Granata e Gianfranco Segatto (batteria e chitarra in Hurrah! di Tozzi). Anche loro di casa Cramps, sono capitanati dal bassista Gianni Muciaccia il quale, attivissimo in Autonomia Operaia, è uno di quelli che fece piangere De Gregori nel famoso processo proletario del ’76, che portò il cantautore a accannare la musica per due anni e fare il commesso in una libreria. Fra quello che gli venne gridato in quel frangente, ricordiamo: "La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si potrà pensare alle arti o alla musica. Lo diceva anche Majakovski che era un vero rivoluzionario e si è suicidato. Suicidati anche tu!"

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Strano, perché Muciaccia diventa il compagno di Jo Squillo e nello stesso 1980 la mette capolista del suo “partito rock” , che proprio con la musica cerca di dare voce ai giovani post settantasettini. Propone nuovi luoghi di aggregazione per sviluppare la cultura giovanile e fare della creatività una risorsa anti sbando: addirittura appoggiato da Primo Moroni, non avrà però alcun successo, e il Santa Marta sarà venduto al comune. Jo Squillo intanto si getterà a capofitto nella new wave, finendo addirittura a “rock contro il razzismo” a Francoforte, insieme a nomi internazionali del genere. Carica come una molla, metterà tutta la sua energia nel primo album, ovvero Girl Senza Paura affiancata dalla produzione di Muciaccia e dagli Eletrix, la sua nuova band. Ed è capolavoro.

Fuoco fuoco su milano”, parole quanto mai attuali anche se scritte nell’ 81. Di Jo Squillo si può dire di tutto, ma quest’album è forse uno dei pochi esempi di wave verace e visionaria mai usciti in Italia. Chi ha pregiudizi sbaglia di grosso: qui c’è un gruppo che suona, un tiro micidiale, un mix spastico fra Ramones, Devo e schizofrenie assortite, inni all’ecologia e all’amore libero, sputi sulle istituzioni, ribellismi spontanei, provocazioni come la celeberrima “Violentami” e commoventi lettere dal carcere. Giustamente rivalutato, dopo aver vissuto di un consistente culto sotterraneo l’album è stato recentemente ristampato in vinile dalla Spittle Records. E dopo cosa è successo? Semplice, che è arrivato il socialismo di Craxi.

Muciaccia e Jo sono stati infatti “riverniciati” dal socialismo degli eighties. Unica forza istituzionale capace di apparente rinnovamento, i socialisti erano lontani dalle menate vetero del PCI e aperti invece a realtà emarginate alle quali cambiavano l’abito per renderle presentabili. L’unico problema è che, non facendo selezione all’ ingresso, divenne presto un partito di “nani e ballerine”, in cui la possibilità si trasformò in spreco. Entrando nei salotti bene del garofano e abbagliata da contratti discografici appetitosi, la Milano di Jo Squillo da “violenta” diventa “da bere”. Ma prima c’è un ultimo guizzo, ovvero Bizarre: il secondo album del 1984.

Dopo un convincente singolo dell’82 dedicato a Mandela, “Africa”, col feat.dell’intellighenzia new wave italiana (dai Neon ai Gaznevada), arriva “Avventurieri”: è il primo pezzo totalmente elettronico di una Jo Squillo che scivola su una buccia di banana. “Noi/Non ci prenderanno mai”, ma già questa frase rivela che si è nella rete del potere. Bizarre è infatti un potente affresco del “piede in due scarpe”, un ibrido fra ribellismo e recupero che , stranamente, funziona.

Il look di Jo Squillo anticipa la sbandata per la moda, coi capelli colorati di verde per fare propaganda ecologica. Sulla cover il nome di Jo è affiancato ai Kaos, che poi è Muciaccia alle prese con una italo disco deviata (il disco Shake docet). E infatti l’italo è il principale metro, con un nutrito team di genere alla produzione (Maggi, Biancani) e ringraziamenti a Malavasi. Apre le danze l’ultrasintetico “Dammi Pace”, inno all’ amore universale ma anche implicitamente allo sporcarsi le mani: “Ho scavato un buco nel tempo perché altri ci passino dentro”. Trionfo dei mallets, la disinibizione del brano è fraintendibile: “Ho voglia di passar la notte insieme, tutti insieme”. Cose che si facevano anche nel PSI.

Il secondo pezzo è il singolo di traino, “I Love Muchacha”. Trattasi di un rap anglo-franco-ispanico che ricicla parti del testo di “Skizzo Skizzo”, su base funkettona. Apparentemente parla di un amore lesbico, in realtà è un gioco di parole fra Muciaccia e “muchacha”, appunto. Un divertissement sulle ali dell’edonismo che andò benissimo in classifica e che in effetti riesce a “riverniciare” un inno anti-normalizzazione come fosse uno spensierato brano dance.

Il terzo brano, “Io ti cerco”, è l’ “Atmosphere” di Jo Squillo. Evidenti i richiami ai Joy Division per una canzone quasi new-age-punk dedicata alla libertà: "C’è qualcosa che attraversa le pareti più dure" ma “I signori del futuro stan decidendo di noi/Chiedo, è possibile cambiare il mio destino”. La mancanza del punto interrogativo è possibilista, ma è lontana la Squillo sfacciata di “Ma Chi se Ne Frega”. C’è una sorta di fatalismo opprimente che pende come una spada di Damocle.

“Indiana Jones” è un omaggio ai film cult d’epoca (si cita anche Blade Runner) in salsa demenziale, ma anche uno sfogo sulla voglia di evadere, sulla vita selvaggia. "La magia del sesso elettronico/un corpo da esplorare”, ma quando il mattino arriva l’epilogo è “Tu m’illudi sempre/Poi te ne vai e mi lasci sola nei miei guai”. Anche qui un vitalismo che non trova sbocchi. Grandi performance di sequencer, con l’uso massiccio del rarissimo Synergy usato per il Tron di Wendy Carlos.

I nuovi suoni sono in effetti centrali, con spazio anche per il Fairlight e la DX7. “Oltre il blu” è qui in una versione ipertecnologica, differente dalla versione contenuta nel film Pirata di Paolo Ricagno dello stesso anno. Sicuramente uno dei migliori brani del disco, è un incitamento a non fermarsi, a non dormire, una specie di trip da bibita energetica. “Nessuna valigia ti porti nel vento/Solo una mappa per correrci dentro”. Anche qui l’evasione virtuale è una necessità prima impensabile.

“Jumbo Jumbo” rincara la dose, il viaggio modalità carpe diem. “I keep living through my dreams”, utilizzando ancora una volta il trilinguismo. Brano ultrapop privo di pretese con atmosfere elettropicali intermezzate da tastiere sì apocalittiche, ma da catalogo di agenzia viaggi.

Perché alla fine l’apocalisse è dietro l’angolo: "Sarò" è il brano più gotico del lotto, ricorda i primi Litfiba. Si parla di... Una gravidanza vissuta come eroismo? Boh, non si capisce bene, forse tratta solo di disagio mentale, fatto sta che l’idea del concepimento salvifico è inedita per la Squillo. Che forse il vero viaggio sia quello della vita reale e non della rivolta immaginata?

L’ultimo brano rimette i puntini sulle i: brano di pura improvvisazione elettronica a colpi di campionamenti, “Bizarre” è lo slancio futurista del disco. Suoni prodotti dagli scarti del capitalismo musicale, a volte anticipano il Bowie di “Jump They Say” come la fashion house di Jean Paul Gaultier, accompagnato da un video frutto della collaborazione di Alessandro Furlan e Antonio Contiero. Costui fotograferà la Squillo per Soft Streams, un fotoromanzo che uscirà su Frigidaire: l’ultima vampa di fuoco prima della deriva Class e TV Moda, e della sbronza Fininvest dove i sogni punk diventano cene in ristoranti a la page (anche se a volte, ironia della sorte, con i topi dentro).

Bizarre è un disco strano come da titolo, che fotografa perfettamente una generazione sul baratro fra l’essere e il volere. Come ben analizzato da Pierpaolo De Iulis ( ideatore di Crollo Nervoso e collaboratore proprio della Spittle), "la generazione di oggi invece non ha neanche un partito in grado di riassorbirla: è sola, non ha davvero futuro". Tornare dunque al punk di una volta, alla violenza pura intesa come l’esserci? Anche la Squillo dice “Sulla mia spilla c'era scritto No Future. Non ho più sogni”. Forse conviene.

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