Omar Souleyman è l'uomo più cool dell'Universo

Come Omar Souleyman è passato dal fare il cantante ai matrimoni in Siria ad essere la più grande star del più improbabile crossover musicale.

di Meher Ahmad; traduzione di Andrea Bosetti
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gen 10 2018, 9:45am

Foto via YouTube/Noisey.

Quando incontro Omar Souleyman nell’appartamento del suo agente, nel quartiere più orribilmente gentrificato di Williamsburg, sembra un beduino arrivato a piedi dal deserto siriano. Il suo aspetto classicamente arabo - sigaretta sempre accesa, baffone folto, kefiah e thawb (la caricatura dell’Arabità, visto da un occidentale) - più che una meraviglia dell’Est è un confortante ricordo del tempo che ho passato in Medio Oriente. Lo saluto in arabo, e parliamo della sua fama in quel mondo e di come i miei insegnanti di arabo prima o poi abbiano finito tutti per menzionarlo. Lui parla lentamente, scandendo le parole così possa capirlo, e sembra quasi che stiamo conducendo un’intervista in uno di quei video per imparare le lingue. È molto paziente, sorride con la sigaretta in bocca quando tiro uno strafalcione, permettendomi di correggermi.

La prima volta che ho sentito le sue melodie desertiche distorte ero su un taxi in Giordania, e venivano suonate costantemente quando vivevo in una baracca di cemento con dei Beduini nei deserti settentrionali del Paese, in una zona simile alla città d’origine di Souleyman, Ras Al-Ayn. Non riuscivo a capire che strumento potesse produrre i suoni su cui Omar cantava, e fu solo quando guardai qualcuno degli innumerevoli e sgranatissimi video dei suoi live che capii che si trattava semplicemente di una tastiera Yamaha suonata in modo dannatamente veloce. Assieme alle urla effettate di “Yallah!” e filtrando tutto con un registratore di merda, il sound di Souleyman si è ritrovato per puro caso lungo la linea di confine tra folk, prog e musica sperimentale.

Omar Souleyman ha raggiunto la fama internazionale dopo essere finito nel roster dell’etichetta di Seattle Sublime Frequencies, nel 2006, ma nella sua terra natia, la Siria, e nei Paesi limitrofi è una leggenda da più di vent’anni. Souleyman canta canzoni per la dabka, la danza tradizionale mediorientale, da quando aveva sette anni, ma solo nel 1994 ha tenuto il suo primo concerto (che in Siria significa “cantare a un matrimonio”), e le sue frenetiche canzoni da sposalizio lo hanno presto lanciato nello stardom arabo.

L’ubiquità di Souleyman deriva dal proliferare delle sue performance ai ricevimenti, che spesso venivano registrate su VHS e regalate agli sposi, copiate in grande numero e distribuite nei polverosi negozi di musica della regione. Si dice che esistano più di 500 di questi nastri. “Al primo matrimonio cui cantai, in parecchi mi si avvicinarono chiedendomi di suonare ad un altro”, mi racconta, “e questa cosa andò avanti finché non mi accorsi di non avere più tempo libero durante la settimana, il mese e poi l’anno. Mi resi conto che stavo diventando famoso dopo i primi cinque matrimoni cui cantai, più o meno.”

L’unicità del suo dabka sound per l’orecchio occidentale è completamente alieno, ma questo non è solamente dovuto al fatto di essere originario degli ~esotici deserti d’Arabia~. La dabka normale non suona come la dabka di Omar. Lui la mixa con la musica Choubi irachena, con testi curdi, e suona tutto a velocità assurde: “la regione in cui vivo è un triangolo: ci sono Turchi, Cristiani e Curdi. E cantavo per tutti. Ciascuno suona la musica tradizionale con un proprio stile, così io cantavo in modo diverso a seconda. Imitavo il modo in cui cantano”, dice Omar, “imitavo il loro folklore e lo aggiungevo al mio stile”.

Kieran Hebden, in arte Four Tet, ha prodotto l’album di Souleyman Wenu Wenu, del 2013, e per improbabile che possa sembrare la combinazione, non è la prima volta che Omar collabora con artisti che è più probabile sentire in un locale a Brooklyn che non in un narghilè bar di Damasco. Anche Bjork e i Gorillaz hanno contattato Souleyman, in passato, e quando gli chiedo delle collaborazioni con nomi di questo calibro, dà un’alzata di spalle: “Sai, è lavoro”. L’artista migliore con cui ha mai collaborato? “Il mio tastierista.”

Souleyman risponde a qualsiasi domanda da dietro i suoi occhiali, tra una boccata e l’altra dell’onnipresente sigaretta. È la sua coolness, giustapposta e allo stesso tempo in totale contrasto con le ondulazioni sfrenate della sua musica, a renderlo così intrigante. Il modo in cui siede in quell’appartamento di Williamsburg, appollaiato su un divano svedese bianco con la sua kefiah, intervistato da un paio di jeans attillati senzienti, è una metafora perfetta del suo rapporto con il pubblico americano. Souleyman continua a comportarsi e a suonare come se fosse ancora ad un ricevimento nel deserto del nord della Siria, anche quando è sul palco del Primavera davanti a una folla di ragazzini indie ubriachi.

Gli chiedo che tipo di musica occidentale gli piaccia. Mi risponde per la prima volta in inglese e non in arabo: “Lenta. Qualunque cosa sia lenta”.

La versione originale di questa intervista è stata pubblicata nel 2013 su Noisey UK.

Omar Souleyman sarà in Italia per un solo concerto, il 12 gennaio 2018 al circolo Magnolia di Milano. Segui l'evento su Facebook e acquista i biglietti in prevendita su MailTicket o TicketOne.

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