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Paola Zukar: da un lato all'altro del rap

Da redattrice di Aelle a manager di tutti i rapper che conosciamo: Paola Zukar ci ha raccontato che il rap non è sempre stato facile, anzi...

Paola Zukar è un personaggio che fa parte del mondo dell'hip-hop italiano da quasi vent'anni e insieme a Claudio Brignole è stata l'anima di Alleanza Latina, il primo magazine italiano che ha provato a tradurre i linguaggi dell'hip-hop in un modo comprensibile al pubblico italiano. Nel corso del tempo ha visto tutti e due i lati della barricata, infatti dopo aver lavorato per la rivista fino alla sua naturale conclusione è passata nel mondo della discografia, entrando a far parte della squadra di Universal Italia, dove ha avuto la piccola intuizione di far firmare un contratto a Fabri Fibra, che è stato il primo rapper italiano pubblicato dall'etichetta. Al momento si occupa degli interessi degli artisti che fanno parte del gruppo Big Picture Mngmnt, di cui è fondatrice e in questo periodo sta lavorando alla promozione di Status, un disco di cui forse avete già sentito parlare.

In un momento in cui sembra che fare rap sia alla portata di chiunque e che i soldi siano dietro la porta di un talent o di una botta di culo su YouTube, ho pensato di incontrarla con in testa l'idea di scoprire se nel 2015 sia effettivamente possibile fare la spesa all'Esselunga e pagare l'affitto soltanto facendo rap.

"Aelle è un magazine che è stato fondato nel '91 da Claudio Brignole, all'inizio lo distribuiva a mano, facendo il giro dei negozi di dischi, ed è proprio in un negozio di dischi che l'ho scoperto, da Pink Moon, che probabilmente oggi non esiste più. Mi sembrava una cosa incredibile, che a Genova ci fosse qualcosa in fissa per il rap." La sua prima collaborazione con la rivista è cominciata dopo aver scritto una lettera alla casella postale indicata nelle pagine finali. "Per una serie di motivi poco dopo mi sono ritrovata ad insegnare italiano in Svizzera tedesca e a collaborare con Aelle, perché tutti i grandi nomi americani che facevano tour in Europa scendevano fino in Svizzera e poi se ne andavano. La prima intervista l'ho fatta con Ol' Dirty Bastard, ma li ho beccati davvero tutti."

La rivista ha chiuso nel 2000, ma le è valsa più interviste a Jay Z di quante io potrò mai immaginare (i.e. zero), ed in questo clima di rassegnazione che ci siamo seduti a tavola per capire come si fa a seguire i venti del mercato discografico italiano, che nei giorni di tempesta assomiglia a uno stagno.

Noisey: Qual è la differenza più netta che trovi con l'editoria di oggi, rispetto ai tuoi anni con Aelle?
Paola Zukar: Le parole che scrivevamo avevano un valore altissimo, nel senso che costava davvero tanto stamparle. Ogni pagina, ogni parola andava pesata e avevamo sempre la sensazione di avere tutto da dire, che lo spazio non bastasse mai. Usavamo dei caratteri minuscoli per farcele stare, oggi non sarei nemmeno in grado di leggerle senza gli occhiali. Mi accorgo che adesso, che le parole non pesano e lo spazio a disposizione è illimitato, gli articoli sembrano dei tweet. L'attenzione è calata, sia di chi legge e sia di chi scrive, tutti devono andare velocemente, perché tutto ciò che li circonda si muove di conseguenza.

Cosa vi ha spinto a chiudere?
In quel momento la scena del rap italiano si stava contraendo e l'interesse stesso nei confronti del genere era un po' calato, così come le vendite della rivista. È stato fisiologico, non aveva senso impazzire per una rivista che non riusciva a sopravvivere. In un certo senso è stato divertente perché prima di chiudere abbiamo fatto una copertina su cui c'era scritto ultimo numero in edicola e un tizio di Universal mi ha chiamato per dirmi se facevamo sul serio: pensava che ultimo stesse per nuovo, invece era proprio l'ultimo.

La parte più dolorosa della chiusura riguarda un furto. Tutto comincia durante un'intervista a Tupac, ai tempi di All Eyez On Me, che era capitato a Milano per uno show con Versace e ne avevamo approfittato per incontrarlo. Dopo l'intervista c'era un clima così sereno che ci ha invitati a salire nella sua stanza, una suite dell'Hotel Principe di Savoia, dove alloggiava anche Kidada Jones, la figlia di Quincy Jones e sua fidanzata dell'epoca. La camera, oltre ad essere impressionante di per sé, aveva il pavimento ricoperto da una moquette di abiti firmati Versace. Mi ha aperto davanti agli occhi una valigetta piena di cassette e mi ha regalato un demo dei Digital Underground e Sadat X.

Andava tutto così liscio che me la sono sentita di chiedergli una firma sul booklet del disco, ma prima ha voluto cancellare le facce di qualcuno dei suoi ex-amici con il pennarello. Quando abbiamo chiuso è sparito dal mio ufficio. Faccio un appello, perché quel CD ha una maledizione e in giro c'è qualche stronzo che lo tiene in libreria.


Il booklet di All Eyez On Me senza gli amici cancellati.

Sembra una storia da film, ma in quegli anni ho avuto davvero anche tanta fortuna, ho beccato gente che mi ha aperto mondi, ora come ora mi vengono in Bushwick Bill e Scarface, dei Geto Boys, oppure Ol' Dirty Bastard, a cui ho fatto un'intervista super punk prima di un concerto. Avrebbe dovuto esibirsi tutto il Wu-Tang Clan e invece c'erano solo lui e Buddha Monk. Non sono certa delle mie fonti, ma credo che si accordarono con il promoter usando la formula del se fa schifo non ci pagate, ma se il concerto piace allora ci date tutti i soldi. Credo che abbiano preso tutti i soldi.

Ho intervistato Jay Z, i Roots, gli Outkast più volte, A Tribe Called Quest, Lauryn Hill... I miei grandi rimpianti sono Biggie e soprattutto DMX, a cui sono stata dietro come un investigatore, ma non sono mai riuscita a beccare. Era un tipo completamente sottosopra e mi ha sempre dato buca agli appuntamenti, forse non era destino.

Com'è passare dall'altro lato? Non ti capita mai di pensare che sapresti fare meglio il lavoro della gente che intervista i tuoi artisti?
Il passaggio è stato abbastanza casuale. Non saprei, anche a me è capitato di fare domande inutili o banali, ma la cosa peggiore forse è quando ti accorgi che un giornalista arriva con un'idea preconcetta. Chi è preparato sull'artista o sul genere, in questo caso il rap, di solito non commette l'errore di arrivare con già in mente la frase che scriverà nell'intervista, con un titolo già pronto da piazzare sopra la foto.

Mi ricordo di quando 50 Cent venne a Milano: dopo una giornata di interviste era esasperato tutti gli chiedevano soltanto della cocaina e delle pistole. Mi disse "Qui davvero la gente non riesce a capire la differenza tra raccontare una sparatoria e andare a sparare per strada?"

Probabilmente è così, non credo che i media generalisti siano in grado di parlare di rap, forse nemmeno quelli specializzati. Tu come ti rapporti con questa difficoltà comunicativa?
Ci sono due Italie diverse, che viaggiano su velocità diverse e hanno interessi diversi. Il rapporto con i media è difficile, perché la verità è che l'Italia il rap non lo vuole, e questa è un'affermazione più complessa di quanto sembri, così complessa che ci sto scrivendo un libro a riguardo. Ho pensato di chiamarlo Occhio al rap - L'arte della sublimazione e la mia esperienza in questo senso ha iniziato a formarsi quando mi è stata affidata la promozione degli artisti rap internazionali di Universal, che nel concreto comprende tutto ciò che c'è tra la spedizione dei vinili nuovi ai dj al portare 50 Cent a Quelli che il calcio. Ho iniziato a capire che c'era un divario enorme tra ciò che dovevo comunicare e quello che si riusciva a comunicare.

Quando nel 2004 è uscito Mr. Simpatia il rap italiano stava vivendo un momento in cui il mainstream era sparito, nel senso che non esisteva proprio un mercato perché chi faceva rap aveva cambiato genere. Ax, Neffa e Tormento si erano messi tutti a cantare. Da una parte è stato più facile, dall'altra è stato molto rischioso perché abbiamo dovuto reinventarci qualcosa che funzionasse per noi, partendo da radici che già affondavano nel terreno.

Questo è quello che ho sempre detto e per cui sono stata fraintesa, perché quella fase di alfabetizzazione del rap aveva preparato il terreno per un ritorno, ma la verità è stato un lavoro di traduzione molto complesso e per niente scontato. Gli artisti degli anni Novanta non avevano riferimenti o canoni da copiare per fare il rap in italiano, potevano solo provare, con tutta la libertà, i rischi e gli errori che comportava. Alcune cose divennero poi dei classici e altre non funzionavano, ma quel lavoro ha dato dei frutti, che spesso sono arrivati un po' in ritardo.

Dieci anni fa non c'era nessuna regola di marketing perché non c'era nessun mercato con cui sincronizzarsi. Non c'è mai stata la malizia di pensare al singolo radiofonico o ad altri trucchi, e noi stessi non avevamo idea di dove piazzare quel genere di musica.

Io mi ricordo che a quei tempi la cosa hip-hop più diffusa, oltre a un pessimo gusto per l'abbigliamento, era una sfida di freestyle tra Fibra e Kiffa, ero piccolo e girava tra tutti i miei amici questo file "Tua Madre.mp3", ce lo passavamo con il trasferimento a infrarossi, tecnologia gloriosa. Però effetivamente non c'era niente per orientarsi su quel genere, già alle elementari avevo un compagno in fissa con Eminem, e poi ho iniziato a comprare Groove, che dopo un po' ha chiuso, ma non c'era niente a rendere commestibile quel genere di musica.
Non c'era una struttura che aiutasse ad orientarsi, per quanto riguarda Fibra, ma anche i Club Dogo, per emergere c'era solo quello che stavano seminando in giro. Parlando di Fibra significa tutto quello che è compreso tra Turbe Giovanili e le gare di freestyle, lui era uno che se riusciva a trovare qualcosa di rap che potesse dargli un minimo di visibilità la faceva. Questo investimento nel tempo è diventato un contratto con Universal, ma è lo stesso percorso che hanno portato avanti anche i Club Dogo. Tutti cercavano di dare continutità al loro percorso, ma era molto difficile perché non esisteva una struttura che li sostenesse.

C'è stata anche un po' di fortuna in questo senso, perché io Fabri lo conoscevo già da prima di entrare in Universal e ha sempre continuato a mandarmi i dischi. Il nostro deus ex machina è stata una riunione in cui il presidente di Universal ci ha fatto notare che eravamo l'unico paese in cui non ci fosse in cantiere nemmeno un progetto hip-hop e da lì si è deciso di fare un investimento su Fibra, ma tutto è cominciato dalla musica: ci abbiamo provato e ci è andata bene.

Ciò non toglie che esista un'Italia doppia, in cui una parte del paese è impermeabile, nemmeno incapace di cambiare, ma proprio disinteressata al cambiamento, immersa in uno stagno culturale.

Quando è uscito Tradimento ricordo che XL, che per me era la cosa più figa e internazionale del mondo, diede la copertina a Fibra, eppure rileggendo quello che scrivevano c'era una matrice rock nel modo di raccontare il rap che evidenziava la loro incompetenza, nell'accezione più innocente possibile. In ogni caso ha aiutato a fare un gradino.
Hai detto niente. Ogni gradino nelle dinamiche del nostro mercato dell'intrattenimento diventa una montagna. Noi all'epoca ci stupimmo, sia della copertina di XL, che di quella di Panorama. La mia esperienza dice che negli Stati Uniti funzionano due cose, quando si parla di copertine e altre vetrine per dare grande visibilità: artisti molto famosi o personaggi estremamente cool, anche se ancora sconosciuti. L'esempio perfetto per la seconda categoria può essere la Odd Future, il cui immaginario freschissimo è stato sfruttato e spinto fin da subito, finendo persino sulla copertina di Billboard.


La copertina in questione.

Da noi invece funziona soltanto la prima opzione: si garantisce visibilità a persone già molto famose, infatti il ricambio è quello che più manca e il mercato è asfittico. Penso ad iLoveMakonnen, che se ne stava a casa sua ad Atlanta finché non è stato Drake a cercarlo e farlo lavorare per lui, non il contrario, sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli ed è una cosa bellissima, perché c'è un'alternanza tra famosi e freschi. In Italia per essere famoso devi essere bello, ricco e, appunto, famoso. La ricerca parte dall'immaginario, e non dalla musica: se sei figo puoi pensare di sfondare nel mondo della musica, ma devi avere questo prerequisito.

Io credo che il contenuto sia come l'acqua, e l'Italia è il contenitore di cui prende la forma. Gli italiani hanno nel cuore un tipo di immaginario che è sempre molto uguale a se stesso; uno come Jay Z in Italia non ce l'avrebbe fatta, perché è brutto, qui se vuoi spaccare devi essere bello. È tristissimo che ci fermiamo all'apparenza dell'arte, però penso che sia davvero così.

Ok, quindi oltre a consigliargli di avere una bella faccia, cosa diresti ad una persona che vuole fare rap?
Gli dico in bocca al lupo, perché adesso è tosta. La bolla è scoppiata, mentre prima c'era uno spazio per crescere adesso si è limitato. Questo non significa che si debba lasciare perdere, ma io credo, e questo è un giudizio davvero personale, che si debba partire dalla musica. Un discografico è pagato per lavorare con diversi tipi di musica e metterci lo stesso livello di professionalità, cercando di lasciare da parte il più possibile i suoi gusti e preferenze. Io ho un approccio un po' più artigianale, che è anche il motivo per cui ho lasciato il mondo dell'industria discografica.

Questo paese ha bisogno di una traduzione per comprendere i contenuti. Fare della propria passione un lavoro è sicuramente difficile e, se c'è una cosa che può fare la differenza sul lungo periodo, quella è il talento; non chi è più paraculo, ma il talento.

Questo è ciò che penso io, anche se alle volte l'intuizione di infilarsi in un contesto popolare con una paraculata può svoltare una carriera. Ci sono molti modi, io credo che se una cosa è buona, prima o poi funzionerà... che vuol dire tutto e non vuol dire niente. Ti ho convinto?

Non lo so, penso che ci siano alcune realtà sospese a metà tra etichette indipendenti e major, come Mecna, Ghemon o Noyz Narcos, che qualitativamente funzionano e hanno svolto un percorso coerente, ma che alla conta dei fatti non sono in grado di competere nemmeno con il secondo mese dopo l'uscita di un greatest hits di Tiziano Ferro.
Il problema è sempre la velocità su cui è impostato il pubblico, quello che avrei voluto è che realtà come quelle che stai citando avessero più importanza e risalto, ma forse è impossibile, voglio dire: dov'è la struttura per sostenere il loro sviluppo, dove sono i media adeguati a raccontare queste situazioni artistiche? Chi li supporta?

Ma soprattutto, chi li compra?
Qua ci sarebbe anche da aprire un altro discorso perché io sono dell'idea che comprare è bello, aiuta a formarsi un'opinione sulle cose, anche semplicemente per capire dove sono finiti i tuoi soldi e se sei soddisfatto del posto in cui stanno, e conferisce il diritto di esprimere un giudizio. A volte bisogna guadagnarselo il permesso di esprimere un giudizio, in un certo senso. Se già ti sei ascoltato il disco gratis, perché devi anche farmi uno spiegone dicendomi che non ti è piaciuto?

Eppure le due cose dovrebbero convivere, penso che possa starci e sia doverosa una certa quantità di ironia quando si parla di musica. Dando per buono che in Italia si fa fatica a parlare di musica, e in particolare di rap, ciò di cui mi rendo conto è che non ci sia alcuna capacità di prendersi poco sul serio, soprattutto quando si parla di rapper, che probabilmente si sono costruiti una roccaforte per difendersi dagli imbecilli che li circondavano, ma che ora sembrano quasi isterici.
Io credo che ci sia troppa roba per ridere in giro e sinceramente sono un po' delusa dagli ultimi vent'anni di cultura di questo paese, sono dell'idea che ci vorrà un bel po' a recuperare il divario che si è creato. Anch'io penso che le due cose debbano convivere, ma a volte sembra che l'ago tenda preoccupantemente verso le cazzate, un'ammasso di riviste di gossip che inonda le edicole e i siti internet. Potrebbe essere soltanto nostalgia, ma credo che prima l'offerta fosse più ampia, per cui mi sta benissimo la presa in giro, però accanto ci vogliono i contenuti per poterla bilanciare.

In questo senso lo scopo del mio lavoro è di rendere popolare un livello creativo e qualitativo il più alto possibile.

#mifavenirevogliadifumarecrack

Una foto pubblicata da Marracash (@kingmarracash) in data:

Che è un po' il motivo per cui Marracash può andare da Linus e al tempo stesso cantare la title track di un disco come Zero Kills.
Secondo me questo però non è tutto, è una conferma, altro sarebbe se ci fosse un riscontro popolare di successo rispetto a prodotti complessi, articolati e intelligenti. Quando cerchi di fare una cosa differente ti rendi conto che la penetrazione di questi testi e di questo genere è molto più difficoltosa, soprattutto se non ricalca i canoni già prestabiliti là fuori.

Se vuoi farcela in Italia devi essere acqua in un contenitore, adattarti, mentre è sotto gli occhi di tutti come in America siano gli artisti a dettare il passo e i media ad adeguarsi. Kanye West non è costretto ad andare al Festival di Sanremo se vuole arrivare al pubblico, ci sono altre vetrine dignitosamente generaliste. Qui cosa c'è? Una volta che sei andato da Cattelan, che ha la consapevolezza di ciò di cui sta parlando, hai finito le vetrine a tua disposizione, e comunque devi fare lo splendido anche lì.

Ogni cosa ha il suo posto, il rap va incastrato, o comunque deve avere una relazione con quello che conosci già, il gossip, la parolaccia, la roba per ridere... Ma perché? È avvilente, ed è ciò che più mi dispiace: mentre artisticamente si sono create tante realtà in questi ultimi dieci anni, a livello di comunicazione siamo rimasti fermi. Ci sono sempre le stesse due radio, zero canali tivù, tre riviste, un blog, non c'è niente ed è tutto fermo.

Quando ho cominciato c'era una possibilità di scelta, che paradossalmente ora sta scomparendo perché ciò che funziona è sempre più uguale a se stesso. Al ragazzo che vuole fare la spesa col rap, oltre a dirgli in bocca al lupo, potrei consigliargli di attirare l'attenzione di qualche rivista di gossip. Sigh ¯\_(ツ)_/¯

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