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Ecco tre album di 'Bon Iver' che forse non hai mai sentito

DiRyan Bassiltraduzione diGiacomo Stefanini

Prima di rifugiarsi nel bosco per ricucire il suo cuore spezzato, Justin Vernon aveva registrato un sacco di canzoni, che sono perfette per salutare l'inverno.

La storia di Justin Vernon che si va a nascondere in una baita sperduta nel bosco per scrivere For Emma, Forever Ago è stata ripetuta talmente tante volte che è la versione indie di Biancaneve o Giacomino e il Fagiolo Magico. Un uomo solo e col cuore spezzato, armato di chitarra acustica – e nel caso di Vernon, affetto da mononucleosi e da un'infezione al fegato – ritorna dalle terre selvagge con un album e una storia commovente. È allo stesso tempo una fiaba e un luogo comune di ogni campagna di PR.

Ciò che ha reso e continua a rendere diverso Vernon, tuttavia, è la sua assolutamente unica abilità nell'illuminare quei momenti di quiete e riflessione nella vita, raccontandoli con una tale ricchezza e peculiarità di dettaglio da risultare effettivamente commovente invece che prosaico e forzato. Da For Emma, Forever Ago si è anche palesemente evoluto come artista. Nell'uscita omonima del 2011 ha lasciato da parte l'acustica per un suono più ampio che facesse posto a un maggiore sviluppo spirituale e musicale, sviluppo culminato nell'album dell'anno scorso 22, A Millionun disco quasi illuminato, incentrato su numerologia, divinità e realizzazione del sé.

Ma mentre ogni disco ha visto Vernon crescere come artista, non solo lavorando all'interno di Bon Iver ma anche fornendo un nucleo tonale per il magnifico My Beautiful Dark Twisted Fantasy di Kanye West, è sempre rimasta una costante. C'è un filo che collega ognuno dei suoi lavori a quella baita, o perlomeno a quel panorama contemplativo e spazioso in cui si trova. Vernon fa musica per l'inverno, praticamente. E più nello specifico, la sua discografia ha l'impatto maggiore durante il periodo dell'anno in cui ci troviamo circondati dall'oscurità; come se le sue canzoni fossero indirizzate o create all'interno di una stretta finestra di luce – un momento chiave per la riflessione stagionale.

Tutto questo dovrebbe risultare ovvio ascoltando la musica e si manifesta anche nell'artwork dei primi due album di Bon Iver, entrambi ritratti di scenari ghiacciati e ricoperti di neve. Come se non bastasse, il nome stesso del gruppo deriva dall'espressione francese bon hiver, che significa "buon inverno". Ma anche prima di iniziare a fare musica con Bon Iver (che, non dimentichiamo, è un gruppo), Justin Vernon scriveva da tempo canzoni impregnate di atmosfera invernale. Forse è qualcosa che viene dal Wisconsin, lo Stato in cui è nato e cresciuto, un luogo che è tra i più vicini alla versione ideale di terra selvaggia coperta dalla neve. Oppure ha un cuore di ghiaccio. Chi lo sa. Ma ciò che è sicuro è che ci sono un bel po' di album di Bon Iver – leggi: Justin Vernon – che potresti non aver mai sentito e invece dovresti visto che la primavera non è ancora arrivata e il momento è propizio.

Il primo di questi è uscito nel 2001, tanto di quel tempo fa che viene da immaginarselo in un calendario Maya, e riporta alla mente nomi come Interscope e RCA records (la prima aveva pubblicato un anno prima il Marshall Mathers LP di Eminem, cambiando il panorama musicale, mentre l'ultima aveva pubblicato l'indimenticabile seppur cristallizzato nel suo tempo Is This It degli Strokes). A differenza di questi due, già allora la musica di Vernon era senza tempo – anche se con una sottile patina di Robert Pattinson Che Carica Una Canzone Su YouTube ma comunque dotata di quel talento sotteso e stratificato che avremmo poi visto in Bon Iver, per cui una sola parola riesce a colpire una mezza dozzina di emozioni diverse.

Quel primo disco di Vernon si chiama Home Is – un titolo appropriato, visto che contiene duetti con sua sorella, suo fratello e la sua ragazza di allora Sara Emma Jensen. Poi c'è Self Record. Uscito nel 2006 comprende la mia cosa preferita non a nome Bon Iver, la traccia “The Whippgrass”. Questa traccia, per me, è quella in cui il suono di Bon Iver comincia a formarsi più pienamente – non tanto acustico come il suo For Emma, Forever Ago che verrà, ma splendente degli stessi ritmi ripetitivi di chitarra che sostengono la voce di Vernon mentre spennella la tela della sua produzione con un livello di dettaglio chiaro ma aperto. Tipo, siamo sinceri: che cosa significa “The Whippgrass”? Cosa sta cercando di fare Vernon? Io non lo so di preciso, ma sicuramente sono in grado di farmi una mia idea vivida e di applicarla in un modo o nell'altro alla mia vita. Potrebbe star parlando del passare del tempo, potrebbe star cercando la verità, potrebbe semplicemente star parlando di erba alta – qualunque cosa sia, le sue parole presentano un'immagine con abbastanza spazio attorno da permettere all'ascoltatore di giungere alle proprie conclusioni.

Infine, c'è Hazeltons, uscito un anno prima del debutto di Bon Iver ma – almeno nella canzone introduttiva, che ricorda "Holocene" – ha più in comune con il secondo album del gruppo. Voglio essere sincero e ammettere che non ho ascoltato proprio tanto questo album, ma questa è la cosa bella di tutta la musica che c'è nel mondo – sarà lì per sempre.

Quello che voglio dire, tuttavia, è che se avete letto fino a qua allora questi sono tre album di “Bon Iver” che probabilmente non avete sentito e dovreste rimediare al più presto, oltre a tuffarvi nel resto della produzione di Vernon con Gayngs, Volcano Choir, Shouting Matches e l'ormai defunto progetto DaYarmond Edison. Oppure, se state leggendo e li avete già ascoltati, ditelo in giro, prima che arrivi la primavera. :)

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata su Noisey UK.

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