Il femminismo mistico di Thurston Moore

Abbiamo incontrato il fondatore dei Sonic Youth a Milano per parlare di come si fa musica di protesta nell'era Trump.

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mag 4 2017, 8:49am


"Credo, nel profondo del cuore, che sia importante che chi di noi ha visioni opposte possa intavolare un discorso civile," dice la voce di Bernie Sanders all'inizio di "Feel It in Your Guts," un pezzo solista di Thurston Moore pubblicato lo scorso giugno. "Viviamo nel paese più ricco del mondo, in un'era in cui una manciata di persone hanno una ricchezza che va oltre la comprensione umana, abbastanza per mantenere le loro famiglie per migliaia di anni... molti più soldi di quanti saprebbero mai usare." Lo storico fondatore dei Sonic Youth riempiva lo spettro sonoro con un glorioso e cullante arpeggio di chitarra acustica, mentre la voce registrata di Sanders parlava delle contraddizioni socio-economiche degli Stati Uniti contemporanei, di povertà, di sanità pubblica, del denaro come nuovo vitello d'oro.

Qualche mese dopo, a settembre fu il turno di "Chelsea's Kiss," un singolo con il viso di Chelsea Manning in copertina—Manning che in quel momento non era ancora stata graziata dalla condanna a 35 anni di reclusione per aver fornito a Wikileaks centinaia di migliaia di documenti militari riservati. Il testo, scritto dalla poetessa Radieux Radio, la definiva "principessa punk;" la musica, composta da Moore assieme al suo dream team Deb Googe/James Sedwards/Steve Shelley, era maestralmente abrasiva e dissonante. L'impressione, quei giorni, era che Moore avrebbe ricominciato a prendere la contemporaneità per il collo, mettendo da parte la positività che trapelava dal suo ultimo album solista, "The Best Day"—prodotto dell'adattamento di Moore alla sua nuova casa di Hackney e al suo nuovo gruppo dopo la rottura con Kim Gordon.

Il 21 gennaio 2017, Moore ha preso un aereo da Londra a Washington D.C. e si è messo, come innumerevoli altri suoi compatrioti, a camminare per le strade della capitale in difesa dei diritti delle donne e contro la dolorosa, ancora fresca elezione di un riccastro misogino e violento alla posizione di maggior potere politico del mondo. Il contrario, insomma, di quello che le parole di Sanders da lui campionate auspicavano per il futuro prossimo della nazione solo qualche mese prima. Una foto lo ritrae assieme a Ian Mackaye, leader dei Fugazi, a sorridere per le strade della città—e quindi a dimenticarsi della rabbia, almeno per un giorno.

Rock n Roll Consciousness, il nuovo album solista di Moore, non è esplicitamente politico come ci si sarebbe potuti aspettare dall'autore di "Youth Against Fascism." " Yeah the president sucks / He's a war pig fuck / His shit is out of luck," cantavano allora i SY contro il signor George H W Bush; mentre le parole di questo nuovo LP, scritte per la maggior parte da Radieux Radio, sono oniriche, vaghe, zeppe di immagini fumose, e vanno a definire, nelle parole di Moore, un "femminismo mistico." Per dirne uno: "Aphrodite," il pezzo di chiusura, parla di un'"Afrodite, cornuta e libera," rappresentata tra "suoni di tamburi e campane," intenta in "riti rivelati da sangue e macchie d'inchiostro." Alché uno dice, è una forma di escapismo? No, pare. Perché la musica di protesta di Moore non vuole essere, in questo frangente storico, contro un generico potere quanto un mezzo per dare voce alle figure al centro delle torsioni della contemporaneità. E le donne sono in primissima fila.

Ho incontrato Thurston in un hotel di Milano, una mattinata di aprile. Qua sotto quello che ci siamo detti.

thurston moore band

Noisey: Ascoltando Rock n Roll Consciousness la prima cosa che ho notato è il distacco tra le ultime cose che avevi pubblicato, molto dirette e politiche—pezzi su Chelsea Manning, Bernie Sanders e il controllo delle armi negli Stati Uniti—e queste nuove canzoni, più sognanti e fumose.
Thurston Moore:
Non l'ho fatto per un motivo definito. Per me un pezzo ha una qualità politica se è legato al momento in cui viene pubblicato, se è ispirato dall'attualità. Quando registro canzoni come quelle che hai citato mi viene voglia di buttarle fuori immediatamente. Se sono uscite su cassetta è perché è il medium che mi permette di completare il processo nel modo più veloce. Certo, metterle su SoundCloud sarebbe ancora più intuitivo, ma agire a livello digitale non mi appassiona veramente. Capisco il valore dell'immediatezza e della condivisione, ma mi piace sentirmi coinvolto dall'aspetto più fisico della produzione musicale. Penso che le cassette rappresentino un'alternativa intelligente, economicamente parlando, per pubblicare musica. Certe cose si sentono al meglio tramite un nastro di ossido di ferro che scorre su una testina elettromagnetica, secondo me. Inoltre, mi piaceva poter produrre qualcosa di fisico da poter vendere ai concerti, e una cassetta è perfetta—anche a livello di dimensioni, te la metti in tasca e via. Ad ogni modo, non ho deciso di non mettere pezzi politici su Rock n Roll Consciousness. "Cease Fire", per esempio, doveva essere sull'album. Ho registrato un sacco di cose, e a decidere ciò che sarebbe finito sul disco è stato il suono più che il contenuto. Mi sembrava che certi pezzi togliessero equilibrio al contesto, e ho passato un sacco di tempo a interrogarmi sul rapporto tra le parti del tutto. E alla fine è diventato questo concept album sul femminismo mistico.

"Femminismo mistico" mi piace un sacco, come definizione.
Tre dei cinque pezzi sono stati scritti dalla mia ragazza, che è una studiosa femminista, editor, cineasta. Insomma, un personaggio eclettico. Le avevo chiesto, mentre eravamo in studio, di scrivere i testi per me. Sentivo il bisogno di trovare qualche tema che accompagnasse quello che stavo scrivendo, e lei restava lì ad ascoltare e tornava immediatamente con i testi. "Exalted", "Cusp" e "Aphrodite" sono nate così.

È bello sapere che avete condiviso la scrittura dei testi.
Lavoriamo assieme, pubblichiamo libri assieme, viviamo assieme. Credevo che lasciare a lei il comando avrebbe creato una voce interessante, nel contesto del disco. Sai, avevo pensato di pubblicare l'album la scorsa estate, ma poi mi sono sentito come se non fosse ancora pronto. Quando poi sono riuscito a decidermi per una copertina e una sequenza, le cose hanno cominciato a impazzire, in America. Ci siamo trovati questo molestatore anti-femminista alla Casa Bianca, a provare a esercitare una sorta di potere fascista...

Eri negli Stati Uniti, il giorno delle elezioni?
No, ero a Londra. La notte delle elezioni continuavo a svegliarmi. Verso le quattro del mattino mi sono reso conto che Donald Trump avrebbe vinto, ed è stato uno shock. È stato davvero pesante, a livello personale. Ed è stato e continua a essere un enorme disonore per le donne d'America, e conseguentemente per le donne del mondo. Mi sono sentito così imbarazzato, umiliato a essere americano, così colpito dalla situazione che ho deciso di aspettare e far uscire il disco in primavera. Siamo andati in America per partecipare alla Women's March...

Ho visto la foto che ha postato Lance Bangs con te e Ian MacKaye! È stato bello vedervi assieme.
Sì, ci siamo beccati con i ragazzi della Dischord. Sono la mia compagnia di D.C., le riot grrrls e i punk. Li vedo sempre quando passo di lì. Alec, il fratello di Ian, è un mio carissimo amico, anche Erin Smith delle Bratmobile. Sono tutti stati estremamente importanti per i Sonic Youth tra gli anni Ottanta e i Novanta, quindi è sempre bello rivederli. E incontrarli a D.C., quel giorno, mi ha dato una grande forza. La Women's March è stata un giorno di sorrisi, non di lacrime. Centinaia di migliaia di persone, con questi cappelli rosa che puntavano verso il cielo, gioiosi di rabbia. Ma era la gioia ad averci portati lì assieme, e mi sono detto, "Questo è un gesto politico." Nessuno può combattere la gioia.

Negli ultimi tempi ho pensato molto a come si possa incanalare questo esatto sentimento in musica. Perché un conto è gridare in un microfono che Trump fa schifo, e ok, è sempre utile. Ma credo che ci sia la possibilità di una nuova musica di protesta che parta proprio da questo impeto gioioso di cui mi stai parlando.
È difficile combattere la difficoltà, no? Le politiche del piacere, della pace, della felicità, della liberazione, dei valori progressisti. Sono queste cose a darci potere. E mi sono sempre chiesto che cosa significasse un'espressione come "Fight the Power." Non vogliamo alcuna forma di potere nelle nostre vite? Il potere, in un certo senso, è fatto per chi ha bisogno di controllare gli altri, e ha quindi ambizioni economiche, gerarchiche, avide. Credo sia per questo che la destra è così costante nel suo vincere al gioco della politica, nel suo voler essere al potere. Perché hanno un reale desiderio di potere, una reale voglia egoistica di regalarsi il comando. Mentre molti liberali di sinistra vogliono solo eliminare i confini e creare un sistema di aiuto reciproco. Non vogliono il potere. E quindi nasce un antagonismo nei confronti del sistema capitalista. Personalmente non sono anti-capitalista, ma sono anti-avidità, e credo possano essere concetti esclusivi l'uno all'altro. La mia è forse un'idea utopica del capitalismo, ma non credo sia sbagliata. Per me "Fight the Power" significa "Fight greed," combattere quella truffa. Non vogliamo il potere, vogliamo la pace. Il cartello più bello che ho mai visto, e l'ho postato sui social, era in mano a due donne serbe a New York: "Se non volete gli immigrati, smettetela di crearli." Insomma, se dovete bombardarci e quindi dislocarci, saremo in luoghi che non vi vanno bene. E allora smettetela, cazzo.

Stavo ascoltando il disco con un amico, e abbiamo notato come a un certo punto "Exalted" si evolve in un assolo di chitarra molto "tradizionale."
Non sono io che lo suono, è James Sedwards. Gli assoli dell'album sono tutti suoi. Anzi, qualsiasi cosa suona "tradizionale" è sua! [Ride.]

Sì, perché la domanda era questa! Volevo capire se eri tu a suonare quell'assolo così ROCK, ecco.
No, no, è un assolo alla J Mascis, alla Jimmy Page. Sedwards adora Page, ma anche Lydia Lunch. Suona quel tipo di chitarra solista perché gliel'ho chiesto, mi piace molto quello stile. Nei Sonic Youth né io né Lee Ranaldo suonavamo in quel modo, ed era quello che ci distingueva. Non ci sentivi mai suonare un motivo troppo tradizionale, anche se eravamo una band dalla formazione tradizionale. Facevamo rock and roll, ma senza toccare quei tasti che premevano gente tipo Soundgarden o Jane's Addiction.

Certo, è quello che vi ha resi quello che siete.
È che non avremmo nemmeno saputo come fare! Io non sono letteralmente capace a suonare così, mentre Lee sapeva farlo ma non voleva. È un chitarrista molto tecnico. Quando lo incontrammo per la prima volta era già molto bravo, suonava roba dei Grateful Dead, e mi piacque subito. Poi ok, gli dissi, "Fai del feedback!" Il massimo che si è concesso di fare è stato citare Neil Young, credo. Comunque, è James a suonare quegli assoli. Per me sono scioccanti. Sapevo gli sarebbero venuti bene, e ho scritto i pezzi con l'intento di lasciare delle sezioni su cui far respirare la sua chitarra. E quello che senti è registrato live, senza overdub o ritocchi. L'abbiamo riascoltato ed era perfetto così, non vedo che senso abbia rifare un assolo cinquecento volte finché non ti viene quello buono.

So che è una domanda molto vaga, ma hai un modo per descrivere quello che ti passa in testa quando scegli una chitarra, un pedale e decidi che suono suonare?
Ovviamente quello di ricerca del suono è un processo in continua evoluzione, ma è normale dato che gli anni passano. Il mio modo di scrivere è invece rimasto più o meno sempre lo stesso. Non scrivo molto diversamente dagli anni Novanta, dal punto di vista compositivo e strutturale. Ma se parliamo di suono, tendo verso le sonorità più scure. Anche nei Sonic Youth, credo di essere stato il lato buio contrapposto al lato tagliente e luminoso di Lee. Anche in questo gruppo si è creata una dicotomia simile con James. Almeno, è quello che cerco di creare. Penso di sentirmi più a mio agio con quel tono. Mi piace chi sceglie toni più alti, se riescono a farlo distinguendosi—gente come James Williamson degli Stooges su Raw Power, o D. Boon dei Minutemen. Ma non sono un professionista! Quando suono la chitarra mi basta avere un amplificatore che funzioni e suoni più o meno bene, poi mi metto a improvvisare. È quello che mi piace fare.

thurston moore band

E dei pedali, invece cosa mi dici?
Generalmente cerco di non usare troppo i pedali. Non mi piace sentire album focalizzati sul chitarrista, e usare i pedali significa metterli in primo piano rispetto a quello che sta venendo suonato. Non mi importa di sentire i pedali, a meno che tu non sia in una band drone kraut rock tedesca degli anni Settanta. Voglio sentire il musicista, voglio percepire la sua destrezza. Ho un problema con quella roba, mi capita di vedere band che amo dal vivo e sentire solo montagne di pedali—a volte è ok, Merzbow lo fa ed è incredibile, i Sunn O))) lo fanno e suonano fantastici senza suonare niente più di un accordo. Ma lì è l'utilizzo del pedale a dare valore alla cosa. Nels Cline è un altro che fa una roba simile. E i pedali costano un sacco di soldi, non ha senso buttarci troppi soldi. Preferisco i chitarristi che si attaccano diretti all'amplificatore, ed è per questo che amo il lavoro di improvvisatori come Derek Bailey e John Russell. E non mi interessa suonare a volumi altissimi, anche se sono riconosciuto come uno dei progenitori della pratica. Non è mai stato quello che mi ha preso bene. Ok, c'era il fatto che eravamo associati all'ensemble di Glenn Branca, ma il punto del rumore in quel caso era la quantità di chitarre. Nei Sonic Youth non sono mai stato quello a volume più alto, Lee era sempre più alto di me. E qua James fa lo stesso, tendenzialmente. Ogni volta che suono con qualcuno finisce sempre così. E come disse il grande John Stevens, il batterista inglese: "Se non riesci a sentire nessun altro, sei troppo alto." Cerco sempre situazioni equilibrate. Suono spesso con ragazzi che improvvisano, e tutti pensano, "Wow, un'opportunità per fare casino, suono con Thurston Moore!" E io, "No, ti prego, no!" Preferirei investigare il lato più quieto dell'improvvisazione.

Era la prima volta che lavoravi con Paul Epworth? Perché sembrate figure antitetiche: tu, con l'eredità del DIY e tutto il resto, e lui a produrre mega-album commerciali per gli U2 e Bruno Mars.

Siamo stati presentati dai ragazzi del Pop Group. Stavo parlando con Mark Stewart, qualche anno fa, e loro avevano appena finito di registrare proprio allo studio di Paul a Londra, The Church. Non sapevo chi fosse. Me ne hanno parlato, gli ho chiesto perché avevano scelto di lavorare con lui e viene fuori che è di Bristol come loro, e che è mega fan dei Sonic Youth. Quindi l'ho chiamato, sono andato a vedere com'era la situazione e abbiamo legato. Siamo entrambi leoni, nati lo stesso giorno. E il suo studio è questa enorme chiesa vuota, con due mixer analogici enormi, uno usato dai Pink Floyd per Ummagumma e uno per Emotional Rescue dei Rolling Stones. Siamo andati lì col gruppo, abbiamo cominciato a suonare e lui ha fatto un lavoro superbo. E mi ha permesso di lavorare liberamente, mi ha lasciato uno spazio anche se è abituato a essere in controllo della situazione. Ho portato i nastri a Seattle perché volevo farli mixare da Randall Dunn, che lavora con i Sunn O))), a Seattle. Ed è una città fondamentale per la mia storia. Mentre ero lì con lui, Randall mi ha parlato dei suoi studi sul buddhismo, e il titolo dell'album ha questo elemento—mi è venuto dopo che avevo letto dei testi buddhisti e trovato concetti tipo "l'alba della coscienza," e mi sono detto, "Bè, la mia vita allora è una coscienza rock n roll." Sono tutte cose che hanno creato la storia del disco.

Che cosa pensi dell'evoluzione da cameretta del DIY, quella per cui ragazzi e ragazze si registrano con GarageBand e buttano album e album su Bandcamp? È una pratica che ti interessa?
No, perché mi terrebbe a casa davanti al portatile, e odio aprirlo. Mi butta giù, preferisco guardare questo piccione che ci sta passando davanti piuttosto che uno schermo. Registrare mi permette di entrare in nuovi spazi e nuovi ambienti. Poi ok, l'idea di Internet come libreria aperta è interessante e ha cambiato le regole del gioco, essendo qualcosa di utopico e anti-gerarchico.

Elia è su Twitter: @elia_alovisi
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