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Perché il Primavera Sound piace così tanto agli italiani?

Ci sono diversi motivi che rendono il Primavera un’Arcadia musicale capace di attirare intere mandrie di italiani.


Immagine di Giulia Soldavini

Quando un italiano va al Primavera per la prima volta ha una rivelazione: “Questo festival esiste”. E ancora, “È raggiungibile – lo posso toccare con mano”. Tutti hanno una personale storia concertistica, e nel nostro paese spesso questa è fatta di lunghe code disorganizzate in cui spingere è la norma, pubblici riottosi la cui composizione contiene statisticamente un numero elevato di persone fastidiose e grandi bestemmie per gli annunci di tour europei che si fermano al di là del Brennero. Che l’Italia sia il Molise dell’Europa a livello di eventi, è abbastanza appurato. Cercare motivazioni significa constatare una lunga, lunga serie di occasioni mancate, ostruzionismi politici, ritardi culturali e incapacità organizzative: un ambiente tutto tranne che accogliente per le molte, molte persone che invece cercano di (e riescono a) organizzare eventi di qualità. Resta che nessuna esperienza concertistica come quella del festival e/o del “grande evento” all’italiana racchiude in sé la gemma della nostra disabitudine al rendere la musica dal vivo sia fonte di sostentamento che opportunità di sviluppo culturale.

Ci sono diversi motivi che rendono il Primavera un’Arcadia musicale per gli italiani. Innanzitutto: è vicino e pratico. Ogni anno, all’annuncio della line-up del Coachella, il feed dell’utente di Facebook medio viene popolato da condivisioni e affermazioni entusiastiche – ma il passo tra schiacciare qualche tasto per esprimere la propria esaltazione e avere un duemila euro da parte per andare in California a fine aprile non è affatto breve. Costano meno i biglietti per il Regno Unito: e allora c’è Glastonbury, festival per eccellenza, apice dell’esperienza nell’immaginario collettivo di chiunque sia appassionato di musica. Ma andarci effettivamente è tutto tranne che facile – soprattutto dato che per solo tentare di avere un biglietto bisogna registrarsi, caricare una propria foto per evitare bagarinaggi e sperare in Dio che le tempistiche e la connessione siano con noi nel momento dell’acquisto.

Oltre a questioni di distanza entrano in gioco variabili atmosferiche: entrambi i festival non sono automaticamente accomodanti. Il primo è in un campo da polo nel deserto; il secondo, nelle campagne del Somerset. E magari il prospetto di guardare una band da metà cartellone sotto un diluvio con addosso un K-Way enorme può essere affascinante per alcuni, ma esiste una buona fetta di persone per cui la comodità è un fattore non indifferente nel scegliere di partecipare o meno a un evento. Per questo ATP offriva weekend di concerti con appartamento annesso, per questo alcuni festival hanno iniziato a lucrare su chi ha 1200 dollari da investire in una tenda col wi-fi o in una “premium club experience” per poter stare davanti al palco e avere un cesso privato + voucher per mangiarsi due cose (valore: 15 sterline). Ora, non che il Primavera non faccia ‘ste cose – lo fanno tutti – ma fortunatamente il prezzo del biglietto VIP è di soli cinquanta euro in più rispetto a quello normale.

Ad ogni modo: se Glastonbury e Coachella sono a noi remoti, il Primavera è invece vicino da qualsiasi angolo lo si consideri. Geograficamente, nel modo più piano e semplice, ma soprattutto culturalmente: è IL festival mediterraneo, e quindi particolarmente allettante per un popolo culturalmente abituato a fuggire la scomodità. Un conto è prendere una tenda e piantarla in un campo infangato, un altro prendere un AirBNB in una grande città; un conto è trovarsi spaesati di fronte a Chase & Status sotto a un diluvio con in mano una Heineken pagata 5 sterline, un altro vedersi Jamie xx alle tre del mattino in riva al mare con in mano la stessa Heineken pagata quattro euro e cinquanta – che non è poco, ma insomma.

Alché qualcuno dirà, “C’è lo Sziget!” Vero: Budapest è accessibile ed economica. Ma particolarità del festival ungherese è l’assorbimento dei propri utenti in un’esperienza che trascende la musica. Sull’isola di Óbudai molti vanno a fare campeggio, a incontrare amici, a conoscere gente e anche a vedersi musica dal vivo – questa, però, gestita in modo decisamente frammentario (un palco o due per i nomi grossi, uno per le cose da club, uno per le cose etniche, diversi palchi dedicati alle band di diverse nazioni e così via). Così che chi volesse teoricamente spararsi x giorni di turbofolk e nient’altro lo potrebbe fare: cosa che al Primavera non accade. Ricordo, nel 2012, di essere rimasto a vedere tale Sr. Chinarro in modo da essere in una posizione decente per i Death Cab for Cutie, che avrebbero suonato appena dopo. Non mi è piaciuto quello che ho sentito, ma sono comunque stato messo di fronte a qualcosa di nuovo – il che va sempre lodato.

Non ho citato Chase & Status prima a caso – peculiarità dei festival americani e inglesi è (giustamente) il posizionamento di artisti particolarmente “nazionali” in alto nei rispettivi cartelloni. Per cui è più probabile che un ascoltatore italiano vada ad un a un Reading & Leeds, a un Wireless o a un Field Day se è interessato a vedersi i Bring Me The Horizon o gli Asking Alexandria su un palco enorme, i Boy Better Know di fronte al loro pubblico, un DJ set di Annie Mac, Craig David tornato in attività (direi che il V Festival di quest’anno riassume il concetto che voglio esprimere). E qua non sto parlando di qualità della proposta artistica, ma solo di targeting: possiamo comunque fruire di festival pensati per altre culture e sottoculture, ci mancherebbe, ma che il Primavera sia naturalmente più “interessante” per un italiano ha perfettamente senso. Questo perché il Primavera è un festival inclusivo.

Il modo in cui la line-up del festival spagnolo viene costruita è particolarmente intelligente per come cerca di risultare onnicomprensivo nell’accorpare artisti che altrimenti non vedrebbero il sud dell’Europa manco col binocolo, aggiornandosi di anno in anno alle varie tendenze che riverberano sui media internazionali. L’anno scorso c’erano le reunion emo anni 90, e allora al Primavera suonarono sia i Mineral che gli American Football; quest’anno tutti pazzi per i cantautori DIY, e via di Alex G e Car Seat Headrest. Un inglese, un tedesco, un francese se li può vedere tranquillamente quasi ogni volta che mettono piede nel vecchio continente: noi no, perché organizzarli o costa troppo o è troppo rischioso o non ha senso logistico per i loro routing. Allora facciamo le valigie e, come i nostri compagni spagnoli, portoghesi e greci, concentriamo in tre giorni quello che in altre parti d’Europa viene vissuto concerto per concerto nel corso di mesi e mesi.

Questa inclusione è evidente anche dalla varietà della proposta artistica, nettamente in linea con l’approccio che le testate “alternative” hanno sempre più seguito da quando il termine “indie” ha iniziato ad essere commerciabile. Il Primavera non è il Sonàr, non è il Wacken, non è un evento ATP e neanche un Benicàssim: ma ha l’elettronica, il metal, le glorie anni 90/gli sperimentalismi e le band che in Italia porta Vivo Concerti. Così che la line-up non spaventi chi ha meno voglia di esporsi a nuovi stimoli ed esalti chi, invece, ha adottato quell’approccio di copertura camaleontica che ha reso normale vedere pubblici prevalentemente caucasici a concerti rap.


Tu e i tuoi amici al Primavera Sound. Immagine via

A proposito di rap: la mancanza dei grandi artisti del genere in Italia è un altro problema di cui è necessario parlare. Se già dovrebbe far strano che una band criticalmente acclamata e ascoltata da mezzo mondo come i Vampire Weekend non sia mai più venuta in Italia dopo un paio di minuscole date in supporto del primo album, l’assenza dai palcoscenici italiani dei più grandi MC e artisti R&B non fa che confermare come il nostro mercato non sia per loro affatto fondamentale. Se a Kanye o a Drake convenisse fare una data al Forum di Assago la farebbero a occhi chiusi, credo: ma i ricavi delle loro altre date non gli fanno certo sentire il bisogno di aggiungerne un’altra lungo la tangenziale ovest. Inoltre, il rischio di perdite da parte dell’organizzatore locale è troppo alto: “One Dance” sarà prima negli Stati Uniti, ma prima che Drake diventi un artista “radiofonico” – e quindi altamente allettante per un pubblico abbastanza grande da riempire con totale sicurezza un palazzetto dello sport – deve accadere qualche cataclisma organizzativo nel rapporto tra le nostre major e i media. Anche qua torniamo a discorsi di adattamento linguistico/culturale.

Resta però che, tra un estemporaneo concerto di Schoolboy Q, Pusha T o Skepta e l’altro, possiamo comunque toccare con mano il gotha del rap e dell’R&B mondiali: e possiamo farlo il più comodamente possibile al Primavera, dove The Weeknd ha suonato il suo primo concerto in Europa di sempre, dove Kendrick Lamar ha portato il suo show da headliner post-good Kid, m.A.A.d. city, dove abbiamo potuto vedere A$AP Rocky prima di Long. Live. A$AP, dove Killer Mike ha portato i suoi pezzi prima dei Run the Jewels e dove quest’anno Vince Staples esporrà orecchie mediterranee ai pezzi del suo capolavoro Summertime 06. Certo, potremmo sempre fare un salto a Londra, al Wireless: ma pagheremmo più soldi per un cartellone decisamente meno interessante dato che, per quanto la qualità di alcune scelte possa valere un buon investimento, la scelta di inserire un forte numero di musicisti pop ed EDM da’ una certa aura di Tomorrowland all’evento. Quest’anno, per dire, ci sono Future, J. Cole e Young Thung: ma anche Calvin Harris, i 1975, Martin Garrix e Jess Glynne.

Inclusività, dicevamo: musicale, certamente, ma anche generazionale. Il Primavera è un festival adatto sia ai diciottenni interessati all’indi e/o a ballare fino all’alba come ai trenta, quaranta, cinquantenni che vogliono vedersi le band che ascoltavano da regazzini, qualche reunion e scoprire qualcosa di nuovo. Su un palco ci sono i Cure, su un altro – in contemporanea – Wavves. Da un lato del festival suonano i My Bloody Valentine, a dieci minuti a piedi c’è Tyler, The Creator. In quest’ottica sta anche la tradizione del festival di invitare gli Shellac ogni anno, ad esempio: una certezza, per quanto riguarda un certo target di pubblico.


Guarda mamma sono su Instagram

Oltre alle scelte di cartellone, un fattore che ci fa rendere conto di come l’ottica primaver-iana vada in questa direzione è il contesto. Non è raro che al festival spagnolo appaiano nomi che, teoricamente, non si prestano particolarmente bene ad una performance su un grosso palco all’aperto. Ma la scelta del Parc del Fòrum come location è decisamente tattica per le possibilità offerte dall’Auditori, sala concerti del Museo delle Scienze Naturali di Barcellona posizionato tatticamente appena fuori dalle porte del festival. E così, ad esempio, i concerti di Jeff Mangum con l’acustica nel 2012 non sono stati disturbati da altre proposte più caotiche in palchi vicini né sono stati piagati da gente che finiva lì per caso ed era più interessata a bersi un birrino e chiaccherare piuttosto che a vedersi il vecchio Jeff in silenzio. Lo stesso è valso per gli A Winged Victory for the Sullen e i Body/Head di Kim Gordon nel 2014, e lo stesso varrà quest’anno per il concerto del pianista ucraino/canadese Lubomyr Melnyk.

Oltre all’Auditori c’è l’iniziativa Primavera Als Clubs, una serie di ri-proposizioni di artisti di cartellone in vari locali della città il mercoledì prima e la domenica dopo il festival dato che usare i synth, gli archi, i pianoforti e le acustiche non è conditio sine qua non per essere particolarmente adatti ad essere fruiti in un contesto più intimo. Novità di quest’anno è un palco sulla spiaggia dedicato all’elettronica – nel cui cartellone, per tornare al discorso sull’approccio multi-genere e multi-generazionale, accanto a DJ Koze, Powell ed Erol Alkan appaiono Bob Mould e Faris Badwan degli Horrors.

Infine, inclusività è anche adattamento ad un orario particolarmente fluido e suggestivo. A parte alcune eccezioni, i festival inglesi devono finire a mezzanotte – il Field Day, il Lovebox, il Wireless sono tutti in un parco cittadino, e sarebbe improponibile andare avanti fino alle quattro del mattino a sparare musica a tutto volume dato l’alto numero di villette che circonda Victoria Park e Finsbury Park. Questo a Barcellona non succede, anche se il festival è in città: e non succede perché gli spagnoli non hanno mediamente gli stessi problemi con il non-disturbo che hanno gli inglesi e che abbiamo noi italiani (loro più per rispetto, noi più perché sono anni che si fanno crociate contro la vita notturna usando il terribile termine “movida”).

Quindi al Primavera è possibile vedersi i Disclosure alle due del mattino, i The Men alle 2:30, Jesu alle 3, i Touché Amoré alle 4 e Jamie xx alle 4:30. E questa scelta paga, soprattutto per l’elettronica, le proposte più sperimentali e/o “cattive”: ché vedersi Justin Broadrick con il vento freddo del mare addosso dietro a un cielo nero come la morte è decisamente più figo che fare la stessa cosa col sole delle 16. Come contraltare italiano portiamo ad esempio il Radar dell’anno scorso, con un assessore della Lega che si è lamentato del casino fatto da un festival spostato in un club causa maltempo.


Ehi, ma qui è dove hanno girato quello spot della macchina.

Tutto questo non significa affatto che in Italia non ci sia la possibilità di vivere un festival figo. Facciamo qualche nome: per l’elettronica c’è il Club to Club, per le sperimentalate c’è Terraforma, per l’apertura mentale primaver-iana ci sono Ypsigrock e Vasto Siren Fest, per le chitarre e gli anni 90 c’è il Beaches Brew, per l’indie italiano c’è il Mi Ami e così via. E così esistono una marea di altre iniziative che raggruppano concerti di qualità – Ferrara Sotto le Stelle, TOdays, Locus, Villa Ada – che però, per quanto interessanti e vitali per lo stato della musica dal vivo in Italia, esistono più come “serie di eventi uno in fila all’altro” che come “festival”: un’esperienza diversa, che il Primavera colma al prezzo di un volo e una stanza per cinque giorni.

Infine, nonostante l’organizzazione dei concerti italiani all’estero sia un mondo piuttosto complicato, il Primavera è una realtà internazionale che stringe regolarmente collaborazioni con artisti europei, e quindi anche del nostro paese. PrimaveraPro, festival-nel-festival dedicato ai lavoratori di settore, porta ogni nuove proposte per showcase esclusivi – che possono poi magari diventare una chiamata al festival vero e proprio, come sarà quest’anno per i C+C Maxigross. Lo stesso percorso lo potrebbero iniziare adesso gli Altre di B, i Sycamore Age e Matilde Davoli.

Non penso che esista il festival definitivo, né che l’esistenza stessa dei festival non stia entrando in una fase problematica a livello mondiale: come ha fatto recentemente notare Ryan Bassill in un editoriale, è diventato difficile per gli eventi americani e inglesi mantenere un’identità definita date le difficoltà nella differenziazione della loro proposta artistica e nei paletti posti da immancabili necessità di profitto. Ma il sud dell’Europa arriva sempre tardi, e per una volta forse è meglio così: finché non saremo anche noi ricoperti di festival, e speriamo ottimisticamente di esserlo in un futuro non troppo distante, emigrare in Catalogna per una settimana non sembra un prezzo troppo alto da pagare.

Segui Elia su Twitter: @elia_alovisi