Fire, Walk With Lee

Il White Ark Studio di Lee "Scratch" Perry ha preso fuoco. Se vi suona familiare, è perché la stessa cosa gli era già successa nell'83.

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dic 9 2015, 10:00am

La notte tra il 2 e il 3 dicembre scorso, il White Ark Studio di Lee "Scratch" Perry ha preso fuoco. Dato che la cosa ci sembrava stranamente familiare, abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti italiani in materia, Simone Bertuzzi, di commentare la cosa per noi. Oltre ad essere un DJ e curatore dello splendido progetto di ricerca su musiche e culture non-occidentali Palm Wine, Simone fa parte del duo di artisti e performer Invernomuto, il cui lavoro "Negus" vanta la fondamentale collaborazione di £$P in persona.

È successo di nuovo. Trentadue anni dopo è accaduto un'altra volta. Il 3 dicembre 2015, Lee "Scratch" Perry— l'illusionista del dub, il mad man per eccellenza—posta sul suo profilo facebook due foto che lo ritraggono solo con indosso una t-shirt raffigurante il Leone di Giuda etiopico, in uno scenario catastrofico: muri anneriti, oggetti, poster e costumi di scena, tutto andato letteralmente in fumo e cenere. Il primo dei tre scatti mostra i vigili del fuoco appena arrivati al White Ark, il suo studio nella campagna zurighese, in Svizzera. Questo il messaggio allegato:

Nel momento in cui scrivo, il post ha quasi due migliaia di like e circa un migliaio di commenti. " Did you burn it Lee?", chiede uno dei suoi fan, " NO,NO JUST VORGOT THE KANDLE AND GO TO BED", risponde Perry. "Again?", commenta un altro collezionando 75 like. Dopo il danno, la beffa. L'episodio è catastrofico, humor a parte: "Are all the master tapes ok?" ennesimo commento, "UNFORTUNATLY EVERYTHING IS GONE" controbatte £$P.

È successo di nuovo. Sì, perchè l'episodio ha un precedente eclatante. Un caso unico nella storia della musica degli ultimi decenni, nonché, probabilmente, una chiave d'accesso per la comprensione del genio di Perry. Nell'estate del 1983, infatti, il leggendario Black Ark Studio a Kingston, Giamaica, prese fuoco, nelle primissime ore del mattino. Le ipotesi sulla causa dell'incendio sono molteplici, contradditorie e di fatto irrisolte. I famigliari di Perry sostengono che si siano svegliati nell'abitazione lì accanto e si siano accorti delle fiamme quando ormai era troppo tardi, nessuno è mai stato in grado di testimoniare le responsabilità dell'accaduto. Inizialmente il movente pareva essere un cortocircuito elettrico, ma Perry più volte dichiara di aver coscientemente azionato l'incendio. "Mi sono svegliato un mattino col cuore in tumulto, e sono andato in fondo al giardino, dove c'è lo studio, sai. Amo le palle di gomma per bambini. […] Le amo e ne ho collezionate tante. Comunque, c'era una che era la mia preferita, veniva dall'America e la tenevo di fianco al banco mixer. Qualcuno l'aveva presa quando sono entrato in studio, e mi sono riempito di rabbia. Prima la pressione, i furti, e ora questo... Ho distrutto lo studio, ho spaccato tutto e poi l'ho bruciato. Finito." (Danny Kelly, 'Lee Perry' in Musical Express, 17 novembre 1984)

David Katz, autore di People Funny Boy, la densissima biografia di Lee Perry, decide di andare a fondo alla questione e chiede una volta per tutte la versione reale dei fatti a Perry stesso: "Certo che l'ho bruciato io, chi altro? Stavo lavorando mattina, pomeriggio e sera con dei musicisti e dei cantanti, e volevo fare il cantante. E la palla stava lì per darmi concentrazione, e nessuno dovrebbe entrare in studio quando me ne vado; c'era qualcuno che mi incasinava l'energia, non riuscivo più a essere pulito, per cui ci ho buttato benzina sopra e ho acceso il fuoco."

Perry ha sempre avuto una propensione mistica per il fuoco e il suo utilizzo. Accidentali o meno, il rogo del Black Ark prima, e quello del White Ark di qualche giorno fa, sono inevitabilmente da leggere in chiave ascetica. Il binomio fuoco/Perry non è spiegabile secondo tradizioni specifiche; di certo le pratiche Obeah, diffuse in maniera massiccia in Giamaica durante il periodo della schiavitù, possono costituire un precedente. Così come ogni azione di Perry, ogni gesto, ogni formula verbale pronunciata dalle sue labbra, può essere riconducibile ad un esercizio di stregoneria. Ma nessun riferimento storico è assimilabile al suo misticismo, così come il credo Rastafari non è l'unica direzione spirituale in cui interpreta la propria esistenza e provenienza. Perry a volte si considera Dio, altre Imperatore e Leone conquistatore di Giuda, altre ancora Papa, come testimonia nel post di qualche giorno fa parlando dei suoi costumi di scena. Le sue identità si traducono in un unico soggetto sincretico: sé stesso.

È a partire da queste considerazioni che, con Invernomuto, lo abbiamo invitato all'interno di Negus, che presto uscirà in formato di lungometraggio. Il progetto Negus ha origine da un preciso avvenimento storico risalente al tempo dell'occupazione italiana in Etiopia: nel 1936 un soldato ferito fu costretto a rientrare a Vernasca (PC), nostro paese natio. In occasione del suo ritorno, la collettività organizzò un festoso ed oscuro rituale: in piazza fu incendiata l'effige di Haile Selassie I, ultimo Negus di Etiopia nonché messia del culto Rastafari.

Sul set a Vernasca, Perry non ha mai abbandonato il suo microfono e usava la fiamma dell'accendino per purificare il cavo prima di ogni take audio. Il suo grido "Fireee!" azionava due fiamme a distanza che sparavano lingue di fuoco nella piazza. Il rito di Perry ha spazzato i fantasmi del passato coloniale italiano che si aggiravano in quel luogo. Esattamente come il rito propiziatorio dell'83 al Black Ark ha segnato uno switch nella vita artistica di Perry, portandolo in Europa.

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£$P sul set di "Negus", foto di Moira Ricci.

"Be', doveva succedere qualcosa che facesse girare il mondo, e quel qualcosa è successo" dichiara Perry a CBC Radio ventiquattr'ore dopo il fattaccio svizzero, continuando "Forse avevo bisogno di un cambiamento nella mia vita, e di mettere via la candela per ripulirmi il cervello…" Dura immaginarsi a quale cambiamento £$P stia alludendo, di certo c'è che, nella ciclicità degli eventi, quest'anno segna il ventesimo anniversario del suo seminale album Super Ape, che ha appena celebrato con un tour statunitense portandosi appresso uno scimmione di tre metri e mezzo (che abbiamo ereditato partecipando ad una campagna crowdfunding mirata alla sua realizzazione, e che stiamo per presentare in una mostra presso pinksummer a Genova). Super Ape è, secondo molti, l'album che ha consacrato ufficialmente il dub come genere a sé stante, quindi di importanza ampiamente indiscussa. Francamente, però, dubito che la candela abbia bruciato troppo a lungo per onorare questa ricorrenza.

Quelle ventiquattro ore passate con Perry per le riprese video a Vernasca sono state un viaggio interstellare. Siamo partiti dal White Ark, in auto; dopo nemmeno dieci minuti Perry ha chiesto all'autista di accostare. Scende, prende il suo laptop e si piazza in mezzo ad un campo innevato per riprendersi con webcam ruotando su se stesso a 360°. Ha pochi momenti relazionali con me e con i compagni di viaggio, per il resto del tempo canta, prega, piange, guardando nell'obiettivo del suo telefono o del laptop. È uno sciamano, è un robot. E lo conferma quando in un'area di sosta poco più avanti ci suggerisce di seguire i cartelli 'Ausfahrt' per l'uscita. "Parli tedesco?" chiedo. "No, sono un computer, parlo la mia lingua", mi risponde.

Nell'arco di qualche mese ho visitato sia White che Black Ark. Montagne svizzere e Downtown Kingston, i quartieri bassi della capitale giamaicana, quelli abitati dalle fasce più povere della società e, va da sé, quelli che hanno generato molte star del reggae che tutti conosciamo. Svizzera e Giamaica. Due emisferi che possono convivere soltanto nel corpo marziano di chi ha sempre interpretato lo studio di registrazione – quel luogo anecoico – come una capsula che viaggia nello spazio-tempo. Lì dentro non si fotte con le energie. Lo si percepisce varcandone la soglia.

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Immagine tratta da "Negus".

Il Black Ark è intatto, come le fiamme lo hanno lasciato; ma l'abitazione a fianco, la vecchia casa di Perry, è ancora stracolma di orpelli, amuleti, scarponi, vhs, nastri, stickers, graffiti. È tutto lì inchiodato in un impasse inspiegabile. Verrebbe voglia di immergere le stanze in un bagno di resina ed asportarle, ma dove? In un museo? Sì, dopotutto il Black Ark è uno dei musei più pazzeschi che abbia mai visto in vita mia. Ma è coperto da una coltre di polvere, gli oggetti si stanno deteriorando. Lì dentro non ho potuto fare a meno di pensare a quante possibili canzoni potessero essere intrappolate in quei nastri e cd sparsi per casa, quante version che non hanno mai visto la luce, e quanto sarebbero disposti a pagare i fan di Perry per averle.

Dopotutto l'archiviazione e la storicizzazione sono necessità tutte occidentali. Meglio purificare. Quando Katz chiede a Lee Perry se si fosse mai pentito per aver incendiato il suo studio di registrazione egli prontamente risponde: "È stato un bene che lo abbia fatto!". E ha ragione lui, se la ghigna sotto i baffi rossi. Anche nelle nevi svizzere l'ha fatta franca e ha vinto lui. Involontariamente si è sbarazzato ancora una volta di quei maledetti duppy che cercano sempre di ronzargli attorno.

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