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Non è un paese per festival

A Torino si stanno mettendo a rischio tantissime manifestazioni musicali. Questo ci dà l'occasione per riflettere un po' su una vicenda su cui ci interroghiamo da anni, qui in Italia.

Fotografia di copertina di Francesco Dabbicco​, Interpol sul palco del TOdays 2015.

Ogni anno, migliaia di ragazze e ragazzi italiani spendono centinaia di euro in voli low-cost e case su Airbnb per assistere ai festival musicali in giro per l'Europa. Chi va a Parigi, al Pitchfork; chi va in Belgio, al Pukkelpop; chi va a Barcellona, al Primavera Sound. Poi ci sono anche quelli che risparmiano anni e se ne vanno a Indio, in California, al Coachella. Ogni anno, dopo che queste migliaia di ragazze e ragazzi italiani sono tornati dai vari festival in giro per l'Europa e ne hanno magnificato le sorti, la line-up, l'organizzazione, il contesto, la domanda che sorge spontanea è sempre la stessa: «Perché non in Italia?»

Di festival musicali, in effetti, in Italia, ce ne sono tanti. Tantissimi. Dal Piemonte alla Sicilia. Quello che manca, però, è il festival. Quello che impegna più palchi contemporaneamente, che si permea della sua stessa atmosfera creando quel contesto particolare che il pubblico rimpiangerà, che fa succedere delle cose memorabili. Abbiamo avuto dei momenti di gloria con il Traffic Free Festival di Torino, l'Independent Days di Bologna e il Frequenze Disturbate di Urbino. Festival che hanno ospitato momenti importanti e a loro modo significativi, ma che non sono riusciti a diventare "di sistema". Un appuntamento fisso, radicato e che, anno dopo anno, cresce e si impone diventando anche strategico.

Gli M83 a TOdays Festival, foto di Alessandro Bosio​.

In una frase: in Italia abbiamo tantissime rassegne musicali (anche indie), ma pochissimi festival. È un tema che meriterebbe un'indagine molto più lunga e strutturata, ma il problema arriva da molto lontano e include dinamiche politiche (dall'idea della 'musica gratis' alla miopia delle amministrazioni comunali legate solo a un consenso immediato e quindi non interessate a investire in progetti di lungo respiro), dinamiche di natura culturale (in Italia si ha sempre il timore che non ci sia nessun mercato per questo tipo di manifestazioni) e dinamiche di natura puramente imprenditoriale (non tutti se la sentono di rischiare perché non c'è un contesto favorevole).

Non so se l'Italia stia effettivamente scomparendo dalla mappa della musica alternativa internazionale, ma di sicuro il suo ruolo si è lentamente ridotto fino a essere molto spesso irrilevante. Questo perché manca una visione 'di sistema' che unisca attori pubblici e attori privati; mancano i concetti di industria e impresa culturale━spesso viste come parolacce━e manca la pazienza di far crescere un progetto fino a farlo camminare con le proprie gambe. Il Primavera Sound, ad esempio, non prende contributi pubblici da parte del comune di Barcellona. Ma nei giorni del festival la città vive in funzione di quel festival, creandogli un contesto favorevole per farlo crescere, considerandolo un punto forte della propria offerta culturale. Da noi sembra succedere l'esatto contrario. Ultimo in ordine di tempo, l'esempio di Torino.

Pubblico al Torino Jazz Festival 2015, foto di Francesco Truono.

Negli anni post-olimpici, la città piemontese è stata oggetto di un poderoso rebranding che ha cercato di trasformare l'identità industriale in terziario avanzato. Arte, cultura, musica, intrattenimento. "Passion Lives Here", dicevano. Ne abbiamo già scritto in un recente articolo qui su Noisey e non ci dilunghiamo troppo. La recente campagna elettorale del nuovo sindaco Chiara Appendino, del Movimento 5 Stelle, è stata tutta incentrata sul dualismo tra il grande evento e la cultura diffusa. da quando la giunta si è insediata, i cosiddetti grandi eventi━soprattutto quelli sovvenzionati da denaro pubblico che pure generavano un indotto che faceva rientrare dell'investimento━sono stati cancellati o messi pesantemente in discussione. Recentemente, a farne le spese, è stato il Torino Jazz Festival. Il prossimo caso da discutere sarà quello di TODays, rassegna della città di Torino che si inserisce dentro un percorso di crescita culturale del quartiere periferico di Barriera di Milano e che nel 2017 dovrebbe celebrare la sua terza edizione.

Il TODays è un festival finanziato da Comune di Torino (con un contributo che per molti è fuori misura), dalla Fondazione Cultura (da sempre bersaglio dei Cinque Stelle) e dall'insieme di sponsor privati e biglietteria. I numeri di un festival del genere, con una forte componente indie e capace di portare a Torino gruppi come Interpol, TV On the Radio, M83 e John Carpenter, sono incoraggianti. Si è dimostrato un certo interesse soprattutto fuori dai confini urbani, se è vero che━stando a quanto dichiarato dagli organizzatori━il 38% del pubblico viene da posti che non sono Torino.

John Carpenter a TOdays Festival, foto di Loris Brunello.

Un festival, lo sappiamo benissimo, non vive solo nei giorni del palco principale. Si prepara tutto l'anno. Vive tutto l'anno. Cerca di costruire un tessuto e radicarsi nella città attraverso una serie di eventi collaterali che da un lato vanno incontro a quella cultura diffusa di cui tutti parlano ma di cui nessuno sa veramente come occuparsene; dall'altro permettono di non essere solo una scatola vuota, un grande evento che diventa uno sperpero di soldi pubblici, ma di diventare patrimonio della città. Un asset strategico. Il festival è un'impresa a tutti gli effetti, ma se questa dipende dalla volontà dell'amministrazione pubblica ha bisogno di tempi certi e non di essere messa in discussione ogni mese.

In questo momento a Torino si sta vivendo la paradossale situazione di un festival la cui organizzazione sta già lavorando per la prossima edizione senza sapere se si farà o meno e, di conseguenza, senza poter chiudere i nomi di grandi artisti che stanno contattando (e stiamo parlando di nomi che suonerebbero nel main stage di ogni festival europeo). Possiamo legittimamente chiederci se sia giusto che il TODays sia retto da contributi pubblici ma, nel farlo, l'amministrazione dovrebbe smetterla di tergiversare e dare risposte. Anche negative. Del resto, nelle scorse settimane, la città di Torino ha perso alcuni importanti progetti culturali come una grande mostra dedicata a Manet, il già citato Torino Jazz Festival e l'ormai strano caso del Salone del Libro ucciso a mezzanotte.

Coda il primo giorno di Club to Club 2015, foto di Matteo Bosonetto/Andrea Macchia.

Questo permetterebbe anche di pensare a modelli che possono vivere in armonia e dialogo con la città. Magari senza il ricatto dell'amministrazione pubblica, che vive di umoralità, mancanza di progettazione e necessità di gestione di un consenso immediato. A Torino un esempio del genere c'è, ed è Club To Club​, che tra l'altro si svolge proprio in questi giorni dopo un anno di eventi collaterali tra Torino, Milano, Roma, Napoli, New York e Parma. Un festival privato, che prende dei contributi - anche in questo caso terreno di polemica (proprio perché le politiche culturali sono sempre meno 'chiare' e di prospettiva) - ma che è riuscito, in sedici anni, a costruire una sua fortissima identità legata alla musica elettronica e sperimentale. Un festival che permette a Torino di essere sulle mappe della musica internazionale e che attira ogni anno decine di migliaia di persone di cui oltre metà da fuori città (il 55% da fuori Torino e il 10% dall'estero).​

Insomma, che Torino possa essere una città di forte richiamo lo sappiamo. E sappiamo anche che c'è la domanda per una politica culturale con un significato e che non sia solo uno spot elettorale. Che spesso ci sia un contesto che non aiuta, altrettanto.

A prescindere dalla questione specifica, che vuole essere uno spunto, resta da capire come creare quella visione di sistema che permetterebbe all'Italia di dotarsi finalmente di un reticolato di impresa culturale degno di questo nome. Tutti noi sogniamo il Primavera Sound a casa nostra, ma sappiamo anche che spesso non ci sono le condizioni e il contesto. Tutti gli organizzatori di eventi━almeno, quasi tutti━vorrebbero che le loro iniziative camminassero sulle proprie gambe senza dover dipendere dai chiari di luna dei contributi pubblici (legati a scelte politiche, certo; ma anche a scelte di tipo macroeconomico, e sappiamo che negli ultimi anni le regioni e i comuni hanno ricevuto sempre meno soldi dallo stato centrale) e avere anche la possibilità di ragionare su una prospettiva di medio/lungo termine dove magari puoi anche rimetterci dei soldi senza dover per forza dichiarare subito bancarotta. 

Se il pubblico non deve essere un attore protagonista (come abbiamo visto, quando entrano in campo i contributi si entra in un'arena gladiatoria), almeno può essere un facilitatore che permette ai vari soggetti privati di creare cultura. Certo, ci sarebbe bisogno di una visione strategica, una volontà di investire, una capacità di attirare soggetti privati che vogliono legare i propri marchi━soprattutto quelli che puntano molto sulla reputazione e si legano al mondo giovanile━a un progetto a lungo termine. Anche in questi casi, è una scelta politica.

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