La guida di Noisey per cominciare ad ascoltare Björk

Nove album in studio, due colonne sonore, otto album dal vivo e una manciata di remix. Aggiungiamoci una vita particolare e una tendenza all'innovazione costante e può essere difficile capire da dove cominciare.

di Colin Joyce; illustrazioni di Tara Jacoby
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dic 4 2017, 9:37am

C'è stato un momento in cui Björk pensava che non avrebbe mai più pubblicato nulla. Almeno, così disse a SPIN nel 1993, appena prima dell'uscita del suo primo album solista, coerentemente intitolato Debut. Nei tardi anni Ottanta e primi Novanta aveva cominciato a farsi conoscere alla guida degli Sugarcubes, una band alt-rock della sua terra natia, l'Islanda. A 27 anni, spinta dalla convinzione che il tempo "stesse finendo", pubblicò alcune delle canzoni più chiuse che aveva scritto e accumulato negli anni. "Le mie piccole canzoni erano qualcosa di veramente privato", disse all'epoca.

Da allora sono passati anni, e la sua musica è diventata decisamente pubblica. Dopo quell'intervista, Björk ha pubblicato nove album in studio e si è esibita virtualmente in tutti gli angoli del globo. La sua canzone "I've Seen It All" è stata nominata per un Premio Oscar, e lei l'ha eseguita dal vivo in diretta nazionale, indossando un vestito di Marjan Pejoski che la faceva assomigliare a un cigno. Il MoMa di New York ha dedicato una retrospettiva alla sua carriera. Nel 1993, disse che suonare negli Sugarcubes, "andare in vacanza all'estero per essere una rock band", era "come uno scherzo". La sua carriera solista, possiamo dire, è stata invece una lunga risata.

Ma una lista di riconoscimenti riesce a malapena a catturare la strana gioia della sua opera, che si palesa tramite contrasto—a partire dal fatto che è riuscita a gestire canzoni veramente private in un contesto pubblico. Ha cantato, negli anni, di amori che sbocciano e della sua dolorosa rottura con l'artista Matthew Barnet, di catastrofi ecologiche, di trambusto esistenziale. Seguirla significa guardarla capire come rapportarsi con sé stessa di fronte agli occhi del mondo, e rendere anche i momenti più dolorosi, goffi e inquietanti canzoni pop grandiose, colorate e futuristiche più audaci di quelle scritte da quasi chiunque altro.

Se ci sono persone che hanno faticato a rendersene conto è perché in Björk c'è anche molto di effimero. Negli anni si è esibita portando un velo, mettendosi delle protesi facciali, adottando iconografie aliene e avant-drag che possono avere oscurato l'incandescente cuore emotivo della sua musica. Alle mie orecchie, quella roba è solo servita a sottolinearne gli elementi personali: le emozioni sono più visibili nella loro crudezza se messe in contrasto con costumi colorati e video musicali con robot che si accarezzano teneramente l'un l'altro. (Per esempio, mi sono sentito incredibilmente commosso dai video in realtà virtuale girati per Vulnicura—dei tecno-imbrogli che andavano a potenziare il senso di alienazione espresso dai testi).

D'altro canto, mi rendo conto della possibilità che guardare queste canzoni per i loro strati più superficiali ignorando l'intimità al loro cuore possa portare un ascoltatore a considerarle degli scherzi, delle stramberie senza alcun senso. E c'è un motivo per cui la retrospettiva del MoMA non è stata apprezzata unilateralmente—tira via i costumi dal contesto per cui sono stati creati e tutto si fa un po' confuso.

Ora che Björk ha pubblicato Utopia, una collezione di pezzi che esplora la fioritura di un amore nell'era moderna, c'è ancora più roba da esplorare—e quindi eccoci qua a cercare di mettere ordine nel confuso ed emozionante catalogo che l'artista islandese si è costruita negli anni.

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In un catalogo pieno di testi devastanti sulla confusione e l'estasi dei grovigli interpersonali, non ce n'è uno che riesca a riassumere meglio la missione di Björk che "Jóga": "I paesaggi emotivi / Mi lasciano perplessa". Non trova quasi mai una soluzione ai suoi tumulti, ma è incredibilmente abile a tracciare gli strani contorni dei suoi stati emotivi—e quindi a disegnare mappe dettagliate di quei vasti spazi che la confondono.

Credo sia a questo che si riferisse quando ha definito "private" le sue canzoni: al fatto che le sue migliori canzoni sono stati documenti estremamente dettagliati dei suoi pensieri più segreti. Leggendoli attentamente, l'ascoltatore arriva a conoscere intimamente i suoi desideri più profondi e le sue paure più grandi, i suoi punti di forza e le sensazioni che la lacerano. Ha sempre scritto queste canzoni senza battere ciglio—ma mai come in Vespertine e in Vulnicura, una coppia di album registrati a quasi quindici anni di distanza l'uno dall'altro. Rappresentano rispettivamente la fiotiruta e la morte della sua relazione con Barney. Ascoltarli uno dopo l'altro è sia edificante che brutale. Canzoni come "Pagan Poetry" e "Undo" mostrano la potenza insita nell'aprirsi al mondo per lasciarlo entrare nel proprio privato. Ma "Black Lake", scritta anni dopo, mette in chiaro che agire in questo modo implica una vulnerabilità che può diventare devastazione emotiva.

Canzoni come queste compaiono in tutta la sua discografia, autoritratti vibranti e incrollabili. Il trucco per affrontare qualsiasi forma d'arte intensamente personale è rendersi conto che ogni opera è uno specchio sia per l'osservatore che per il suo creatore. È difficile non trovare, nelle parole di Björk, qualcosa in cui rivedersi—siano i momenti in cui gestisce la fine di un amore con realismo (come in "You've Been Flirting Again") o quelli in cui riesce a trovare barlumi anche in una passione rovinata dal tempo (come in "The Dull Flame of Desire"). La sua è una scrittura empatica e compassionevole, pensata sia per gli altri che per lei stessa.

Playlist: “Jóga” / “Undo” / “Pagan Poetry” / “Blissing Me” / “Black Lake” / “I’ve Seen It All” / “The Dull Flame of Desire” / “Desired Constellation” / “You’ve Been Flirting Again” / “Venus As a Boy”

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Può anche essere un'esploratrice del suono con un gusto particolare per i collaboratori stravaganti, ma alcuni dei momenti più emozionanti della carriera di Björk hanno alla loro base una scrittura tipicamente pop. Anche i suoi esperimenti più particolari possono essere riportati a una forma simile a quella di una canzone, e a volte questo le ha permesso di ottenere un successo pop a tutti gli effetti. Sia la festa pseudo-house che fu "Big Time Sensuality" che il chiacchiericcio di "Earth Intruders" fecero capolino nelle parti basse della Billboard Hot 100, e Volta—il suo album uscito nel 2007—arrivò al settimo posto negli Stati Uniti.

Canzoni come "Hyperballad" e "Violently Happy" hanno un irremovibile senso di estasi che gli dona un fascino non troppo dissimile da quello di un tipico pezzo radiofonico. Contengono melodie che ti si intrufolano come parassiti nei timpani, e si contorcono come estremità aliene da qualche parte vicino al tuo cervelletto. Ma c'è qualcosa di più strano che fa mettere alle sue canzoni radici ancora più profonde. Invece di circondare la sua voce con lo zuccherino lavoro di sintetizzatori che ha definito gli ultimi decenni del pop, Björk ha scelto di cuocerla a fuoco lento in un disturbante mix elettronico: una techno da scala di grigi, ambient ai limiti del new age, drum and bass dura e pura. E, dato che i neon sembrano ancora più luminosi in una stanza buia, questa scelte permette ai suoi ritornelli di risaltare ancora di più.

Playlist: “It’s Oh So Quiet” / “Big Time Sensuality” / “Hyperballad” / “Army of Me” / “Hidden Place” / “Bachelorette” / “Alarm Call” / “Stonemilker” / “Violently Happy”

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Su YouTube c'è un video da sei minuti e mezzo intitolato “Bjork Super Notes and Screams” che può servire da introduzione alla sua musica tanto quanto uno qualsiasi dei suoi album. Contiene tredici momenti dal suo catalogo che sembrano praticamente impossibili da eseguire per un essere umano. In diverse clip tratte da performance sia live che in studio, la cantante islandese deforma la sua voce in forme assurde e disumane. Squittisce, spiaccica e frigge la sua stessa voce risultando al contempo traumatizzante e meravigliosa.

Momenti come questi sono ancora più emozionanti se inseriti in un contesto. La voce di Björk è sempre interessante, e spesso oscilla tra melodie in saliscendi abbastanza contorte da far passare la voglia a molti altri interpreti di provare a cantarle. Ma queste fantasticherie sono punteggiate da note potenti e sofferenti che funzionano come interruttori della gioia. Non importa se siano collegate a uno specifico significato semantico, già solo il fatto che stiano venendo emesse dalla vibrazione di corde vocali umane fa venire i brividi. Un esempio arriva ogni volta che esegue "Big Time Sensuality", Björk riesce sempre a rendere più grezza l'emozione che sottende il piacere sessuale alla base del testo. È un processo estatico, ma anche devastante—la sua voce a malapena riesce a mantenere il tono scartavetrato a cui, in qualche modo, riesce ad arrivare.

Ma sono molti i momenti come questo, e virtualmente ogni sua canzone ha un momento che può portare l'ascoltatore a chiedersi come cacchio ha fatto Björk a cantare quello che ha appena sentito. Il suo nuovo album si apre con una traccia intitolata "Arisen My Senses" in cui cinque take impossibili vengono messe l'una sull'altra, superando il limite di timbri che la voce umana può teoricamente produrre. Ma Björk, a quanto pare, è più che umana.

Playlist: “Arisen My Senses” / “All Is Full of Love” / “Human Behavior” / “Big Time Sensuality” (Live MTV Unplugged) / “Cocoon” / “Oceania” / “Possibly Maybe”

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Prima che Björk venisse universalmente riconosciuta come l'architetto sonoro dei suoi stessi dischi ci è voluta un'illuminante intervista con Pitchfork, uscita nel 2015 (non sottostimate mai la volontà della stampa, e quindi per estensione del pubblico, di concentrare tutte le attenzioni sul lavoro degli uomini). Ma è fin dall'inizio della sua carriera che i dischi della cantante islandese vengono formati dalla sua volontà di tentare audaci esperimenti a livello produttivo. Inizialmente, si trattava di lavorare con alcuni dei più grandi pensatori della musica dance per creare un misto di tòpoi ambient, techno e trip-hop capace di esplodere i template della scrittura di musica elettronica. Homogenic e Vespertine suonano ancora come il futuro, persino dopo due decenni di imitatori.

Björk è stata una delle prime ad adottare e sperimentare nuove tecnologie musicali. In Medulla prese suoni organici, li ricampionò e li piegò così da creare orchestre e strumenti disturbati a partire dalla voce umana. Per Vespertine commissionò la costruzione di diversi giganti carillon trasparenti, che programmò per eseguire tortuose melodie che diedero all'album la sua gelida aura di inquietudine. Su Biophilia, usò Melodyne, un software famoso principalmente per la sua funzione di autotune, per creare melodie impreviste. Per quel che vale, la maggior parte dell'album venne concettualizzato in maniera pittografica—parti di canzoni come "Thunderbolt" e "Crystalline" avevano spartiti che assomigliavano agli argomenti di cui trattavano.

Sempre a Björk va il merito di aver commissionato la costruzione di diversi nuovi strumenti, tra cui un congegno alto circa dieci metri chiamato Gravity Harp, che hanno dato a Biophilia alcuni dei suoi ossessionanti fischi e ronzii. Tutto questo per dire che alcune canzoni di Björk contengono suoni che non avete mai ascoltato prima, o comunque sicuramente non esattamente allo stesso modo.

Playlist: “Triumph of a Heart” / “Thunderbolt” / “Crystalline” / “Stonemilker (Vulnicura Strings Version)” / “Solstice” / “Frosti” / “Paradisia”

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Man mano che gli spettacoli di Björk sono diventati più ambiziosi e ingombranti, i suoi tour si sono fatti sempre più rari. Ma avete ancora un sacco di opportunità per andare a vederla dal vivo, data la sua recente e riscoperta affinità con la console, da cui mette su i suoi pezzi preferiti dagli angoli più strambi del dancefloor. Ultimamente, tra questi c'è stato molto del lavoro dei suoi recenti co-produttori e dei loro amici—come Arca, Rabit, Kelela e serpentwithfeet—non esattamente la roba più da club che sta girando in questo momento, ma l'affinità tra Björk e il dancefloor ha una storia lunga decenni.

Gran parte della produzione di Debut—a cui contribuì Nellee Hooper, già collaboratore dei Massive Attack e di Madonna—doveva molto allo stile energico della house music di New York e alla rave culture britannica di quegli anni. Entrambe sono componenti che hanno accompagnato Björk per tutta la sua carriera: sul suo secondo album Post lavorò, oltre che con Hooper, anche con Tricky, e negli anni ha arruolato i Matmos, Garaham Massey degli 808 State e Goldie, tra tanti volti dell'avanguardia dell'elettronica, per aiutarla a ricreare l'atmosfera androide che ha definito nel tempo le sue strumentali.

Questo lato del suo lavoro si è manifestato anche nella manciata di album di remix che ha pubblicato negli anni, in cui la sua voce è stata usata come un centrotavola attorno a cui costruire tracce ai limiti del jungle (vedi il remix di "Cover Me" di Dillinja e quello di "Isobel" di Goldie). Anche Björk stessa ha dimostrato di saper trascinare tracce nel dancefloor, lavorando lei stessa come remix re-immaginando in astratto in tre maniere "Stressed Out" degli A Tribe Called Quest.

C'è stato un periodo, poco dopo Vulnicura, in cui non era poi così raro trovarsi a New York una notte a ballare e vedere Björk con addosso un velo colorato che perdeva la testa di fronte a un producer noise alle due del mattino. Ma non è stata una sorpresa, dato che ha sempre trovato un modo per intrecciare la sua affinità con il club con parte della sua musica.

Playlist: “Violently Happy” / “Who Is It” / “I Miss You” / “Courtship” / 808 State, “Ooops (feat. Björk)” / “Cosmogony (El Guincho Remix)” / “Crystalline (Omar Souleyman Remix)”

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I live album e i bootleg, solitamente, sono appannaggio di completisti e superfan. Ma quello che vale per gli altri artisti non vale necessariamente per Björk. Essendo una persona che non si lascia mai scappare un'opportunità per fare tutto a pezzi e ricominciare dal nulla, per esplorare ogni strada che un'idea possa prendere, solitamente usa i suoi album dal vivo (ne ha uno per ogni album in studio) per giocare con le sue canzoni più famose, andando occasionalmente a ritoccare il loro effetto emotivo. La sua pubblicazione più recente è una registrazione del set che ha portato in giro dopo Vulnicura, in cui suonava assieme ad Arca e un gruppo di violinisti.

Questo setting l'ha portata a rilavorare alcune composizioni più vecchie, tra cui "Come to Me", tratta da Debut. Data la volatilità di quel periodo—cancellò alcuni dei concerti che aveva pianificato, in parte perché si era resa conto che cantare canzoni che parlavano della sua rottura con Barney era troppo—il calore della versione originale viene completamente prosciugato. Quello che resta è una gelida ballata, con le crepe elettroniche di Arca che si espandono come una ragnatela sulla sua superficie ghiacciata. Quando Björk canta "Sai che ti amo", non la fa sembrare una rassicurazione quanto una minaccia. Trasforma una vecchia canzone d'amore in un'arma, e non è la prima volta che nei suoi album dal vivo accade qualcosa di simile.

Su Post Live, Björk spinge "Declare Independence" oltre i suoi stessi limiti rendendola un anarchico richiamo electro-punk, e ricrea "Big Time Sensuality" in una leggerissima forma breakbeat. Tutti i suoi album dal vivo, o quasi, contengono una manciata di momenti come questi, e possono quindi essere considerati validi punti d'ingresso nel suo catalogo. Non sai mai quello che puoi aspettarti di sentire, ed è questo il senso di ciò che Björk fa.

Playlist: “Come to Me (Vulnicura Live Version)” / “Unravel (Vespertine Live)” / “Declare Independence (Voltaic Version)” / “Earth Intruders (Voltaic Version)” / “All Neon Like (Homogenic Live Version)” / “Anchor Song (Post Live)”

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