Foto per gentile concessione di VEHC.

Siamo stati a Venezia Hardcore, il più grande festival hardcore d'Italia

Il Venezia Hardcore è "solo un concerto in sala prove che non ha mai smesso di sognare" e mette d'accordo punk, skater, skinhead e metallari.

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mag 21 2018, 9:49am

Foto per gentile concessione di VEHC.

Il Venezia Hardcore Fest, negli ultimi anni, è diventato baluardo di una scena che sembrava destinata a ritirarsi nell'underground più buio dopo la fine di alcune esperienze simbolo del DIY italiano. Penso ad esempio al Dauntaun a Milano, a XM24 e Atlantide a Bologna, ma anche al Dordoni di Cremona, al Mattatoio di Perugia o al Forte Prenestino di Roma, tra chi ha chiuso i battenti e chi non ha più collettivi che riescono ad organizzare concerti.

Nato per dare sostegno alle realtà locali, il VEHC, organizzato dai collettivi Trivel, Youth of Today e Venezia Hardcore, s’è sempre più affermato nel corso degli ultimi anni, forse in parte a causa di quel “vuoto istituzionale” lasciato dal venir meno delle altre esperienze, diventando un appuntamento fisso per gli amanti del genere di tutta Italia e ospitando band di punta della scena hardcore e metal mondiale come Trash Talk, Dead Swans e Integrity. Nato in maniera totalmente DIY, oggi il festival può contare su oltre 80 volontari di età compresa tra i 18 e i 30 anni che ne gestiscono ogni aspetto. Le cose sono andate così bene negli anni scorsi che quest'anno, al centro sociale Rivolta di Mestre, i giorni di festa sono due invece di uno solo, anche se io il primo me lo sono perso.

Il sabato arrivo al festival poco prima delle 17. Le persone che affollano lo spazio sono già centinaia: vedo volti noti di veterani, giovanissimi e anche qualche bambino.

Nella Hangar Room gli skater si stanno già sfidando sulle rampe a colpi di trick mentre l’area merch è, come al solito, meta di curiosi e spendaccioni che si aggirano come avvoltoi tra i banchetti delle band e quelli delle distro. Tra le nostrane F.O.A.D., Grindpromotion, Shove ed Epidemic trovo anche il banchetto di Southern Lord Records, a dimostrazione di come il festival stia diventando di portata sempre più internazionale.

Sento un ragazzo parlare inglese e mi avvicino per fargli qualche domanda. Si chiama Skinsoou, è di Lione e mi racconta che è venuto al festival per la prima volta l’anno scorso, da solo. “Ho conosciuto gli Slander a Lione, mi hanno dato un flyer del festival e così ho deciso di venire. È una cosa che faccio spesso, anche se avevo paura di sentirmi solo, come mi era successo ad altri festival in Inghilterra dove nessuno mi aveva parlato o coinvolto. Al Venezia Hardcore, invece, tutti sono stati super disponibili con me, mi hanno fatto sentire accettato e partecipe, e l’atmosfera nel pit è da pazzi! Amo quel vostro modo di mixare mosh, pogo, stage-diving, circle-pit… Mi sembra che qui le persone siano molto più vicine alla scena inclusiva degli anni Ottanta piuttosto che alla new school. Nessuno si sente messo da parte. Per questo sono tornato”.

Per quanto riguarda i live, la formula è la stessa degli scorsi anni: venti band che si alternano tra il Nite Park, il palco più piccolo soprannominato La Fornace e l'Open Stage. 20 minuti di set per le band locali, tra i 35 e i 45 minuti per gli headliner. Nessuna interruzione.

L’intento rimane quello di alternare vecchia scuola, con band come Varukers e Raw Power, band locali e show esclusivi di band in tour, come quello degli americani The Rememberables, paladini dell’emo shoegaze. Il risultato è un amalgama di generi capace di mettere d'accordo skater, skinhead e i metallari più ortodossi.

Samall con Dwid degli Integrity

Riesco ad intercettare Samall, considerato il patron del festival. A ogni edizione lo si vede correre come un dannato e, dalle Instagram stories del profilo VEHC, posso dedurre che nelle ultime 72 ore sia stato qui giorno e notte. Suona il basso nei Danny Trejo e canta negli Slander. Ha compiuto 25 anni ieri sera. Gli chiedo quali siano i problemi di organizzare un festival così grande: "Non esistono problemi ma solo soluzioni", risponde subito. "Per me la cosa più difficile è stata mettere assieme quelle teste e quei cuori che potevano fare in modo che il festival avvenisse. Prendere i propri gusti personali, pensieri personali, volontà personali e far fare un passo indietro ad ognuna di queste cose per far spazio invece a quello che doveva essere il bene di tutti quelli che venivano al festival e le band che ci suonavano. Quello che mi fa più felice è il rapporto umano che si è creato con le persone con cui porto avanti il festival; purtroppo è impossibile avere dei rapporti perfetti dove tutto va bene, a volte, certe personalità, soprattutto quando sono forti, diventano un'arma a doppio taglio. Una persona che poteva essere un cavallo di battaglia per la squadra può puntare i piedi e diventare una grandissima rottura di coglioni. Ecco, prima di arrivare a fermare dei grandi nomi per cui molta gente da di matto e si macina i chilometri abbiamo dovuto fare i conti con questo problema: chi siamo noi e perché siamo parte della macchina del festival. Ora che abbiamo consolidato le fondamenta del nostro gruppo credo che saremo pronti per portare avanti questa situazione, con i dovuti alti e bassi, per un altro bel po’ di tempo”.

Il primo gruppo che riesco a vedere sull’Open Stage sono i Confine, band locale di recente formazione ma che ha già saputo crearsi un seguito piuttosto vasto, grazie ad un’urgenza comunicativa che dà vita ad un mix nevrotico di hardcore vecchia scuola e thrashcore, che strizza l’occhio al grindcore ed inserisce elementi di ironia e blasfemia estrema. Non a caso “La favola di Dio”, sembra essere diventata un nuovo inno generazionale tra i giovani veneti che si accalcano sotto il palco (“Questa è la favola di Dio: codardo è il Padre, codardo è il Figlio”).

Su questo palco si alterneranno per tutta la giornata band dalle sonorità più old school, molto vicine alle scena NYHC di fine anni Ottanta come gli olandesi No Turning Back e gli austriaci Eisberg, una band hardcore straight edge in grado di scatenare un mosh pit incendiario.

No Turning Back

Incontro Alessandro Teschio, esponente della scena romana da oltre 20 anni e membro del collettivo Rotten Inc. che organizza, tra le altre cose, il festival Questa è Roma. Mi racconta che è la prima volta che partecipa al festival: “È clamoroso, i ragazzi si sbattono tantissimo e mi ricorda quando anche noi a Roma eravamo una crew compatta, questo aiuta molto nella riuscita degli eventi più grandi. Il livello è quello di un festival europeo per il target delle band e l’organizzazione perfetta. Le cose ovviamente cambiano molto da città a città, loro sono molto fortunati ad essere compatti e ad avere un ricambio generazionale che in altre città non c’è, vedi a Roma dove siamo sempre gli stessi ed è sempre più difficile organizzare qualcosa e coinvolgere un pubblico giovane”.

Mi sposto all’interno dove sulla rampa si sta destreggiando un bambino con una t-shirt di Sea Shephard. Lo avvicino e mi dice che si chiama Nico, ha 8 anni e non smetterà mai di andare sul suo skate. Più tardi vincerà uno dei contest, gli frutterà una felpa di 3 taglie più grande che non si toglierà più.

Girovagando tra i banchetti del merch mi fermo a fare due chiacchere con Guy Pinhas, bassista della band doom metal Goatsnake nella quale suonava anche Greg Anderson, chitarrista dei paladini del drone doom Sunn O))) e fondatori dell’etichetta Southern Lord, punto di riferimento per tutti gli amanti della musica estrema (ha pubblicato, tra gli altri, gli album di All Pigs Must Die, Nails, Earth, Boris e Wolves in the Throne Room). Da quando è tornato a vivere ad Amsterdam, Guy gestisce la distribuzione europea dell’etichetta. Gi chiedo cosa ne pensa del festival e mi racconta che nelle ultime settimane è stato al Roadburn e al Desert Fest e che è molto stupito dall’età media del pubblico del VEHC, in quanto gli sembra che siano tutti molto più giovani rispetto agli altri festival. "Qui l’atmosfera è speciale. Ha lo stesso spirito della scena hardcore degli anni Ottanta. Lo spirito continua. L’Italia è un posto davvero unico per l’hardcore punk. Mi sembra che la scena continui ad essere fiorente e le band che ne escono sono sempre ottime”.

Cerco un po’ d’aria all’esterno e mi chiedo se l’hardcore abbia ancora qualcosa da dire. I continui riferimenti agli anni Ottanta e l’espressione un po’ nostalgica dei presenti più anziani mi fanno pensare che forse siamo alla ricerca di una sensazione intrappolata in un tempo passato e che ormai non ci appartiene più. Me lo fa pensare anche il fatto che i live più attesi della giornata siano le reunion di due band che non suonano da 10 anni, il ritorno dei The Secret e lo show per il trentennale dei Cripple Bastards.

Sono le 20 quando i Gargantha, visibilmente emozionati, salgono sul palco. La band s’è formata quasi 20 anni fa, nel 1999, ispirata dalle band punk HC melodico americane che in quegli anni iniziavano a girare in Italia (come i Get Up Kids e gli American Football, per intenderci) unito all’immediatezza dell’hardcore old school italiano, e non saliva su un palco da otto anni. Mi piace la Nite Room perché, a differenze dell’Open Stage, il palco è basso e il pogo diventa un’esperienza trascendentale nella quale devi stare attento a non finire con la testa nella batteria. Oltre al fatto che, durante i live, la temperatura sale a circa 50° C. Inutile dire che sono bastate poche note di “Part of Evil” per far scatenare i presenti, non in un pogo violento ma, piuttosto, in una sorta di abbraccio collettivo. Quello della band trevigiana è un sound diretto e sincero, reso energico dall’incedere secco alla batteria di Matteo Benezzi, per me uno dei migliori batteristi che ci sono in Italia, anche cantante del gruppo.

Qualcuno urla “son tornato giovane!”, altri corrono ad abbracciare i membri del gruppo non appena il live finisce, tra gli applausi dei presenti. Mi avvicino a Matteo, mi racconta che era molto emozionato e che non vedevano l’ora di fare questa reunion perché, anche se ora suona in gruppi più vicini al death grind come i Restos Humanos, per lui e per gli altri i Gargantha non sono mai morti da quando sono sciolti.

Matteo Benezzi - Gargantha

Gli chiedo se secondo lui viviamo nostalgicamente il passato non avendo riferimenti nel presente, se si è persa un po’ di immediatezza rispetto a 10-15 anni fa: “Credo che tutto manchi di freschezza, ci sono molte band ora che ripropongono musica uguale a quella che c’era un tempo… c’è poca spinta creativa, al proprio potenziale. I musicisti stessi si legano alle cose che gli piacciono o che vogliono emulare, rifacendosi al passato. Per questo penso che tendiamo ad avere tutti questo sentimento nostalgico, probabilmente il sound di qualche anno fa ci sembrava più sincero. Sicuramente non è la stessa cosa per i giovani che provano ad avvicinarsi a questi generi”.

Quello dei veneziani La Piovra è uno dei live più attesi della giornata. Perlomeno, è di sicuro quello che io ho aspettato con più emozione negli ultimi mesi. Li ho potuti vedere live solo una volta, al loro concerto d'addio nell'ottobre 2007 all’Atlantide di Bologna. Mi ero trasferita lì da poco da un paesino vicino Domodossola. Non conoscevo nessuno e l’idea di presentarmi il primo giorno di lezione con una felpa dei The Clash e dei pantaloni scozzesi per trovare degli amici non era stata particolarmente intelligente. Ero abbastanza terrorizzata dal vivere in una città che era 100 volte più grande della mia. Mi ricordo che stavo cercando di capire se mi fossi persa quando un ragazzo mi ha dato un flyer dicendo: “Devi venire qui, queste band sono una bomba”. Quella sera mi sono aperta in due un ginocchio, non penso di aver mai più visto un live simile ed ho conosciuto i ragazzi con i quali da lì a poco fondai la mia prima band hardcore. Quindi, a distanza di dieci anni, mi sembrava che questa reunion fosse un po’ come un cerchio che si chiude, visto che tra qualche giorno compirò 30 anni. Inutile dire che il loro sia stato il miglior show dell’intero festival, forse anche di tutte le edizioni precedenti. Il tutto è iniziato con “L’ultima sigaretta”, brano contenuto nel one-sided LP del 2006. L’amica accanto a me ha visto il suo piatto di pasta ribaltarsi per terra in meno di un secondo. Il tratto distintivo della band è un mix di hardcore e rock’n’roll che richiama da una parte le leggende Minor Threat e Youth of Today, dall’altro esperienze più recenti come Los Crudos e American Nightmare. Su “Uno dopo l’altro” metà del pubblico è sdraiata sul palco o a terra, l’altra metà sta facendo stage diving, La band ripropone tutti i pezzi dell’LP, bruscamente interrotti da un black out. Il live diventa ancora più incredibile considerando quanto mi ha detto Marco Rapisarda, chitarrista del gruppo: “Vivo a Berlino da anni, negli ultimi mesi sono sceso in Italia tre o quattro volte per provare con gli altri. Federico invece vive a Montpellier ed è potuto arrivare a Venezia solo il giorno prima del festival. Nessuna prova per lui, non cantava dal last show in Atlantide e io e lui non ci vedevamo da quasi 10 anni”.

Quella dei Cripple Bastards è stata la presenza più discussa del festival. Niente di nuovo, è da anni che ogni apparizione pubblica della band di Cremona scatena polemiche a causa dei messaggi misogini, violenti e nichilisti della loro musica, per non parlare delle provocazioni politiche lanciate dal frontman Giulio The Bastard. Con questo show celebrano i 30 anni di attività, ripercorrendo l’intera discografia con alcuni dei loro pezzi più famosi, in gran parte ripresi da quel capolavoro del grind che è Misantropo a Senso Unico. Il pubblico accorso per il live inizia davvero a essere numeroso, è difficile respirare e, allo stesso tempo, non si può far a meno di urlare e di tirare pugni su pezzi come “Morte da Tossico” e “Italia di Merda”. La ferocia di Giulio è rimasta intaccabile negli anni, così come la potenza della band sul palco. In realtà Giulio è una delle persone più gentili che mi è capitato di incontrare da quando frequento i concerti, tant’è che non si sottrae alle mie domande.

Giulio The Bastard.

“Il VEHC mi ricorda un po' lo spirito di quando le cose funzionavano al Dordoni di Cremona e organizzavamo festival incredibili. Al di là di idee e caratteri diversi, si riusciva ad essere amici, collaborare e costruire eventi che attiravano tantissima gente, dal punk, al metal, al grind e così via. Poi è tutto andato allo sfacelo grazie a piccole invidie interne, rosicamenti e il solito capro espiatorio politico. Mi piace vedere quello che ha messo in piedi Samall con gli altri ragazzi, dimostra la voglia di sbattersi e il saper gestire le cose sotto un'ottica professionale e determinata. La sfida è saperlo mantenere e fortificare nel corso del tempo, e gli auguro di farcela. Fa piacere in un periodo come questo, in cui l'Italia é spesso tagliata fuori dalle mappe quando si parla di festival, constatare che ci sia una realtà autogestita in grado di far vedere che qui c'è ancora chi sa sbattersi con le proprie risorse senza passare attraverso l'immondizia delle solite agenzie di booking e promoter che pigliano la stecca. Spero che possa essere da esempio per tanti, anche in altre regioni”. Gli chiedo poi perché, pur conoscendo la loro storia, le persone continuino ad associarlo a idee di estrema destra. "La storia è sempre la stessa. I CB sono così, prendere o lasciare. Anzi, visto che qui si parla principalmente di me, non c'è molto da fare, è la mia indole: sono una persona estremamente intollerante e non me ne fotte un cazzo di come tutto questo possa essere interpretato o associato. Di politica non me n'è mai fregato gran che, è proprio la gente in generale che mi sta sui coglioni. A tanti fa comodo ricondurlo a un determinato orientamento, non vogliono capire. Basta vedere quanto dura il loro boicottaggio e da quanto tempo andiamo avanti noi”.

I The Secret non hanno certo bisogno di presentazioni. La band triestina è divenuta celebre in tutto il mondo grazie ad un mix di sonorità post-hardcore e black metal con pulsioni crust/grind che hanno dato vita, nel 2010, all’album che li ha consacrati: Solve et Coagula. Un caos nefasto, disperatamente nichilista, totalmente virato al nero. E nero è il palco che li ospita, completamente al buio se non fosse per i ceri disposti negli angoli. I fan della band sono numerosissimi e, dopo un’intro tratta da Lo strano vizio della Signora Ward, il pezzo iniziale non poteva che essere "Cross Builder", seguito da "Death Alive". Sostanzialmente il live proporrà quasi tutti i pezzi del disco, prendendo alcuni brani anche da Agnus Dei, come “Geometric power” e “Post Mortem Nihil Est”.

The Secret

Il caldo e la calca mi fanno quasi desiderare che gli Integrity finiscano al più presto il loro set. Lo storico gruppo metalcore di Cleveland porta in prima fila i veterani, tra i quali trovo Michele Giorgi, uno dei protagonisti del bellissimo documentario RMHC: 1989/1999 del regista Giulio Squillacciotti e presentato proprio qui al festival 4 anni fa. Michele è anche attivo da oltre 30 anni tra fanzine e webzine hardcore. Gli chiedo cosa pensa di questo festival, se la scena è cambiata e perché è difficile coinvolgere i giovanissimi: “La risposta alla domanda è qui: un festival fatto da giovani, per giovani, che si permette di dar spazio anche ai vecchi perché sanno perfettamente dove hanno le loro radici. Questi ragazzi finalmente stanno svecchiando la scena. Quindi noi anziani, senza dirlo, promuoviamo questo ricambio generazionale e speriamo che le cose si smuovano”.

Michele Giorgi

Il festival è finito, cerco di riuscire a salutare tutti gli amici venuti da tutta Italia, qualcuno si è messo a dormire su delle panche, altri sono seduti per terra a riprendere fiato.

Per rispondere alla mia stessa domanda: sì, credo che l’hardcore abbia ancora qualcosa da dire e penso che mai come oggi abbiamo bisogno dei valori che ci ha trasmesso. Onestà, collaborazione, amicizia. Un concetto espresso alla perfezione da una delle t-shirt serigrafate tutto il giorno da Nutty Print: “VENEZIA HARDCORE: solo un concerto in sala prove che non ha mai smesso di sognare”.

Serena Mazzini fa parte del collettivo ANW e ha fondato l'etichetta DIY Tanato Records. Seguila su Facebook e Instagram.

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