Quantcast
Jeff Mills, l'uomo del futuro

The Wizard ci racconta la techno come alienazione, come ricerca e perdita di se stessi.

Foto di Nestor Leivas

Jeff Mills è uno che non ha bisogno di presentazioni. Lui è uno dei pionieri della techno, la sua lunga carriera ha coperto gli ambiti della musica, del cinema e delle miriadi di interazioni tra media e fruitore, riflessioni sull'essenza della persona come sull'essenza della musica. In quest'intervista, Jeff Mills discute il suo ultimo film con la regista francese Jacqueline Caux, Man From Tomorrow, dello stato della musica elettronica, della science fiction, della tecnologia, del suo ruolo e dell'angoscia che ne deriva, e infine di che ne sarà della techno quando smetteremo di ballare.

Noisey: Ho visto la tua performance per The Woman In The Moon di Fritz Lang al Sonic Cineplex di Glasgow qualche tempo fa, era una cosa incredibile. Hai curato un sacco di colonne sonore (il più delle volte per film di fantascienza) prima di allora, e anche dopo, ma Man From Tomorrow è un'altra cosa: è una colonna sonora originale di un film originale che parla di te. C'è stata differenza con quello che fai di solito?

Jeff Mills: Ci sono stati due tipi di approccio. Lang ha predisposto lo schema dell'intreccio e il mio ruolo è stato mettere la musica su cose che già esistevano. C'erano parti umoristiche, quindi ho cercato di sottolinearle al meglio, ma con Man From Tomorrow è stata un'altra cosa. È stato più introspettivo. Dopo che ho parlato più e più volte con Jacqueline, abbiamo deciso che la colonna sonora dovesse essere la caratterizzazione musicale di me stesso, che ero il protagonista. La cosa più importante era che non si dovesse proprio dipingere un ritratto a tutto tondo dell'artista, ma più i suoi aspetti psicologici, la difficoltà mentale di creare cose per gli altri. La distanza e il magnetismo che si ha con un'audience.

Cosa volevi trasmettere con The Man From Tomorrow visivamente, musicalmente e a livello concettuale?

Be' dovevo descrivere la mia vita, cosa vedo e come lo vedo. Quando suono alle feste, quando viaggio, quando interagisco (o non interagisco) con le persone. La mia unica lingua è l'inglese, quindi ho meno possibilità di comunicare quando sto in viaggio. Devo guardarmi molto intorno, focalizzarmi sui miei modi guardando anche me stesso da una certa distanza, la stessa cosa che faccio durante i miei set. Dopo un po' di anni che fai questo lavoro, diventi bravo a conoscere le persone che hai intorno e capire cosa desiderano, quando devi prendere le redini della situazione e cambiare le carte in tavola, c'è tutta una serie di gestualità fisiche e attitudinali che ho sviluppato col tempo. Questo è ciò di cui Jacqueline ed io abbiamo discusso maggiormente.

Come senti che si è sviluppata questa parte nella pratica, nel film?

Abbiamo capito che la maggior parte del film (in cui mi si vede) avrebbe dovuto riflettere l'idea di distanza del soggetto da chi lo percepisce. Per questo sono spesso solo in scena, è la natura della mia vita come DJ. Non sono la stessa persona che ero quando ho lasciato Detroit, sicuramente.

In che senso?

Quando viaggi tanto, quando stai sempre in movimento, quando approfondisci le cose e ti ci immergi cambi per forza carattere. Intorno al 1992 facevo un sacco di cose, avevo i miei gusti ben definiti, i miei amici, interessi in comune con loro, molte più interazioni sociali—cose che molta gente dà per scontate. Più stai lontano, per forza di cose, da questa normalità, e acquisisci conoscenza di te stesso in altri contesti, più fai fatica a interagire e ad aprirti.

Quindi lo scopo principale del film è raccontare queste ansie?

Forse, ma mi ha aiutato la musica a raccontarmi, e forse la mia vita ha aiutato la mia musica. Il fatto stesso di non essere bravo con gli sport o di non essere affezionato a nessun tipo di hobby mi tiene concentrato con la musica. Non è complicato per me concepirla come una narrazione di viaggi attraverso spazio e tempo, attraverso situazioni particolari. La musica cambia a seconda della vita che conduci.

Oltretutto, credo che la percezione che si ha della techno è cambiata parecchio: sta diventando a poco a poco un sinonimo di "dance music," di musica da club. Sei d'accordo? Credi che questo processo stia sporcando le radici della techno?

Ci sono un po' di aspetti da considerare. Credo che ci sia molto fermento nell'industria musicale e che in molti supportino questo processo di normalizzazione, in parte perché quelli che fanno techno oggi non sono musicisti. Arrivano a questo mondo facendo il DJ, non escono granché da questa prospettiva. La maggior parte dei DJ techno della mia generazione (compreso me) erano prima musicisti, quindi la loro creatività si riversa prima sulla loro musica, poi sui loro set. Alcuni di noi percepivano i DJ set come momenti in cui i propri sentimenti si esprimevano a pieno, più che momenti di puro intrattenimento. Certo, se poi la gente ci balla, sui tuoi sentimenti, è un valore aggiunto, ma la musica, di base, dovrebbe comunicare qualcosa. Dovrebbe essere strutturata in modo da trasmettere anzitutto serietà, e illuminare l'ascoltatore di qualcosa che da solo non troverebbe. Credo ancora in quest'attitudine, anche se la realtà dei fatti è un po' diversa.


Jeff Mills nel 1983, live footage.

Come percepiscono la musica, la cultura e la carriera questi nuovi DJ, a tuo parere?

"Il mio lavoro è fare il DJ e fae ballare le persone, quindi, se le persone ballano, ho fatto bene il mio lavoro." Credo sia dura immaginare un altro modo di rapportarsi alla techno, perché ci sono pochi esempi di questa attitudine, e quei pochi esempi non sono molto considerati, forse perché non vanno sulle copertine delle riviste, non sono famosi e non sono ricchi. Questa cosa è abbastanza triste, perché la techno ha molto da offrire, ma se non la si prende sul serio, se non si vuole imparare di più da questo mondo, credo che resterà sempre così com'è, presa un po' sottogamba, e forse morirà quando smetteremo di ballare.

"Quando smetteremo di ballare".... Oddio, non è che sei un po' apocalittico? Hai ragione a pensare che la techno abbia molto di più da offrire, ma forse non si perderà l'approccio che abbiamo sempre avuto al ballo, indipendentemente dal genere o dall'attitudine del momento.

Sono più di 30 anni che suono e mi rendo conto di questa cosa: ora si balla molto meno di prima. Io parlo di quando balli in totale sintonia con quello che il DJ sta suonando, fino al punto che il DJ riesca a manipolare i movimenti del tuo corpo, che ti possieda. Ho visto questo processo di deperimento, ora si muovono solo le braccia, come nell'hip hop. Forse il destino della techno è abbandonare i club e diventare musica che si ascolta.

Però a quel punto sarebbe un problema del DJ più che dei producer.

Be', i producer dovrebbero comunque stare a guardare questo processo e capire se ha ancora un senso tentare di far musica indirizzata a un'audience danzante.

C'è un modo secondo te in cui si potrebbe fermare il declino della techno?

Forse ci sarà bisogno di personalità forti che sappiano affrontare l'audience nel modo giusto, ma sicuramente la definizione più pura della techno si perderà in qualcos'altro. Forse qualcosa di più vivido, di più convincente per il momento in cui siamo. Ricreare un'esperienza di realtà parallele, questo dovrebbe essere il principio con cui la musica si muove.

Credo che la tecnologia possa rendere più facile questo processo: ascoltare la techno ti fa sentire un po' decontestualizzato, come se fossi, che so, in India nel 1645. La tecnologia avanzerà in parallelo alle nostre esigenze e alle situazioni in cui vorremmo trovarci, ma questo succederà solo se sapremo seguire al meglio i cambiamenti del mondo.

Ad essere onesto, credo che non balliamo più come una volta perché la musica proposta non ci piace più. Ci piace più che altro stare in posti in cui sappiamo che incontreremo certa gente, che hanno una certa atmosfera, vai già lì per uno scopo. Il DJ in quel caso diventa più che altro un corollario.

Sentire una traccia veramente figa su un sound system figo è un po' il mio concetto di clubbing, perdersi nella musica, dimenticare chi siamo. Credo che in quest'ottica si potranno sentire evoluzioni positive del genere, magari con un po' di impegno si rieducherà la gente ad essere presenti a se stessi e assenti allo stesso tempo, e a smetterla di preoccuparsi di chi c'è intorno.

Sembra che qualche speranza tu ce l'abbia ancora.

Se ci pensi, l'isolamento portato dalla tecnologia ci aiuterà a sperimentare molte più sensazioni, ad avere più esperienze anche indirette, ci darà sempre più conoscenze del mondo esterno, delle persone. Per esempio in questo momento non posso prendere un aereo e andare, che so, in Brasile, ma se mi metto in testa che è così, o se mi prendo qualcosa che aiuta la mia coscienza a dirigersi in quella dimensione, non ci sarà nessuno che può convincermi di non esserci. La realtà virtuale è un esempio abbastanza calzante di come l'alienazione possa portare più in contatto con se stessi.

Se ballare (e l'esperienza sociale del clubbing) non è più così strettamente collegata all'esperienza della musica elettronica, se la techno stessa non è più "dance music" in senso stretto, se l'isolamento tecnologico ha sempre più peso, la techno che valore assumerà?

Magari cambierà anche la definizione stessa di "musica". Forse non sarà più note e accordi su una tastiera, sarà più di così, sarà forse come intrattenere una conversazione per strada con qualcuno che non esiste. Il ruolo della musica è aprire le nostre menti, illuminarle, ci sono molti modi per farlo.

La tecnologia ha sempre più peso nel senso che stiamo comunicando in molti modi che non ci sta più bene essere come siamo, vogliamo cambiare, diventare altro. L'abbondanza di tecnologia è come l'abbondanza di ricchezza: porta necessariamente all'isolamento. Questo è il ruolo che sta avendo la tecnologia finora, dobbiamo solo capire se ci sta bene o no.

Ansia e isolamento sono sintomi della nostra piccolezza di fronte a velocità e immensità di questi cambiamenti. Anche il romanticismo di avere a che fare con l'ignoto è stato schiacciato da questo processo. Quello spazio per l'immaginazione di cui parlavi prima, l'opera dell'artista, dove si trova ora?

Il desiderio dell'essere umano è sempre stato l'espansione, trasformarsi in qualcosa di divino. Ora la burocrazia e la politica si mettono in mezzo tra noi e la nostra volontà di potenza, ma essendo un processo individuale si potrà fermare ben poco. Forse tutta questa introspezione porterà a una maggiore sensibilità e riusciremo a farne grandi cose. Siamo in un'epoca di transizione.

Questo è un po' il motivo per cui la fantascienza sta diventando un genere sempre più seguito. L'idealismo proposto nella fantascienza è tale per cui non esclude affatto il realismo, anzi la cosa funziona perché stanno esattamente sullo stesso piano. La narrativa, in questo senso, porta i sogni sul piano della realtà, come se questo sogno fosse necessario, come se fosse necessario esibire le proprie utopie.

La fantascienza è un genere di uso comune, non è fatta per scienziati o astronauti. Il gioco è immaginare che potresti essere tu a trovarti in quelle situazioni irreali. Questo è il motivo per cui mi trovo così bene con questo mondo.

E forse per il fatto di presentarci l'irrealtà così reale ci dà più speranza che possiamo veramente vivere cose fantastiche, è romantica in questo senso.

Sì. Questo è un modo di pensare al mondo ora: guardarlo da quella prospettiva futuristica. I film di fantascienza sono come i sermoni: ne esci con la convinzione di aver capito un po' di più degli altri esseri umani.

Credi ci sia un'interrelazione tra la musica techno e le profondità sconosciute dello spazio?

Il cambiamento non avverrà se ci crederanno poche persone, ci vorrà una presa di coscienza collettiva. La techno ha bisogno di fantasia, di riflessione, di viaggio, di predisposizione d'animo. Se non la si prende in questo modo, da parte di chi la crea e da parte di chi ne fruisce, questo genere è destinato a morire.

Come mai, secondo te, si è arrivati a questo punto?

Abbiamo fatto un po' di errori all'inizio. L'industria ha fatto l'errore più grosso concentrandosi in un'unica direzione, sempre party-centrica. Per questo l'interesse si è spento.

La rave culture ha seguito il suo schema: esaurirsi per saturazione, fino al punto che ciò che avveniva nella pratica trascendeva di gran lunga la riflessione che si poteva compiere in parallelo. Mi ricordo che all'inizio mi spazientivo quando mi chiedevano di parlare di ciò che facevo. Gradualmente si è parlato sempre meno di cosa significava la musica.

Anche i media musicali pensano spesso che questo sia un argomento noioso, preferiscono parlare di party a Ibiza piuttosto che di un disco e del suo significato. Però la musica esiste anche al di fuori delle feste, e se ha un senso dovrebbe lasciartelo addosso anche quando la festa finisce. Chiudendo il dialogo sulla musica si limita di molto anche l'audience a cui ci si rivolge, perché si limitano gli argomenti a disposizione, mentre il potere della musica è quello di essere un'occasione da cui partire.

Pensi che i concetti portanti e gli ideali su cui hai costruito la tua carriera siano ancora attuali o attuabili?

Non passeranno mai di moda perché non sono mai stati di moda. Quando ho iniziato, nessuno considerava lo sforzo idealistico sotto alla mia musica. Ora sento che il mio ruolo è diventato anche divulgativo: dovrebbe esserci qualcuno che si impegna a parlare di musica in un certo modo.

Non mi sento in competizione con altri producer, però. Voglio raggiungere un'audience più vasta possibile, voglio che ci sia fermento, discussione, anche discordia nella mia audience. Questo processo doveva essere fatto in parallelo a quello delle feste che duravano 72 ore di fila, perché si creasse un bilanciamento, perché la techno avesse un senso, una pienezza, per alimentare una coscienza collettiva.

La techno è politica. Deve esserlo. In un certo senso, il mio lavoro è sempre stato un'estensione di Underground Resistance (parlando idealisticamente). La dance culture di adesso non è interessata a fare altro da quello che sta facendo: una volta che si capisce come sopravvivere bene con la musica dance, si fa quello e basta, senza mettere in discussione o provare a elaborare ciò da cui veniamo. In pochi concepiscono la musica come un oggetto in grado di mettere in discussione se stessi e il sistema in cui si vive, e questo processo di inconsapevolezza ha raggiunto anche la techno, forse perché è diventata un genere popolare e ha perso lo spessore politico, di rottura, che aveva inizialmente.

Questa critica è più verso gli artisti o verso i media che non riflettono abbastanza su quel che accade nella scena?

I DJ vogliono piacere. La nostra mentalità "di genere", quando abbiamo iniziato, invece era tutt'altra: non davamo alla gente quello che voleva, volevamo piuttosto estrarre un sentimento, un concetto, e tradurli con i mezzi che avevamo. Non so perché questa cosa ora si sia persa, forse perché ci si focalizza su altri valori (far soldi, successo), o forse perché mettiamo in dubbio il valore dei concetti che dovremmo tradurre. L'obiettivo di oggi è molto più semplice: diventare famosi facendo qualcosa che si sa che funziona, che è quello che vuole il pubblico, è molto meno difficile e porta più risultati. Forse sono troppo elitario e idealista.

O forse è perché hai vissuto la mentalità di Underground Resistance.

Il nostro piano era presentare la scienza, lo spazio, la musica era secondaria in questo. Nei primi anni Novanta facevamo musica a partire dalle nostre letture. Se c'è una cosa che ho imparato da quegli anni è che un genere si evolve solo se non si focalizza su se stesso. Dovrei andare per le strade con un megafono a predicare questa verità.

Quindi, per concludere, questa è ancora la tua attitudine. Ora che piani hai?

Jacqueline ed io stiamo lavorando a un nuovo film che si chiama Oneness; parla di unicità, ma anche di come l'uomo si fonde con la macchina. Inizieremo a filmare all'inizio dell'anno prossimo. Ho anche qualche performance orchestrale già pianificata, e una specie di adattamento cinematografico di una storia che ho scritto ispirandomi a 2001: Odissea Nello Spazio di Kubrick. Lo presenterò a Parigi l'anno prossimo, insieme a coreografie di un gruppo di danza contemporanea. Ho anche una residenza di tre mesi al Louvre, e vi farò un mix di musica, cinema e performance.

E la musica?

Oh sì, faccio sempre album. Il prossimo si chiamerà The Emerging Crystal Universe, che sarà finito a settembre, poi uscirà la colonna sonora per il film di Lang The Woman In The Moon; una release di 3 CD con circa 35 tracce. Sto ancora leggendo un sacco di libri sullo Spazio, chiaramente, sulle stelle, su Saturno in particolare. Mi guardo un po' intorno.