L'eleganza del Gentleman, tutta la verità su Guè Pequeno

Abbiamo parlato con Guè Pequeno di donne, di Gentleman e del suo percorso, dalle Sacre Scuole fino ai dischi di platino e ai tour sold out.

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02 agosto 2017, 1:59pm

Ascolto Guè Pequeno da più di dieci anni e potrei dire che è il mio rapper preferito, nonché—secondo me—il migliore d'Italia, con una capacità di rinnovarsi e di alzare sempre il livello davvero più unica che rara per artisti con così tanti anni di carriera sulle spalle. In questi casi è sempre difficile rapportarsi a qualcuno per un'intervista, e a maggior ragione questa volta in cui il personaggio è talmente ingombrante da far perdere di vista la persona: ci sono il rischio e la paura di rimanere delusi, di trovarsi davanti qualcuno di arrogante, che non ha nessuna voglia di parlare con te e che risponde a monosillabi.

Con una certa sorpresa, quello che succede è l'esatto contrario: Guè di persona è molto gentile, si schermisce quando un collega di un'altra testata lo prende un po' in giro per i pantaloncini militari ("ma sembro un babbo?"), ti chiede scusa se ti tocca con la gamba mentre ti parla, ti offre da bere, ride, scherza e scoppia a ridere chiedendoti mille volte scusa quando deve digerire mentre ti sta parlando (è reduce da un pranzo pesante). A poche settimane dall'uscita di Gentleman, il suo quarto album solista, mi trovo a chiacchierare negli uffici di Universal con una persona intelligente, simpatica, a cui basta una domanda per parlare dieci minuti, che ha voglia di fare dei ragionamenti veri sul suo ruolo di musicista, sulla sua vita personale, sul rap e sulla musica italiana in generale, e che si offre pure di mandarti altre risposte via mail nel caso la conversazione non ti sia bastata.

Qua sotto trovate quello che ci siamo detti.


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Noisey: Com'è stata la tua crescita? A che musica ti sei appassionato all'inizio?
Guè Pequeno: Ero un bambino molto introspettivo, e sono sempre stato attratto dalla musica. Negli anni '90 c'erano le tv musicali: Mtv, Videomusic... Io non sapevo che avrei voluto fare l'entertainer nella vita, però di sicuro ero ipnotizzato da tutta questa roba. Guardavo di tutto, ovviamente non è che sapessi che mi sarebbe piaciuto l'urban o il rap: guardavo tutto, un sacco di video pop, e sapevo tutto su tutti i gruppi. Non c'era Internet e quindi avevi una curiosità pazzesca di saperne di più, e non era facile. Mia madre aveva delle cassette di David Byrne e dei Talking Heads, che ancora adesso sono uno dei miei gruppi preferiti, ho iniziato a sentire quelle e altra roba pop che lei aveva, poi mi facevo le cassette con i pezzi registrati dalla radio, per esempio da Rock FM. Poi sono arrivati i cd e il primo modo per acculturarsi era andarli a noleggiare, che era un po' l'antenato di Internet.

Poi da pre-adolescente, volendo essere un po' ribelle, ho smesso di sentire la roba che piaceva a mia madre e sono passato al metal, il mio gruppo preferito erano i Megadeth. Avevamo trovato un modo di rubare i cd senza fare suonare l'anti taccheggio, quindi prendevamo cd a palla. Dal metal poi sono passato al grunge, ho vissuto la morte di Kurt Cobain in diretta e da fan, e da lì sono passato verso il crossover, i gruppi che nel rock inserivano l'elemento del rap, come i Rage Against The Machine.

Il primo gruppo rap che ho amato sono stati i Cypress Hill: ho comprato Black Sunday in cassetta, quello con dentro "Hits From the Bong", mentre il primo—quello rosso—l'ho preso dopo. Poi è uscito Temples of Boom e quando hanno fatto il concerto, avevo 14 anni, sono scappato da casa di mia madre per andare a vederli mi pare all'Idroscalo, pioveva di brutto. Lì ho fatto questo switch, mi piacevano molto anche i Beastie Boys. Però in Italia all'epoca la musica popolare, quella che andava davvero, era la dance, non era semplicissimo seguire queste cose. Poi c'era il rap italiano: ascoltavamo i Sangue Misto, poi Neffa che si è staccato, c'erano già gli Articolo, c'erano i Sottotono che erano diventati famosi. Lì ho capito che mi piaceva il rap, però non sapevo bene come cazzo potevo fare.

Questa cosa accomuna tutti quelli della mia generazione: tu ascoltavi 'sta roba ma non sapevi niente, non come adesso con Internet. Però c'era Aelle, c'erano le fanzine, e soprattutto—perché io ero già avanti [sorride, nda]—in San Babila c'era un'edicola che vendeva i giornali stranieri: io avevo capito che era lì che bisognava guardare. Quindi spendevo una caterva di soldi, perché costavano tipo quindicimila lire, e prendevo The Source o Vibe, e da lì ho iniziato a capire che cos'era questa roba. Da lì è stato switch totale verso il rap, attraverso il noleggio ho cominciato a prendere tutto: West Coast, East Coast... Calcola che io conoscevo La Pina da quando ero piccolo, faceva la mia babysitter, e quindi ho avuto l'occasione di avvicinarmi a un po' di loro. All'epoca della scoperta del rap cominciavo anche a uscire e a avvicinarmi un po' alla Milano dell'epoca, che era una roba mista un po' di "malavitosi" e mondo della musica underground—che era il reggae, i centri sociali, il Parco Sempione, tutti quelli che smazzavano... Il primo contatto per iniziare a fare rap è avvenuto quando ho conosciuto Dargen.

gue pequeno gentleman intervista

Eravate a scuola insieme, no?
Sì. Il mio liceo [il Parini, nda], che è un liceo della Milano bene, all'inizio era una scuola più mista, perché aveva varie succursali, e quindi comprendeva un raggio umano più ampio. Quindi c'erano questi personaggi che si incrociavano: centro, periferia... Beccavi uno a cui piaceva la musica e boom eravate amici, perché non si era in tanti. Per noi era un'ossessione: ascoltavamo One Two One Two [il programma di Radio Deejay dedicato al rap, nda], andavamo dagli amici con più soldi che avevano i piatti, compravamo i dischi, provavamo a fare freestyle. Jake si chiamava Fame perché quello era il suo nome di quando faceva il writer, e man mano anche con lui abbiamo cominciato, mentre il giro di amici di piazza si allargava. Dargen e io eravamo stati contattati da DJ Skizo che ci aveva fatto una base, con un campione da "I sette giorni del condor", c'ho ancora la cassetta... Era una base tipo Gravediggaz, dovevamo fare 'sta canzone che poi non abbiamo mai fatto. Il tutto nasceva perché noi, seppure piccolissimi e vestiti male, andavamo in discoteca alle serate, spesso senza riuscire a entrare, cercando di beccare questa gente che faceva hip hop. Abbiamo cominciato a andare al Café de l'Ile dove c'erano veramente le star. Perché adesso è tutto più a portata, i rapper li vedi in giro e gli rompi i coglioni col telefono.

All'epoca vedevi J-Ax che arrivava sgommando con la musica a palla sulla Celica ed era veramente un king, lo vedevi come un capo: pieno di figa... Non ti sognavi di rompergli i coglioni, ecco. Mi ricordo quando gli Articolo per primi erano andati in America, avevano fatto il video di "Tranqui Funky", e Ax era tornato con una tuta di Polo Ralph Lauren che io vedevo solo su The Source... Era una linea che non c'è più: RLX, bruttissima, adesso non la metterei, ma all'epoca era il massimo. Poi c'era Neffa che era veramente come se fosse Raekwon, era Dio proprio. Noi eravamo là: giocavamo a flipper e li vedevamo, rappavamo in questo modo super veloce che per l'epoca era figo e loro erano presi bene da noi. Sacre Scuole era un gruppo considerato figo ma poi fu un casino: sembrava che ci dovessero produrre tutti ma non si concretizzava niente, poi ci ha fatti uscire Chief ma è stata un'esperienza assurda, cose fatte e rifatte, produttori che cambiano... Però alla fine è servita per farsi un'esperienza. Nel frattempo avevo conosciuto più o meno tutti.

E nascono i Club Dogo.
Da lì nascono i Club Dogo, che secondo me hanno fatto quello che hanno fatto in modo anche abbastanza inconsapevole. Perché lo tsunami è stato fatto in modo del tutto naturale: dopo il successo mainstream di alcuni artisti, a cavallo tra i Novanta e il Duemila le cose si stavano spegnendo - quelli grossi avevano cambiato genere, era un momento di vuoto assoluto, e se facevi rap eri uno sfigato: non entravi nei locali, le tipe non te la davano. Noi volevamo fare tutto in modo diverso. L'Italia è l'unico paese dove il rap nasce nel centro sociale, una specie di errore storico. Adesso grazie a tutti 'sti ragazzini nuovi finalmente è finita, è cambiato tutto e basta, però ce lo siamo portati dietro per trent'anni sto fatto che il rap dovesse essere una cosa alternativa. Io da ragazzino vedevo Tormento con gli occhiali di Versace e erano veramente avanti, nel futuro, facevano i pezzi in cui parlavano di scopare... E non potevi! Ti rompevano tantissimo i coglioni.

Sempre nel giro Sottotono c'erano i Lyricalz, loro si ispiravano un po' all'America e dicevano "vogliamo fare i soldi", che era una roba che in Italia non si poteva dire.
I Lyricalz erano avantissimo! Adesso il tipo fa il direttore di Vice, no?

Faceva, adesso è a Rivista Studio.
Pensa che roba! Loro hanno ammesso una roba, cioè che copiavano di brutto, però erano fighi. Poi invece il rap era diventato una roba di nicchia, però da sfigati. Noi non è che abbiamo portato il vero hip hop, però eravamo dei ragazzi che avevano delle esperienze di vita, neanche esageratamente di strada (perché ci sono gruppi molto più di strada), però la nostra visione portava la strada italiana nel gioco. Ispirandoci all'America ma anche con tematiche italiane: parlavamo di corruzione, Tangentopoli, droga... Nessuno parlava di cocaina!

Anche nel vestiario era tutto vario e rispecchiava quello che era davvero la strada: c'erano sia i baggy ma anche i jeans stretti e le Silver, parlare di marche... Noi siamo stati i primi a mettere Gucci, adesso sono tutti figli nostri: noi tutto Gucci, tarocco ovviamente, Vuitton... Feci un concerto mi ricordo a Monza in un centro sociale sold out con il cappellino finto di Vuitton, ha! Avevo 21 anni tipo.

Armani, Polo, cavallini... Era una cosa strana, e un sacco di gente ha iniziato a riconoscersi, e si riconoscevano sicuramente di più in noi che in quello che ti parlava solo della Sacra Cultura Hip Hop con le maiuscole. Dai pettinati ai tamarri, era un miscelare di cose che era poi esattamente il melting pot culturale che c'era all'epoca nelle piazze, o al Parco Sempione: i terroni, i pettinati, i bonghi, i negri, quello che vendeva il fumo, il Booster, le discoteche... Erano tutta roba che rientrava nei Club Dogo, anche inconsapevolmente.


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E man mano siete diventati sempre più grossi.
A un certo punto c'è stata un po' una deriva pop, ma credo che comunque a livello di hip hop in Italia nessuno ha fatto quello che abbiamo fatto noi, nel senso che tutto quello che c'è adesso è già stato fatto da noi. Questo te lo posso dire, proprio che puoi titolare così l'intervista. Tra i rapper giovani, mi dicono, c'è questa moda di dire che non ascoltano rap italiano... E peraltro è una moda nostra! Pure quello è preso da noi. Noi dicevamo "sono tutti degli sfigati tranne noi", che avevamo la tuta di velluto, l'orologio pataccone (finto, all'epoca), le fighe... Io non avevo soldi e già mi scopavo quelle della televisione, avevamo i gangster con noi, le collane grosse. A noi gli altri non ci rappresentavano. E i bambini di adesso che dicono che non ci ascoltano io dico "portameli qua uno a uno davanti a me e vediamo se ce n'è uno che ha il coraggio di dire che non mi ha mai ascoltato".

In Mi Fist l'impegno era se vogliamo un po' adolescenziale? Un po' forzato, figlio di certe tradizioni del rap italiano? Io alla fine vi ho conosciuto con "Briatori" e "Rendez vous col delirio" che invece erano pezzi già molto cazzoni, e molto nuovi per quello.
Non era forzato, era figlio del contesto e dell'epoca, e di alcune radici della musica rap da cui venivamo noi. Del fatto che c'è sempre stato il retaggio di quella piaga che dicevo prima: che il rap in Italia è nato nei centri sociali. Infatti incredibilmente noi in quel periodo iniziale per via di un paio di pezzi siamo stati accomunati a quel filone, e quindi ci trovavamo a suonare addirittura negli squat, abbiamo fatto concerti con Lou X, suonavamo sempre nei centri sociali. La cosa che non hanno mai capito, e per cui poi ci hanno radiato, è che noi comunque eravamo totalmente autentici: anche in Mi Fist (adesso il gioco è finito però molti sfigati hanno sempre detto "ah all'epoca eravate diversi") c'era sì un po' di antagonismo, soprattutto contro lo Stato (ma niente di troppo serio, non eravamo comunque né i 99 Posse né gli Assalti Frontali), però sin dall'inizio abbiamo sempre detto anche che volevamo fare i soldi, in molti pezzi. Non era la pantomima del rapper italiano che diceva "lo faccio per l'Hip Hop". Nel secondo disco anche c'era un pezzo come "Falsi Leader" che era contro i politici, pezzi in cui dicevamo di voler rapire i politici… Però noi dicevamo "rapiamo i politici per prenderci le escort"! E la gente non capiva: "tu parli male della corruzione e di Berlusconi, però dici che vuoi la Lamborghini" - ironia della sorte già lo dicevo nel 2006.

È un discorso un po' controverso: critichi quello che non hai, poi quando ce l'hai cambi, e passi a una vita diversa, e quindi cambia anche il tuo stato mentale e sei meno incazzato. È un po' semplicistico da dire ma alla fine quello che odia spesso è quello che rosica perché non ha qualche cosa, ma poi le cose cambiano, e magari diventi quello che odiavi. Che odiavi ovviamente da adolescente, perché poi sfido chiunque a non volere avere successo e realizzare i propri obiettivi.

Una cosa che mi ha colpito è una volta che raccontavi che tu da ragazzino sei cresciuto con il mito dei vestiti di marca che magari non potevi avere del tutto, come te la sei vissuta 'sta cosa? E anche questa ossessione per i soldi come nasce? Di solito sono cose che hanno a che fare anche con il contesto familiare, ma tu sei cresciuto in una famiglia di intellettuali, che probabilmente aveva valori diversi. E se gli intellettuali hanno il figlio rapper, cosa faranno i figli dei rapper?
I miei erano persone di cultura ma non ricche, è importante: quindi io da ragazzino ero nel mezzo, non ero proprio tra i super zarri ma nemmeno tra i ricchi, quindi lo struggle delle marche era reale: avere i Barbour, i 501, le Polo in un'età pre-smazzo e pre-lavorativa era difficile. Io poi alla fine ho fatto le mie scelte e la mia vita in modo del tutto indipendente da quello che sono o sono stati i miei genitori, sicuramente loro mi hanno cercato di spiegare che il denaro non era importante… Forse perché vuoi sempre andare contro i tuoi io sono andato nella direzione opposta! Ho sempre frequentato ceti sociali misti, dai bassissimi agli altissimi, e questo mi ha portato a sviluppare certe esperienze abbastanza uniche. I figli dei rapper… Dipende da che rapper, i miei sicuramente saranno dei bambini benestanti [ride, nda].

E quindi potranno avere le Polo!
Di più: mi piacerebbe fare un figlio in fretta, un bel bambino o una bella bambina e pimparlo subito e fargli fare subito le pubblicità dei pannolini, e poi trainarlo per farlo diventare presto un Justin Bieber o un'Hannah Montana italiana. Sai tipo quelle scuole Disney? Solo che in Italia non ci sono, o forse sì?

Dobbiamo informarci. Tornando alla musica, a un certo punto hai cominciato anche a fare dischi da solo.
Quando ho fatto il mio primo disco solista ho iniziato una seconda vita al di là del gruppo, che inizialmente non era prevista. Io il disco lo avevo fatto non con grandi obiettivi ma perché stavo tanto in studio e producevo tanto. Poi in realtà questo ha creato un altro brand e mi ha portato dove sono adesso. Ho fatto il quarto disco e sono ancora altamente competitivo nel mercato, penso che a questo punto ci siano veramente pochi che mi considerano solo "il tipo dei Club Dogo", i ragazzini o le tipe neanche lo sanno ormai.

Da una parte non è un bene, questo fatto che non c'è cultura: la gente sente la roba e se la dimentica, però dall'altra parte ti permette di essere attuale e di lavorare come vuoi. Perché poi la gente dall'esterno pensa di no, oppure parla a vanvera, ma io sono veramente appassionato di musica, per me è veramente una passione tuttora, che inseguo, e voglio avere dei risultati.

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Secondo me il disco nuovo dimostra che sei uno che sta dietro un sacco a vedere quali sono le novità, i suoni, i produttori...
Dici bene. E tu calcola che io non è che lo faccio perché sono obbligato professionalmente, ma perché a me piace. Se io facessi dischi tutti uguali da cinque anni non è che qualcuno mi direbbe che non va bene. Il problema è che ci sono un sacco di artisti che non ascoltano rap americano, e si sente, ed è un errore. La musica devi conoscerla. In Francia o in Germania è diverso, infatti non ti nascondo che a livello di status io vorrei arrivare a essere, magari nel giro ancora di un paio di dischi, il Bushido italiano, o il Booba italiano. Questo io sto facendo, niente di più.

Una cosa che si nota secondo me da questo disco è una forte dimostrazione di libertà: per esempio spicca l'assenza di un pezzo con il ritornello per passare su certe radio...
Vero. Io sono arrivato al punto di fare come voglio. Il disco precedente era più cupo e pensavo proprio di poter fare tutto. Qui ho pensato che il modo migliore per fare le cose più belle fosse farle con naturalezza, che è molto importante. E in più ho cavalcato l'onda del fatto che arrivavano i giovani facendo quello che vogliono, vendendo i dischi senza andare in radio o in tele, e allora dici "io ho spianato la strada a loro, quindi perché non posso fare anch'io come voglio?" Poi io in più ho che loro hanno proprio solo il pubblico-Internet per ora, magari la signora a loro non li conosce, mentre a me un po' sì, tra le varie cazzate che ho fatto nella carriera. E un po' devo ancora soddisfare quella cosa là, quindi il pezzo più main ce l'ho, però lo faccio sempre all'americana, diciamo.

Un'altra cosa sorprendente per me è il featuring di Enzo Avitabile, nel senso che non è né il nome grosso tipo Pausini o Ramazzotti che chiami perché è grosso, ma non è neanche un nome che chiami perché piace alla tua fanbase.
Al contrario di quello che pensa la gente io non sono proprio del tutto ignorante, conosco e apprezzo un sacco di musica. È un featuring che ho fatto con molta naturalezza, avendo avuto l'occasione non me lo sono fatto sfuggire: abbiamo delle amicizie in comune, io vado fortissimo a Napoli, ci vado spessissimo, e ho avuto la fortuna di incontrarlo. È un artista ultra super mega lungimirante, curiosissimo, era venuto a vedere il live di Santeria: vive sentendo le cose, interessandosi, e ha fatto mille featuring.

È il pezzo più serio dell'album: l'idea è presa dal film Il Profeta, unita al racconto vero di uno dei miei migliori amici che mi ha raccontato, scrivendomi su Whatsapp dei papiri, in quattro o cinque puntate la sua esperienza carceraria. Quindi ho preso l'idea dal film, usando poi il suo racconto e tagliandolo per metterlo in rima, di modo che il pezzo sia per tutti, che tutti lo possano capire, ma che allo stesso tempo sia realistico: non una cosa finta sulla prigione scritta da uno che non ne sa un cazzo, ma una cosa vera. Infatti tutti i miei amici che hanno vissuto quell'esperienza lo hanno apprezzato. Avitabile è un'eccellenza napoletana e si è prestato a questa cosa, c'è stata un'alchimia, a lui il pezzo è piaciuto tanto, ed è venuta fuori: sono contento. È un pezzo un po' di nicchia ma cercherò di farlo venire fuori, più avanti. Il disco comunque è pieno di pezzi estraibili. Andando in tour a febbraio voglio tirar fuori tanta roba prima.

Il disco di base è abbastanza leggero, come dicevi anche tu, nonostante non sia stato un anno facile per te.
Ti dico la mia: io sono abbastanza stufo di questo spettro della tematica nel rap, mi viene in mente Aelle che diceva "questo disco non ha contenuti". L'hip hop è questo: è un'altra cosa che non capisce nessuno. Se ascolti un disco dei Migos più che dire che smazzano o che si fanno fare i bocchini e che magari sparano in faccia a uno purtroppo non c'è, ma neanche se vai proprio a cercarlo col lanternino. Ed è il gruppo più potente del momento. Il rap europeo ha una tradizione lirica migliore, che abbiamo portato avanti parecchio. Nel libro di Paola Zukar c'è una pagina che vorrei strappare e incorniciare, in cui dice che qua la gente non ha mai capito che dire una cosa in un certo modo nel rap ha un valore assoluto: non è quello che dici, ma è il modo in cui lo dici, lo stile, la tecnica, la metrica, la rima. Come il fan del rock che si ascolta l'assolo di Slash e impazzisce - e non è che ci sia un contenuto - nel rap è la stessa cosa: impazzisci per quello. Io impazzisco quando Kendrick Lamar fa un gioco di parole, o i Migos dicono delle minchiate ma le dicono in un certo modo. Il disco è leggero nel senso che non parlo di tematiche sociali, però non mi voglio forzare a dire "piove governo ladro", o cercare di dire delle cose finte che acchiappino certo pubblico... chi se ne frega.

Nella mia carriera ho parlato di tutto. In questo disco avendo avuto anche dei momenti difficili nella mia vita personale sono anche andato in studio per sfogarmi, spesso in stati un po' confusi, diciamo, ed è così che sono venuti fuori alcuni dei pezzi più forti del disco.

Una valvola di sfogo, di distrazione.
Alla fine il rap è intrattenimento, io lo dico sempre. Faccio il rapper per quello, se no facevo Umberto Eco. Poi se tu nel tuo fare il rapper vuoi sfamare il terzo mondo o spiegare la vita ai bambini di prima media fallo, a me non me ne frega un cazzo. Nel mio viaggio cinematografico comunque sarà leggero ma è un disco 100% realistico, la credibilità c'è, e funziona per quello. Poi magari ci sarà il momento in futuro di sedersi e fare dell'altra musica, cose di altro tipo. Questo era quello che mi sono sentito di fare in questo momento.

Negli anni ti abbiamo visto trasformare anche proprio fisicamente, eri un ragazzo gracile e ora sei diventato un colosso. C'è dietro anche un cambiamento profondo?
Sono sempre stato alto e ero molto magro, ma non ci trovo significati profondi: sono ingrassato, ho messo massa, ho fatto un sacco di sport. L'unica cosa è che secondo me è giusto avere anche un physique du role rispetto a quello che si fa: alcuni artisti pop sono esili e vestiti in un certo modo, per me l'imponenza fisica va un po' parallela all'imponenza musicale che mi piace avere, ecco. In un discorso generale di immagine.

Cosa si prova a passare dall'altra parte, dal vedere le tipe alla tv e fare i pezzi sul volersele fare a quando la tua vita diventa effettivamente così?
Non c'è una linea di demarcazione precisa, quindi te ne accorgi fino a un certo punto, avviene con naturalezza, diventa la tua vita. All'inizio sogni alcune cose: io ho sempre messo al primo posto la creatività, però sono anche sempre stato molto materialista e mi sono anche sempre piaciute molto le donne, quindi ero contento di passare dal farmi le seghe su Max [rivista italiana pubblicata fino al 2013, nda] a uscire veramente con quelle ragazze, è stato bello. Ero riuscito già abbastanza prima della fama e poi ovviamente si è amplificato. Più che altro è bello perché ti dà l'idea che niente è impossibile: sono riuscito a uscire con delle donne che pensavo fossero impossibili, tra le più belle d'Italia. Pornostar, attrici americane di serie famose… E quindi effettivamente niente è impossibile, non essendo io propriamente Gabriel Garko! Quindi è una bella storia motivazionale, un bell'insegnamento per grandi e piccini. (risate)


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Al di là del personaggio del player esiste per te l'amore? Hai avuto relazioni serie, durature? E da giovane com'eri da questo punto di vista? Ci sono comunque pezzi in cui sembri mostrare un cuore.
Da giovane ero uno sfigato perché mi interessavano la piazza, le droghe, l'alcol, il fumo e l'essere parte di qualche cosa, quindi la figa l'ho scoperta tardi. Ho recuperato alla grande dopo, però in realtà fino a un certo momento pensavo veramente solo a fare cazzate, ai motorini, agli amici, non me ne fregava niente. Il player è un topos dell'hip hop, anche se in Italia sono stati pochi in realtà. Bisogna anche avere la credibilità per farlo e con me basta che uno va su Google per capire che è vero. Poi tutti hanno un cuore e delle relazioni serie, è la vita; la musica invece è spettacolo. A parte certi cantanti tipo De André, che magari hanno messo davvero tutta la loro vita nelle loro canzoni, poi le cose più serie invece sono anche cazzi tuoi e magari non ti va di parlarne. Nel mio rap comunque ho messo di tutto, dalle cazzate alle cose serie, e ci sono quindi anche delle aperture introspettive o dei pezzi di sofferenza legati all'amore, o a altro.

C'è stato in questi anni qualche momento di stanchezza, in cui avevi magari meno voglia, o te ne fregava meno della musica e eri più interessato alle tue avventure imprenditoriali, o anche solo a farti i cazzi tuoi? Ti faccio un esempio: in Club Privé sembrava che l'unico che stava in studio tutto il giorno era Joe, mentre tu e Jake avevate i cazzi vostri.
Noi siamo persone che si sono anche trovate: io e Jake eravamo veramente i Blues Brothers, abbiamo sempre fatto un sacco di casino, ma non per voler fare i personaggi, è proprio che era più forte di noi. È una cosa che comunque ancora mi porto, la differenza è che adesso tra la mole di lavoro e il fatto che non ho più vent'anni non è che posso più fare come prima, anche se a volte mi scappa ancora, e lo faccio. Non mi sono mai stancato davvero della musica, più che altro ho dei momenti di sconforto rispetto all'Italia. Non voglio essere esterofilo, amo il mio paese e faccio musica per qua. Ma quando fai 'sto lavoro non è facile digerire gli youtuber, o vedere quello del talent che vende 80mila copie, o il ragazzino nuovo che poi scopri che si compra le views, i meccanismi assurdi delle radio... Ci sono un po' di meccanismi che ogni tanto un po' ti sconfortano e dici "che palle, ma vaffanculo".

Poi ci sono degli equilibri che te la fanno risalire. Io per esempio rispetto a un giovane che fa trap in più ho che ti posso fare sia il pezzo trap, sia una cosa più mainstream, una tamarra, una che spacca tutto, cose diverse, varie... Questo per esempio mi riequilibra la serotonina e mi fa stare più tranquillo. La gente pensa che sia facile ma non lo è: non è solo fare uscire i pezzi, ci sono anche tante cose dietro che la gente non vede ma che dopo tutti questi anni ti sconfortano, è un po' come per i politici che da dentro vedono tutta la merda.

Tu lavori anche come un pazzo. Hai fatto uscire un disco nuovo mentre eri ancora in tour con Marra.
A volte me lo dice anche gente che lavora nel settore, e mi stupisce. Però io ho sempre fatto un po' così: usciva un disco, poi facevo un mixtape, ci sono due dischi dei Dogo che sono usciti uno dietro l'altro perché ero tornato subito in studio... Per me è così. Ligabue può fare un disco ogni quattro anni, io no. Ma anche loro hanno iniziato a farli più veloci. Poi l'hip hop è questo, i ragazzi giovani fanno uscire un video al mese perché sono cresciuti così.

Però non mi sembra di fare dei dischi di merda, e nessuno mi obbliga, sono proprio io che faccio così perché mi piace.

Era anche un dubbio quasi fisico: non ti stanchi di essere sempre in giro?
Sì, sì, mi stanco. Non ce la faccio più, voglio morire proprio. Però allo stesso tempo voglio guadagnare, perché purtroppo è un business in cui per guadagnare devi fare tanto. Non è come nel pop in cui fanno sette concerti e sono a posto per sei anni. Per una serie di motivi: per esempio le major per anni hanno pagato molto poco tutti noi, perché comunque il rap era nuovo, "un genere di nicchia, bisogna vedere", te la mettevano un po' come una scommessa. In realtà agli altri adesso gli rompiamo anche il culo [ride, nda]! Adesso quindi, ok, le etichette non possono più fare finta di niente, però è una cosa abbastanza recente. Pensa anche al live: in Italia c'è sta cosa terribile che il rap, per via di una cultura rock, non lo so… c'è un pregiudizio pazzesco: se hai più di 25 anni è difficile che tu vada a un concerto rap, qui, a differenza che in quasi tutti gli altri paesi. Quindi alla fine i numeri non sono mai giganteschi. Nessuno fa i palazzetti infatti, a meno che non fai uno switch e fai un altro genere, e allora vai a prendere il pubblico di Amici. È difficile che l'ultratrentenne accetti e venga a seguire questo genere.

Sul rap secondo me da noi c'è un'incomprensione di base: siccome le tematiche sono spesso abbastanza leggere, viene considerata una musica per trogloditi e fatta da trogloditi. Però essendo una musica fatta di giochi di parole…
È molto complessa!

Non è facile! E inoltre nel rap si fa continuamente uso di riferimenti, citazioni a film, personaggi, cultura popolare, più che in qualsiasi altro genere.
Assolutamente.

Infatti per capire bene un testo rap magari devi andare su Genius, mentre per capire un testo pop medio no, si capisce già tutto.
Dici bene, ed è un controsenso! Caparezza musicalmente è un genio, e usa la forma del rap, però per essere credibile deve fare comunque una cosa un po' da maestro, un po' che ti insegna a vivere. Io da quando avevo 12 anni ascoltavo i Cypress Hill che dicevano "la mano sul fucile a pompa e ti faccio saltare la testa", per me il rap è quello! Ognuno ha i suoi gusti: a me piacciono quei testi lì, come mi piacciono i film di quel tipo.

Metti la Dark Polo Gang su Rolling Stone e alla gente sembra che gli hai ammazzato la madre: "questi parlano di lusso!" Oppure non puoi mai parlare di figa in una canzone. Cose concrete, cose che uno vorrebbe. Noi nel 2006 abbiamo fatto "Briatori".

Nell'hip hop, senza andare a giocare in altri campionati e aprirti proprio al pubblico da talent, tu puoi guadagnare solo fino a un certo punto. Perché tutta una fetta di pubblico non la prenderai mai, e i concerti che fai sono quelli. Io guadagno tanto dai club per esempio, tra le varie cose che ho fatto per primo ho fatto il rapper che fa la serata in discoteca. Un po' perché avevo sta fama da mezzo tronista, però l'ho fatto prima di tutti, e adesso tutti ci vanno, è la prassi. Anzi lo spacciano per un tour! Che cazzo di tour è? Il tour è al Palatlantico, alla Casa della musica, al Fabrique, all'Alcatraz e fai tremila persone che spendono 30 euro per te, non quando vai all'Acquafan o al Coccobello di Riccione! Quella comunque è una cosa abbastanza redditizia, anche se molto stancante perché finisce che sei sempre in giro. Io ho un tenore di vita molto alto, decisamente e completamente più alto rispetto al mio reale fatturato... E quindi devo lavorare se voglio mantenerlo!

gue pequeno intervista gentleman

Una cosa interessante che dici è che tu come altri del tuo giro eravate sì dei disgraziati ma anche tra quelli un po' acculturati, che si interessavano alle cose, alla musica, al cinema, i fumetti... e che questo vi ha fatto essere diversi e riuscire a prendere una via diversa.
Per tradizione in tutti i contesti dove si crea l'hip hop, chi rappa è uno che ha studiato o comunque uno con una certa cultura, anche se prendi gli afro americani nei quartieri: Nas era il figlio di un grande musicista, i Wu Tang Clan hanno fatto l'università. Penso, eh: adesso magari le liriche contano meno e uno riesce anche solo con lo stile e con il personaggio a emergere. Però a livello di liriche per come siamo cresciuti noi, devi comunque avere una sorta di cultura, non puoi essere un totale ignorante: può anche non essere la cultura della scuola, basta anche solo una certa curiosità, vedere i film… Questo te lo dice chiunque. Anche se parli con Luché ti dice che loro cresciuti in quel contesto là perché ce la facevano? Perché avevano studiato di più, e capivano un po' l'inglese e si erano interessati a questa cosa prima di altri. Anche Marra è uno dei più dotti a scrivere pur non avendo fatto chissà quali scuole, però si è sempre interessato alla lettura per esempio. Io penso che un artista hip hop poi debba essere un po' un portavoce del suo contesto. È chiaro che se io mi fossi interessato solo agli smazzi o alla discoteca o allo sport senza interessarmi di niente non avrei avuto la fantasia e l'estro di raccontare delle cose e di scriverle in un certo modo. Poi non è una regola assoluta, però per il nostro retaggio anni Novanta, che è quello delle rime e delle metafore, penso che sia così.

Magari tu che conoscevi alcune cose, alcuni film o dischi magari, tiravi in mezzo il tuo amico più ignorante, e lui invece ti faceva vedere le cose di strada, quindi tu ti gasavi per quelle, e questo si gasava scoprendo il rap da te… si uniscono le cose e si crea l'alchimia della gang. La prima gang del rap italiano siamo stati noi.

Un topos del rap, che si usa molto in America e che avete toccato anche voi, è quello su come è difficile il successo, su come ti cambia la vita. Quanto c'è di vero? Si perde tanta gente per strada?
Io come tematica, appunto, ho già dato. Ti viene quando è una cosa nuova, quando il successo è un'esperienza nuova e ne vuoi parlare nei pezzi - quindi adesso magari non mi viene più perché sono più abituato. Ma è per quello che lo fanno tutti: perché lo provano tutti, dopo un certo livello. È una cosa vera: molte volte non sei tu che lasci la gente per strada, è la gente che si autoesclude. Perché sente che non riesce più a relazionarsi con te, oppure loro percepiscono qualcosa che tu in realtà non senti. Poi ovviamente c'è il fatto che sei tendenzialmente molto impegnato. Io poi sta cosa non la vivo neanche più di tanto perché per me è stato tutto molto particolare, un viaggio particolare: noi eravamo già star quando non avevamo neanche un contratto, perché ce lo credevamo noi. Ne eravamo talmente convinti… Se credi davvero di essere una superstar poi si realizza! Anche adesso io sto con gente veramente semplice, che però comprende questa cosa.

Dipende molto da come tu te la vivi e da come la fai vivere alla gente: io sono una persona normale ancora adesso, normalissima: da una parte mi piace un po' lo swag, però voglio anche rimanere a misura della gente, che è anche la mia forza. Io sono andato a Lugano perché oltre un certo livello mi rompe il cazzo, quindi sono andato in un posto tranquillo, però in 50 minuti vengo qua e faccio il disastro. Dipende come la vivi tu, io non ho mai accentuato con la gente a me vicina il fatto di essere un personaggio pubblico, quindi poi se tu sei tranquillo di conseguenza le cose si plasmano attorno a te. È ovvio che le cose più semplici non le puoi fare e alcune cose le perdi, però è la vita.

Sei sempre molto proiettato in avanti, ma in questi anni quali sono stati i momenti di maggiore soddisfazione? Quelli in cui davvero hai detto "ce l'ho fatta".
Io non mi sento mai arrivato, poi in Italia non è che ci siano situazioni tipo andare headliner al Coachella che ti fanno dire veramente "sono in cima". In Italia non ce l'hai mai fatta, purtroppo. Sicuramente i dischi d'oro e di platino, i concerti sold out, le collaborazioni, fanno piacere. Ma alla fine forse le uniche cose vere sono quando senti che con la musica fai felice della gente, e quando fai felici i tuoi genitori, mantieni la tua crew, aiuti le persone care… Questo è quello che conta. Ce l'hai fatta se vai su Canale 5? Ma chi se ne frega. Tanto c'è sempre uno che ha la barca più grossa della tua o la macchina che sgomma di più, che fa cinque dischi di platino in più e va in tv e in radio più di te: 'sti cazzi.

A 50 anni ti vedi ancora a fare il rapper o no? Farai come Jay-Z che dice sempre che si ritira e poi fa un altro disco?
Dipende. Sotto sotto credo che nonostante tutto alla fine ci sia una sorta di meritocrazia che permette a uno come me di essere ancora così forte. Se tu ci fai caso, il nuovo disco di Jay-Z, che ha 47 anni, ha una produzione molto particolare e lui è quasi spoken, come leggesse delle poesie su una cosa musicale molto sofisticata... La musica sicuramente farà sempre parte della mia vita, poi tutto può essere, magari farò un altro genere, partendo da queste radici. Fai quello che fai finché ti senti di farlo e non abbuffi il cazzo alla gente e finché hai un riscontro.

Io vorrei rimanere nel presente, non essere uno che a 50 anni viene ricordato come uno del passato. Piuttosto senza rappare ma rimanendo dentro all'attualità, non fare tipo il revival a 50 anni a cantare i pezzi dei Club Dogo, ecco. Ci riescono in pochi a rimanere attuali, ma sono i migliori.

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