L'indie ha ucciso il pop italiano

O del perché non siamo in grado di creare popstar se non passando dai talent.

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05 marzo 2015, 10:44am

È una domanda che mi pongo da un po' di tempo: perché dal mercato musicale italiano non escono più popstar? Perché critichiamo i talent come meccanismo di produzione di pop nell'epoca della sua riproducibilità tecnica, quando non abbiamo fondamentalmente alternative?

Inizio dicendo che prendersela con un meccanismo televisivo, che è la conseguenza estrema di una concatenazione di eventi, è come voler curare la l'acne con una crema idratante. Il pubblico italiano è abituato alla selezione musicale proposta dalle radio, sempre la stessa, e disabituato ad avere programmi a tema musicale in televisione. È ovvio quindi che venga imbeccato, negli unici programmi del palinsesto televisivo che assolvono ai due criteri di essere cagati ed essere dedicati alla musica, dalle stesse identiche hit e dagli stessi identici standard cui il pubblico è legato.

La televisione non ha mai provocato rivoluzioni culturali, da che esiste, anzi è sempre solo stato l'ultimo stage, nel senso di palco, della carriera di un artista, tanto che i festival televisivi, così come i programmi televisivi che trattano di musica (tranne forse quelli a tarda notte) hanno sempre rappresentato una situazione già emersa, tanto che l'ultimo baluardo della tv musicale, prima che ci rimanessero solo i talent, era una trasmissione, anch'essa mutuata dall'estero, chiamata Top Of the Pop, che si limitava a ripresentare ciò che stava già ai vertici delle classifiche.

Sembra che il pop italiano si stia ripiegando su se stesso, dal momento in cui le ultime grosse popstar che sono state in grado di spaccare le classifiche e arrivare al grande pubblico—tralasciando il rap, che è un mercato e un fenomeno a parte—sono tutte nate dai talent show, circa cinque anni fa: Noemi e Mengoni da X Factor, Emma da Amici di Maria de Filippi (credo sia la prima volta che scrivo questo nome e probabilmente ora devo andare a lavarmi le mani). Fuori dal circuito dei talent esiste un mercato discografico che si muove sempre solo intorno ai nomi proposti nei talent stessi, se non attorno a nomi grossi già esistenti. È dai tempi dei Lunapop (1999), dei Negramaro (almeno 10 anni fa, mi costa metterli in questa categoria, ma è innegabile che abbiano avuto una grossa importanza nel ponte che va dall'indie al grosso pubblico) o di Nina Zilli (2009) che non si muove nulla di nuovo o valido a partire da band o cantanti che non siano costruiti a tavolino o lanciati da programmi televisivi.

Quando penso al panorama della musica indipendente di ora e mi chiedo chi possa ambire, con l'impostazione della propria carriera, a diventare un fenomeno pop, l'unico nome che mi salta all'occhio è quello di Levante, che è stata in grado di costruirsi un personaggio social, oltre che musicale, senza temere di essere pop, leggera, pur arrivando da un percorso indipendente e una casa discografica, la Inri, che major non è. A I Cani non frega niente di VICE, quindi non gliene fregherà niente nemmeno se dico che quello di Contessa non è un prodotto pop, anche perché ha testi troppo metatestuali, che inneggiano a una realtà eccessivamente intellettuale.

Sembra che il nostro Paese, salvo rarissimi casi, ci tenga ancora troppo a rimarcare la distinzione oserei dire ontologica tra il percorso che un musicista può intraprendere se desidera diventare una popstar e quello che porta alla qualità della produzione: non puoi essere pop e fare un prodotto di qualità, almeno in Italia. All'estero succede che arrivi gente tipo FKA Twigs che diventa subito un fenomeno da copertine, pur essendo incensata dai critici, mentre qui un passo nel pop è un passo nel vuoto, che quindi va sempre quantomeno motivato con testi tendenti al retrò, al cantautorale, al cervellotico, alla critica sociale tirata per i capell, se non si cerca la guerra aperta con il mondo indie che è lì per giudicarti. Sembra che un prodotto pop non possa scaturire da un meccanismo già "spurio" come quello dei talent, a meno che non sia frenato da una vena sempre e comunque cantautorale, contenutisticamente alta, che in realtà, anziché essere un surplus, diventa un peso, per un popolo che è ancora troppo legato all'impegno come bandiera.

Lo scorso anno Alessandro Raina, uno dei volti noti del circuito anti-pop italiano (appunto, l'indie), è stato chiamato per fare il vocal coach ai ragazzi di un talent show. Ovviamente la sua posizione è stata, da molti, vista come un tradimento alla musica indipendente italiana, la vera musica che porta innovazione. Nell'intervista che ha rilasciato a Rockit, blog che da sempre supporta una determinata scena indipendente italiana, Raina raccontava che le persone che arrivano ai talent sono molto spesso semplicemente quelle che un tempo sarebbero passate per un iter di mille provini con i discografici: la differenza è che non venivano visti o filmati durante le loro performance, e che probabilmente il meccanismo del controllo del pubblico era molto più blando.

Certo, come dicevo, il grosso limite delle popstar prodotte televisivamente è che nascono da un mercato per il mercato, non porteranno, a meno che si tratti di individui illuminati o che impazziscono, alcuna innovazione nel pop, dato che per sua stessa natura l'innovazione non arriva dall'alto. Oltretutto i talent funzionano anche grazie a meccanismi strategici di storytelling, che sono il rovescio della medaglia della scelta di un percorso sicuramente più immediato rispetto alla gavetta. Dall'altra parte, però, garantiscono un confronto aperto con il pubblico sin dal primo istante, senza passare dal tribunale della musica indipendente, le cui maglie sono troppo larghe verso il basso (leggi: è accettabile qualsiasi prodotto che si vesta col vestito dell'indipendenza) e troppo strette verso l'alto.


Che vita di merda.

Accettare i talent show in quanto tali non significa accettare la merda più di prima che esistessero, così come ribellarsi al meccanismo dall'interno ti trasforma in un ingranaggio dello stesso meccanismo: sei un Morgan che sbrocca, un concorrente del Grande Fratello che bestemmia e così via. Sei quello strano, bizzarro, particolare, tatuato, sei il benvenuto finché non sei troppo scomodo.

In ogni caso stiamo sempre parlando di un mondo pop, che, prima ancora di essere musica, è economia, commercio, marketing. È per questo che la polemica rivolta verso questo tipo di strutture rischia di diventare come lo sputo verso l'alto.

Quello che la televisione può fare con la musica è, in un certo senso, ai massimi storici, dato che la musica è diventato tema fondamentale per la cultura mainstream (meglio, in ogni caso, rispetto a programmi incentrati su vecchi ecomostri televisivi). In realtà, però, il terreno di gioco vero è in ciò che la musica può fare per se stessa, in modo da non ampliare lo iato tra il mondo del commerciale e quello della musica "alternativa", le cui regole sono completamente diverse da quelle della produzione di massa, ma che ugualmente ha il proprio circuito chiuso e i propri metri di giudizio, molto più subdoli di quelli dei talent.

Grazie a questo meccanismo inceppato si rischia di affossare ogni spinta pop dal basso perché si teme di offendere o tradire il nostro mercato alternativo. È abbastanza evidente che poi l'unico modo che abbiamo per trovare nuove popstar senza rischi di nepotismo o di rigurgiti d'inutile orgoglio dal mondo dell'indie è il sistema talent, perché siamo vittime di una malattia autoimmune che non ci lascia altre possibilità.

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