Foto: Helena Velena via gomma.tv / Vittoria Burattini di Massimo Spadotto.

Storie di musica queer dalla scena underground italiana

Un'indagine sul rapporto tra mondo LGBTQ e underground in Italia direttamente dalle voci di Helena Velena (RAF Punk, Attack Punk Records) e Vittoria Burattini (Massimo Volume).

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ott 30 2017, 10:03am

Foto: Helena Velena via gomma.tv / Vittoria Burattini di Massimo Spadotto.

"Il futuro della musica è queer", scriveva qualche tempo fa su queste pagine Virginia Ricci. Il senso è: la queerness, quel discorso che vuole essere liberatorio rispetto all'uso di categorie rigide, polarizzate, ad esempio riguardo l'identità di genere, rispetto alle opposizioni uomo-donna, maschile-femminile, in musica trova la sua migliore espressione.

Il linguaggio immediato e universale, il look, l'estetica, le innovazioni nel sound: la musica ha sempre rappresentato lo spazio per eccellenza in cui rivendicare e celebrare la diversità, in cui la distruzione creatrice ha permesso di spostare categorie e confini un po' più in là, di osare e sperimentare. Di esprimere un'identità che nella vita di tutti i giorni poteva trovare poco spazio, e che ha mostrato a molti un campo di possibilità nuove, in cui riconoscersi, immedesimarsi, da cui partire per costruire sintesi inedite, travalicando categorie e parametri che si pensavano fissati una volta per sempre.

Un mondo che, senza mai rinunciare alla componente ludica, al divertimento, anzi dando la massima importanza al carattere comunitario e di ritrovo di chi viene coinvolto, è riuscito a dare voce ai marginali, agli outsiders, a chi non era un maschio bianco eterosessuale fondamentalmente.

Del resto, da Derrida a Judith Butler, passando per la storia del femminismo e per le lotte dei movimenti LGBTQ, fino a Paul B. Preciado, il discorso sull'identità di genere si è rivelato un dispositivo utilissimo a smontare (almeno a livello concettuale) il discorso dominante, a disvelare pratiche di discriminazione e sopraffazione, a definire categorie nuove, più comprensive, e a poter determinare pure nuovi diritti. La riflessione su queste tematiche si rivela ancora oggi uno degli ambiti di dibattito più avanzati e ricchi di fertili sfumature.

La storia della musica, anche nella sua espressione più mainstream, è da sempre popolata di icone che hanno giocato con libertà sull'ambiguità, sull'eccesso, sull'androginia, si pensi a figure come Bowie o Grace Jones. E spostandoci su ascolti più di nicchia, troviamo le provocazioni di Peaches, a personalità come St. Vincent o a Anohni, cantante transgender degli Antony and the Johnsons.

Spingendoci nella scena più underground, in Nordamerica negli anni '80 si è sviluppato, grazie ad alcune pubblicazioni, quello che veniva chiamato queercore, fenomeno che legava etica DIY, musica punk e una riflessione radicale rispetto al discorso di genere. Band come i Pansy Division, Limp Wrist o The Dicks sono esempi di una ricca scena che, soprattutto tra Stati Uniti e Canada, metteva assieme musica punk e testi apertamente omosessuali, travestimenti giocosi e rivendicazione di più diritti per tutti.

Bene. E in Italia?

Si è già parlato da queste parti del complicato rapporto tra gay e canzone italiana: l'omosessualità è un tema molto presente anche in autori da classifica, più o meno mascherato. Il fatto è che, tranne rare eccezioni (Ivan Cattaneo ad esempio) mancano i coming out ufficiali, è come se si preferisse non essere mai espliciti. La cattolicissima Italia su argomenti che riguardano il genere preferisce tacere, far finta di nulla.

E questo vale oggi come un tempo. La relazione tra queer e musica underground, cioè quella che dovrebbe essere la scena forse più consapevole, radicale, combattiva, in teoria capace di rivendicazioni e strappi, è altrettanto difficile.

Anche qui il discorso sembra affiorare solo di tanto in tanto, e quasi per caso. Esistono però esempi di personalità che in qualche modo in questi anni hanno incarnato una diversità, un approccio differente alle questioni di genere. E hanno rappresentato un modello positivo anche per molti altri, per riconoscersi, per capire che non erano gli unici.

Ho raccolto le testimonianze di alcuni musicisti che rispetto a un discorso queer in Italia si sono esposti senza remore. Si tratta di Helena Velena dei Raf Punk, Vittoria Burattini dei Massimo Volume, Fabrizio Modonese Palumbo dei Larsen, Stefania Alos Pedretti degli OvO.

Il nostro viaggio non poteva che partire da Bologna. Quella Bologna che tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta sarebbe diventata uno luoghi fondamentali per l'esplosione del punk italiano. Ma anche uno dei centri di riferimento per la controcultura (con un percorso che, anche se molto contrastato, prosegue ancora oggi), culla di lotte femministe e del movimento omosessuale ai suoi albori, che in anni successivi ha trovato espressione in spazi unici come Atlantide.

È proprio nel punto di intersezione tra questi mondi che si pone Helena Velena. Bolognese D.O.C., figura storica del punk italiano, attiva con i suoi Raf Punk e fondatrice della Attack Punk Records, etichetta che ha pubblicato i dischi dei Contropotere, dei Disciplinatha, il primo album dei CCCP.

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Helena Velena, foto di Jean-Marc Caimi.

Helena Velena è stata una delle prime musiciste transgender del panorama underground italiano. Ha cominciato la transizione negli anni Novanta, ma già all'inizio, come cantante dei Raf Punk (quando il suo nome era Giampaolo, che poi diventerà Jumpy Velena e poi Helena Velena), il look adottato era androgino, con un abbigliamento che incorporava elementi femminili. In qualche modo, musica, look, identità di genere, diventano tutte espressioni di una stessa ricerca di libertà, che per una punk alla fine degli anni Settanta non possono che passare per una forte rottura e dal rifiuto di definizioni percepite come troppo limitanti. Negli anni si è espressa sempre più con un forte attivismo, realizzando performance e scrivendo libri su tematiche transgender e cybersex.

"Guarda, ripensandoci a posteriori, in genere quello che succede è che le cose si fanno sempre con estrema naturalezza. Se una persona decide di fare una cosa, dopo tanto tempo si trova a elaborarla, a chiedersi come mai, le dinamiche, il senso e tutto il resto. In realtà tutto è successo senza nessun tipo di trauma. Io a un certo punto avevo sentito il bisogno di trasformare il mio look punk. Per noi punk il look è sempre stato fondamentale. Era una sorta di carta di identità, esprimeva quello che eravamo. Scrivevamo sul giubbotto i nomi dei gruppi che ci piacevano, usavamo toppe e scritte che rappresentavano un po' le nostre posizioni politiche, le nostre idee, eccetera. Io a un certo punto ho cominciato a sentire il bisogno che il mio look fosse un abbigliamento punk femminile. Ho cominciato a vestirmi con la gonna, il reggicalze e cose così, e nessuno ha fatto il minimo commento. Nessuno mi ha mai detto niente, era assolutamente, come dire, normale. Era come se all'interno del punk ci fosse questa visione anarchica già matura per cui qualunque forma di espressione venisse accettata. Il genere, la sessualità, erano cose di cui assolutamente non si trattava in musica al tempo. Il primo punk parlava di temi più generali, l'anticapitalismo, era contro la guerra, contro lo Stato. Erano questioni più di ordine generale e molto meno personali. Nonostante questo, nessuno mi disse mai nulla."

"Andammo a casa dei Crass, io ero in abiti femminili ma insomma si capiva chiaramente che ero un maschietto. Nessuno disse nulla. I Crass secondo me sono stati il gruppo in assoluto più importante della storia del punk da un punto di vista politico, hanno avuto un'influenza incredibile. Per noi andare a trovarli a casa loro era qualcosa di indescrivibile, e per me personalmente fu fondamentale. Facemmo amicizia, si creò un rapporto importante soprattutto con John Loder, considerato il membro dei Crass che non stava sul palco. Con lui si creò un rapporto di fiducia enorme, a tal punto che lui decise di affidare a me, a noi della Attack Punk Records, la distribuzione di tutti i dischi della Crass Records e della Southern Records collegata allo studio di Loder. A noi che eravamo piccolissimi, piuttosto che affidarsi ad altre etichette, anche a Bologna, molto più strutturate e capaci dal punto di vista commerciale. E lui preferì dare questa cosa in mano a un travestito, capisci? Per me questo fatto è stato fondamentale. Lì ho capito che il punk mi stava dando veramente il coraggio e la forza di essere quello che io volevo essere, senza che questo comportasse delle domande o delle critiche di alcun genere."

"Invece mi è accaduto, e questo forse è interessante, che diverse persone del milieu intellettuale della sinistra italiana, mi chiedessero per esempio perché, se mi piacevano le donne [Jumpy Velena e Laura Carroli, batterista dei Raf Punk, per molti anni sono stati una coppia - N.d.R.] non fossi rimasto maschio. E allora mi toccava raccontare a questi intellettuali di sinistra, che si erano letti un sacco di libri, che magari insegnavano Baudrillard e Foucault a scuola, mi toccava spiegare loro che l'identità di genere, cioè come io mi sentivo, e la mia preferenza sessuale, cioè quello che desideravo, erano due cose distinte. E che nel mio caso si manifestavano in questo modo. All'epoca eravamo molto indietro, eravamo abituati a vedere le transessuali che si prostituivano magari. Adesso ci siamo abituati ai fratelli, ora sorelle, Wachowski, c'è un sacco di gente importante che fa la transizione. Però all'epoca queste cose non si capivano. I punk sì invece, non mi hanno mai chiesto niente, si dava per scontato che se quella era la mia scelta, allora avevo fatto una mia elaborazione, quello era il mio percorso e andava bene così, meritava rispetto punto e basta."

Il pellegrinaggio nella comune dei Crass in Inghilterra è qualcosa che ritorna tra i punk italiani. Anche Marco Philopat, scrittore e esponente della scena milanese legata al Virus, ne parla nel suo Costretti a sanguinare.

Helena approfondisce: "Penny Rimbaud nel suo libro parla delle nostre due visite, forse perché non era una cosa così normale. Noi, parlo dei Raf Punk, sicuramente Laura, io e Carlo [Chiapparini, chitarrista della band - N.d.R.], non ricordo bene chi altro, viaggiavamo molto. Sapevamo malissimo l'inglese però cercavamo di conoscere quante più persone possibili. Quando riuscivo a trovare l'indirizzo di qualcuno, allora si decideva di andare a trovarlo. Andammo a trovare dei gruppi che in realtà col punk c'entravano poco, ma che per noi erano importantissimi. Tipo i Nurse With Wound, andammo a casa di uno di loro che abitava con i genitori. Andammo a trovare i Metabolist, che era questa coppia che viveva assieme a Londra. Una volta capitammo a casa di un regista che aveva fatto un film sul punk. Il film era fatto in 16 mm, serviva un proiettore ma lui in casa non ce l'aveva quindi non poteva mostrarci il film. Inoltre parlava solo cockney: ci tenne due ore a raccontarci aneddoti forse incredibili, ma noi non capivamo nulla e fu una cosa terribile".

"Avevamo quest'idea di andare a conoscere le persone, di fare esperienza diretta del loro stile di vita, della loro cultura alternativa, volevamo vedere come vivevano. Non andavamo a Londra per vedere i concerti, ma per cercare di vivere quello che vivevano gli altri. Abbiamo abitato in un sacco di squat frequentati da punk, ad esempio. Quello è stato anche il periodo della new wave, ma a parlarne saltano sempre fuori i soliti tre nomi, i Siouxsie, i Joy Division, i Bauhaus. In realtà all'epoca c'era una quantità veramente enorme di piccole band eccezionali, mi vengono in mente a caso i Transmitters, o i Red Krayola. Anche se magari oggi se ne parla come di due scene diverse, in realtà questi gruppi c'entravano tantissimo con il punk; la new wave non era altro che un tentativo di fare del punk con una struttura musicale più elaborata, più complessa. Queste band erano radicali, estremamente sperimentali ed esistevano proprio perché il punk aveva completamente devastato il rapporto che c'era tra musica e il professionismo della generazione precedente, quella dei dinosauri del rock, per cui se un disco vendeva poco la tua casa discografica, di solito una major, ti licenziava. Invece il punk dice semplicemente: vaffanculo, vaffanculo e vaffanculo, faccio quello che mi pare e quindi me lo faccio da solo. La musica me la produco io e non me ne fotte un cazzo se vende qualcosa o meno, perché questa è la mia forma di espressione e basta. Questa scena, che in Italia chiamavano dark, in Inghilterra per un po' l'hanno chiamata post-punk, poi prese il nome di gothic. La scena è nata molto velocemente, noi ci siamo accorti del cambiamento tornando a Londra a pochi mesi di distanza. Uno dei primi gruppi a diventare famoso furono i Southern Death Cult. I Joy Division li ho visti quattro volte in concerto, erano una forza della natura, si vedeva che venivano dal punk".

"La nascita del gothic portò alla nascita di una scena che potremmo definire pre-queer, pre-frocia, essendo un tipo di musica tutto sommato più gentile, meno aggressiva, meno violenta rispetto alla scena più propriamente punk. Ai concerti dei Crass c'erano spesso delle risse enormi, veniva portata via la gente insanguinata. Poi c'era il problema che ai concerti di gruppi anarchici venivano spesso anche molti skinhead, mentre al gothic non si interessavano per niente. La scena gothic era in qualche modo più tranquilla, si pogava meno, era più danzante forse. E l'abbigliamento virava molto di più verso il femminile".

"In questi mondi musicali in ogni caso esisteva molta libertà. Fuori dalla scena punk era tutto un altro discorso. Con i punk non ho mai avuto nessun tipo di problema, tranne che con gli skinhead. Avevano questa forte ideologia del maschio, della potenza maschile ed erano contro l'omosessualità. A Londra ho avuto diversi problemi con gli skin. Inizialmente diciamo che vivevo una doppia vita. Ho cominciato a fare la transizione a Londra, quindi quando ero lì vivevo al femminile. Poi quando tornavo in Italia vivevo al maschile. Un maschile relativo però, c'è un video online in cui si vede il mio look all'epoca, avevo i capelli lunghissimi, la barba, però poi usavo le pantacalze aperte con reggicalze e calze a rete, quindi avevo un aspetto che era totalmente transgender. E questo look creava dei problemi con un certo tipo di persone. Gli skinhead, per non parlare di quelli di destra, non mi sopportavano. E allora dovevo evitare di andare in alcuni posti."

"Una volta successe che andai con un mio amico in discoteca. Una discoteca in cui, pensa che cose assurde, volevano fare una discoteca punk. Una cosa che credo sia durata due settimane. Sai quelle cose per cui un locale non funziona e allora cercano di attrarre una clientela nuova. Era una cosa squallidissima, c'erano dei fogli di carta alle pareti con scritto Exploided o Sex Pistols. Lì c'erano questi due skinhead, cominciarono a schiaffeggiarmi e a dirmene di tutti i colori. Mi presero di peso e cacciarono fuori dalla discoteca, senza che quelli della security dicessero un cazzo. E gli altri, i pochi presenti, non fecero comunque nulla, perché non volevano scontrarsi con due skin. Nessuno che ha avuto il coraggio di andare a dire loro che quella era una cosa fascista e sessista, e che all'interno di quella scena era totalmente inaccettabile. Non mi ricordo chi fosse presente, non condanno nessuno, quello che so è che poi sono rimasta fuori dal locale. Meglio così, visto che il posto faceva veramente schifo."

"Invece a Londra mi ricordo che andammo più di una volta al Batcave, era una discoteca, a volte c'erano dei concerti ma in genere si suonava solo musica. Al Batcave c'è stata la prima vera serata frocia transgender. Ci venivano tutti i gruppi più belli: gli Alien Sex Fiend, i Sigue Sigue Sputnik, e c'era tutta gente che per look, abbigliamento, atteggiamento, faceva già parte di una scena frocia, di una scena trans, magari senza esserne consapevole. E lì era bello andare per vedere tutta questa gente."

È come se tra l'Italia e una realtà come Londra esistesse uno sdoppiamento, una differenza difficilmente colmabile. A parlare di questi argomenti in Italia si era in pochi, nella musica queste tematiche quasi non esistevano. Ma Helena Velena, per combattere il suo isolamento, è diventata lei stessa una pioniera trasformando se stessa, diventando poi (su questo concordano in molti, anche Alos e Vittoria Burattini me lo confermeranno) un punto di riferimento per molti, esempio di enorme forza e consapevolezza rispetto alle questioni di genere.

"Decisi di fare definitivamente la transizione negli anni Novanta, attorno al 1994 forse. Andai negli Stati Uniti per conoscere la Transgender Nation, un'associazione che adesso non esiste più, fu probabilmente la prima struttura politicizzata sul transgender e che fece attivismo su questo. Io andai lì a raccontare quella che era la mia dinamica, cioè che io fondamentalmente mi sentivo un po' un'aliena. Loro mi diedero la forza e l'energia per fare la transizione anche dove stavo, in Italia. Dicendomi che non mi dovevo preoccupare se mi sentivo completamente diversa da tutti gli altri, anche dalle altre persone transessuali che avevo incontrato. Ci sono un sacco di persone che si sentivano come me e che come me non avevano dei modelli. E allora se lo avessi fatto io, sarei diventata io un modello per loro. A me colpì molto questa frase. Soprattutto la parte sul non avere dei modelli. Cioè: tutte le trans che conosci sono eterosessuali, prostitute, non si interessano di politica, non si interessano di cultura alternativa? Ok, fregatene, non serve aderire a un modello precostituito, sii te stessa e fai quello che vuoi, sii libera di esprimerti come ti pare e sarai un modello per gli altri. Io ho fatto questo. Sono tornata a Bologna e ho cominciato a dire: ok, basta, da ora vivo al femminile tutti i giorni. E un sacco di persone, tuttora, anche della scena musicale, vengono da me a dirmi 'Sappi che per me sei stata un'ispirazione importantissima, ho capito che anch'io mi sento così e voglio fare la transizione'. Perché poi, sai, quando si è all'inizio si è ancora preda di ripensamenti, problematiche, conflitti famigliari gravissimi, purtroppo."

"In famiglia per me è stato tutto molto gravoso e pesante. Ho fatto anche un video recentemente, in cui in pratica dico alle mamme: guardate che per una persona transgender il grosso problema non è quando la polizia ti ferma e ti chiede i documenti, o quando ti chiedono l'identità in banca o in albergo. Il problema vero è il rapporto con i genitori. Quello che ti fa più soffrire perché ti fa sentire non accettato."

"A proposito di documenti: tante capita che mi guardino e mi chiedano perché non ho ancora cambiato i documenti. Mi tocca sempre rispondere che purtroppo in base alla legge italiana non lo posso fare se non faccio l'intervento chirurgico. Anche nella legge Cirinnà, che sembrava dovesse spaccare l'Italia, non c'è una mezza riga su questo argomento. Quindi qualsiasi cambiamento, se ci sarà, magari avverrà grazie a dei precedenti di tribunale, e questa è una cosa vergognosa, di questi temi sembra sia impossibile parlare esplicitamente. Basta pensare a questa storia della 'teoria del gender', su cui vengo attaccata continuamente. Sono riusciti ad inventarsi un complotto in cui l'Onu e l'Oms vogliono distruggere la famiglia. Ma siamo impazziti?"

Helena Velena, anche se da qualche tempo si è trasferita a Roma, è nata e cresciuta a Bologna, città particolarmente accogliente per creativi e freaks vari: "L'elemento portante di questa faccenda era la presenza del DAMS. Chi voleva farlo doveva per forza venire a Bologna. Per questo la città si è popolata di un sacco di fuorisede. E chi veniva al DAMS erano persone più stimolanti, che portavano magari dei contributi artistici e culturali. Penso ad Andrea Pazienza, a Scozzari, i molti fumettisti. Qui c'era anche l'università americana, la John Hopkins, c'erano un sacco di ragazzi americani che portavano la loro musica. A un certo punto poi Bologna è diventato semplicemente un posto figo in cui andare, per questa atmosfera, perché a Bologna si stava bene, perché si respirava un'aria diversa".

"Mi ricordo quando si fece l'Isola, e parallelamente nacque, per gioco, l'Isola Gay Posse Allstar. Uno spazio nato per scherzo, frequentato da gente più vicina alla scena gothic, con un look più transgender. C'erano molto persone che erano evidentemente gay nella scena, però non c'era nessun tipo di coming out e nessuno diceva niente, c'era questo tipo di dinamica per cui ognuno è come gli pare. E andava bene così".

"Conosco tanta gente gay che fa musica oggi, ma per esempio una scena queercore qui non esiste. Potrei addirittura dire che esiste poco oggi anche negli Stati Uniti. Potrei dire una cosa ancora più forte, cioè che forse non ha nemmeno senso che esista. Sennò sembra una cosa sindacale. Serve fare quello che si sente il bisogno di esprimere, le rivendicazioni politiche secondo me vengono dopo. In Italia, purtroppo, c'è troppo questa cosa che noi ci portiamo dietro dagli anni '70, il fatto di mettere la politica prima. E così si fanno un sacco di porcherie. Invece basterebbe lasciare che l'arte esprima se stessa. Quando l'arte si esprime veramente, allora esprime anche politica. Perché l'arte vera è conflittuale, è qualcosa che si mette in discussione e che non è contenta del mondo così com'è. L'arte vera è politica, e questo vale per il punk e per qualsiasi altra cosa."

"La battaglia per me ora è quella della provocazione. Lavoro sulla provocazione politica, e l'arte dev'essere questa cosa qui, provocazione. L'arte non deve essere schierata. Per esempi, verso tutti questi cattolici bugiardi che si sono inventati questa stronzata della teoria del gender (e che la usano solo per far carriera all'interno dei partiti, di destra o sinistra che siano), la mia provocazione sarà quella di andare a dire loro: è proprio così, vogliamo veramente dissolvere la famiglia tradizionale. Ma non perché vogliamo sostituirla con qualcos'altro, ma perché la famiglia tradizionale è già dissolta, si è già distrutta da sola. C'è bisogno di nuovi modelli, serve un nuovo tipo di organizzazione sociale, anche il matrimonio è una enorme cazzata. Cioè, il matrimonio etero non funziona, e cosa andiamo a fare noi, il matrimonio gay? Poi neanche quello abbiamo ottenuto, tra l'altro, il che è proprio ridicolo."

È come se però certe questioni restassero sempre nascoste, sottotraccia. Anche a livello di movimento, ci sono personalità che si occupano di temi queer, ma si torna sempre agli stessi nomi, è come se non ci fossero grosse novità.

"In effetti io mi accorgo che siamo pochi, e sempre gli stessi. Scendiamo un attimo di livello però. C'è Gianna Nannini che poco tempo fa dice che va a vivere in Inghilterra per avere maggiori tutele per sua figlia e la sua compagna. Cioè in pratica questo significa che dopo quarant'anni la Nannini ha fatto il suo coming out lesbico di traverso, senza averne mai parlato esplicitamente prima. È stata criticata tantissimo per questa cosa. Negli Stati Uniti National Geographic ha fatto un numero speciale sull'argomento, con in copertina una bambina di 14 anni transgender. Ci sono i fratelli Wachowski che diventano le sorelle Wachowski, ma è un mito, è una cosa bellissima. Qui quel numero di National Geographic ha scatenato il panico. Qui ci troviamo con una marea di registi e registe, qualcuno che ha fatto la transizione e non l'ha mai detto. C'è una lista interminabile di cantanti froci e che fanno finta di essere etero, e che cazzo è? Non solo siamo sempre i soliti quattro a fare delle attività, ma non abbiamo neanche il supporto della nostra stessa scena. C'è chi ha paura di perdere fan se dice che gli piacciono i maschi, o le femmine."

"C'è un bisogno di accettazione sociale, ovviamente. Ma questa cosa sta portando spesso a una forma di pinkwashing, a un tipo di normalizzazione tremenda, che poi porta a guerre e discriminazioni interne. Ti faccio l'esempio del pride: ogni anno c'è la stessa polemica sul fatto che non bisogna andarci mezzi nudi perché poi i giornali riportano solo quelle immagini. E io continuo a ripetere che il pride è nato da una rivolta, è una festa in cui noi celebriamo l'orgoglio di essere froci, è la nostra festa, e se qualcuno decide di andarci mezzo nudo lo faccia. E invece ogni anno mi arrabbio su questa forma di normalizzazione, perché dobbiamo diventare la famiglia del Mulino Bianco, ci dobbiamo sposare, dobbiamo adottare dei bambini e via così. Ci troviamo in una situazione da cui non siamo in grado di uscire."


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Vittoria Burattini, foto via Flickr.

Tra i fuorisede bolognesi di cui parla Helena Velena, c'è anche quello che sarà il primo nucleo dei Massimo Volume, l'abruzzese Umberto Palazzo, Egle Sommacal da Feltre, Vittoria Burattini ed Emidio Clementi, entrambi marchigiani e arrivati a Bologna per frequentare l'università. Egle, Mimì e Vittoria portano ancora avanti (con una formazione mutata negli anni, ma stabilizzatasi da tempo con l'ingresso di Stefano Pilia alla chitarra) quella che fin dagli anni Novanta è una delle realtà più interessanti per quanto riguarda la scena alternativa in Italia, capace di mettere assieme musica distorta e sperimentale e un approccio ai testi molto vicino alla letteratura (vabbè, che cazzo devo spiegarvi i Massimo Volume, dai).

Vittoria Burattini, batterista e fondatrice della band, è transgender e ha una compagna. Anche per lei in qualche modo la musica (e il tipo di riconoscimento che l'ambiente musicale può dare) è venuta prima di un'eventuale presa di coscienza rispetto alla propria identità di genere.

"Guarda, io provengo da una generazione, ma anche forse da un periodo e da un posto fisico (sono di Camerano, un piccolo paese nelle Marche), in cui in quegli anni, cioè alla fine degli anni Ottanta, di possibilità di definirsi, di identificarsi con qualcosa di diverso, ce n'erano veramente poche. Intorno a me non c'era niente, io ero quello che ero, sapevo già quale fosse la mia natura, però non stavo tanto a rifletterci sopra perché, appunto, da un punto di vista teorico non c'erano grossi appigli. Non se ne parlava, erano tutte cose abbastanza innominabili per l'epoca. Sia sull'orientamento sessuale, che sull'identità di genere, non avevo quasi nessuno con cui confrontarmi. Quindi per me c'è stata la musica all'inizio. Da quando ho cominciato a suonare, ho incontrato tantissimi fratelli musicisti con cui ho intrapreso quella cosa lì. La musica è stata la mia droga, e ha fatto poi da traino a tutte le esperienze positive della mia vita. All'epoca, quando ho cominciato, avevo 16 o 17 anni, di base la mia urgenza era quella di imparare a suonare, trovarmi con altri musicisti. Poi, ovvio, c'era questo retro pensiero che era continuo, avevo già avuto degli innamoramenti, sentivo le mie pulsioni. La scelta di andare a Bologna è stata sicuramente anche dettata dal fatto che sapevo che era una città più libera, e che quindi lì avrei incontrato persone più simili a me. Però prima veniva la musica, prima cioè di una mia definizione di qualsiasi tipo. Prima c'erano l'ambiente musicale, i musicisti, la sala prove. Questo è sicuro."

"Perché in fondo nella musica ho trovato degli animali simili a me fin dall'inizio. La categoria dei musicisti la difendo sempre, perché è l'insieme di persone che io trovo assolutamente meno giudicante in assoluto. Alla fine sono dell'idea che chi suona sia più che altro un mezzo, un conduttore, cioè di base è come se fossi tu suonato dalla musica. Quello che fai è trasmettere, i musicisti li vedo come dei conduttori, sono a loro volta degli strumenti, perché assieme ad altri stai trasmettendo qualcosa che non c'entra con te, è qualcosa che va oltre, in cui c'entri tu ma davvero fino ad un certo punto. Per cui forse questa connotazione liberatoria la musica e i musicisti ce l'hanno sempre avuta. Tant'è che mi hanno sempre accettato, io comunque non mi sono mai dovuta definire, non ho mai dovuto mettere i puntini sulle i, non ricordo un singolo episodio di omofobia da quando suono. È anche vero, e questo è una cosa che tengo a sottolineare, che essendo io identificata più al maschile, essendo transgender verso il maschile, non ho dovuto fare i conti invece con tutto quello con cui un maschio gay all'epoca avrebbe dovuto fare i conti. Le cose ora sono di sicuro molto cambiate, però insomma fin dagli inizi l'ambiente musicale più classicamente rock in cui ho sempre militato, è molto maschile, e credo che un ragazzo gay possa avere avuto delle difficoltà. Ci vuole veramente molta voglia, se sei un ragazzo gay che vuole suonare uno strumento, a metterti a suonare con un gruppo di maschi etero, ho questa impressione".

"Rispetto a come mi identifico, considera che le etichette sono sempre un po' limitanti. In ogni caso io attualmente mi definirei più una persona transgender. Non sono transessuale, cioè non ho per il momento nessuna intenzione di cambiare niente del mio corpo, voglio rimanere come sono. Non mi definisco comunque al maschile, mi è difficile pensarlo, ma proprio per una questione di abitudine. Saranno forse anche delle mie paure, dei limiti, ho molti amici F2M che sono arrivati fino in fondo, hanno fatto l'intervento, preso gli ormoni. Sono riusciti a fare tutto questo percorso, mentre io personalmente non ho mai sentito questa necessità così profonda. Sento un disagio, certo. Però l'unico disagio che realmente sento dal punto di vista fisico casomai è dovuto al peso, la cosa che mi ha sempre preoccupato è il mio sovrappeso. E anzi se ho conosciuto episodi di bullismo, di discriminazione, di violenze, di cattiverie nei miei confronti, è stato sempre riferito al mio sovrappeso, non alla mia identità di genere o al mio orientamento sessuale. Ma lo ripeto, credo che il fatto di non essere stata discriminata su questi temi sia perché sono molto maschile, se fossi stata un ragazzo gay sarebbe stato ben diverso".

"Anzi, io mi pongo in un modo talmente mascolino che tanti neanche si accorgono di avere a che fare con una donna. Ho sempre cercato di amalgamarmi il più possibile con i maschi, è stata una cosa del tutto naturale. Però mi rendo conto che per una donna, o per un ragazzo gay, le cose non sarebbero così semplici. Lo dico solo in teoria, perché personalmente appunto sono cose che non ho mai vissuto granché. Ma sento in giro che in effetti un po' discriminazione c'è. Anche perché, nel mondo musicale, sono quasi tutti maschi etero, diciamocelo. Di donne ce ne sono molto poche e di ragazzi gay forse meno. Poi oggi è molto diverso, la scena è cambiata tantissimo negli ultimi anni."

"Col passare del tempo infatti un sacco di soggettività differenti si sono affacciate anche in Italia. Vent'anni fa determinati discorsi non si facevano, non avrebbero riscosso il minimo interesse. Il fatto che esistano delle declinazioni diverse per quanto riguarda l'identità di genere, il fatto che ci siano delle gamme tra il maschile e il femminile, di tutto questo prima non si parlava. Adesso mi sembra, anche sui social ad esempio, che ci sia uno sdoganamento generale. Questo secondo me porterà anche alla nascita di tante realtà musicali queer, che ora sono un po' invisibili, tranne alcuni esempi gloriosi, come i Larsen che del loro essere queer hanno sempre fatto una bandiera. Però questi gruppi sono ancora troppo pochi, ma credo che più passerà il tempo, più le generazioni andranno avanti, più sarà tutto più mischiato anche da questo punto di vista".

"Nella scena internazionale è un po' diverso, certi argomenti esistono da tempo. In Italia invece si sta preparando. Io ho comunque una certa età, 46 anni, forse non ho esattamente il polso della situazione di tutti i gruppi giovani che si stanno muovendo in questo momento. Ma proprio a livello di look, di aspetto, vedo che tantissimo sta cambiando, c'è molta più libertà e un approccio più libero ed esplicito. Tante cose hanno influito, queste tematiche sono più presenti nel dibattito generale, i social aiutano, le serie tv sono state importanti ad esempio, l'immaginario è cambiato."

"Bologna in questo è un posto speciale. E rivendico questa cosa. Si parla di degrado, di cambiamento in peggio, però a Bologna si continua a mantenere questo profilo molto civile, aldilà di amministrazioni che si succedono a che a tratti sono vergognose. E in questo particolare momento l'amministrazione non rispecchia la modernità della città, gli impulsi, la creatività, tutte le cose che vengono dal basso. Bologna rimane comunque un posto bellissimo, per me è ancora una città molto attraente. È un posto perfetto per fare tante scoperte, io perlomeno ho scoperto tutto qui, mi si è rivelato un mondo rispetto al luogo in cui vivevo prima."

"Qui però non ho mai frequentato granché i collettivi queer, ad esempio. Ho sempre avuto delle amiche lesbiche, non ho mai avuto preclusioni rispetto a nessuno io vedessi come un animale amico. Ai gay pride vado sempre, frequento molte persone queer, ma una frequentazione politica vera e propria non c'è stata. Questo perché comunque sono sempre stata attratta dalla musica e volevo stare con i musicisti. Con i Massimo Volume abbiamo anche suonato al gay pride tanti anni fa. Quando ci hanno chiesto di partecipare, di supportare, ovviamente non ci siamo mai tirati indietro. Egle ad esempio è cresciuto nei centri sociali, frequentava la Caienna di Feltre, ha avuto una formazione politica fortissima. Non ci manca la visione politica del mondo. Io sono la prima quando si tratta di abbracciare una causa. Ma tutte queste cose le ho fatte in quanto artista, non da persona impegnata politicamente".

"Non partecipo così tanto perché non ho avuto una formazione politica tout court. Sono sempre rimasta un po' lontana dai collettivi, da quel tipo di situazioni, perché secondo me lì mancano le sfumature che invece trovo nella poesia, nella musica, che incontro nell'arte che facciamo con i Massimo Volume". Cioè, per dire (ah, e poi i Massimo Volume a parte essere tornati in tour con la sonorizzazione del fim muto La caduta della casa degli Usher, sono al lavoro sul nuovo disco, previsto per il 2018).

"Io alla fine di base ho avuto questo, una terapia vera e propria portata avanti con Mimì, con Egle. Che è consistita fondamentalmente nel coltivare dei rapporti umani, anche in senso artistico. Diciamo che in qualche modo il mio collettivo politico sono stati loro. Sono convinta che, come si diceva una volta, il quotidiano è politico. E siccome noi nella nostra musica mettiamo tanto della quotidianità, diciamo che c'è una presa di posizione politica che va un po' aldilà degli slogan, che anzi cerca di evitarli il più possibile. E che alla fine in qualche modo funziona, arriva. Non abbiamo un altro modo per aderire politicamente al mondo se non quello lì, fare la nostra musica."

"Rispetto a questi argomenti io capisco e sento che c'è un'osmosi anche di questo tipo con il nostro pubblico, con le persone che ci vengono a vedere, con quelli che mi scrivono. So che magari posso essere stata presa come un punto di riferimento magari, ma nessuno è mai venuto a dirmi molto. Né io sono il tipo di persona che si mette in cattedra. Però sono certa che uno scambio ci sia sempre, è sicuro".

Vittoria da una decina d'anni ha una compagna, Daniela Crocetti, importante studiosa di intersex (quello che una volta si chiamava ermafroditismo ma che, mi hanno spiegato, è un termine sbagliatissimo da utilizzare oggi) – che non c'entra nulla con la transessualità. Questa relazione però ha aiutato Vittoria a sviluppare un grado di consapevolezza molto maggiore rispetto alla sua identità di genere. "Daniela ha nome e cognome completamente italiani ma è americana di origine, ha sempre vissuto negli Stati Uniti. È venuta a Bologna per motivi di studio, poi ci è rimasta per moltissimo tempo. Sono dieci anni che stiamo assieme e conviviamo. È stata una delle persone più utili per quanto riguarda questo aumento di consapevolezza. Era molto più addentro a certe questioni e mi ha aiutato veramente tantissimo rispetto alla mia formazione teorica. Non ho che avessi mai perso tanto tempo a definirmi, non è che dovessi per forza frequentare persone gay o queer, non me ne fregava proprio niente. Ero molto naïf nell'approccio, cosa che sono ancora verso chiunque quando c'è dell'amicizia. Però lei a un certo punto mi ha fatto capire che c'era bisogno di definirsi. Semplicemente conoscendo lei, frequentando i suoi amici, le definizioni sono migliorate. Perché comunque nel nostro mondo queer c'è una realtà, ci sono delle tappe di vita, delle situazioni che noi viviamo che sono inevitabilmente diverse rispetto al mondo etero. E noi questo mondo lo stiamo elaborando adesso, lo stiamo costruendo ora. Anche noi come coppia cerchiamo il più possibile di non cadere negli stereotipi. Ogni coppia queer secondo me bene o male sta facendo una piccola rivoluzione sociale, perché è un esperimento nuovo".

"Sul matrimonio gay penso che chi è contrario, chi sente di voler portare il fardello della propria diversità, abbia il diritto di farlo. Puoi dire che sono cazzate, che te ne tiri fuori. Ma è un discorso personale. Purtroppo però non è che tutti godono della propria diversità, della propria estraneità rispetto al mondo. Ci sono anche persone normali che invece vogliono sposarsi, che vogliono fare esattamente le stesse cazzate che hanno fatto gli etero. Vogliono avere esattamente gli stessi diritti e non stare lì tanto a ragionare sulla propria diversità. Anche perché, per come la vedo io, una delle caratteristiche principali dell'essere umano è il conformismo. Spesso e volentieri magari le persone si sentono anche molto protette e rassicurate dal fatto di avere un matrimonio, quindi un contratto, che le tuteli da un punto di vista economico, e nelle varie situazioni della vita in cui uno si trova. Perché vanno bene l'amore e i sentimenti, ma non dimentichiamo che il matrimonio soddisfa anche propriamente dei bisogni materiali, può essere un aiuto quando uno dei due è in difficoltà, o quando ci sono tensioni con una delle famiglie ad esempio. Insomma, ci sono dei guai seri a volte, soprattutto per i gay, perché se queste unioni non sono in qualche modo regolamentate, poi sono i destini delle persone in carne e ossa che ci vanno di mezzo. Credo sia giusto che le persone possano avvalersi di questa possibilità, gay, lesbiche, queer, chiunque voglia fare questa cazzata che la faccia."

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