L'influenza della cultura black sulla musica italiana

Da Napoli Centrale fino a Gqom Oh!, passando per Clap Clap! e i Melma&Merda, tutti gli intrecci musicali tra Italia e Africa.

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dic 15 2016, 11:39am

Sono stato invitato al panel Stay Black di Jazz Re:Found per parlare come rappresentante di Noisey Italia. Il mio intento, improbo, era quello di "raccontare le contaminazioni che la musica italiana ha sempre accolto dalla cultura afroamericana sin dal dopoguerra, ma soprattutto arrivando ai giorni nostri e allo sviluppo di linguaggi allo stesso tempo completamente figli di quella tradizione ma anche completamente indipendenti," il tutto condensato in un discorso di circa dieci minuti, un quarto d'ora. Per forza di cose il mio intervento si è dovuto mantenere in superficie, ma mi sono ripromesso che avrei tentato, successivamente, di sviluppare per iscritto i punti cardine della mia trattazione. 

Incomincerei con una notazione banalissima: l'Italia non è l'America. Se le radici della musica americana sono quelle blues, nerissime, e quindi possiamo parlare immediatamente di una forte influenza afroamericana, in Italia la tradizione è tutt'altra: l'opera, il melodramma, la musica classica. La triade Verdi - Rossini - Puccini. Un mondo fatto di melodia e belcanto, che si riflette poi anche nella musica popolare, per esempio in uno dei fiori all'occhiello della nostra tradizione a livello mondiale: la canzone melodica napoletana. E non è un caso che parliamo di Napoli, ci ritorneremo spesso.

L'Italia però, già dal Dopoguerra—sarà l'influenza della Nato, sarà quel che sarà—è sicuramente stata sempre molto attenta e ricettiva rispetto a quanto succedeva dall'altro lato dell'Oceano. Se possiamo passare oltre le prime infatuazioni swing e jazz che si sono viste molto presto, è perché si trattava quasi sempre di ripetizione calligrafica, simboleggiata in seguito per esempio da un brano di grande successo come "Tu vuo' fa l'americano", che stigmatizzava appunto questa adesione un po' cieca e ingenua ai modelli stranieri.

Per quanto riguarda il rock, invece, all'inizio era rappresentato da personaggi come Clem Sacco, pittoreschi e bizzarri, che venivano considerati un po' come fenomeni appartenenti allo "strano ma vero" più che per la loro produzione artistica. La questione si è fatta poi più seria grazie all'arrivo dei vari Jannacci e Gaber, e soprattutto Celentano (uno che per un bel pezzo non smetterà di tenersi aggiornato, e di prestare orecchio anche a sonorità "altre").

Ma il tipo di influenza cui vogliamo guardare è più profondo, se vogliamo più vissuto e interiorizzato, più personale. Ci concentreremo quindi su alcuni momenti particolari, forse alcune "scene", in cui la commistione ci sembra particolarmente riuscita e originale: qualcosa di nuovo e peculiare. Lo possiamo vedere soprattutto a partire dagli anni Settanta, nell'ambito ovviamente delle musiche sperimentali.

Una vecchia conoscenza di queste pagine sono i milanesi Aktuala, gruppo fondato tra gli altri da Walter Maioli e Lino Capra Vaccina, il cui primo disco risale al 1973, e uno dei primi gruppi a incorporare nel proprio suono di matrice psichedelica le influenze di tutto il mondo: indiane, certo, ma anche quelle dell'Africa, soprattutto nell'uso di percussioni originali, che arrivano da tradizioni lontane.

Figlia di questa esperienza è stata poi anche la formazione di Futuro Antico, band dello stesso Maioli che alle sue sonorità univa l'elettronica di Riccardo Sinigaglia e le percussioni di Gabin Dabiré, musicista del Burkina Faso.

È interessante notare come questa tradizione sia arrivata fino ai giorni nostri grazie a un gruppo sempre milanese come gli Al Doum & The Faryds, che richiamano proprio a quelle sonorità e atmosfere, dalla strumentazione usata fino agli abiti che indossano quando suonano.

È molto importante poi andare a indagare quel mondo ai confini del free jazz che, come già facevano altrove Don Cherry o Pharoah Sanders, faceva dialogare i suoi settori più avanzati con le tradizioni della musica popolare (presa di posizione anche politica, che avvicinava un genere alto e borghese—nella riproposizione calligrafica di cui parlavamo prima—a un mondo che in quanto popolare veniva immediatamente catalogato anche come rivoluzionario).

Se il free jazz già lo avevamo visto nei Nuovi Sentimenti di Gaslini, nel Gruppo Romano Free Jazz con If Not Ecstatic We Refund, il capolavoro di questa commistione con le musiche popolari è stato Sud di Mario Schiano (1973), che al jazz mescolava appunto la musica tradizionale del sud Italia, portando finalmente a compimento un lavoro di vera integrazione stilistica, lontana da imitazioni e calligrafismi.

Ci saranno poi anche i primi lavori di Enrico Rava (Katcharpari) con sguardo verso il mondo, o la Collective Orchestra di Gaetano Liguori, ma se vogliamo trovare dei successori al tipo di commistione applicata da Sud, potremmo rivolgerci a Perdas de Fogu di Marcello Melis, che prende spunto dalla Sardegna più arcaica, dalle sue launeddas, dai canti popolari, per mescolare alla musica rivoluzionaria una carica del tutto primitiva.

Si tratta di un disco più fusion (tra jazz e rock) e meno free, ma qualcosa del genere emerge anche in alcuni tratti di Boomerang, l'esordio dei Cadmo, formazione romana anch'essa nata però in Sardegna: anche qui l'idea di fondo è quella di pescare a piene mani dal bagaglio locale per infettare una musica che era pur sempre "copiata" dall'estero.

Se abbiamo parlato di Napoli e se Napoli continuerà a tornare è perché è una delle città più importanti d'Italia (se non del mondo) dal punto di vista musicale, e se si parla di influenza nera non si può tacere di quello che è stato chiamato il Napoli Power. Musica fortemente popolare, fortemente legata al cuore della città, ma anche molto vicina all'America, al blues, al funk, alle ritmiche nere…

James Senese è un figlio della guerra: la madre è una ragazza napoletana e il padre un soldato americano, nero, che se ne torna in America quando James ha due anni. Restano a Napoli i suoi dischi, e la passione per quella musica fa di James un sassofonista straordinario.

I suoi Napoli Centrale sono forse il frutto più compiuto di quella commistione, e sono un nucleo attorno al quale negli anni gravita tutto un mondo composto anche dai vari Pino Daniele, Toni Esposito, Tullio De Piscopo… Tutti musicisti assolutamente devoti alle tradizioni afroamericane, ma anche assolutamente, inossidabilmente napoletani.

L'altro gruppo cardine se parliamo di quella Napoli è indubbiamente la Nuova Compagnia di Canto Popolare, gruppo di vero e proprio recupero della tradizione folk locale, rivista in un'ottica contemporanea (quindi con anche la sua portata politica) fatta di sonorità nerissime, a volte ancestrali e inquietanti e di una forte commistione tra alto e basso, tra ricercatezza strumentale e carica, appunto, popolare.

Un brano culto da citare in questo senso è il "Secondo coro delle lavandaie", dall'opera La gatta Cenerentola, ad opera di Roberto De Simone, che di NCCP era la mente: un pezzo diventato famoso nei decenni tanto da essere oggi suonato da deejay importanti come Four Tet, per fare un solo nome, a tutte le latitudini del mondo. Una volta che l'avevo messo su, la mia ragazza dell'epoca ha pensato fosse "una delle mie solite cose africane", e invece, se si presta un po' di attenzione alle parole, si scopre che il coro è in napoletano…

Ma è anche nel mondo più tangente al pop-rock che certe influenze vengono metabolizzate sempre di più: sono cruciali per un gruppo importantissimo e vicino alla fusion come gli Area, ma possiamo citare anche Roberto Colombo, Finardi, Alberto Radius…

Parlando di Radius veniamo al Nume Tutelare della musica italiana, forse il più grande di sempre, quel Lucio Battisti che, onnivoro, non può essere esente da determinate influenze. Nell'album Il Nostro Caro Angelo sono molte le sonorità provenienti da altri mondi, e il brano più emblematico in questo senso è forse quella "Canzone della terra" di matrice davvero africana (accompagnata a un testo arci-italiano nel senso forse più deteriore a firma di Mogol), suonata pure da Villalobos.

Del resto Battisti di lì a poco si butterà anche su altre musiche dall'impronta nerissima come la disco-music e l'elettronica (anche se attraverso quella cercherà quasi di cancellare l'umano, proponendo un'elettronica algida e molto poco nera, ma questa è un'altra storia).

Nell'ambito non possiamo non rivolgere almeno una citazione a un vero outsider del mondo pop-cantautorale italiano come Enzo Carella, vicino a sonorità funk.

E parlando di funk possiamo ricordare quello che è probabilmente il primo disco del genere uscito in Italia: Funky Bump di Pino Presti, che esce su etichetta Atlantic (una garanzia) nel 1976, e il cui suono ha davvero poco da invidiare a quello originale.

Un altro brano di successo nel genere è "Ma quale idea" di Pino D'Angiò, incrocio tra Buscaglione, falsetto e superfunk che verrà ripreso molti anni dopo da parte dei Flaminio Maphia. Se non si tratterà di un'operazione dai risultati artistici elevatissimi, è comunque molto significativo che un gruppo rap italiano vada a rifarsi alla "nostra tradizione" funk e non a quella d'oltreoceano. Ma è un tema che vedremo tra poco.

Il funk arriverà a diventare una lingua franca perfettamente compresa e accettata anche da noi, tanto da essere la base di vere e proprie hit da classifica, come "In alto mare" di Loredana Bertè nel 1980. Quel giro è indiscutibilmente funky.

Se la cosmic (che non a caso era pure stata battezzata un po' impropriamente "afro" dai suoi fan) è stata la colonna sonora di un movimento splendido, multiculturale e italianissimo, il suo meticciato era composto sì da deejay italiani (neanche sempre, diciamo da deejay che stavano in Italia) però da musiche perlopiù importate dall'estero (insomma Baldelli non suonava granché di musica italiana), e la successiva italo disco un fenomeno più vicino all'europop e a una tradizione disco "yankee" e bianca, è con il rap degli anni Novanta che torniamo a vedere un miscuglio interessante tra musica nera e specificità italiane.

Se alcuni hanno messo in gioco come abbiamo già visto in altri casi il recupero delle radici grazie al dialetto (soprattutto a Napoli, ancora una volta, citiamo come gruppo più importante La Famiglia), abbiamo anche avuto i Sangue Misto che campionavano sì Sly e Miles Davis, ma cominciavano anche a citare Battisti e De André. Ma è soprattutto nel progetto successivo di due terzi dei Sangue Misto (con Sean, nato in Sud Africa, al posto di Neffa) Melma & Merda (autori di un unico disco nel 1999, per alcuni nostalgici l'ultimo grande disco di rap italiano) che si compie qualcosa di emblematico, con un brano che nello stesso pezzo campiona James Brown e Toni Esposito (oltre che uno skit da un film di Tomas Milian). 

E in altri brani del disco vengono campionate una colonna sonora di Daniele Patucchi o "L'Aquila" di Battisti nella versione di Mina.

I M&M non sono gli unici a fare rap (quindi una musica del tutto afroamericana e del tutto distante dalla tradizione italiana) usando però fonti "nostrane", appropriandosi così davvero di un linguaggio straniero attraverso la nostra tradizione: vedremo infatti anche per esempio Kaos usare "Amarsi un po'" oppure Frankie Hi Nrg con Cocciante. Una modalità interessante di usare un campione italianissimo la vediamo poi nel primo album dei Club Dogo, dove in "Tana 2000" il ritornello è costituito da una frase di Venditti presa di peso e tagliata per farle dire un'altra cosa ("Lontana è Milano dalla mia terra" diventa "La mia tana è Milano duemila").

Rimanendo negli anni Novanta e in un ambito vicino a quello del rap, non possiamo non tornare per un breve salto a Napoli da un gruppo come gli Almamegretta, maestri nel mescolare influenze (con spirito internazionale, hanno pure collaborato con i Massive Attack e con Adrian Sherwood), e in grado per esempio di produrre qualcosa che è allo stesso tempo innegabilmente dub (quindi giamaicano e nero), e innegabilmente legato alla musica melodica napoletana nel cantato di Raiz.

Se vogliamo trovare un finale per il nostro viaggio e cercare qualcosa di originale e vicino a noi, possiamo guardare negli ultimi anni ai Primitive Art, che mescolano in una nebbia tossica i ricordi cosmic-"afro" di un romagnolo e le ritmiche stavolta propriamente afro (ma anche latine) di un colombiano. 

ma anche alle musiche post-tutto per un mondo post-globale di nomi come Clap Clap o Go Dugong, che da italiani buttano fuori roba assolutamente slegata da qualsiasi identità nazionale, pastiche totali, fatti di sample o di parti originali, con ospiti dal mondo intero, frullati in assoluta libertà, ma senza poter prescindere da innegabili radici black.

E possiamo chiudere infine con un ultimo, significativo esempio risalente proprio all'ultimo anno: quello di un romano di nome Francesco Cucchi (in arte Nan Kolé) che decide di fondare un'etichetta per spingere nel mondo un nuovo genere musicale, il Gqom di Durban, Sud Africa. Una specie di house del futuro, nuovissima, realizzata con mezzi più o meno di fortuna ma con inventiva e originalità assolute, che Cucchi riesce a far approdare sui magazine più prestigiosi, sbancare l'Inghilterra e girare dappertutto. Dall'Africa, passando per Roma. 


Federico ama molto l'Africa, seguilo su Twitter: @justthatsome

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