Il Sanremo dei "Raccomandati"

Non parliamo di vere raccomandazioni, ma di quei concorrenti che si sono presentati al Festival come protégé di qualche big e, per aver volato troppo vicino al sole, hanno perso le proprie ali.

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06 febbraio 2018, 11:04am

Una delle tante cose di cui ci vorremmo liberare, quando si parla di Sanremo, è quella logica dei "Big". Non sarebbe bello concepire un galà della musica italiana che non deve inchinarsi a gerarchie e strutture piramidali? Ma forse il bello di Sanremo è proprio che continua a essere contemporaneamente così brutto e così popolare, il perfetto catalizzatore per la sete di polemica di noi italiani. Tornando ai big, quello che molta gente non mette in conto parlando dei "baroni" sanremesi, dei leviatani della canzone italiana, degli Antenati, è che questi sono spesso presenti anche in quasi-incognito. Anche quando non si presentano sul palco in concorso, si annidano spesso nella nicchia delle “nuove proposte”.

Esatto, nella storia del Festival i big hanno messo le loro manacce anche in quegli insospettabili confini, figurando come autori, pigmalioni, talent scout o produttori che, prendendo sotto la loro ala le belle speranze della musica italiana, a volte finivano anche per far loro troppa ombra, rovinandole. Tra l’altro capitava spesso che un big figurasse in più di una canzone in gara, che, non so a voi, ma a me pare una pratica un po' 'ndo coio coio.

Ed è per questo che ho deciso di aprire il sipario sulla mia personale top ten dei “raccomandati” del Festival. Personaggi a volte di una certa caratura, ma spesso sabotati dal sistema stesso che li ha creati, in un cortocircuito che ha come denominatore comune uno dei cancri del nostro tempo: la scalata al successo. Tacabanda allora!

Sibilla – "Oppio", 1983 (Battiato)

Di Sibilla non mi stancherei mai di parlare, in quanto fan accanito, ma ahimè, la sua partecipazione sanremese ha fatto la storia come una delle peggiori in assoluto. La motivazione? Un errore “tecnico” che profuma di autentico sabotaggio. Infatti, a differenza di molti suoi colleghi d’epoca, Sibilla cantava dal vivo e non in playback. Le bastava solo la base e il resto usciva tutto dalla sua ugola, in carne e ossa. Al festival, però, le viene mandato in spia il playback completo (cosa molto strana: come facevano ad averlo se non serviva?) cosa che la mandò completamente fuori scala perché non riusciva a sentirsi. Risultato: stonatura terrificante ed eliminazione immediata.

Il suo pigmalione Battiato la vide in TV, e si mise a ridere in maniera isterica con le mani nei capelli, cercando di buttarla sull’umorismo. Almeno così racconta. Secondo me invece avrà buttato il televisore dalla finestra, magari incazzandosi in maniera zen, magari mentre Giusto Pio cercava di fermarlo ricordandogli che alla fine "il motore è immobile”. I due sono infatti gli autori del pezzo, il cui trademark fatto di citazioni testuali colte, giri armonici di stampo esotico, elettronica applicata al pop in maniera quasi motorik saltano subito all’orecchio.

Ma soprattutto è il secondo brano portato da Battiato a Sanremo in cui protagonista è la droga: già in "Per Elisa", portata alla vittoria nella manifestazione dei fiori da Alice, si parla di dipendenza da eroina. In un 1981 in cui le spade erano l'arma attraverso cui si consumava un vero e proprio lento genocidio della gioventù, la metafora amorosa collegata al consumo di stupefacenti era qualcosa di sbalorditivo, tanto che, come tutti saprete, sarà citata anche nel cult movie Amore Tossico. Qui invece si passa all’oppio vero e proprio, in un certo senso contestualizzato e nello stesso tempo decontestualizzato. Perché l’unico modo per parlare di droga a quei tempi era inserire l’argomento in un contesto culturale non alienato: una specie di “Per Elisa“ in positivo. Ma il testo pazzesco evoca comunque sballi ravvicinati del terzo tipo, con quei meravigliosi versi ariosi che recitano candidamente e in un certo senso amaramente “a quei tempi l’oppio ci costava meno di una birra”. Oppio non è in realtà il primo disco di Sibilla: prima infatti uscirà un 45 giri dal titolo "Sud Africa", col lato B "Alta Tensione", in cui la nostra ha pieni poteri sui testi dividendosi con la premiata ditta Battiato/Pio. Purtroppo non si tratta di un 45 giri ufficiale, ma di un mero promo stampato per iscrivere Sibilla a Sanremo (all’epoca il regolamento imponeva che l'artista di turno avesse almeno un disco all’attivo per partecipare alla manifestazione). Il file sharing ha fortunatamente permesso il recupero di questi brani, come anche del successivo singolo "Plaisir d’Amour", cover di un lieder del compositore settecentesco Jean Paul Egide Martini, che pare fosse la canzone preferita di Maria Antonietta. Ma non solo della regina: anche Elvis ne fece una cover rimaneggiata tanto che è sfuggita a molte orecchie (stiamo parlando della celeberrima “Can’t Help Falling in Love”), così come Joan Baez nei primi anni Sessanta e lo stesso Battiato, che decise di recuperarla per “come un cammello in una grondaia”.

Insomma, un breve ma intenso curriculum quello di Sibilla, che di tutte le ancelle del maestro catanese è evidentemente quella più sfortunata, forse penalizzata dal sistema per arginare lo strapotere commerciale di Battiato, all’epoca al suo zenith (e infatti dopo non ci saranno più grosse comparsate del nostro sui palchi sanremesi... un caso?). Ma in fondo chi se ne frega: come canta Sibilla in "Oppio": “Ho perso la testa, ma sto bene anche senza”.

Lipstick - "Che donne saremo", 1990 (Red Canzian)

In giro si leggono castronerie galattiche, come ad esempio che Le Deva sarebbero "la prima girl band italiana; non ci credete, prima di loro c’erano le Lipstick. Erano in pratica la versione italiana delle Vixen, in un tentativo di sdoganare l’hair metal nel pop, cosa che se all’estero era già avvenuta con Bon Jovi e gli Europe, mentre qui in Italia manco col kaiser. Le nostre ragazzone lombarde tuttavia erano attive già nel 1984, distinguendosi nei circuiti indipendenti per essere belle incazzate e per fare metallo al cromosoma Y in un’era in cui in Italia si era ancora machisti e Jo Squillo era ormai diventata un’icona italo disco abbandonando il punk delle Kandeggina Gang. Per questo motivo il primo grande padrino è Pino Scotto, all’epoca ancora col cervello in testa e non la fotocopia di Richard Benson venuta male, che le porta ad aprire i concerti dei suoi Vanadium (che, ricordiamolo, era un gruppo della madonna).

Ebbene, voi penserete: ma se fanno metal, che cazzo c’entrano queste con Sanremo? Succede che il protettorato passa improvvisamente da Pino Scotto a un produttore insospettabile ma non troppo: Red Canzian, il bassista dei Pooh. Oggi il nostro gareggia solitario sui palchi di Sanremo, visto che quelli che mi piace considerare i Beatles italiani si sono sciolti per sempre. All’epoca, invece, ad andare a Sanremo non ci pensava per niente, in questo manifestando un piglio punk insofferente a certi meccanismi del mercato. E sempre con questo piglio, a occhio e croce, se ne andava per club a vedere i gruppi metal, passione che condivideva con Dodi Battaglia, ma anche, come confessato di recente, anche con Roby Facchinetti (che una volta, al Gods of Metal, per poco non mette sotto con la macchina uno dei Testament). I tempi infatti stavano cambiando e oramai anche quella considerata musica per drogati stava raggiungendo le vette di ogni classifica (culminando poi con il Black Album dei Metallica, per molti il sacrilegio finale ai danni di un genere).

Ecco che Red nota queste tizie, musicalmente molto dirette ma tecniche, e probabilmente nell'Italia dei tempi anche il fattore estetico ha il suo peso. Decide subito di lanciarle al grande pubblico in quanto novità assoluta nel panorama italiano, ma ha la cattiva idea (per quanto probabilmente in buona fede) di rendere radiofonica la loro spinta hard rock, cosa che ai Pooh era riuscita durante il passaggio al prog sinfonico. Ma se di là c’era un virtuoso come Dodi Battaglia, capace di restare metal in qualunque situazione, qui limare troppo gli spigoli implica snaturare tutto per virare verso un AOR che manco gli Aerosmith. E difatti, nonostante il team di produzione agguerrito composto da, appunto, Red e Marco Tansini alle musiche e un Valerio Negrini ai testi in vena di mandare affanculo tutti, si nota una strana aura di normalizzazione sonora.

Il motivo è oscuro, considerando che nei Pooh, ad esempio, le chitarre sono spesso stiletti affilati con un suono importante anche quando fanno "Piccola Katy", e le tastiere sono comunque dosate: c’è forse lo zampino della CGD che non si fida di un gruppo alle prime armi nel mondo mainstream? Probabile, d’altronde anche i CCCP con Canzoni Preghiere Danze del II Millennio avevano il suono di Luca Carboni. Nei testi invece Negrini si fa polemico, forse perché le Lipstick col loro “metallo pressofuso” lo fanno sentire finalmente libero di scatenare il suo anarchismo contro il potere, gli uomini, gli stereotipi femminili inserendo anche quadretti di vita di strada e sottoproletariato urbano (la polemica lettera al presidente, ad esempio, se la prende apertamente con Cossiga consigliandogli di cambiare aria).

Il lancio a Sanremo 1990 nella sezione “Nuove Proposte” con “Che donne saremo” vede le nostre povere amazzoni subire la stessa sorte della succitata Sibilla. La loro esibizione sarà infatti penalizzata dall’assenza della batteria, non si sa come sparita dall’impianto: Dorelli, il presentatore, si scusa ma il pubblico sarà impietoso e le eliminerà. A tutto il team delle Lipstick girano i coglioni e impongono al patron del Festival di poter far risuonare il pezzo finalmente nella sua integrità sonora: risultato, in questa reprise si sfonda l’ampli di chitarra, non si sente un cazzo, e anche qui scuse su scuse. Solo sfortuna? Mah... Lungi da noi fare i complottisti, ma un sospetto comunque ci viene: a Sanremo la novità è osteggiata da sempre, per cui è quasi naturale pensare a un accanimento contro i “nuovi capelloni”. Sta di fatto che dopo questa esperienza e album relativo, le Lipstick si scioglieranno facendo perdere le loro tracce.

Caso strano, lo stesso anno a Sanremo vinceranno proprio i Pooh, portando la famosa "Uomini Soli" e facendo così bingo al primo tentativo. Non casualmente questo brano è quasi ispirato al pezzo “Uomini e Noi”, proprio delle Lipstick. Una specie di vendetta, insomma, che però in un certo senso segna una vittoria di Pirro visto che riconferma lo strapotere degli uomini nel music business. E rappresenta anche, evidentemente, la sconfitta inevitabile del metal a Sanremo: sarebbe stato forse sufficiente far scrivere alle Lipstick le loro canzoni senza mettersi in mezzo.

Sharks - "Tentazioni", 1989 (Ruggeri/Vasco Rossi)

Ed è ancora metal. In questo caso abbiamo una conturbante band di maschioni, gli Sharks. Gruppo milanese di matrice hard rock, nascono nel 1979 e negli Ottanta si sente la loro affinità con i Van Halen. Nel 1985 hanno una rapida ascesa nel giro milanese a causa delle loro esibizioni live e partecipano al festival Band Explosion in Giappone come nuove proposte, unici italiani insieme alla Nannini che suonava fra i big. Il cantato è in inglese, come da tradizione di ogni gruppo metalloide che si rispetti, ma poi ecco arrivare il loro primo pigmalione deciso a farli arrivare al grande pubblico italiota. Il suo nome è Enrico Ruggeri, che tra l'altro nel 2018 torna a calcare il palco di Sanremo con dei ritrovati Decibel, ricaricati da un probabilmente inaspettato nono posto in classifica per il loro Noblesse Oblige.

Egli prende gli Sharks sotto la sua ala, coadiuvato da Luigi Schiavone, il suo storico chitarrista e metallaro DOC. Ora, evidentemente abbagliati dall’esplosione dell’hair metal degli Europe, cercano di indirizzarli su quella linea d’azione dimenticandosi delle radici collettive ben piantate nell'humus hard rock (voglio dire, i primi Decibel, i Kaos Rock...). Fatto sta che il tentativo da parte di Ruggeri di rendere in italiano i testi delle canzoni fallisce: forse anche per un’interpretazione non all’altezza del cantante, il disco Notti di Fuoco, suscita curiosità ma non buca il pubblico. Ed è qui che entra in gioco Sanremo e un altro promoter dai gusti rock, Vasco Rossi. Il Blasco, dopo "Vado al massimo", aveva chiuso con Sanremo e le sue cazzate, ma nel 1989 decide di scrivere il testo di "Tentazioni" per gli Sharks, il quale verrà appunto presentato alla manifestazione canora. Ruggeri ha dunque abbandonato la faccenda? Niente affatto! Supervisiona il progetto, che con questi testimonial sembra sulla carta rinvigorito. Invece Il pezzo è onestamente un po’ spento, e la coattaggine non salva la performance (tipo che Jovanotti con ”Vasco” era, ironia del titolo, più duro). Nonostante ciò il Blasco decide di portarseli in giro per il tour dello stesso anno, piazzandoli di riflesso anche come apertura dei Deep Purple e Jethro Tull, concependo anche un loro album interamente scritto da lui di cui rimangono solo – pare- dei misteriosi master chiusi in qualche baule.

Alla fine la parabola degli Sharks si chiude ma in un certo senso in maniera indolore. Tutti gli elementi continuano a lavorare con le sette note: ad esempio il chitarrista lo ritroviamo a suonare con Baccini, il bassista diventa un session man di Ruggeri, Vasco e Ligabue, nonché di Masini e Anna Oxa, il batterista diventa uno degli allievi prediletti di Tullio de Piscopo e nel 2000 torna per un po’ nel mondo underground con gli Exilia, un gruppo nu metal che apre a gente tipo Rollins Band, Therapy? e Rammstein, ed è forse l’unico che in qualche modo si è rifatto una vita rock. Vero è che gli altri fanno parte della tribute band dei Queen Queenmania, il che un po’ inquieta, ma è sempre meglio che andare a Sanremo a fare la figura dei baluba per due spicci, non vi pare?

Alessio Bonomo - "La Croce", 2000 (Caterina Caselli/Avion Travel)

Beh a Sanremo è sempre mancato il noise. Quando qualcosa di un minimo estremo sale su quel palco diventa automaticamente una cosa disneyana. Per dire, come già ricordai, anche i Bluvertigo che nella vita normale avevano un appeal rock abbastanza credibile a Sanremo parevano dei pupazzi tipo Rockfeller, mancava solo il ventriloquo Luis Moreno. Invece nel 2000, sul palco dell’Ariston approda l’apparizione che non ti aspetti: Alessio Bonomo, un personaggio che Caterina Caselli si prende sottobraccio e riconducendolo probabilmente ai vecchi ricordi dell’Ascolto, lo porta a Sanremo con un brano allucinante, che di fatto ha influenzato un bel po’ di giovani rumoristi che ora hanno sui ventotto e suonano la no wave dissonante (ciao Metro Crowd!).

"La Croce" è in effetti una riflessione delirante (ma neanche troppo, il nostro Bonomo studiava filosofia) sul fatto che non facciamo altro che scaricarci addosso il male, rappresentato dalla croce di cristiana memoria e quindi usata a mo' di metafora come si usa nei detti popolari, anzi, si potrebbe dire che Bonomo è blasfemo di proposito, come dire… "ma portatela te sta croce del cazzo!" Musicalmente è una specie di mantra di chitarre psichedeliche e rumorose, spappolate dal wah, con assolazzi semi atonali e un recitar cantando che a primo ascolto sembra ispirato dai maestri del noise nipponico come Jojo Hiroshige, una “prosa ritmica” (per citare Assante mentre analizzava proprio la croce) che a nostro avviso potrebbe essere la versione moderna di Modugno. E la ritmica strumentale, invece, è tipo un punk pestato stile CSI con un pizzico leggero di industrial, finale inaspettato dove non succede assolutamente un cazzo, e pare che sto palo in mezzo agli occhi lo voglia ficcare direttamente agli ascoltatori. Credibilissimo, se ne va dal palco di Sanremo senza fiatare e facendo la figura dell’eroe, con la critica spaccata in due e la platea indecisa se tirargli addosso le uova o applaudire o rimanere semplicemente a bocca aperta. Senza dubbio uno dei brani più duri di ogni Sanremo, forse l’unico veramente legato in linea diretta col noise rock, è prodotto da Fausto Mesolella degli Avion Travel.

Questo coraggioso ragazzo dopo questa performance shock si allontanerà sempre di più dal mondo del mainstream toccando altri lidi, quali quelli del jazz e del teatro (firma il disco di Alessandro Haber Haber bacia tutti) e da pochissimo è uscito il suo nuovo lavoro chiamato La musica non esiste. Insomma, a volte pare che Sanremo ti schiacci un po’ come la “wheel of industry“ citata dagli Heaven 17 in The Luxury Gap. D’altronde l’impressione di Alessio rispetto a Sanremo fu un lapidario “sembra di essere sul set di un film di Fellini”.

Santandrea - "La Fenice", 1984 (Cocciante)

Se c’è un personaggio veramente sopra le righe, tra quelli che hanno calcato il palco del Festival, quello è proprio Rodolfo Santandrea. Uno che se vai a leggere su Wikipedia è evidente che la pagina se la scrive lui stesso e tutto diventa improvvisamente romanzo, anche se finisce a cantare "Funiculì funiculà" vestito da Pulcinella (giuro): roba da ultimo dei romantici. Ma storicamente che combinava Rodolfo? Dopo le prime acerbe prove, il nostro, nel suo primo Qdisc omonimo inanella una serie di pezzi di allucinato synth pop isterico al limite col digitale puro, appaiate con delle performance in pubblico e in televisione veramente assurde, creandosi addosso il personaggio del mimo bruciato da troppi psicofarmaci, roba che richiama direttamente al seminale e grandissimo Klaus Nomi. Ecco, di base Santandrea è il nostro Klaus, incrociato con Alfredo Cohen: truccato pesante, vestito in maniera scioccante, gioca con l’ambiguità sessuale e la lirica, buttando praticamente una bomba all’interno della Scala e raccogliendo le macerie trasformandole poi in brani improponibili. Completamente fuori dagli schemi, ancora adesso a sentirlo c’è da diventare pazzi, soprattutto il suo apice, Ricordi e sogni del mio vescovo del 1985, un disco di elettronica sfasata e campionata completamente pre-HD con tanto di vocalità che ricordano un Carmelo Bene alle prese col bel canto, ancora oggi troppo oltre per essere vero.

Ma prima di questo disco abbiamo appunto “La Fenice”, brano che sarà presentato al festival di Sanremo del 1984 e otterrà il premio della critica, trainato forse dall’autore della musica e padrino dell’operazione, Riccardo Cocciante. Su consiglio della sua compagna Riccardo, sempre attento a fagocitare nuove tendenze e appassionato di arie classiche, decide di misurarsi con la new wave pop di cui Santandrea bene o male rappresenta l’estremo in Italia. Il brano però era inizialmente indirizzato a Lilla Costarelli, una corista della Rai in odore di Sanremo, ma gira voce che Pippo Baudo ascoltando il provino cantato da Santandrea si sia convinto a invitare lui al festival. Su quest’aneddoto molti avanzano dei dubbi, asserendo che Baudo non aveva alcun potere per decidere una cosa del genere all’epoca, essendo stato scelto come presentatore solo venti giorni prima. Probabilmente invece Santandrea fu scelto da Gianni Ravera. Forse proprio per questo, discografici di rango come Ennio Melis all’epoca individuavano l’eccentrico Santandrea come qualcuno che avrebbe ottenuto un successo galattico, addirittura più di un Enrico Ruggeri che invece veniva liquidato senza se né ma.

La storia non diede ragione a Ennio, giacché il nostro Rodolfo non riuscì mai a ottenere un sufficiente successo di pubblico per resistere agli ingranaggi dello show biz: ma in fondo stiamo qui a parlare di Santandrea quanto di Ruggeri, no? Quindi è solo questione di tempo, ragazzi. "La Fenice", pezzo che in qualche modo è un’apologia di ogni tipo di eccessi e di una vita sregolata che non vede né giorno né notte (e la metafora della fenice che risorge dalle cenere parla chiaro), che al confronto “Vita Spericolata” è roba da parrocchietta, rimane una delle canzoni più dirompenti mai apparse al festival: un mix di Rossini e di new wave in cui Cocciante sperimenta con la classica secoli prima del bestseller Notre Dame de Paris.

In seguito il nostro Santandrea farà di tutto e di più, ottenendo grande successo in Giappone (tipico "big in Japan") per quanto riguarda interpretazioni di classici della lirica e della tradizione italica, e collaborando con un sacco di gente tra cui Fausto Brizzi, come commentatore musicale fisso dei suoi film. Sicuramente a parte questo, Santandrea sarà pure un mezzo mitomane ma è per questo che ci piace. Oggi come oggi, sul palco dell’Ariston a uno come lui sparerebbero a vista – quindi sarebbe ottimo il suo ritorno.

Champagne Molotov - "Volti nella Noia", 1985 (Enrico Ruggeri)

Che dire degli Champagne Molotov? La storica backing band dell’onnipresente e ingombrante Ruggeri (che comprende il già citato Schiavone, ex-Kaos Rock, e Renato Melis dei mitici Jo Squillo Electrix, in pratica militanti del punk rock milanese antagonista dei primi Ottanta) a un certo punto fa il grande passo e si emancipa dal leader: o meglio, Ruggeri decide di scrivere per loro e mettersi da parte, lasciando al tastierista Alberto Rocchetti il microfono. Costui si può ammirare oggidì come tastierista fisso di Vasco Rossi, col suo bel pizzetto tinto di rosso alla Dimebag Darrell. Ai tempi invece sembrava ripulito, anche se cantava brani come "C’è la Neve", ode alla cocaina e soprattutto ai suoi effetti nichilisti sull’umanità ("manca qualche cosa, però c’è la neve che sottile scenderà / c’è la neve della clandestinità, c’è la neve / bianca e fredda come noi"), pezzo che al Festivalbar del 1984 diede agli Champagne Molotov l’illusione di poter camminare con le loro gambe.

Ahimè, invece, il fatto di avere Ruggeri alle spalle gli bruciò la prima e unica partecipazione sanremese del 1985, nella quale la band presentò "Volti nella Noia", un brano atipico che però sembra un copia e incolla di frammenti di canzoni non completate, tanto che addirittura nel finale è citato paro paro il testo di “C’è la Neve” in un cortocircuito quasi insensato. Già il fatto che i nostri debbano partecipare alla sezione giovani anziché dei big fa pensare che qualcosa non quadri, ma in realtà è meglio così. "Volti nella Noia" è infatti ancora una volta una canzone sulla droga: le famose “piste elettriche”, che in "C’è la Neve" erano chiamate più prosaicamente “piste di energia”, rappresentano il cuore della canzone. A volte repetita non iuvant (d'altronde era difficile che andassero meglio dei Canton, da Ruggeri prodotti e coccolati che nel 1984 ebbero un buon successo con "Sonnambulismo", proprio di Ruggeri).

Laura Luca - "Domani Domani", 1978 (Gian Pieretti)

Non so se vi ricordate di Gian Pieretti. Negli anni Sessanta è stato un pioniere del rock in Italia assieme a Ricky Gianco, ha in qualche modo battezzato la PFM (che era la sua backing band quando si chiamavano ancora I Grifoni), è stato uno dei primi a scrivere canzoni di protesta ispirandosi a Dylan e in qualche modo esportandolo in Italia (ricordiamo la celeberrima "Pietre" di Antoine) nonché il primo a scrivere una canzone e un intero concept album sull’omosessualità: Il vestito rosa del mio amico Piero. A parte questo palmares importante, il nostro Gian Pieretti ha anche scritto canzoni d’amore toccanti, ad esempio "Perduto Amor", poi ripresa da Battiato che addirittura ne ha usato il titolo per il suo primo film. E chi meglio di lui poteva fare da ariete per la dolce Laura Luca, giovane promessa del Sanremo 1978?

La ragazza ha solo diciannove anni e la sua fissa per Joan Baez e Joni Mitchell è quasi palese, e il brano, forse aiutato dal look acqua e sapone della Luca, ha un buon successo. Purtroppo però, dopo questo brano Laura comincia ad avere una carriera altalenante incastrata dall’immagine da suorina laica impostale probabilmente dal suo produttore. Ma dopo una serie di prove più o meno pop, scrive un disco in cui il rock la fa finalmente da padrone, prodotto da Bruno Tavernese. Tunnel è il nome di questo lavoro ed è ingiustamente dimenticato dai più quando invece propone un’alternativa al rock femminile italiano all’epoca prerogativa della Nannini. Roba arrangiata da paura, con stacchi arditi, chitarroni e sonorità massicce che però riescono allo stesso tempo a risultare orecchiabili. E’ una Luca più aggressiva anche nel look che finalmente si toglie tanti sassolini dalle scarpe. Negli anni si trasformerà fino a diventare una specie di regina italo disco in Giappone con l'album dall’esplicito titolo Sex or Love. Alla fine pare abbia vinto il love, visto che in terre orientali incontra suo marito e qui abbandona la carriera di cantante per dedicarsi alla famiglia. Negli anni Duemila solo sporadiche apparizioni in TV e roba simile la riporteranno agli occhi di un'Italietta sempre incapace di tenersi stretti i talenti, soprattutto quelli che passavano da Sanremo quando ancora questa manifestazione aveva un minimo di senso. Chissà, domani domani...

Jo Chiarello - "Che brutto affare", 1981 (Franco Califano)

Per un certo periodo musa di un Califano in vena di scoperte, Jo Chiarello è sempre citata e stracitata per il brano sanremese presentato nell’anno domini 1981, ovvero "Che brutto affare". Una canzone che ha avuto un ritorno di fiamma negli anni Duemila e che se non lo sapete parla di una ragazzetta (all’epoca Jo aveva solo diciassette anni) delusa da un uomo tutto fumo e niente arrosto, che fa il macho e invece ha il cazzetto moscio. Questa la sintesi, e l’immagine aggressiva di Chiarello fa il resto; un'immagine assolutamente non costruita, almeno a giudicare da interviste della diretta interessata in cui dichiara: “Sono dovuta crescere in fretta perché mi sono trovata in un ambiente più grande di me”.

L’unico problema è che, specularmente a Laura Luca, a forza di fare la ragazza aggressiva la situazione prende una piega poco credibile, tanto che il divorzio con Califano arriverà implacabile, quasi telefonato. Da quel momento a Jo parte la ciabatta, nel senso che cambia repentinamente genere e look, in una schizofrenia che non è chiaro se sia dovuta a un eclettismo di base o solo alla difficoltà di mettere a fuoco un obiettivo. Ad ogni modo riesce ad ottenere una vittoria a Un Disco per l’Estate 1988 nella sezione giovani con "Come nasce un nuovo amore", scritta dal paroliere di Cocciante, Luberti, e poi torna a Sanremo nel 1989 con "Io e il cielo", che si piazza al secondo posto nella categoria Nuovi. Entrambi brani pop melodici di buona fattura e nulla più, che non conservano traccia della dirompente ragazzina dalla voce acerba, quasi punk, che sbraitava su tracce simil new wave: nonostante ciò la nostra eroina nel ‘93 cercherà di recuperare il rock perduto, per poi far perdere le sue tracce. Che brutto affare, eh?

Pierdavide Carone - "Nanì", 2012 (Lucio Dalla)

Su Carone non abbiamo molto da dire: è un prodotto di Amici di Maria De Filippi che a un certo punto ha trovato sulla sua strada il grande Lucio Dalla. Nel 2012 infatti il Lucione nazionale lo porta a Sanremo con "Nanì", una canzone d’amore dedicata a una prostituta. È una svolta decisiva per Pierdavide, che dal pubblico della TV pomeridiana arriva a cimentarsi con arrangiamenti e tematiche importanti, arrivando quinto all’Ariston. Dalla riesce a fare il miracolo, e il disco Nanì e altri racconti è una spanna sopra a qualsiasi cosa precedentemente registrata dal giovane di Amici. Perché ovviamente prodotto da Dalla, un po’ sulla falsariga di quando si cimentò con Telefono Elettronico di Renzo Zenobi; anche lì c’era una certa separazione fra gli arrangiamenti eccezionali di Dalla e la voce di Zenobi, un po’ meno eccezionale.

Solo che il destino beffardo fa sì che Dalla lasci questa valle di lacrime proprio nel 2012, a dodici giorni dal festival, facendo spegnere il sole nella carriera di Pierdavide che da quel momento non si è più ripreso, perdendo quello che senza dubbio era il personaggio chiave della sua crescita artistica, una vera palestra di vita e musica (altro che Amici). Tant’è che le dichiarazioni del giovane sono le seguenti: “Dopo la morte di Dalla ho avuto un black out compositivo”. Consoliamoci col fatto che l’apparizione a Sanremo di Dalla con Carone è l’ultima della sua vita, e sicuramente una delle più toccanti: ci auguriamo che Pierdavide torni in piedi sulle sue gambe e faccia tesoro di questa preziosa esperienza, in fondo a Lucio glielo deve.

Paolo Barabani - "Hop Hop Somarello", 1981 (Pupo)

La parabola di Barabani è assai strana: inizia, a parte un paio di singoli a suo nome, come autore per la Baby Records, cofirmando la celeberrima "Su Di Noi" con Pupo. Pupo ricambia il favore e lo aiuta a scrivere “Hop Hop Somarello”, un brano che Barabani porterà a Sanremo nel 1981 classificandosi sesto e che inspiegabilmente diventa la rivelazione dell’anno. Dico inspiegabilmente perché per quanto il pezzo sia una ballata magistralmente arrangiata da Gian Piero Reverberi (grande collaboratore di Battisti nonché mente dei Rondò Veneziano) e musicalmente centrata da Pupo (che non disdegna anche un approccio alla Johnny Cash, chiaramente declinato pop), tutto questo non giustifica tale successo. Probabilmente il fattore chiave è il testo della canzone, che parla della storia di Gesù sintetizzata in poche righe, ma dal punto di vista dell’asino che lo porta alla croce, roba che storicamente ha fatto la felicità degli scout che la cantavano durante i raduni. In realtà trattasi di una mossa astuta, quasi diabolica, studiata a tavolino per ottenere facili consensi: nello stesso tempo nel testo sono nascosti versi che sembrano bestemmie criptate. Ad esempio la meravigliosa rima: Sulla sella di un somaro / Viene l’uomo di Betlemme / È un gran santo, un mendicante / Un pellegrino / Un gran furfante”. Insomma, geni. Anche perché il protagonista del pezzo è il somaro, che trotta pacioso e di Gesù s'interessa assai poco perché “il mondo è bello”. Dopo questo exploit però Barabani finirà a fare l’intrattenitore per l'alta società, sparendo dalla discografia italiana ma sicuramente entrando nella lista dei furbi che sanno ottenere senza sforzo le ambite “tre monete d’oro”.

Sanremo è un po’ una giungla che non risparmia nessuno, e il più delle volte essere un Big non vuol dire essere capaci di crearne altri senza fabbricarli a propria immagine e somiglianza. Speriamo che in quest’abbrutimento Sanremese si apra presto uno spiraglio di speranza. A questo proposito, fuori concorso, mi sento di rilanciare questo splendido brano della grande Flavia Fortunato, "Verso il 2000", presentato a Sanremo nel 1986. Perché il vero problema non è la classifica del teatro Ariston, ma “uscire per strada / ed essere noi”.

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