Questo libro racconta la storia dei rave in Italia

Abbiamo incontrato il suo autore, Pablito El Drito, per farci spiegare come la politica e le droghe hanno cambiato la storia dei rave in Italia.

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nov 16 2018, 2:35pm

L'immagine sulla copertina di Rave In Italy di Pablito El Drito.

C’è sempre un momento nella vita in cui uno sceglie qualcosa in cui credere. A volte si scelgono il caos o il nulla, altre volte la musica. Agli inizi degli anni Novanta, una parte sempre più consistente di giovani europei ha scelto di credere nel potere sovversivo della techno e in un certo modo di ballarla a oltranza sotto effetto di droghe. I raver si sentivano portatori di una nuova cultura inclusiva e anti-capitalista, destinata a cambiare le sorti del mondo, a costruire un futuro alternativo a suon di bpm accelerati ed empatogeni.

In Italia, agli albori, non si usava nemmeno la parola rave. Sui volantini c’era scritto techno non-stop 24 ore, techno party. Non c’erano video delle serate, fanzine particolarmente rappresentative della scena—a parte, forse, Torazine—o giornali che ne parlassero. A nessuno fregava niente di chi organizzava o di chi suonava. C’erano feste senza console, i dj erano spesso nascosti e se portavi con te una macchinetta fotografica c’erano buone possibilità che qualcuno si incazzasse. I free party, insomma, erano "un virus dentro la metropoli" in cui l’anonimato era un valore.

Alle prime feste non c’erano neanche i pusher. Era buona norma andarci già muniti di droghe per evitare che si creasse un business dello spaccio. Poi la scena, crescendo, è invece diventata sempre più legata alle droghe e per una serie di ragioni fisiologiche è lentamente deflagrata. Oggi il rave, in tutte le sue declinazioni, è uno dei format del divertimento. Ma come tutte le controculture si è svuotata di una parte della sua forza sovversiva originaria, scalfita dall’impatto dei mutamenti sociali e dal cambio generazionale.

A distanza di più di vent’anni, l’esigenza principale è quella di storicizzarla, di raccontare i valori di cui era portatrice per inserirla sempre più legittimamente tra le manifestazioni culturali del secolo scorso. Rave In Italy, uscito ieri per la casa editrice milanese Agenzia X, è una raccolta di testimonianze dirette di chi ha visto nascere questo movimento in Italia, in particolare a Torino, Roma, Bologna e Milano. L'autore, Pablito el Drito, aka Pablo Pistoiesi, è un attivista, dj e produttore ed è a sua volta un membro storico della scena rave milanese.

È un libro di facile lettura e allo stesso tempo utile per avere una consapevolezza della controcultura che stiamo celebrando quando ci ritroviamo alle sei di mattina con i bassi che ci rimbombano nella cassa toracica. È anche fonte inesauribile di etichette interessanti e nomi di producer sconosciuti. Io, da pseudo-digger quale sono, ho incontrato Pablito nella sua casa-studio-libreria armata di una certa gratitudine.

Noisey: Rave in Italy è una raccolta di interviste di cui hai evitato volutamente di avere un taglio ‘critico’. Come hai organizzato il lavoro?
Pablito el Drito: Trattandosi di una ricostruzione storica mi sono limitato a riportare quanto detto delle fonti. Ho iniziato intervistando persone del mio giro di conoscenze, poi la rete si è allargata e alla fine ho pubblicato 32 interviste. La maggior parte degli intervistati sono uomini, ma ci sono anche alcune donne—in questo ho cercato di mantenere le proporzioni realistiche dell’epoca. Ovviamente è un lavoro con dei limiti, soprattutto perché mi sono focalizzato su quattro città, anche se erano le più attive.

Sei partito proprio dagli albori della scena?
Sì, volevo capire cosa succedeva nelle città italiane prima dell’arrivo delle tribe anglo-francesi. Di solito, nella storiografia orale sui rave in Italia, l’arrivo degli Spiral Tribe e compagnia è visto sempre come il punto di partenza di tutto. Dopo la famosa legge anti-rave del 1994, infatti, le tribe del Regno Unito si sono spostate verso sud, prima in Francia e poi in Italia. Le interviste che ho raccolto dimostrano che c’erano già delle scene autoctone, a Roma e a Torino soprattutto. Non mi interessa l’orgoglio nazionale, ovviamente, è una questione di verità storica.

In che nicchie si è insidiata inizialmente la passione per la techno, in Italia?
Agli inizi degli anni Novanta ascoltavi musica principalmente in discoteche e disco pub, dove si metteva la commerciale, e nei centri sociali dove c’erano punk, hip-hop e reggae. I primi raver venivano da situazioni politiche di occupazione e autogestione, mantenevano i valori di sinistra ma volevano ascoltare la loro musica senza forzare le dinamiche dei centri sociali e senza piegarsi alle logiche dei club. Gradualmente il rave è diventato un luogo di aggregazione per chi voleva rompere con il passato, sia a livello estetico che politico. Ci andavano persone di tutti i tipi, ognuno portava i suoi valori e il suo stile.

Per esempio il torinese Stek, uno dei fondatori della crew DEA, racconta di feste dentro casa e piccole folle che si radunavano intorno alle auto fuori dalle serate-pacco. Centri sociali e musica techno erano così inconciliabili?
Diciamo che all’epoca negli ambienti di sinistra la musica elettronica era considerata musica di plastica, di consumo, collegata alle idee di destra. Per loro era roba da discotecari del sabato sera. In realtà si trattava di un pregiudizio, perché la scena dei producer techno, un po’ come quella punk il decennio prima, era fatta di gente che sperimentava davvero con i suoni e che pian piano ha iniziato a stampare dischi seriamente.

L’autore.

Parte fondamentale della cultura rave, in effetti, è l’appropriazione temporanea di spazi urbani inutilizzati.
Sì, organizzare feste in posti abbandonati era un modo di rendersi indipendenti dagli altri e allo stesso tempo era un atto politico. Tutti avevamo letto TAZ, Zone Temporaneamente Autonome di Hakim Bey, una bibbia dell’underground che sosteneva che il modo più efficace di sfuggire al controllo sociale fosse l’appropriazione temporanea di spazi. Inoltre, andare a un rave era un modo di esplorare la città, di vedere periferie post-industriali in cui non saresti mai passato. A dire la verità a volte eri talmente fatto che ti perdevi e ti ritrovavi al luna park, ma avevi comunque la netta sensazione di vivere in una metropoli.

Però c’erano anche posti come il Link di Bologna, occupato in maniera permanente, che costituivano dei punti di riferimento.
Sì, al Link c’è sempre stato un livello culturale incredibile, è stato assolutamente un nucleo della scena. Bologna era in una posizione per così dire tattica, perché non lontano c’era Mutonia, il luogo di residenza della Mutoid Waste Company. Anche a Milano c’erano situazioni di occupazione permanente come Sqott e Breda. Questi posti erano gestiti in maniera un po’ diversa rispetto ai centri sociali in senso stretto, ma erano fondamentali.

La ritualità, l'aspetto tribale, le ore sotto cassa avevano un valore che andava oltre l'edonismo, l’esigenza di sfogarsi. In che modo veicolavano un significato politico?
Una musica che ti fa ballare, esprimere col corpo, anche grazie all'utilizzo di empatogeni come l'ecstasy, lavora molto a fondo nella tua interpretazione della realtà. Ti fa cadere una serie di costruzioni preconcette. Dopo una festa magari tornavi a casa alle 4 del pomeriggio, stringevi forti amicizie, aprivi la mente entrando in contatto con persone diverse da te. Iniziavi a riflettere con un'altra prospettiva sul lavoro, sulla società in cui vivevi. In un certo senso riuscivi a immaginare un futuro alternativo, a sfuggire all'alienazione, dopo che avevi espresso liberamente te stesso.

Nella parte dedicata alla città di Roma, l’antropologo-raver Warbear parla di come il giro rave sia riuscito a mitigare certe derive fasciste. È successo anche in altre parti d’Italia?
Agli inizi a Roma la destra radicale, in combutta con la criminalità, aveva cercato di monopolizzare la scena, soprattutto in certi quartieri. Si cercava di veicolare messaggi razzisti, omofobi e xenofobi attraverso la techno. Fu fatto un lavoro politico molto forte da parte dei compagni. C'erano un sacco di ragazzi con la testa rasata che giravano con il bomber e la toppetta dell'Italia. Molti di loro non sarebbero mai entrati in un centro sociale, eppure a un certo punto hanno iniziato a sentirsi a proprio agio ai free party. A Roma c’era sicuramente una situazione peculiare.

Quindi c'era proprio gente di tutti i tipi?
Sì, c'erano punk, skinhead, gente del giro hip-hop, neo-psichedelici, zarri. A volte capitava che arrivasse un businessman in giacca e cravatta che si metteva sotto cassa e ballava. Il principio era che tutti avevano diritto a divertirsi. Anche dal punto di vista musicale non esisteva un vero e proprio stile. Si ballava sempre techno ma si passava dalle robe più psichedeliche alle sonorità più dure, dal suono di Detroit alla bassline inglese, passando i producer tedeschi. I set erano spesso incasinati, sperimentali, decostruiti. Molto spesso i dj non si vedevano, governava un'assoluta logica anti-idolo. Per esempio la DEA, i capostipiti della scena torinese techno-trance, registrava i set in anticipo e faceva le feste senza console. Era una dichiarazione politica per dire: noi non siamo i divi, vogliamo solo ballare.

Una delle questioni ricorrenti nei racconti, infatti, era la difficoltà di procurarsi i dischi. Su molti non c'era nemmeno scritto il nome del producer. Alcune etichette corrispondevano a un numero di telefono, tipo la storica Fax . Oggi è impensabile.
Non c'era internet, c’erano a malapena i cellulari. Napster è arrivato nel 1999, vedi tu. Per comprare i dischi dovevi andare a Londra, o in qualche negozio sperando che avesse degli import decenti. A volte se eri fortunato potevi prenderli alle feste. Roba senza etichetta, materiale anonimo, di cui sapevi poco o nulla.

Molti degli intervistati parlano del fatto che la ketamina ha contribuito a uccidere la scena. Secondo te è così?
La keta l’hanno portata le tribe nel 1997. All’epoca era ancora legale, praticamente te la regalavano. La dieta del tipico raver degli albori invece era fatta di ecstasy, speed e acidi. Solo dopo sono entrate le altre droghe. Diciamo che, quando è arrivata la ketamina, le persone che ho intervistato avevano già quasi smesso di fare festa. Sicuramente non è una droga da party, ti porta ad andare in botta e a isolarti, ma i problemi sono stati vari. Se proprio vogliamo parlare di droghe, i danni grossi secondo me l'ha fatto l'abuso in generale. In particolare quello di eroina e cocaina, che in un primo tempo alle feste erano tabù.

Ho l'impressione che la cassa dritta sia diventata ufficialmente cool. Penso, per esempio, al festival Terraforma. Mi ha impressionata vedere un pubblico modereccio e molto giovane che ballava senza sosta a bpm sostenuti.
Di sicuro c’è una rinascita della techno anche in Italia, ci sono dei producer niente male. Il fascino della cassa dritta poi lo capisco benissimo, io stesso lo subisco da 25 anni. Da un certo punto di vista è normale. È il ritmo più facile da ballare, ti butta in uno stato di trance.

Secondo te, oggi, cosa è rimasto della cultura rave?
Partiamo dal fatto che i rave si fanno ancora, a Milano ne hanno recentemente sgomberati un paio. Io non ci vado quasi mai perché da appassionato di musica cerco più che altro l’innovazione. Il problema del rave oggi è la ripetizione. Negli anni Novanta invece la techno è stata dirompente soprattutto dal punto di vista estetico, è stata un cambio di paradigma totale. Andavi alle feste per meravigliarti. Per rispondere alla domanda, dove c’è una pratica di occupazione e autogestione che propone cultura per me c’è un rave. La logica del rave la crea una forza in espansione, che si tratti di musica, teatro, slam di poesie. Pensa alla realtà di Macao qui a Milano.

Al presidio contro la chiusura di Macao a Palazzo Marino però c’era un decimo delle persone che vengono alle feste ‘rave’.
Vero, però i partecipanti erano molto belli, giovani, liberi. E per alcuni aspetti sembravano molto più avanti di molti raver.

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