Immagine per gentile concessione di Canicola Edizioni.

Sadbøi for Life: abbiamo intervistato Berliac

Il fumettista argentino ha pubblicato la sua nuova graphic novel, in cui immagina la fuga verso l'Europa di un giovane uomo che assomiglia molto a Yung Lean.

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gen 9 2018, 3:30pm

Immagine per gentile concessione di Canicola Edizioni.

Nell'ultimo mese ho rubato tre libri. Non mi sono sentito in colpa, niente affatto. Per prima cosa perché due dei tre libri in questione si sono rivelati abbastanza deludenti, poi perché alla base dei “furti” c'erano ragioni che ritengo “legittime”: case editrici consolidate e/o fallite, autori che non hanno problemi ad arrivare alla fine del mese (uno addirittura morto nel 1980) e commessi che se mi avessero risposto in maniera educata forse mi avrebbero convinto a non farlo.

Il libro di cui parlerò, però, non l'ho rubato. L'ho comprato con i soldi come fanno le brave persone. Quelle che vivono ligie alle regole, che non hanno bisogno di far ricorso a piccoli espedienti per tirare a campare. Devo ammettere che l’idea di trafugarlo mi è passata per la testa, d'altronde aspetto ancora il pagamento di due stipendi arretrati. Ma non l'ho fatto, anche se il suo incipit, sto parlando di Sadbøi del fumettista e illustratore argentino Berliac (edito in Italia da Canicola), un po' istigava a farlo. Il fumetto, che in realtà è un gekiga (sottogenere di manga), si apre infatti con il seguente spunto: “può il crimine essere arte?”. Una domanda piuttosto retorica (almeno per chi scrive) che a pensarci bene mi avrebbe potuto sollevare da ogni eventuale senso di colpa, elevandomi addirittura ad artista. Ma vabbè...

Se non conoscete Berliac dovete quanto meno sapere un paio di cose su di lui. Primo: l'artista argentino, ormai da tempo residente a Berlino, è uno dei più interessanti rappresentanti del manga in occidente. Secondo: la pubblicazione del suo ultimo libro è stata preceduta da una serie di polemiche che hanno portato la casa editrice canadese Drawn & Quarterly a bloccarne l'uscita in lingua inglese (scusandosi con i propri lettori per non essere stata abbastanza diligente nello studiare accuratamente il background dell'autore), fatto che ha sollevato un bel polverone.

Le ragioni sono da rintracciare nell’accusa mossa nei confronti di Berliac dalla critica transessuale Sarah Horrocks in seguito a quello che l'autore argentino definì un personale “coming-out”, attraverso il quale cercò di ribattere alle accuse di appropriazione culturale piovutegli addosso dopo il passaggio da uno stile di disegno tradizionale al manga.

Le parole di Berliac, "mi definisco mangaka come un transessuale nato uomo si fa chiamare lei”, non vennero prese benissimo dalla Horrocks che lo tacciò di essere transfobico. Da qui prese il via uno scambio piuttosto piccato tra i due che si concluse con un messaggio di scuse di Berliac per esserci andato giù un po' troppo pesante, inconsapevole che la giornalista fosse transessuale.

Polemiche su polemiche, insomma, che purtroppo hanno distolto l'attenzione da quello che con ogni probabilità è uno dei migliori fumetti pubblicati nel 2017. Il lavoro di Berliac, strettamente legato all’attualità, rappresenta infatti una dura critica nei confronti del sistema di accoglienza dei migranti in Europa. Il protagonista della storia è un ragazzo immigrato, Sadbøi, che per liberarsi dalla condizione di vittima e sentirsi veramente se stesso decide di darsi alla criminalità. Per il suo personaggio l'autore argentino non ha fatto mistero di aver preso ispirazione dal collettivo Sad Boys (da qui il nome) e in particolare dal prodigio della scena hip-hop scandinava Yung Lean. Sembianze e modi di fare rappresentano un chiaro omaggio all'artista svedese, ma oltre all'aspetto e all'estetica vi sono altri chiari riferimenti a lui. Rimandi al postmoderno, al concetto di falso (del quale YL si è nutrito per la costruzione del proprio personaggio) e soprattutto alla passione per quel lontano Oriente che accomuna Berliac e Yung Lean (non a caso la sua track più famosa si intitola Kyoto e in molti dei suoi videoclip compaiono lettering in lingua nipponica).

Non starò qui a spoilerarvelo, ma vi assicuro che le tavole disegnate da Berliac sono di una potenza incredibile, tanto che sfogliata l’ultima pagina non ci ho pensato nemmeno un secondo a contattarlo per cercare di convincerlo a rispondere a qualche domanda.

Sadbøi, per gentile concessione di Canicola Edizioni.

Appropriazione culturale, transfobia, razzismo. Negli ultimi due anni sei finito in mezzo a un vortice di accuse dal quale immagino non sia stato facile uscire. Come hai vissuto questa situazione?
La situazione che hai descritto è avvenuta in tre step. Nel 2015 la critica Sarah Horrocks ha risposto al mio “coming-out” accusandomi di transfobia per aver equiparato la transizione di genere sessuale con l'appropriazione culturale, cosa che in realtà non ho mai fatto. Intravedevo la sua intenzione di polarizzare la discussione quindi, non sapendo che lei stessa fosse transgender, ho reagito in maniera scontrosa. Il secondo episodio avvenne due anni dopo, quando la casa editrice D&Q annunciò l'uscita di Sadbøi e la Horrocks rese pubblico quello che lei definiva il mio “attacco transfobico”. I suoi follower di Twitter perorarono la causa, aggiungendo al minestrone le accuse di appropriazione culturale (nel fare i manga) e di razzismo (per aver disegnato una caricatura di Kim Jong-un in “Asian Store Junkies” uscito su VICE America). Il terzo capitolo andò in atto dopo la cancellazione, quando i giornalisti che riportarono l'incidente in Nord America, sostenitori delle politiche delle identità, utilizzarono la notizia per alimentare la loro propaganda.

Io ho fatto del mio meglio per cercare di contenere le mie emozioni e osservare la situazione in maniera più distaccata possibile, provando a capire le accuse che le persone mi facevano. Accuse che non avevano alcuna intenzione di essere chiare, ma stridenti.

La ciliegina sulla torta è stata la “censura” da parte di D&Q . Si può dire che questo abbia evidenziato la distanza tra editoria “mainstream” e il mondo underground dal quale provieni?
Quando sento parlare di "mainstream" penso soprattutto a Marvel e DC. Quindi fino ad oggi pensavo ingenuamente che D&Q per un certo verso facesse parte dell'underground. Dopo l'incidente ho però capito che la legittimazione di "fumetti come Arte Alta" che il movimento della Graphic Novel (di cui D&Q fa parte) ha prodotto consisteva in due cose: far arrivare i fumetti ad un pubblico più ampio, è vero, ma anche portare il nostro medium sotto lo scrutinio di demagoghi politicamente guidati. Questa è una cosa comune a molte altre forme d’arte. Ti ricordi quando Lars Von Trier disse di aver "capito Hitler come persona", e fu cacciato da Cannes? Ecco, per dirla brevemente, non penso che la questione sia mainstream contro underground, piuttosto tra le regole del mercato e la politica delle identità come linea editoriale. Quali saranno i criteri che decideranno cosa e chi verrà pubblicato d'ora in poi: gli standard di merito artistico creati dal pubblico attraverso le loro preferenze in termini di consumo o l'ideologia? D&Q ha decisamente optato per l'ideologia a discapito del merito artistico, lo ha chiarito attraverso il commento finale in merito alla faccenda di Sadbøi: è un grande libro, ma non è abbastanza. Il Nord America ha una lunga tradizione in questo, ricordo i fumetti EC durante l'era McCarthy. Lo spirito è lo stesso, è il potere decisionale che cambia passando di mano in mano, tutto qui.

Parlando di Sadbøi, invece, hai detto che inizialmente la tua idea era quella di dare forma a un fumetto basato sulla biografia scritta da J-P. Sartre su Jean Genet. Cosa ti aveva catturato di Genet e come mai hai abbandonato questa idea?
Dopo essermi trasferito a Berlino e aver visto con i miei occhi la realtà dei rifugiati nella mia mente si è formato un triangolo di significati: da un lato Jean Genet, da un altro i rifugiati, e il terzo, me stesso come immigrato. Il terreno comune di questi tre elementi è la categoria esistenziale e politica de "l'altro". Questo è il vero significato di Sadbøi.

È curioso che il personaggio della tua storia non abbia un nome di persona ma un nickname ispirato al collettivo svedese Sad Boys, di cui fa parte il rapper Yung Lean... perché questa scelta?
Decisi che se il mio personaggio, come Genet, doveva essere un ladro straniero, allora anche il suo nome doveva essere “rubato” alla cultura locale. Il nome Sad Boys si riferisce a un'età e un luogo specifico, ai giovani della Scandinavia, che è dove si svolge la mia storia.

Sadbøi, per gentile concessione di Canicola Edizioni.

Cosa è stato in particolare ad avvicinarti alla sottocultura dei Sad Boys?
Ho ascoltato la loro musica non tanto per la qualità, ma principalmente come ricerca. Ho 35 anni e mi sento completamente disconnesso dagli adolescenti. Quali sono i loro interessi? Come parlano, qual è l'immaginario di cui si nutrono? Sadbøi è ambientato in Scandinavia, perciò mi è venuto abbastanza naturale prendere spunto dalla sottocultura Sad Boys, come si trattasse della chiusura di un cerchio, visti anche i loro continui riferimenti all'anime giapponese.

In Sadbøi l’arte è il “mezzo” attraverso il quale evadere, e allo stesso tempo con il quale costruirsi una propria identità (o distruggerla), per citare Sartre “il genio non è un dono, ma la via d'uscita che ci si inventa in casi disperati". C'è dell'autobiografico in questo?
Ci sono alcuni eventi autobiografici realmente accaduti, ma mi imbarazza condividerli. Ad un livello più profondo, come ho detto prima, faccio sicuramente parte del triangolo. Sono un praticante Zen, quindi la perdita del Sé e il tentativo di andare oltre la propria identità rappresentano due punti centrali della storia.

Leggendo il tuo ultimo lavoro si ha la percezione che tu volessi portare a galla le ipocrisie del sistema di accoglienza europeo dei migranti (non a caso l’“ipocrisia” è personificata dal “ruolo istituzionale” dell'assistente sociale), disintegrarle...
Sì, ma non credo che il mio libro stia "disintegrando" in senso distruttivo. Il mio approccio è quasi forense (forse questo è quello che intende l'editore di Canicola Edo Chieregato quando dice che il mio libro è "freddo"): smantellare la macchina e lasciare che il lettore pensi a una possibile soluzione da solo. Mostrare, non spiegare. Potremmo dire che questa è una storia concettuale.

Non a caso credo che per molti l'effetto che potrebbe avere Sadbøi sia abbastanza destabilizzante. Da un lato infatti si percepisce la tua critica nei confronti del sistema d'accoglienza e di un buonismo ipocrita di stampo nordeuropeo, dall'altro è altrettanto chiaro il tuo rifiuto nei confronti di nazionalismi e delle varie forme di xenofobia. Da che parte sta Berliac in tutto questo?
Parte della sfida, tanto per Sadbøi quanto per me, da artista immigrato residente in Europa, consiste nel passare da oggetto di discussione a soggetto che discute, sempre rimanendo fedele a se stessi e alle proprie esperienze. Tutti cercano di etichettarci come "immigrati": la Sinistra ci disegna come gente "buona" di natura, negandoci la libertà di scegliere il "male", mentre per la Destra è il contrario: per loro, siamo "nati sbagliati" e "indesiderati". Non è facile muoversi in mezzo a questo fuoco incrociato senza perdere la propria stabilità, eppure è la condizione più naturale che si può avere. Uno dei problemi principali per rimanere al centro, è il linguaggio a disposizione. Ad esempio, quando Sadbøi arriva in Europa. Se avessi adottato la stessa immagine vittimistica dei rifugiati in ipotermia, solitamente adottata dalla Sinistra, o l'immagine destrorsa di un gruppo di rifugiati in una barca diretta a colpire la Civiltà Occidentale, avrebbe significato schierarsi da una delle due parti. Invece, da immigrato e artista, il mio lavoro era di andare più a fondo e trovare linguaggio visivo che esprimesse più accuratamente il senso dell'esperienza di un immigrato, un personaggio che rispecchiasse il mio punto di vista. Quindi ho ripreso la "Grande Onda" di Hokusai non solo per esprimere cosa voglia fare di noi la politica, ma la più elementare e primitiva paura del mare.

Sadbøi, per gentile concessione di Canicola Edizioni.

Io in Sadbøi ho visto un personaggio romantico che, stufo delle gabbie che l’essere umano si è creato con le proprie mani cerca di evadere, anche a costo di perdere tutto (anche quel briciolo di libertà che gli resta). Tanto che alla fine è difficile non empatizzare con lui.
Penso che per raggiungere la totale libertà occorra perdere tutto. Sadbøi è un eroe in quanto si è liberato anche della sua ultima etichetta: il suo nome.

Leggendo il tuo ultimo lavoro mi è venuto da pensare che la “classe politica”, questa società, abbia commesso il tremendo errore di creare una generazione (penso ai giovani migranti, ma non solo) che non ha nulla da perdere. Che sensazioni hai circa il futuro?
Io cerco di vivere il momento, osservare e non giudicare.

Sadbøi è disponibile in tutte le librerie e sul sito di Canicola Edizioni.

Marco Frattaruolo è un blogger e critico musicale. Puoi trovarlo su Twitter: @frattweet.

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