Ragazze riottose

Cinque storie di donne, hardcore e femminismo, raccontate dalle protagoniste della scena underground italiana di fine anni Novanta.

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mag 29 2015, 8:00am


Marzia a sedici anni.

Le cinque storie che mi sono fatta raccontare nelle scorse settimane, sono storie di donne italiane che hanno vissuto la seconda metà degli anni Novanta assimilando e in certi casi trasfigurando una corrente esplosa un lustro prima, negli Stati Uniti, a Olympia, sotto il nome di riot grrrl.

Alcune di queste storie si intersecano, altre non si incontrano proprio mai, altre si sfiorano e basta, altre planano su dimensioni ancora diverse, eredità delle precedenti.“Le Bikini Kill avevano impostato una forma, chiamando la nostra rabbia ancora senza nome, con la definizione ‘riot grrrl’”, mi spiega Marziona, (Kontatto, Horror Vacui, Doxie etc), ed ex componente delle liguri Pussy Face. Riot perché, se non si fosse capito, stiamo parlando di femminismo. Non quello fricchettone, come lo definisce Giulia, fondatrice della storica Vida Loca Records e di PorcaMa*onna distro, ma quello più affilato e insozzato di rabbia (post)adolescenziale.


Copertina di PuntoG, altra fanzine di Giulia V.

Sono nata nell’anno in cui le Bikini Kill hanno fatto uscire il loro primo album, e so bene cosa vuol dire NON vivere un movimento che a posteriori ha dato e dà i suoi frutti, in sordina e a malapena ricordato. Non c’era una scena musicale vera e propria all’interno della quale identificare questo fantomatico movimento, perché era più una comunione di generi mossi da donne con medesime esigenze e bisogni. Bisogni che all’occorrenza venivano urlati e suonati in formula punk/hardcore, raschiati e iniettati con il noise, oppure, scritti a mano, ritagliati e incollati nelle fanzine. Gli organismi e i contenitori all’interno dei quali questi istinti si andavano ad annidare sono cambiati nel tempo, anche a livello musicale, e questo articolo ne vuole raccontare le fasi evolutive.

Assieme a Marzia e Giulia, in rappresentanza della riottosità italiana dal 1995 al 2001 circa, ho coinvolto telefonicamente Consuelo Giorgi, anche lei di La Spezia, attualmente nel gruppo horror punk The Creeping Terrors, Stefania ?Alos Pedretti, voce degli OvO che incarna invece la parallela sperimentazione noise-performativa, e Johann Merrich, fondatrice di Electronic Girls, label veneta di musica sperimentale/elettronica al femminile. I casi presi ad esame sono quindi geograficamente circoscrivibili a Liguria, Lazio e Lombardia e Veneto ma come vedremo, le connessioni, per quei cinque o sei gloriosi anni, sono state ben più ampie.

"APRITE IL VOSTRO CERVELLO TANTO SPESSO QUANTO I VOSTRI CALZONI"

“È difficile parlare di un vero e proprio movimento riot grrrl in Italia. Tu vuoi partire da com’è stata letta la corrente angloamericana? Perché in realtà prima in Italia c’erano vari gruppi di donne, anche in ambito punk hardcore. Qualcosa è uscito fuori, con tutte le difficoltà del caso, ed erano tutti molto consapevoli. Erano un po’ delle mosche bianche, però di formazioni femminili ce n’erano, o perlomeno in cui fossero presenti donne. Vedi le Antigenesi. Negli anni Settanta in Italia, il femminismo ha avuto un peso molto forte. C’erano dei collettivi piuttosto organizzati, e il femminismo italiano a livello europeo è stato uno dei movimenti più importanti. Questo nell’ambito più “fricchettone”, per intenderci [Ride]. O comunque in quello accademico. Quello che è stato importante è stata la fuoriuscita della corrente in altri ambiti. Non è strano che nel Virus a Milano ci fossero delle donne che avevano cominciato a riunirsi e vedersi, con un ideale anarco-femminista, insomma. Lì come in Friuli, c’erano delle situazioni anarcopunk molto forti. Prima era una situazione esclusivamente politica, poi magari qualcuna cominciava a suonare. Non so, mi vengono in mente le donne dei Franti, Declino, per quanto riguarda Torino.” (Giulia V.)

Senza girarci troppo intorno, in Italia il movimento riot, per quanto indefinibile e disomogeneo sia stato, è avvenuto con quei buoni cinque anni di ritardo rispetto alla madre patria America del nord. Queste origini si perdono nella matrice punk/hc femminista di terza generazione di Washington D.C nei primi anni Novanta, e di Kathleen Hanna e socie. Esattamente come là, c’era chi sentiva il viscerale bisogno di incazzarsi su un palco, chi di informarsi, leggere, e programmare in grande.

“Era proprio il modo in cui ti ponevi,” mi spiega Marzia, “di gruppi femminili ce n’erano già, però cos’è che ha fatto cambiare la condizione in cui passi dall’essere una tipa con un gruppo all’essere riot? La mia risposta è stata che le Bikini Kill hanno semplicemente dato una forma e un contenitore a tutta una serie di ragionamenti che prima erano un po’ delle meteore in giro. Se tu guardi anche il modo in cui si proponevano, con i vestiti da bambolina con quell’aria da “Poi ti rompo il culo”, era una roba figa per quegli anni, rompeva proprio il cliché della brava ragazza. Mi ricordo che sono andata a ripescare i vestiti di quando ero più piccola, sai i vestiti delle medie? Li strappavo incazzatissima, anche se poi combinavo molto poco. Però era una rivendicazione anche in famiglia, era figo.”

Consuelo, di qualche anno più grande di Marzia, era sua amica d’infanzia ed entrambe erano di La Spezia; condividevano tutto, giri punk, passione per la letteratura femminista, incazzi vari. “Ho avuto il culo di trovare una scena punk,” va avanti Marzia, “la prima che abbia mai frequentato, piena di donne. Già da lì è stato proprio spontaneo dire ‘Suoniamo insieme!’ Aldilà di questo non sapevo niente. Come in ogni gruppo c’era una personalità più carismatica, più grande, e nel nostro caso era la Consuelo. È sempre stata anche più ambiziosa di noi, io ero proprio una contadina di paese. Non sapevo neanche suonare la chitarra, non sapevo fare niente”. Consuelo invece si era attrezzata diversamente: “Mi sono presa il mio primo basso quando avevo sedici anni, e sono andata fuori di testa vedendo Jennifer Finch delle L7 sul palco a piedi nudi; ho detto basta, devo fare come lei. [...] Ho imparato a suonare il basso da sola, al cento percento. Prima avevo chiesto qualche dritta a dei miei amici, ma li ho trovati troppo saccenti per i miei gusti. Allora mi sono comprata un libro e ho imparato da sola. Quando mi sono sentita pronta, dopo sei mesi, ho chiesto a delle ragazze in giro per il liceo artistico dove andavo se qualcuna si voleva unire. Ho trovato una batterista e una chitarrista e abbiamo cominciato a suonare. Era il primo anno delle superiori.”



Come descritto da Giulia all’inizio, le generazioni punk che cominciavano a sensibilizzarsi al femminismo, a prescindere dalla loro provenienza, si trovavano a vivere l’eredità di quelle precedenti, che avevano avuto figure femminili di riferimento prive di una coscienza politicamente attiva e reattiva da diffondere. “A Roma passò anche il tour Bikini Kill/Team Dreasch,” mi spiega proprio Giulia, “e questo tripudio ha segnato un po’ le nostre adolescenze. Sarà stato il 1996/97. Uscì pure uno split in sette pollici, prodotto da un’etichetta romana, in occasione di quel tour. Praticamente solo un’edizione italiana. In quegli anni di gruppi da Roma ne passavano un sacco, perché c’erano diversi promoter che si interessavano di far arrivare a Roma parte di questa scena. Sia ragazzi che ragazze. Non c’era discriminazione, anzi paradossalmente le ragazze attiravano anche più l’attenzione. Le riviste di settore, come Dinamo o Blast, ma pure Rumore, parlavano di gruppi di donne, non era quello il problema. Il problema era come se ne parlava, in stile quote rosa. “Le ragazze cattive”... la retorica era quella. A scriverne erano quasi sempre giornalisti uomini e l’immagine era sempre un po’ caricaturizzata.”

La caricaturizzazione definitiva, a detta di Giulia, è stata data dal lancio in commercio di Tank Girl, versione italiana del celebre fumetto inglese. "Provarono a fare questa operazione editoriale," va avanti Giulia, "per cui oltre all’eroina post-industriale protagonista, inserivano articoli un po’ più di colore sull’estetica della ragazza aggressiva, un po’ supereroina. Era una rivista che aveva una diffusione da edicola, per cui cominciava a uscire fuori un’immagine di ragazza di un certo tipo. Lo sterotipo che arrivava in Italia dall’estero era la ragazza con le calze a righe, la gonna corta, strappata, con l’anfibio, un po’ punk, un po’ incazzata. Riottosa. Questa cosa ha influenzato come immaginario diversi adolescenti della scena punk, che provavano a fare propria questa identità, ben diversa dalla solita anarcopunk."

La realtà riot grrrl romana, nei primi Novanta (1993-1994), come quella ligure, era ben altro. In Liguria Consuelo aveva appena messo su le Juicy Shoes, Marzia le Vacche—"gruppo da scuola media"—e facevano parlare di sé anche le Esselunghe, a detta di Marzia, "un gruppo di pazze scatenate che facevano grind." A Roma le prime band a formarsi erano le Bambine Cattive, la batterista delle quali, in seguito, avrebbe formato le Motorama, e le Fuckin' Barbies, molto legate al giro dei centri sociali. Nel 1997 si formano le SexySuperPornoHardcore, da Aprilia/Nettuno, all'interno delle quali, nella seconda formazione del 1999, avrebbe cantato pure Giulia. "Quando ho capito che esisteva un fenomeno del genere negli Stati Uniti e in Inghilterra," racconta, "la mia visione del mondo e della vita è davvero cambiata. Fino ad allora, per esempio, ero sempre stata insofferente ai fratelli più grandi delle mie amiche, che portavano avanti un rock di un certo tipo, legato all’immagine della rockstar classica degli anni Settanta. Quando ho scoperto questa cosa non ci potevo credere. Capire che c’erano donne che facevano un certo tipo di punk, fregandosene di quello che era il punk, per cui anche se non sai suonare fai lo stesso un gruppo, è stato estremamente liberatorio."

Distro e fanzine erano gli unici mezzi attraverso i quali venire a conoscenza di nuove realtà, italiane e straniere. Oltre che naturalmente i canali ufficiali, come TV e soprattutto, radio. Per Giulia quest'ultima è stata proprio una scuola. "Il contatto con quello che vogliamo definire riot grrrl," mi spiega, "è avvenuto grazie alle diverse esperienze radiofoniche indipendenti attive a Roma in quegli anni, tra cui Radio Onda Rossa. Mi ci appostavo due volte a settimana: la prima per una serata in cui c’era una trasmissione anarcopunk; sentivo tutti questi gruppi inglesi colossali e non mi pareva vero. Poi il martedì era il giorno dedicato alle donne, per cui ogni trasmissione era condotta da ragazze. Ce ne era una condotta da delle ragazze, naturalmente più grandi di me, che poi hanno suonato nelle Fuckin’ Barbies; il programma si chiamava 'Uova Sode' e in quell'ora passavano un sacco di gruppi riot grrrl, dalle L7, alle Bikini Kill, pure gruppi non riot. Stupendo."

Visto l'ingente quantitativo di input, mettersi in azione era inevitabile. Giulia decide di dare una forma un po' più concreta alla sua voglia di sapere/informare/controinformare. "Mi sono lanciata nel tentativo di creare una distribuzione casalinga mia, che all’epoca si chiamavano distro," racconta, "Oltre che casalinga era poi presente anche come banchetto ai concerti, in cui vendevo del materiale—o lo scambiavo—sia dall’estero che italiane. O almeno facevo una selezione di quelle che erano le prime fanzine scritte da ragazze italiane. Non erano sempre musicali, a volte erano di poesie, altre di disegni, altre invece più classicamente legate alla musica. Quindi soprattutto avevo prodotti cartacei. Ovvio, i dischi costavano di più, pur essendo di etichette molto piccole, che comunque potevano applicarmi un prezzo da distributore per me accessibile—fare la distribuzione di etichette più grandi mi sarebbe costato molto di più. Il nome della distro era PorcaMa*onna, poi tra il 2001 e il 2002 sono andata per la prima volta negli Stati Uniti, dove ho deciso di dare vita alla mia etichetta."

Vida Loca Records.


"Vida Loca records come nome si ispira a un altro fumetto: Love & Rockets In particolare ai caratteri di Maggie e Hopey disegnati da Jaime Hernandez per le storie 'Locas'. È anche nel ritornello di un pezzo degli Screamers che amo molto." (Giulia V.)

Tra il 2001 e il 2002 Giulia comincia a frequentare sempre più assiduamente gli Stati Uniti, in particolare la West Coast. "Ho fatto tre o quattro anni in cui andavo continuamente negli Stati Uniti, in California, e ci stavo periodi abbastanza lunghi. Chiaramente mi ero fatta diverse amicizie, specie a Portland, Seattle, Oregon. Tutto nella West Coast. Nei periodi in cui sono stata a San Francisco ho avuto un’altra epifania: ho capito la differenza enorme di qualità tra i gruppi che vedevo negli Stati Uniti, e quelli che vedevo in Italia. Era un’altra dimensione, nelle grosse città come San Francisco era un continuo formare gruppi, cambiare formazione, per cui era ovvio che ci fossero quantitativamente un sacco di gruppi in più che spaccavano i culi." Nel 2002 esce il primo EP targato Vida Loca, naturalmente di un gruppo di San Francisco, Too Cool For School delle Subtonix.

Da quell’esperienza Vida Loca ha avuto la strada spianata anche, e soprattutto, in Italia. "Ormai da quattro/cinque anni bazzicavo ai concerti con la mia distribuzione," va avanti Giulia, "e conoscevo tutte le ragazze che suonavano, oltre che i distributori ed etichette. Avevo una rete forte. A distanza di pochi mesi dalla prima uscita, mi contattano le Motorama, un gruppo garage rock romano che aveva già un sette pollici fuori, in cui suonava Elena delle Bambine Cattive. Le ho incontrate e loro mi hanno proposto di coprodurre il loro primo LP, quindi qualcosa di più impegnativo di un sette pollici. L’abbiamo coprodotto io, loro e Bar La Muerte, all’epoca l’etichetta di Bruno Dorella, che suona con Stefania negli OvO. Dopo quell’LP tutto ha preso una via abbastanza decisa. Da lì in poi sicuramente non è stata la mia principale attività di guadagno, ma perlomeno lo era part time. Nel frattempo facevo altro." La parentesi Vida Loca, per Giulia, dura fino al 2006, anno in cui si trasferisce a Milano e mette da parte la musica, per dedicarsi all'audiovisivo.

Torniamo ai fine Novanta. Giulia, Consuelo e Marzia ormai si conoscono bene, e decidono di incanalare la coscienza femminista riot in altre forme, possibilmente che coinvolgano tutte quelle che come loro respiravano e vivevano la stessa aria di cambiamento. "Ti parlo del periodo dal ‘96 al ‘99, massimo 2000," mi spiega Marzia, "Questa è stata la fase del divenire, poi dal 2000 secondo me si è un po’ arenato tutta la faccenda. Calcola che i due Grrrl Pride che sono stati fatti sono stati l’apoteosi del movimento italiano."

Grrrl Pride


Flyer primo raduno Grrrl Pride, 1998.

"È stata una roba mega innovativa, tirata su da Consuelo, quella che suonava con me, che era più grande e viaggiava un sacco in Toscana, e Giulia di Vida Loca. Giravamo la Liguria e la Toscana, principalmente. Consuelo aveva conosciuto varie tipe intraprendenti come lei, tra cui la Giulia di Roma, per cui hanno avuto quest’idea di tirare su un mega meeting a Firenze, alla villa occupata di Coverciano, dove si allenava la nazionale. Io ero un po’ limitata a livello di mobilitazione, dalle nostre parti non se ne facevano di robe del genere, e quella volta mi ci hanno portato i miei in macchina… ero proprio piccoletta. Era settembre se non sbaglio, in cui avrebbero chiamato una serie di gruppi solo femminili, con varie didattiche al pomeriggio, e una sorta di mercatino dell’autoproduzione femminile. Era figo perché era tutto a tema, dalla musica, alla distribuzione, alla produzione. Adesso direi “Che due coglioni”, lo vedrei più come un’autoghettizzarsi, però all’epoca era un modo per conoscersi. Andavamo là perché eravamo tutte cariche per questa cosa, e volevamo conoscere altre tipe come noi, era bello." (Marzia Silvani)

I Grrrl Pride sono stati i primi e unici fuochi riot italiani. Le edizioni sono state due, entrambe a Firenze—la prima nel 1998, la seconda l'anno successivo—ed erano in buona sostanza sgangherati raduni di "cattive ragazze", come la stampa si sbizzarriva a definirle, muniti di un bel mucchio di propositi, dibattiti, questioni da esporre e, soprattutto, voglia di conoscersi. "Era semplicemente una questione di stringere legami," continua Marzia, "siamo arrivate in tante da tutta Italia, era molto ecumenica come cosa. Sembrava veramente la giornata mondiale di chissà cosa. C’è stato un discorso di apertura, di benvenuto… era proprio fatto bene, me lo ricordo con affetto. Ti guardavi intorno e riconoscevi persone come te, ci cominciavi a chiacchierare e finivi per conoscere un po’ tutte. Almeno quelle che poi sono rimaste attive e che frequento pure adesso."

Si litigava di brutto anche, specie con le fazioni più integraliste, che ambivano all'esclusione totale del mondo maschile dalle loro iniziative."Non serviva a un cazzo prendere questa posizione," specifica Marzia, "perché non ci si poteva confrontare esclusivamente tra nostre simili. Non ha e non aveva senso discriminare delle persone che magari la pensavano come me. Lì quindi avevamo tirato fuori la questione, discutendone molto."


Manifesto Grrrl Pride, scritto da Giulia V.

La seconda edizione ha avuto le stesse dinamiche organizzative, ma con più intesa e comunicazione da parte delle partecipanti, che ormai si conoscevano tutte. "Poi mi sa che hanno sgomberato la villa e non c’è stato più niente", conclude Marzia. "Consuelo è andata a vivere a Londra, le altre hanno fatto altre cose e vabé. Secondo me con il secondo raduno la via era già stata definita: questo è, questo si può fare, adesso fate il cazzo che vi pare. I gruppi sono arrivati, la politica e l’autoproduzione pure. Si era creata un po’ tutto quello che si doveva creare. Non mi è mancata la terza edizione, non ne sentivo il bisogno. Quelle due lì mi sono bastate per chiarirmi le idee. Adesso potevo dare una faccia alle persone dietro alle fanzine che mi arrivavano per posta. Poi vabe’, sono arrivate le mail, Interne, ed è stato tutto più semplice. Però quelle due edizioni sono stati i due momenti, almeno per me, più importanti come coscienza di gruppo sociale. In quel momento, per tre e quattro anni è stato un vero brodo promordiale di iniziative e attività."

Successori dei Grrrl Pride sono stati i Lady Fest, che a partire dal 2007, hanno cominciato a diffondersi a macchia d'olio in tutt'Italia, come ricordato da Giulia. "Il primo Lady Fest è stata fatta a Olympia nel 2000, a Washington. Ha avuto un impatto molto più forte rispetto a quelle sporadiche degli anni Novanta. Quella del 2000 a Olympia è stato il primo tentativo di incanalare più voci e pensieri, che non fossero targate riot grrrl necessariamente—vedi queer. Internet cominciava a essere molto più presente, e gli strumenti comunicativi erano ben più intensi. Anno dopo anno il numero di Lady Fest organizzati aumentava vertiginosamente, e a volte la dinamica era diventata quella dell’attribuirle il nome Lady Fest solo perché si erano chiamati quindici gruppi di donne a suonare. L’idea di Lady Fest invece era qualcosa di molto più profondo, c’erano laboratori, workshop, convegni, scambi di idee, mirava alla sensibilizzazione politica e pratica di certe tematiche. Non era assolutamente solo musica. Prima di quello a Roma, che ho documentato, ce n’era stato un altro a Torino, l’anno prima. Dopo quel picco massimo di Lady Fest nell’arco di cinque o sei anni, sicuramente c’è stato un periodo di quasi totale silenzio. Era finito un ciclo."


Ladyfilmine, documentario di Giulia sul primo Lady Fest romano del 2008.

?ALOS E IL NOISE PERFORMATIVO

Non erano necessarie parole, strumenti, espressioni verbali di senso compiuto, per denunciare la compromessa condizione della figura femminile nella società di quegli anni. Stefania Pedretti e i suoi innumerevoli progetti noise—Allun, ?Alos, OvO—ne sono la prova più evidente. È stata la prima a spiegarmi come il senso di appartenenza femminista superava ogni barriera musicale: "Ciò che ci accomunava era appunto il desiderio di suonare tra ragazze. Io non suonavo con nessun altro, ma altre del gruppo però sì e principalmente erano formazioni composte da ragazzi. Da qui l’urgenza di essere solo donne. Poi ovvio che magari tutte eravamo amanti dei vari gruppi riot grrrl, però in realtà musicalmente non eravamo affini a quello. Eravamo più stile Einsturzende Neubauten, robe più estreme musicalmente. In Italia questo movimento femminista, in quegli anni, si appoggiava davvero tanto ai centri sociali, anche di indole punk e anarcopunk. Noi non lo eravamo, ma condividevamo tutto con loro. Ci suonavamo insieme, e all’esterno eravamo associabili le une con gli altri proprio perché appartenenti alla stessa scena underground. Nel mainstream ci sono arrivate band come le Bambole Di Pezza, che per me non sono neanche definibili come femministe, chiaramente. Un gruppo che porta avanti questi ideali oggi, ad esempio, sono le Agatha, che esistono dal 2005. Hanno anche una fanzine, Queens Of Chaos, con cui riescono a coinvolgere tutto il mondo punk e hc, che è bello nutrito. Con gli OvO magari siamo più in minoranza. Oggi bisogna condividere molti generi musicali, e le donne, in ognuno di questi, sono tantissime. Così come i tipi di discriminazione."

"Con le Allun ho cominciato nel '98 e in totale abbiamo fatto tre o quattro dischi," continua Stefania, "siamo state il primo gruppo femminile ad esserci occupate di avanguardia e ricerca, nella scena indipendente anni Novanta-inizio Duemila, in Italia. Organizzavamo delle serata e chiamavamo altri gruppi come noi. Nasceva tutto da una necessità di conoscerci e incrociarci, tra donne, anche se suonavamo cose completamente diverse."

Le performance delle Allun erano bizzarre, teatrali, provocatrici e compredevano veri e propri travestimenti. "Il punto era riciclare oggetti e riutilizzare il vestiario più casuale, unito a oggettistica, anche strumenti. Erano quasi tutte cose vecchie, che ne so, plastiche, cose trash che ritrasformavamo in vestiti. Poi più tardi ho visto che l’hanno fatto anche altri. Era la fine degli anni Novanta. Prendevamo gonne vecchissime e sopra ci mettevamo oggetti di plastica a caso. Anche la strumentazione era quella domestica. Posate da cucina, silk epil, un po’ quegli oggetti che identificavano la figura femminile casalinga e che noi trasfiguravamo in strumento sonoro. Li microfonavamo. Era una parte fondamentale delle nostre performance. Io mettevo chitarra e voce, l’altra ragazza aveva un tavolo pieno di oggettistica attraverso la quale ricavare del rumore." Di questo si ricorda pure Marzia: "Mi ricordo che l’8 marzo del 2002, eravamo andate alla sede di Vigevano, in cui c’era la Stefi che faceva questa performance dove lei tagliava delle verdure. Era sul palco tutta vestita come sapeva vestirsi, con queste luci puntate allucinanti, e aveva microfonato il coltello, con cui stava appunto tagliando le verdure. Una volta tagliate le metteva a cuocere in padella e le offriva al pubblico a fine concerto. Lì per lì ho pensato, “Ma che cazzo fa la Stefi?”, poi ti giuro che alla terza zucchina che tagliava, quel suono che si sentiva metteva un’ansia… era una figata. Lì ho riconosciuto la sua bravura nell’aver realizzato qualcosa di nuovo, che fino ad allora non era ancora stato fatto."

Tanto era l'impegno con cui venivano realizzati e curati i capi, che ne sono nati veri e propri fashion show, da Stefania definiti "un modo diverso di fare un dito medio all’universo maschile, mainstream e consumistico della moda."

"Facevamo sfilate, avevamo valigie di vestiti fatti da noi," continua Stefania, "Quando l’abbiamo deciso era il 2000 circa, e le abbiamo portate avanti fino al 2008. Chiamavamo persone che normalmente non si occupavano di sfilare, non erano assolutamente del settore fashion. Anzi, erano amiche che sapevo avessero un istinto performativo, magari delle performer o attrici. Erano piccole azioni autogestite, in cui ognuno tirava fuori una parte di sé, senza bisogno di stylist o figure del genere. Il senso era far esprimere a ogni persona ciò che aveva dentro."

Le Allun contrastavano l'attitudine macho della musica rock avvalendosi della forza del loro non-linguaggio, lasciando tutti più o meno increduli. "Eravamo veramente un gruppo allucinante. Strane forti. Di materiale ce n’è molto poco perché ancora ai tempi non c’era Internet, quindi sembra di parlare dei dinosauri. Diciamo però che siamo state abbastanza fortunate con il nostro pubblico. Non si facevano problemi ad avere davanti noi, invece che dei maschi, non discriminavano. Anche noi ci ponevamo sul palco in modo da non dare loro questa possibilità, ecco. Eravamo veramente scioccanti a livello musicale, e molti ci rimanevano male."

Il progetto solista di Stefania di pochi anni dopo, non cambia registro espressivo. "Erano le prime volte che il pubblico si trovava davanti una persona suonare da sola," mi spiega, "quando ho iniziato, nel 2003, si era in pochissimi a portare avanti progetti solisti, in generale uomo o donna. Non se ne vedevano, a meno che tu non fossi un cantautore. Soprattutto con ?Alos infondevo la critica alla percezione della figura femminile, generalmente associata a un ruolo casalingo. Era un’azione critica a tutti gli effetti. Prendevamo azioni caratteristiche di quella percezione e le decontestualizzavamo, evidenziando l’immagine iperstressata e stereotipata. La portavamo totalmente fuori dal contesto iniziale, senza utilizzare testi."

L'assenza di testi o parole era voluta e ben studiata in ogni circostanza, così come il rifiuto per la comunicazione verbale durante la performance. "Non davamo assolutamente discorsi," precisa, "non mi sono mai interessata ai pipponi politici tra un pezzo e l’altro, come magari facevano i gruppi anarcopunk. Molte cose le porto avanti senza l’uso di parole, mi basta l’uso performativo e sonoro del palco. Diciamo che sono nel versante 'artistico' della cosa, anche se non mi piace molto il termine."

Il tesoro che ha lasciato in eredità alle nuove generazioni femministe è quindi evidente: fate musica come vi pare, ma esprimete e denunciate ciò che avete dentro, con qualsiasi mezzo. Insegnamento che per chi, per motivi anagrafici, non ha avuto modo di militare in quegli anni, è stato più che prezioso. "Queste nuove generazioni femministe di musica si occupano sempre meno. Al massimo dal punto di vista elettronico e come ricerca sonora, ma la musica 'rock', suonata come un tempo, non c’era più. È comunque un’evoluzione. Come una volta veniva voglia di prendere una chitarra e suonare in un gruppo di pazze come te, adesso ti viene voglia di farlo con una drum machine. Il pensiero che accomuna entrambe le indoli è lo stesso, per quello che quando parli del rock ti riferisci al passato, mentre con l'elettronica presente."

RAGAZZE ELETTRONICHE

"Electronic girls nasce nel 2010 da un blog, che era una raccolta di biografie sulle pioniere dell’elettronica, che a sua volta è nato perché in lingua italiana non c’era storiografia. Inizialmente lo zoccolo duro è durato un anno e, anche se poi ha cominciato a sfaldarsi, era composto da me e LeCrì, una DJ qui di Venezia, ed è ancora parte attiva della label, Chironomia, una ragazza che suona il theremin, Miss Le Viole, che suonava con un collettivo femminile chiamato Killer Tits e altre. Oggi dopo vari casini siamo rimaste solo io e LeCri. Avevo un libro che parlava della storia del moog, e si chiamava 'Analog Days, the invention and impact of the Moog Synthesizer'. Da lì ho cominciato a vedere persone come Suzanne Ciani, e mi sono naturalmente interessata. Facendo ricerca, ho voluto condividere tutto con chi poteva essere interessato su Internet. Facendo elettronica da sola già da un po’ di anni—dal 2006 come Johann Merrich, ma i miei primissimi approcci sono stati nel 2000, avevo diciannove-vent’anni—avevo un po’ il senso di solitudine nell’essere l’unica ragazza che io conoscessi a fare elettronica. Per una serie di circostanze ho incontrato altre ragazze che facevano elettronica qui a Venezia, ed è nata l’idea di avere una netlabel. In quegli anni non era ancora così usuale ecco, che delle ragazze potessero armeggiare con questi strumenti, e quindi faceva anche piacere stare un po’ tra di noi per sentirsi meno handicappate. [Ride]" (Johann Merrich)

Johann Merrich è il nome d'arte di Giulia, trentatré anni, veneta, fondatrice dell'etichetta Electronic Girls, che perlopiù si occupa di release femminili—"Ma non solo," sottolinea Johann "anche maschili. Non siamo di quelle femministe bombarole che pensano solo alle femmine. Se ti arriva una proposta interessante che fai? Rifiuti solo perché chi te la propone ha il pisello? [Ride]".

Autrice del libro Le pioniere della musica elettronica, è la voce più giovane raccolta in questa indagine, e, non avendo avuto alcun contatto con la scena riot grrrl visto il suo precoce interesse per l'elettronica, ha arricchito la consapevolezza femminista con altri mezzi. La suggestione per Stefania&co, però, c'è stata: "Quando da piccola andavo a vedere le Allun, che per me erano l’avanguardia più strepitosa, tutte ragazze, provavo del profondo rispetto. Quando poi con l’etichetta abbiamo chiesto una collaborazione musicale, o una partecipazione a festival è stato molto bello, proprio per l’influenza e la suggestione che aveva avuto su di me/noi. Ovviamente il fatto che fossero donne colpiva."

"Nella seconda metà degli anni Novanta, da noi in Veneto era molto figo perché c’era una scena hardcore, grind ed emo—quello valido, non le cagate di adesso—molto attiva," mi contestualizza Johann. "A Vittorio Veneto, Treviso c’erano un sacco di centri sociali molto belli, e a livello musicale era proprio un bell’ambiente. C’era della gente che già faceva elettronica. Von Tesla ad esempio, è un mio caro amico d’infanzia, e già ai tempi sperimentava. Come lui anche Andrea Giotto di Squadra Omega. La mia prima macchina l’ho comprata da lui… [Ride]. C’era proprio già un buon giro di persone che si prendevano bene a fare cose con l’elettronica, e quindi si stava bene. Era una bella scena di sperimentazione, molto più che adesso. Una volta magari erano dei veri esperimenti, adesso si avvalgono un po’ tutti di questa parola."

La discriminazione delle donne nella scena elettronica si riduce a temini molto semplici: "C’è sempre il fonico che ti guarda come se tu fossi un alieno, o un’incompetente. A me fa ridere, quasi tenerezza. Cinque anni fa era anche peggio, c’è stato un grosso cambiamento per fortuna. Sia nella quantità di gente che si è messa a fare elettronica, tante ragazze si sono lanciate, sia nella qualità dei lavori che vengono proposti. Quella che rimane è la sensazione di giudizio in più. Si sente. Stando insieme, con EG, impariamo a fregarcene. Adesso per dire, me ne sto fregando completamente." La grottesca convinzione che una donna si debba necessariamente trovare in difficoltà di fronte all'utilizzo tecnico di strumenti, è il motivo per cui Johann attribuisce alla sua etichetta—e al suo femminismo—un ruolo protettivo/difensivo, più che aggressivo. E questa è la più grossa differenza con l'approccio e impostazione riot grrrl. "Tra gli aggettivi 'aggressivo' e 'difensivo' dire che il difensivo è più appropriato, calza a pennello", mi conferma Johann. "È stato un meccanismo proprio difensivo. Già che tu abbia una band rock o che tu sia una DJ, o musicista qualsiasi, è abbastanza frequente la sensazione una volta in cima al palco di giudizio altrui. Senti benissimo su di te il pensiero comune 'Ah, vediamo la tipa che cazzo fa.' Quindi il tuo obiettivo è far vedere che ti sai cablare benissimo da sola. Se siamo in tante aumenti solo la forza."

L'esistenza in sé dell'etichetta è un atto di denuncia, e non serve rievocare le parole di Björk di qualche tempo fa, in cui denuncia la scarsa attenzione nei confronti delle donne che fanno elettronica, per rendersene conto. "Un po’ sottile, ma la nostra è una denuncia vera e propria. Siamo tipo la tortura cinese, goccia a goccia cerchiamo di instillare nel cervello delle persone che esiste una storia dell’elettronica al femminile, che esistono parità e uguaglianza, che non tutte le musiciste che fanno elettronica sono per forza DJ… Anche se tu sei accettata come ragazza che fa elettronica, la gente ti associa alla figura della DJ. È proprio un’ignoranza transgenerica, che scavalca ogni rapporto con la musica e si muove a immagini."

Le "armi" che Johann e socie sfoderano di fronte all'ignoranza collettiva sono eredità di quanto urlato, sfoggiato e rigurgitato dalle precedenti generazioni femministe, nell'underground italiano. Le sfaccettature di quest'ultimo sono naturalmente innumerevoli, e queste cinque donne, appartenenti a tre scene musicali diverse, non sono che frammenti di una realtà che per cinque anni—più o meno—ha voluto e ottenuto una piccola rivoluzione. Le loro storie non saranno rappresentative dell'intero fenomeno, ma simboleggiano una lotta italiana di donne che parlano lingue differenti, ma che vogliono un unico risultato.

Se la lingua del punk, inteso come rock, fatica a farsi comprendere e/o valere, tocca alla realtà elettronica reinventare un nuovo dialogo femminista che sia in grado di competere con il fu riot grrrl. Ma questa è solo una delle chiavi di lettura di questo articolo.


"Una volta io e Marta avevamo una strategia studiata ad hoc per quando la gente ci guardava male e ci chiedeva di 'abbassare il volume'. Quando arrivavamo nel posto X che ci aveva chiamate solo perché si aspettavano, a partire dal nome, una coppia di DJ, magari rifatte e in bikini, adottavamo sempre questo metodo: lei faceva partire un larsen con il theremin che metteva in loop, partiva un fischio fortissimo, e io facevo del noise violentissimo... [Ride] Disagio." (Johann Merrich)

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