Come Instagram ha cambiato il rap italiano

Instagram è un social fondamentale per la nuova scena rap italiana, e non è un caso.

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set 22 2017, 9:20am

La chiave del successo di Instagram è stata la sua semplicità. Il concetto alla sua base non è mai davvero cambiato: guardi le foto della gente che segui e che scorrono nel tuo feed, prima in ordine cronologico e ora selezionate da un algoritmo. Era il 2010 quando l'app venne lanciata per iOS, nel 2012 arrivò anche su Android. Le uniche vere innovazioni nel suo uso sono state due: il lancio di un servizio di messaggistica, Direct, a dicembre 2013, e l'introduzione delle Stories ad agosto 2016. Queste ultime sono state praticamente prelevate pari pari da Snapchat—che ha avuto il merito di introdurre una modalità di sharing temporaneo diventata in breve tempo uno standard a cui tutti i principali social media si sono adeguati.

Le Stories e Direct sono oggi parte dell'attrattiva di Instagram, ma la loro specificità è che non sono fondamentali all'utilizzo dell'app. Un utente può, semplicemente, caricare e guardare foto. Scorrere il suo feed e le storie, mettere like quando gli gira. Mentre Facebook e Twitter diventavano luoghi sempre più complessi cercando di contenere e incorporare ogni cosa, Instagram ha continuato a fare quello che ha sempre fatto senza mai snaturarsi. E quindi sta crescendo a ritmi impressionanti.

I social network, oltre alla classica retorica della connessione, hanno il pregio di poterci mettere in contatto con le persone famose che scegliamo di seguire. Il che valeva già dieci anni fa, ai tempi di Myspace. Facebook, invece, non ha mai davvero dato ai suoi utenti l'impressione di poter stabilire delle connessioni dirette con i proprietari delle pagine a cui mettiamo like—forse per il loro layout pensato più per presentare contenuti ibridi che per fare una singola cosa, forse per il loro uso da parte di terzi invece del loro titolare. Instagram è invece un social network profondamente personale—io, artista, carico foto. Io, artista, mi filmo e mi mostro ai miei seguaci. Uso la mia immagine, le mie parole e la mia voce riempiendo il tuo schermo. Tu, artista, non mi "piaci" e basta: io ti seguo.

A usare Instagram sono perlopiù ragazzi con meno di trent'anni. I più giovani tra questi fanno parte della generazione che ha concepito i social come un luogo di auto-promozione più che di condivisione, preferendo l'immagine—accompagnata da un breve testo, spesso citazionistico—al link e/o al testo complesso. Chi fa parte di questa categoria cancella le foto che non prendono tanti like, così da mantenere una determinata immagine di successo sociale. Usa assiduamente Ask.fm e servizi simili, come Sarahah e ThisCrush, facendosi fare domande come fosse una star, concedendo fotografie e risposte ai suoi seguaci. E come si fa seguire, segue altri ragazzi e ragazze. Instagram è quindi la piattaforma che più si adatta allo spirito sociale del tempo; e guarda caso, la grande maggioranza del pubblico rap italiano è composto proprio da bambini, adolescenti e giovani adulti.

I rapper italiani della nuova scuola hanno saputo sfruttare questa logica alla perfezione per promuovere e consolidare la loro immagine, anche perché alcuni di loro fanno direttamente parte della generazione social a cui si rivolgono. Questo accade, soprattutto, nelle storie: i rapper sono felici di mostrare ai propri fan piccole scene dal loro quotidiano, mitigando così quella sensazione di inaccessibilità da sempre insita nell'essere un VIP. Inoltre, essendo l'interconnessione tra artisti una delle caratteristiche proprie della nuova scuola, le storie permettono ai rapper di comunicare tra loro promuovendosi a vicenda, stringendo rapporti più forti e dando a chi li segue l'impressione di essere parte attiva e vivente della sottocultura di cui si sentono parte. Oppure, più prosaicamente, le Stories sono una buona occasione per farsi portare l'erba dai fan. Ma è la natura stessa di Instagram a facilitare questo processo di avvicinamento tra artista e fan: i gatekeeper tradizionali—cioè le riviste, le radio, le TV—non servono più ai rapper, che possono raggiungere molte più persone tramite i loro profili social. Qualche tempo fa, ne ha parlato in modo acuto Salmo.

I firmacopie sono un'altra consuetudine della scena dotata di una specifica narrativa social. La presenza fisica, sotto forma di una stretta di mano, un bacio o un abbraccio, è aumentata dalla sua condivisione da parte del rapper nelle storie. Nei periodi di promozione, i rapper riempiono le loro storie di simulacri di incontri secondo una narrativa precisa: ci sono i video del viaggio, i "[posto] stiamo arrivando". C'è l'arrivo, tra grida e cori dei presenti. E poi, una lunghissima serie di incontri che i ragazzi ritratti andranno poi a rivedere, felici e contenti. Infine i saluti, i "[posto] siete stati bellissimi". Una connessione simile si stabilisce anche quando i rapper postano screen di messaggi ricevuti—Laioung è uno degli artisti che lo fa con più regolarità—o ripostano immagini di ragazzi che indossano il loro merch, o ringraziano per fan art ricevute. La nascita delle fan page su Instagram va in questa direzione. Il punto non è tanto conversare tra persone che condividono una passione, come si faceva nei forum o sui gruppi Facebook, ma porre brevi domande (chessò, "Qual è il beatmaker migliore della scena?"), pubblicare immagini e meme, e sperare di ricevere like e repost dal soggetto per cui la pagina è stata aperta in primo luogo.

Il primo firmacopie di Orange County: California di Tedua, dalle sue Stories.

Ma soprattutto, Instagram è diventato un contenitore alla base della conversazione sul rap italiano. A livello mediatico un ruolo importante lo ha giocato STO Magazine, che per primo ha applicato nell'ambito del genere l'idea per cui il social network può non essere un mero veicolatore di click verso un sito internet ma direttamente lo spazio dove i contenuti vengono presentati. A livello contenutistico, le Stories e Direct sono diventate un genere comunicativo a sé stante, soggetto di articoli e collezioni di rip ricaricati su YouTube che macinano centinaia di migliaia di visualizzazioni. Ancora, la logica è quella dell'immediatezza: un conto sarebbe leggere uno stato di Clementino arrabbiato con Gianluca Vacchi scritto e caricato con calma, un altro è vederlo esattamente nel momento in cui si sta incazzando. Senza la velocità della pressione di un'icona, e la casualità di un errore, del pene di Guè avrebbe continuato a parlarne solo lui in musica. I litigi si svolgono su Instagram, in pubblico: come hanno dimostrato qualche tempo fa Guè, Marra, J-Ax Fedez, non serve neanche più dissarsi in forma canzone. Basta registrare qualche Storia.

Le Stories sono inoltre un veicolo che facilita la diffusione di termini ed espressioni. La creazione di uno slang è un processo creativo, giocoso e derivativo, ma al contempo fortemente identitario: io parlo in un certo modo perché faccio parte di una certa generazione, o perché vengo da un determinato posto. Senza le Stories della Dark Polo Gang, non ci sarebbe una legione di ragazzini che usa "[parola] way", "bufu" e compagnia bella; mancherebbe un vocabolario condiviso, parte fondante del sentimento che rende così accaniti i fan del collettivo romano.

Instagram come luogo di connessione, creazione di una scena e produzione di linguaggio e significato, quindi; non di conversazione. Ma oggetto di conversazione e analisi, quello sì: di quello che succede su Instagram ne parliamo noi media e noi fan, ma ne parlano anche direttamente i rapper nei loro pezzi. C'è chi usa il stesso sistema che tiene su l'impalcatura social del rap italiano come tema attorno al quale parlare di alienamento, solitudine e dipendenza dall'approvazione altrui, come Ernia su "Instagram". E c'è chi la prende sul ridere e parla di Instagram come spazio del divertimento, della frivolezza: vedi i DM di Marracash e Guè Pequeno in "Insta Lova".

La speranza è che Instagram regga i ritmi evolutivi di internet; che non sia un fenomeno strettamente generazionale, e quindi che non diventi mai una punchline sgonfiata dal tempo. Perché "Dogofiero" spacca anche nel 2017, certo, ma quando Guè dice "Su Myspace ci succhi due pali di accessi" non puoi non farti scappare un sorrisetto.

Dato che siamo qua a parlare di Instagram, Elia è su Instagram.

E anche Noisey Italia è su Instagram:

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