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Abbiamo chiesto ai Massimo Volume di mettere in classifica i loro stessi dischi

Elia Alovisi

Elia Alovisi

Mimì, Egle e Vittoria ci raccontano quali tra i loro dischi gli piacciono di più e quali di meno nel primo episodio italiano di Rank Your Records.

Rank Your Records è la serie di Noisey in cui chiediamo a musicisti di ripercorrere la loro carriera mettendo i propri album in ordine di preferenza.

Incontro Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini in centro a Bologna, sotto le due torri. Mimì è vestito come nel video di "Bar destino", e mi aspetta sotto un paio di occhiali da sole e un cappello nero. Egle e Vittoria arrivano poco dopo in bicicletta. Parcheggiano e ci avviamo in cerca di un posto più o meno tranquillo dove poter pranzare e registrare l'intervista, date le (comunque splendide, a mio parere) tendenze caciarone medie delle osterie bolognesi.

La storia di come i Massimo Volume hanno deciso di tornare a suonare insieme, dopo che le tensioni seguite alla pubblicazione di Club Privé se li erano portati via all'inizio del nuovo millennio, è già stata raccontata più e più volte: una chiamata per fare una sonorizzazione de La caduta della casa degli Usher, un film muto del 1928 di Jean Epstein. Poi, un concerto al Traffic Festival di Torino lo stesso anno, con l'ingresso in formazione del nuovo chitarrista Stefano Pilia. Un paio di anni dopo, l'arrivo di Cattive abitudini━l'album che li ha letteralmente rimessi sulla mappa della musica italiana, con quella che è oggi, assieme ad Aspettando i barbari, una doppietta di LP di qualità che possono servire da deterrente per chiunque sostenga che le reunion siano solo operazioni nostalgico/economiche. A volte, semplicemente, per fare qualcosa bene alle persone serve del tempo. 

Di tempo assieme, Mimì, Egle e Vittoria, ne hanno passato tanto: si sono conosciuti ventitre anni fa, Mimì e Vittoria addirittura venticinque. Assieme ad altri musicisti, hanno composto una discografia mutevole e profonda: dal clamoroso lirismo disagiato di Lungo i bordi alle affascinanti sferzate volgari di Stanze, dai ricchi nuclei narrativi delle canzoni di Da qui alle intime forme-canzone di Club privé. Ripercorrere il loro tempo assieme stilando una classifica personale dei loro stessi dischi non deve essere quindi stato un compito facile. Quella che vedete qua sotto l'ha scritta Mimì sulla tovaglietta di carta del posto dove siamo andati a mangiare assieme, mentre quelle di Egle e Vittoria━leggermente diverse━vengono fuori dalla nostra conversazione. 

6. Club Privé (1999)

Noisey: Come mai partiamo da Club Privé?
Emidio Clementi: "È un disco incostante. Ci sono comunque dentro pezzi che mi piacciono molto e poi abbiamo continuato a suonare anche negli anni. C'è qualche classico. Ma l'idea e il tentativo di entrare in un mondo più cantato non è stata efficace. Avevamo avuto voglia di cambiamento━​avevamo fatto tre dischi differenti, ma volevamo allargare lo spettro delle nostre possibilità. E lo ricordo come un periodo, mio personale e nostro, non felicissimo. Non ho bei ricordi di quella parte della nostra storia."
Egle Sommacal: "Sono d'accordo, è l'unico disco dei Massimo Volume in cui si possono avvertire davvero dei pezzi brutti, almeno in due o tre episodi. I brani con il Rhodes, ad esempio "Ti sto cercando", con cui si era cercato di sostituire le chitarre elettriche nel nostro suono. Ci sono invece dei pezzi, tipo "Saint Jack", che trovo tuttora interessanti. E credo che più che una questione di voce, sia stato proprio il fatto che erano brani musicalmente poveri."

Ripensando ad allora, quanta fu l'influenza di Manuel Agnelli sul risultato finale? Senza i suoi input l'album sarebbe stato in una posizione diversa, magari?  
ES: "No, lui il suo impegno ce l'ha messo. Aveva fatto delle correzioni a posteriori dovute, perché si era accorto che alcune cose non funzionavano. Non è riuscito, da solo, a fare diventare Club Privé un bel disco ma sicuramente non l'ha peggiorato."
Vittoria Burattini: "Manuel era molto presente a livello di dinamiche in studio, ma interpersonali. Sulla questione musicale, un po' perché pensava che eravamo già in grado di portare a casa un disco, non fu tanto invasivo. Non ricordo prese di posizione, e le soluzioni che aveva trovato erano fighe."

Percepivate, allora, il presentimento che quello sarebbe stato l'ultimo album dei Massimo Volume?
EC: "C'era un po' una stanca, ecco."
VB: "Era sicuramente un periodo di crisi della band, ma era impossibile prevedere che ci saremmo sciolti."
ES: "Probabilmente il fatto che Metello [Orsini, chitarrista nda] uscì dalla formazione, ci trovammo con un disco che non era il nostro disco migliore... dopo un tot di anni che stai assieme è normale che ci siano degli scazzi, non lo puoi evitare."

Emidio, quelli di Club privé sono anche i testi di cui vai meno orgoglioso?
EC: "Sì. Nella sua incostanza ci sono testi che a me piacciono molto, come "Pondicherry" o "Dopo che." Ma la forma-canzone mi aveva ingabbiato, sento un po' di stanca anche in quelle parole."

5. Stanze (1993)

Passiamo al vostro esordio.
EC:
 "Mi costa, eh, metterlo qua. Considera sono delle eccellenze tutti quanti! Fosse la classifica dei primi cento dischi italiani, i primi cinque sono questi [risate, nda]. Seriamente: adesso lo sento distante. Alcuni pezzi non ti dico che mi imbarazzano, sono contento di aver scritto quei testi ma appartengono a un periodo preciso. Anche quando li portiamo dal vivo, magari mi fa strano ricantarne alcuni, e allora evitiamo. Quindi lo metto lì, se uno non ha mai sentito un nostro disco non gli darei Stanze. 'Ecco quello che siamo stati, anche se poi abbiamo preso un'altra direzione.' Anche se ci sono molto affezionato."
VB: "È il disco della formazione, il disco dei vent'anni. L'ho ascoltato per puro caso due settimane fa, prima il disco e poi un live che facemmo al Covo nel 2010 in cui lo suonammo per intero. Devo dire che l'energia che sprigionava quel disco, proprio perché eravamo giovani, l'ho ritrovata solo in Aspettando i barbari. Che è più maturo, Stanze era più istintivo. Però è vero che ha l'ingenuità della giovinezza."

È vero che lo registraste in tre giorni?
ES:
 "Sì!"
VB: "Una settimana, se comprendiamo anche i mix. Tempo ne avevamo, erano i soldi che mancavano. Io ero in una stanza e voi in un'altra, ricordo."
ES: "Abbiamo registrato pochissime cose a parte, tipo la chitarra di "In nome di Dio." Erano altri tempi, c'erano le bobine..."
EC: "Però un disco in una settimana, più o meno... se avevi pochi quattrini era quello il tempo."
VB: "Non avevamo idea della quantità di tempo in cui si 'doveva' fare un disco."
ES: "Però direi che Stanze non lo metterei penultimo."
VB: "Io quasi metterei Cattive abitudini. Mi piace, l'ho riascoltato, ma manca un lavoro finale e c'è meno istintività rispetto a Stanze. È difficilissimo!"

4. Lungo i bordi (1995)

Lungo i bordi è considerato quasi universalmente il vostro "classico." Come mai è nella parte inferiore della classifica?
EC: "A me da fastidio la voce, con il suo unico registro sempre molto declamato anche in pezzi più rarefatti, lenti, che avrebbero avuto bisogno di una voce più posata. Poi ovviamente ci sono i superclassici nostri, è il disco dove abbiamo trovato un nostro suono, più personale. Detto questo, un po' mi innervosisce quando lo sento. Io ci vedo dei limiti. Sai che se potessi farne una nuova edizione, come in un libro...?"
ES: "Poi il suono di Lungo i bordi è anche frutto di errori a livello di fonica."
VB: "Sì, perché passammo per due produzioni. C'era Fausto​ [Rossi, scelto come produttore dal gruppo all'epoca nda] che aveva tutto un disegno sul disco... aveva delle idee sparse su come il disco sarebbe potuto andare a finire. Non avendo mai fatto il produttore prendeva a destra e sinistra senza criterio. Registrava un po' in casa, aveva tutti dei metodi suoi. Non si era capito molto quello a cui voleva arrivare durante le session di registrazione. In più c'era un altro fonico, che poi sarebbe diventato il produttore, Kaba​, che aveva un'interpretazione ancora diversa. A un certo punto abbiamo litigato, Fausto ha mollato e Kaba ha portato a casa il disco. E per me ci sono delle ingenuità di esecuzione, se potessi rifare la coda di "Inverno 85" lo farei subito. Poi magari chi non suona non se ne accorge, ma adesso sapremmo suonare certi episodi diecimila volte meglio."
EC: "Anche come suoni, per esempio Stanze è più contemporaneo rispetto a Lungo i bordi, che è più ricercato ma datato. Ad esempio nel basso di Franchino [Cristaldi, che venne chiamato a registrare alcune parti dell'album nda], che a sentirlo oggi sembra proprio anni Novanta."

Ecco: alcune parti non vennero suonate da voi.
ES: "Ci fu la chitarra di Umberto [Rossi, nda] su "Nessun ricordo". L'avevo composta io ma non riuscivo ad eseguirla, con grande mio scorno! E allora venne chiamato lui."
VB: "Me li ricordo come giorni piuttosto drammatici... 'Arriva il professionista da fuori!" Non so se gli altri sono d'accordo, ma all'epoca eravamo meno padroni dei mezzi dello studio. Io ero spaventata da questa autorità musicale che giudicava, Kaba è pure un batterista ed è uno che ti mette paura. Ma è stato l'unico che mi ha insegnato veramente come si fa a registrare delle batterie in studio. Nessun altro come lui. Detto questo, eravamo un po' schiacciati dal peso dei bravi musicisti professionisti da una parte e punkettoni demmerda dall'altra."

Il fatto che foste stati messi sotto contratto da una major come vi faceva sentire, all'epoca?
VB: "Diciamo che c'erano dei soldi. Si faceva così ma nessuno ha mai messo naso... abbiamo sempre avuto la fortuna che essendo troppo non-mainstream nessuno ci ha mai tenuto a tenerci lì. Mentre ci sono gruppi che sono rimasti incastrati in contratti molto più lunghi rispetto a noi."

Cosa pensate del fatto che "Il primo Dio" sia diventato il vostro pezzo più identificativo, in un certo senso?
EC: "Credo sia un pezzo che tutti hanno voglia di ascoltare, ma non è come ascoltare un singolo. Forse è il nostro pezzo più classico, ma è sempre dentro un discorso."
VB: "Anche "Il primo Dio" poteva venire meglio. Anche se tutti pensano sia il nostro pezzo numero uno."
ES: "Però ha un equilibrio, per quanto possa essere sballato, che da una magia al pezzo. Quel disco, nonostante e forse in grazia agli errori, è riuscito ad avere qualcosa di strano che l'ha reso quello che è."
EC: "Era un suono nuovo, comunque. C'erano degli elementi un po' spiazzanti. Oggi uno l'ha assorbito, uno dice, 'Una chitarra alla Egle.' Ma all'epoca era tutto nuovo, con l'abbandono della distorsione e tutto."

3. Aspettando i barbari (2013)

Sfatiamo il mito per cui, per ogni gruppo, l'ultimo album è sempre il migliore.
VB: "Io lo penso! Non so perché Emidio l'ha messo qua, forse perché è uno sfigato! [risate, nda]."
EC: "È un disco che ha un po' di tempo. Fosse uscito oggi forse avrei un'altra idea, ora li ho messi in prospettiva. È un disco che mi piace molto, mi piace la sua tensione."
VB: "Per me è molto più contemporaneo di qualsiasi altra nostra cosa, ha i suoni più pensati. Credo che quello che volevamo raggiungere e quello che poi abbiamo realmente ottenuto combaciava, ed è una cosa che non ho sentito sempre così intensamente."

Egle, in che modo è cambiato il tuo lavoro assieme a Stefano Pilia da quando è entrato nel gruppo? 
ES: "Stefano è stato molto impegnato negli ultimi anni ed era meno in sala prove, quindi su Barbari ha fatto un lavoro più di arrangiamento rispetto a uno basato sulla scrittura. In Cattive abitudini si sente molto di più la sua impronta. Il riff di "Le nostre ore contate" è suo ad esempio, come anche quello di "Fausto."

Emidio, l'impressione che ho avuto ascoltando Aspettando i barbari era quella di un citazionismo maggiore che in passato. Non lo uso in termini negativi, hai sempre citato persone ed eventi nei tuoi testi, ma qua era come se fosse tutto up to eleven.
EC: "Mi piaceva mescolare un po' un mondo di citazioni cercando di farlo entrare nel mio, dandogli una freschezza, anche un senso diverso. Quella è un'operazione che mi piace sempre fare."
ES: "Personalmente, ritengo "Vic Chesnutt" il pezzo più bello della produzione dei Massimo Volume."
VB: "Anche per me. E anche "Altri nomi", nonostante abbiamo messo Club Privé là in fondo."

2. Da qui (1997)

Da qui è un disco nato in studio?
EC: 
"È il disco su cui abbiamo lavorato di più in studio a livello creativo, delle scelte sono state fatte lì. Ma siamo arrivati da boy scout coi pezzi già chiusi. Poi con la doppia produzione Steve Piccolo​ e Kaba ci siamo concessi un po' di spazio, è vero."
ES: "È stato anche il disco forse più rilassato. Non avevamo scazzi e ci si divertiva, perché la formazione a cinque era una figata."
VB: "Avevamo un sacco di tempo a disposizione, eravamo in mezzo alla campagna. Ed eravamo sempre ubriachi."

È curioso come, nonostante foste in tre chitarristi, sia il vostro disco più spazioso e minimale.
EC: "C'è molto silenzio dentro, vero. Ma mi piace perché finalmente i pezzi hanno registri diversi come voce, sono meno 'compatti'━in senso positivo."
VB:
 "Effettivamente lavorammo in effetti molto per sottrazione nell'arrangiarlo. In quel periodo eravamo così."
ES: "Per me le tre linee di chitarre di "Avvertimento" sono bellissime, per dirti. Come incrocio lo trovo interessante. Tra l'altro non l'abbiamo neanche più eseguita dal vivo, quasi."
VB: "Anche Steve contribuì alle chitarre, fece un giro bellissimo su "La città morta."

Come ricordate gli anni tra Lungo i bordi e Da qui? Come venne percepito il disco all'epoca?
VB: "Dopo Lungo i bordi iniziammo a percepire un cambiamento di pubblico. Lo presentammo all'Hiroshima, a Torino, che in quel periodo ci aveva praticamente adottato. C'era Valerio Soave, della Mescal, al banchetto. Quella sera vendemmo un sacco di copie, e lui non se lo aspettava. Eravamo diventati un po' più esposti. Solo che all'epoca c'era il concetto del singolo, e anche la Mescal aveva iniziato a ragionare in quei termini dato che aveva messo sotto contratto i Subsonica. Ma noi non possiamo fare un singolo, è abbastanza chiaro che per noi è difficile. Ricordo che mi telefonò il nostro fonico di allora e mi disse, 'Ah, ma avete messo "Atto definitivo" come secondo pezzo, è una fucilata nei coglioni! Come vi viene in mente?' A noi non ce ne è fregato effettivamente un cazzo di tutto ciò, ma eravamo entrati un po' in quel meccanismo."
EC: "Da qui venne accolto in maniera tiepida. Eravamo nel momento in cui avevamo già un po' rotto i coglioni. Lo spazio che ti veniva lasciato per le recensioni era il box, solitamente, e invece ne uscirono di brevi. Rimanemmo delusi perché, insomma..."

Strano, perché oggi è considerato a tutto diritto un grande album.
VB: "Sono strane 'ste cose, eh? È difficile mettere le cose in prospettiva, sia quando le fai te sia in generale."
EC: "Ma se vai a rivedere le copertine di allora, quanto peso sembrava avrebbero dovuto avere dei dischi, che poi non hanno avuto... Il tempo però o ribilancia o comunque cambia certe valutazioni."
VB: "Se Da qui fosse stato il nostro primo disco forse sarebbe stato accolto diversamente."
EC: "È vero. Non c'entra niente, ma credo profondamente a questa cosa: prendi com'era visto il cinema negli anni sessanta e settanta. La gente mediamente non ha mai capito un cazzo. Ma allora, da persona che non capisce un cazzo, ti sentivi di andare a vedere il film di Fellini perché lo dovevi fare. Sennò ti sentivi a disagio. Andavi a vedere , non ci capivi un cazzo e probabilmente ti annoiavi. Ma lo guardavi. La forza di Fellini era che alla gente diceva, 'Vieni!' e uno andava a vederlo. Invece in altri momenti storici, in cui metto anche il nostro, non siamo capaci di essere così seducenti da portare nel nostro mondo la gente. Noi come Massimo Volume sicuro, ma anche noi come generazione. E quindi rimaniamo per una nicchia. Dovremmo tornare a stuzzicare la gente. Nessuno si fa scrupoli a dire, 'sei palloso,' mentre un tempo si diceva, 'non lo capisco'."

1. Cattive abitudini (2010)

Come mai Cattive abitudini è in cima?
EC: "Ricordo il periodo in cui lo abbiamo fatto come un periodo con una sua magia, c'era questa grande voglia di pezzi nuovi, di tirar fuori qualcosa. I miei testi mi piacciono molto. L'ho riascoltato neanche tanto tempo fa e mi piace proprio. "In un mondo dopo il mondo", "Fausto", "Robert Lowell" sono tutti pezzoni. Me lo ricordo come un disco snello da scrivere."
ES: "Io non lo definirei snello, ci abbiamo messo due anni in fondo."
EC: "Ma non ricordo grosse impuntature, cose che non venivano..."
VB: "A me sembrava un casino portarlo a casa, il solito parto."

La classifica di Egle e Vittoria sarebbe diversa, quindi.
ES: "Per me non è al primo posto, metterei Aspettando i barbari perché è un po' più cattivo e violento, e in questo periodo mi piace più quel tipo di cose. Come preferisco Stanze rispetto ad altri dischi, è più vicino alle mie corde."
EC: "Io dico Cattive abitudini anche perché a tratti ha un suono un po' da West Coast. Io sono molto appassionato da quella stagione lì, e non mi sarei mai aspettato che dei nostri pezzi avessero quel respiro. E invece ce l'hanno. Quando ci sono quelle chitarre che si intrecciano, con quel suono molto californiano, a me piace molto."

Che ruolo ha avuto Francesco "Burro" Donadello nelle registrazioni di Cattive rispetto a Marco Caldera su Barbari?
VB: "Abbiamo scritto che l'ha prodotto, ma Marco Caldera ha 'prodotto' di più Aspettando i barbari di quanto Burro abbia fatto su Cattive abitudini. Ma non è un paragone, lo dico solo perché nel secondo caso era una questione di suono e non di post-produzione."
ES: "Sì, era questione di come mettere i microfoni come fare una ripresa live. Invece in Aspettando i barbari abbiamo volutamente lavorato in digitale, per sovraincisioni, dando una freddezza che consentiva un maggiore intervento da parte di chi stava al mixer. La parte interessante è stata che a un primo giro abbiamo avuto un approccio analogico, ortodosso..."
EC: "...che non ci appartiene poi nemmeno tanto. Ma abbiamo sposato questa religione che non era la nostra."
VB: "Burro non voleva entrasse neanche un computer in studio."
ES: "E poi alla fine è andata bene. È vero che quei pezzi li suonavamo bene."
VB: "È tutto in presa diretta, eravamo tutti insieme nella stessa grande stanza. Quindi c'era da farsi venire un esaurimento nervoso, se la sbagliava uno bisognava ricominciare."
EC: "Di solito c'è un'onda che dopo la terza o la quarta non la azzecchi più. Certe volte ci siamo fermati delle mezz'ore per riuscire a ribeccare certi pezzi."
VB: "Mentre stavamo registrando vennero a trovarci Giorgio Canali e Angela Baraldi. Arrivarono mentre stavamo facendo "Le nostre ore contate", che è pure un pezzo abbastanza difficilotto. E non volevano credere al fatto che stavamo registrando così. Canali ci disse, "Ma cosa cazzo state facendo? Ma siete pazzi?" Eravamo proprio lì su ogni singola nota. Lo studio è poi sempre difficile, in presa diretta è più difficile che mai. Fu veramente una prova, ma anche una grande soddisfazione."

La fotografia dei Massimo Volume è di Ilaria Magliocchetti Lombi.

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