Marc Ribot contro Steve Albini (ancora) sull'annoso problema del copyright

Lo scontro continua. Eccoci al round numero... Cazzo, abbiamo perso il conto. Vabé, ecco a voi l'ennesima lettera aperta di mr. Ceramic Dog al leader degli Shellac.

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giu 23 2015, 8:36am

Photo by Jayden Ostwald

Signore e signori... Nell'angolo blu, da Chicago, abbiamo, un vero guru del rock underground, mirabolante capo-ingegnere degli studi Electrical Audio, leader di Shellac, Rapeman e Big Black, caustico opinionista e convinto outsider... Sto tizio è DIY fino al buco del culo, al punto da rifiutare il fantastiliardo in royalties che gli spetterebbero per avere lavorato a In Utero dei Nirvana. Ecco a voi... Steve Albini!

Signore e signori... Nell'angolo rosso, lo sfidante: luminare del jazz di Downtown New York, leader degli avanguardisti schizoidi Ceramic Dog, asso della chitarra (volete le credenziali? ha lavorato con Tom Waits, Robert Plant, Elvis Costello, John Zorn, John Lurie, e molti molti altri), convinto attivista (l'hanno pure arrestato diverse volte) e co-fondatore del gruppo Content Creators Coalition, "un'organizzazione no-profit volta a rappresentare i diritti dei creativi in ambito digitale." Vi presentiamo... Marc Ribot!

Foto: Barbara Rigon

Facciamo un piccolo riassunto delle motivazioni originali di questo beef. Seguiteci perché torniamo indietro al 1993. In quell'anno Albini scrive un saggio intitolato “The Problem With Music”, un famigerato pamphlet che decostruisce, sezionandole con dovizia di dettagli, il disgustoso stato dell'arte i meccanismi corrotti e dell'industria musicale. Ventidue anni dopo, sempre Albini, durante un intervento alla conferenza Face The Music di Melbourne, ha provato a danzare sulla tomba del copyright, definendolo un "concetto oramai esaurito", (Spotify, Pandora, Tidal, etc.) provando a difendere i servizi di streaming, "il futuro della musica" che mette finalmente da parte le etichette discografiche. Tanto per non farsi mancare niente, ha anche elogiato la pirateria musicale (qui il suo intervento per intero).

A quel punto è arrivato Ribot, eroico difensore del copyright e fondamentalista della dottrina "per il raggiungimento della giustizia economica nel digitale" predicata dalla Content Creators Coalition, che si traduce in "la musica si paga". Naturalmente i due hanno cominciato a battibeccare sui media. Anzitutto, l'autore dell'intenso madrigale sulle mutandine di Kim Gordon ha scritto un articolo su Billboard che ha scatenato la furia cieca di Ribot, al che Albini ha rincarato la dose dal palco del Primavera sound, convincendo Ribot a dire di nuovo la sua in questa intervista e in questa lettera aperta postata sulla pagina facebook della CCC.

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Ci siete? Non preoccupatevi, ci siamo persi anche noi... Ma non è ancora finita! Pochissimi giorni fa, Albini (col nome di “Scooter McKeaver”) ha risposto a quello status generando un thread chilometrico che ci ha condotti ai giorni nostri. A questo punto, Ribot ha scritto un'altra lunghissima lettera aperta che siamo felici di pubblicare, ma ci piacerebbe che questi due figlioli potessero ricominciare ad andare d'accordo, magari dividendosi un panino ad istanbul. O meglio, Ribot potrebbe suonare la chitarra solista con gli Shellac in una cover del suo glorioso e incazzoso inno anti-pirateria "Masters of the Internet. L'abbiamo lasciata in tutto e per tutto VERBATIM, senza alcun tipo di editing, e la pubblichiamo così perché non vogliamo che Marc si incazzi anche con noi. Si intitola “Copyright, Hypocrisy and Steve Albini." Eccola qua per intero:

Mi piace molto Steve Albini, come produttore e chitarrista.Ho amici di Chicago che mi hanno parlato molto della sua generosità nei confronti della scena locale, del fatto che tiene basse le tariffe del suo studio per aiutare le nuove leve. Albini è da sempre un fiero partigiano del "movimento musicale indipendente" e io appoggio il suo idealismo DIY, che ha dato la possibilità a moltissima gente di talento di fare musica.

Ma quando un ammirevole desiderio di indipendenza si trasforma in una fantasia ideologizzata , quando problemi che necessitano di una soluzione pubblica e collettiva (più che individuale e privata) non vengono neanche riconosciuti, allora il DIY cessa di essere uno strumento per l'emancipazione dei musicisti, e si trasforma in un ennesimo modo di farci schiavizzare dal mercato. Noi artisti abbiamo un problema: il nostro settore è crollato quasi del sessanta percento, ed è molto probabile che collassi ulteriormente, col rimpiazzo di download legali e vendite di supporti fisici a favore dello streaming. I nostri diritti sono sotto attacco da parte di una coalizione di aziende multinazionali.

È chiaro che, a meno che non si agisca tutti insieme e presto, perderemo i nostri diritti e la possibilità di sopravvivere col nostro lavoro. Steve Albini ha scelto questo momento per esprimersi contro il copyright, che è la base di ogni possibilità di venire pagati per il nostro lavoro... E persino di definire "nostro" il lavoro:

-"...l'idea di copyright come proprietà privata intellettuale non è realistica... quel vecchio modello secondo cui chi ha scritto una cosa la possieda e chiunque voglia vederla o sentirla debba pagare, credo sia defunto."

-"Le idee, una volta espresse, diventano parte della coscienza collettiva. Così anche la musica, una volta espressa, diventa parte dell'ambiente comune..."

Credo che questi ragionamenti siano sbagliati. Un artista a cui non interessi il copyright può anche non farne uso. Creative Commons offre un sacco di opzioni molto semplici da utilizzare. Prendere o lasciare. Al che ho chiesto online, "saresti disposto a usare una licenza Creative Commons per cui tutto il tuo catalogo diverrebbe di dominio pubblico? O sei solo l'ennesimo...ipocrita...?"

Albini ha risposto:

"Questa è una provocazione che ovviamente non raccoglierò."

Per cui mi sa che conosciamo tutti la risposta alla mia domanda. Steve Albini pensa che "il copyright sia defunto", ma non il SUO copyright. La mia parte preferita della sua risposta è quell'"ovviamente". Analizziamolo: "Ovviamente io non farò cadere il copyright sui miei lavori, ogni artista che vive del suo lavoro sarebbe completamente pazzo a fare una cosa del genere, perché il copyright ci serve per essere pagati. È il modo in cui riusciamo a impedire alle major di fare una fortuna alle nostre spalle, o di usare il nostro lavoro in modi che odiamo. Ovviamente.

Albini continua: "In linea di principio, non ho niente contro un limitato uso del copyright da parte di chi produce contenuto originale". Nei fatti, "un limitato uso del copyright da parte di chi produce contenuto originale" è proprio quello che si fa di solito. Per cui pare che Albini sostenga il copyright, dopotutto. Questo dovrebbe bastare, ma Albini prosegue:

"Credo che insistere sul fatto che io (o chiunque altro) sia in credito perché qualcuno ha scoperto il mio lavoro su internet sia grottesco. C'è una marea di cose su internet, vi viene chiesto di pagare per ognuna di queste? Perché per la musica dovrebbe essere diverso?"

A dire il vero, non è che i musicisti stiano chiedendo chissà quale status speciale, ma gli stessi diritti di chiunque altro: quelli di poter possedere quello che produciamo finché non decidiamo di venderlo o regalarlo, e il diritto di dire no a un accordo sfavorevole. Il problema non sono quelli che "scoprono" il nostro lavoro online od offline, è se il modo in cui è stata fatta quella "scoperta" permetta poi alla gente di scambiarsi il materiale come vogliono, senza il consenso dei creatori... o meno.

Se "scopri" un oggetto a un mercato delle pulci, è una cosa fantastica, ma se l'oggetto è rubato, è un problema. Se tutti gli oggetti che una bancarella vende sono illegali, e se il proprietario di quel mercatino permette ai venditori di esporre merce che scotta e tornare tutte le settimane a farlo, questi possono essere arrestati, perché normalmente i proprietari di un esercizio sono perseguibili di qualsiasi comportamento illegale che venga condotto al suo interno. Almeno finché il mercatino delle pulci non è online, e chi lo possiede sono corporazioni da quattrocento miliardi di dollari (l'ultima quotazione di Google).

Il porto franco del Digital Millennium Copyright Act del 1997, assolve gli internet provider dalla persecuzione per la loro complicità nell'infrangimento del copyright. Il contenuto viene abusato dalle corporation che avrebbero una chiara capacità di agire secondo la la legge, e che invece scelgono di non farlo. Sono aziende abbastanza potenti da convincere i governi a guardare altrove. QUESTO è grottesco.

Vinile CD, MP3 e simili sono formati commerciali. Se masterizziamo i nostri dischi in formati commerciali... Anche se produciamo solo rumore con testi anti-multinazionali, allora ci spetta una parte del profitto generato dal nostro lavoro. Non perché siamo "speciali", ma perché abbiamo gli stessi diritti di chiunque produca cose in una società libera. Albini prova a banalizzare il problema: dice che forse va bene avere dei diritti ("in linea di principio") ma che ci sta perderli perché possiamo compensarne l'assenza:

"Io mi sono guadagnato da vivere con la musica per tutta la vita... Conosco la differenza tra i cambiamenti che sono stati un bene per la comunità dei musicisti con cui lavoro. Ho toccato con mano che lo scambio di musica su internet ha aperto la strada a molte carriere e ne ha rinvigorite delle altre."

Questo è un parere molto audace. Anche io mi guadagno da vivere con la musica. Secondo la mia esperienza, e il buon senso, è successo l'opposto. Non ci vuole uno scienziato e manco il figlio di uno scienziato per capire che è impossibile vendere alla gente quello che si possono già procurare gratis. Com'è allora che Albini non appoggia anche questo tipo di ragionamenti?

Dice: "È così che si è riempito il club di Istanbul in cui la mia band ha suonato due notti fa, e quello di Thessaloniki di stanotte. Ora quella gente è nostra fan, e nel temo troveranno vari modi di supportarci, venendo ai nostri concerti, comprando i nostri dischi e, in generale, dando valore a quello che facciamo."

Aha. Andare in tour ci salverà tutti. Come no. Anni fa c'era un bel po' di hype sul fatto che internet avrebbe aiutato gli artisti appartenenti a nicchie del mercato come quelle di cui facciamo parte io e Albini. Con mio rimpianto, non è andata così. Un mio carissimo amico, un agente di booking europeo di grande esperienza che lavora contemporaneamente in ambiti jazz, indie, punk, sperimentale, hip-hop e mainstream mi ha scritto pochi giorni fa "...ci sono molte più band che mai in Tour, che provano a guadagnarsi da vivere... Ma vengono perlopiù pagate meno..."

Alcune "superband", i cui giorni di gloria sono passati da anni o anche decenni, sono infatti tornate in tour (per compensare i mancati introiti delle royalties) e attraggono più gente di un tempo. Questi soldi extra per le performance vanno alle band più grosse e al loro giro... e non hanno davvero un'influenza positiva sulla quantità di musica o sui guadagni della maggior parte degli artisti." Ho suonato a Istanbul il mese scorso e suono negli stessi circuiti europei da prima di napster. Quei circuiti non sono stati creati da internet: suoniamo negli stessi locali in cui ci trovavamo negli anni Ottanta e Novanta. Non sono più "pieni" oggi né pagano di più. Sono contento che gli Shellac di Steve ne stiano guadagnando ma "un bene per la comunità dei musicisti"....????? Trovo anche molto interessante che Albini si ponga come portavoce di una vasta comunità di artisti indipendenti, "Conosco la differenza tra i cambiamenti che sono stati un bene per la comunità dei musicisti con cui lavoro", woha, io non mi sognerei mai di parlare a nome dei miei colleghi.

Però ho aiutato a fondare un'organizzazione, la Content Creators Coalition, per permettere a loro di parlare. E lo fanno: via mail, agli incontri, ai benefit e alle manifestazioni che abbiamo tenuto negli ultimi due anni a New York, San Francisco, Los Angeles e molte altre città, Chicago compresa. Quello che dicono, forte e chiaro, è che sono stufi di vedere il loro pane quotidiano distrutto e i loro diritti calpestati dalle multinazionali della tecnologia per il loro tornaconto personale.

Nota: più di una persona inclusa tra i nostri sostenitori ci ha scritto che non ne possono più di vedere artisti privilegiati (secondo celebritynetworth.com Albini vale circa dieci milioni di dollari), che si sono fatti una carriera quando ancora era possibile fare soldi vendendo dischi, che ora smerdano il copyright che ha finanziato la loro libertà di creare e i budget promozionali che hanno generato il loro status pubblico dell'epoca. Il trucco finale di Albini è nascondere le mani umane che stanno dietro queste operazioni dietro ai miti di "natura" e "inevitabilità" ("non ci si può fare molto"):

"Il punto è che il pubblico naturalmente condividerà la musica quando esce, e non c'è molto che si possa fare in proposito, ed è anche genericamente un bene."

1. Il problema non è "il pubblico"o i fan, o i clienti: sono i modelli di business corporativo, progettati per fare soldi dal traffico e dalla pubblicità, alle spese degli artisti. Non c'è niente di "naturale" a riguardo, e ci si può fare MOLTO. La rivoluzione digitale è inevitabile, la distruzione delle possibilità di sopravvivenza dei musicisti, no.

2. Infrangere il copyright per guadagnare dalla pubblicità NON è una buona cosa, l'esistenza di un mercato nero ha distorto l'intero mercato, permettendo a siti di streaming legale come Spotify di pagare percentuali insostenibilmente basse. Su questo argomento circolano un sacco di informazioni, chi fosse interessato in ricerche basate sui dati, legga qui.

3. Non stai "condividendo" qualcosa se non lo possiedi.

Alla fine torna tutto a quello, Steve: se pensi che postare o permettere agli altri di postare il tuo materiale perché possa essere scaricato gratuitamente ti aiuti a procacciarti concerti a Istanbul, be', vai avanti così: rispettiamo tutti il tuo diritto di scelta. La domanda è: tu rispetti il nostro? Se è così, allora ok, rispetti il copyright. Copyright = diritto di scelta. Se non lo rispetti... be, è come il lavoro, il sesso e i governi: il fatto che sia consensuale o no, cambia TUTTO.

M. Ribot

PS: la prossima volta che vai a Istanbul, prenditi una piadina da Ferraye Fish, vicino al ponte di Galata. Sono incredibili!