‘Once were ravers’ è il romanzo sulla scena rave italiana degli anni Zero

Le avventure di uno spacciatore di fumo tra furgoni scassati, pasticche di tutti i colori, capannoni industriali e k-hole.

|
01 agosto 2017, 8:42am

Illustrazione di Paola Verde.

"Nei primi rave non esistevano distinzioni di ruolo. Il DJ era un anonimo, nascosto dietro un tendone militare, e gli organizzatori erano gli stessi che gestivano i sound system e il bar. I rave erano spazi liberati dove il rifiuto del capitalismo era totale. E la festa gratis. Per non parlare della libertà di sperimentare ogni genere di musica, anche la più assurda. Senza paletti né censure, aperti a tutte le contaminazioni: punk, rastafariani, fricchettoni, gente dal background hip hop, squatter, alternativi, fighetti, persino i moralisti dei centri sociali, tutti in una stessa tribù. A volte ci trovavi anche gli pseudofasci. Unica cosa, che non avessero addosso simboli come croci celtiche o bandiere dell'Italia, ed erano della ballotta pure loro. Nel pacifico rispetto di se stessi e degli altri. Sai quanti si sono convertiti a idee meno stronze grazie alla techno?"

Once Were Ravers. Cronache da un vortice esistenziale è un romanzo biografico scritto da Pablito El Drito, spacciatore di libri, DJ e producer dell'etichetta Rexistenz. Edito da Agenzia X, racconta la storia di Ernestino, un attivista politico che tra l'estate del 2002 e la primavera del 2003 decide che ne ha piene le palle dei sistema e che vuole smettere di lavorare per dedicarsi alla sua unica passione: i rave. Inizia a muoversi randagio da un party all'altro nell'illusione dell'impegno politico, e si mantiene spacciando fumo tra furgoni scassati, pasticche di tutti i colori dell'iride, capannoni industriali, incontri fortuiti e k-hole. Le sue vicende di pusher ventottene si svolgono nell'area di un triangolo tekno-geografico i cui estremi italiani sono Viareggio, Bologna e Milano.

L'autore, che ha vissuto la scena in prima persona, racconta vicende, personaggi e viaggioni con una scrittura fluida e con la prospettiva di un quarantenne che non rinnenga la sottocultura di cui fa ancora parte, ma la guarda con il binocolo critico dei 15 anni di distanza. Le linee direttrici della narrazione sono la droga e la disillusione, perché se da un lato è figo sentirsi un dio dell'empatia con l'ego azzerato sotto un muro di casse, dall'altro la botta prima o poi scende, e se sei uno spacciatore magari arrivano anche gli sbirri a ricordarti che il sistema, purtroppo, esiste ancora.

Per farmi spiegare l'età bella dei rave in Italia e l'amara dolcezza della disillusione, ho incontrato in diverse occasioni Pablito - sempre amorevolmente munito di birre, canne legali e dischi di Polygirl.

once were ravers pablito el drito agenzia x copertina

Noisey: Le storie che racconti nel romanzo sono tutte realmente accadute?
Pablito: Sì, anche le persone di cui parlo sono tutte realmente esistite.

Quali contraddizioni della cultura rave volevi far emergere nel tuo libro, a 15 anni di distanza?
Be' il tentativo di uscire fuori dal sistema. Nel caso del protagonista, la contraddizione si traduce in un impegno continuo nello spaccio. Cercando di scappare dalla routine borghese, Ernestino entra in un'altra: quella dell'illegalità. C'è una componente di alienazione pari a quella di un lavoro normale, anzi forse peggio, perché c'è anche la paranoia di essere beccato. Arriva a spacciare anche nel sonno, un po' come succede in La Classe Operaia va in Paradiso. In sostanza, non fa nessun salto di qualità rispetto al sistema da cui fugge.

Nel libro parli della cultura rave degli anni duemila come una reazione al fallimento politico del G8 di Genova. Per quanti i rave rappresentavano davvero una scelta politica cosciente? Quanti, invece, ci andavano solo per sfasciarsi?
All'inizio l'idealismo politico era sicuramente molto forte. Per la mia esperienza, a Milano, nel giro dei centri sociali, moltissimi frequentavano i rave con questo spirito. L'idea era quella di svecchiare l'approccio politico con un modello di vita alternativo e trasversale. Poi ovviamente, con il tempo, questo tipo di approccio si è andato dissolvendo.

Come è successo, secondo te?
Sicuramente c'entra l'abuso di droghe, che alla lunga porta alla tossicodipendenza e a tutto ciò che essa comporta. Ma c'entra anche il fatto che, essendo degli spazi liberi, i rave erano luoghi in cui arrivava chiunque. Pian piano sono diventati sempre più frequentati, anche da persone che non appartenevano al giro delle controculture e che non erano interessate al discorso politico ma solo alle nuove forme di edonismo. Gente che vedeva il rave come una semplice alternativa alla discoteca. Il che, di per sé, non è un male, ma ha consumato la scena dall'interno.

E questa contaminazione ha innescato anche una conseguente crisi ideologica?
A un certo punto la fine del lavoro teorizzata da alcuni raver si è dimostrata un'utopia bella e buona, a prescindere. La tua piccola "rave-oluzione" si inserisce in un sistema di relazioni in cui sei immerso e che è molto più grande di te, c'è poco da fare. È la contraddizione di qualsiasi teoria dell'esodo, dal punk politico alla psichedelia degli anni Sessanta. È solo questione di tempo prima che il sistema ti ingoi, prendendo ciò che c'è di assimilabile dall'esperienza della controcultura e mercificandola. I capannoni occupati hanno lasciato il posto ai club.

Ma rispetto alla società tutta, la rivoluzione dei rave come si poneva? Cioè, io singolo individuo posso scegliere una vita alternativa fatta di free party sotto cassa, ma i miei ideali come si estendono a tutti gli altri?
All'epoca l'idea era che la techno operasse conversioni senza proselitismi. C'era l'utopia di una società orizzontale che includesse persone completamente diverse, e che mettesse in comunicazione le menti e i corpi. Questa sensazione non emergeva soltanto al momento della festa, ma aveva il potere di cambiare il modo di ragionare delle persone, di farle pensare in maniera diversa dopo la fusione del corpo-macchina del rave.

Quali droghe venivano assunte principalmente, all'epoca? Ci sono stati dei cambiamenti nel tempo?
Negli anni novanta le droghe principali erano trip e pasticche. Poi con la progressiva accelerazione dei BPM sono arrivate le anfetamine e la ketamina, che inizialmente veniva usata soprattutto per far scendere la botta una volta a casa, non durante la festa. Poi a un certo punto tutte le droghe sono entrate prepotentemente nella società intera, anche quelle tipiche del rave. E viceversa. La cocaina, per esempio, non è una droga da rave, eppure a un certo punto si è affermata prepotentemente nel circuito. E ha contribuito a sputtanare tutto.

In che misura l'approccio alle droghe era consapevole?
Dipende molto dai singoli casi: c'erano gli scienziati delle droghe, superinformati e che sapevano cosa mescolare con cosa e in che quantità, e poi c'erano persone che si sfasciavano senza un criterio. In generale parlerei sicuramente di abuso, un po' per tutti.
Parlando di approccio consapevole, c'erano persone che facevano informazione, preparavano tisane, informavano sui rischi. Anche loro avevano un approccio politico. Penso a Max al Livello 57, che a metà anni novanta aveva già i reagenti per analizzare la purezza delle sostanze.

Come è cambiata, invece, la musica nel periodo in cui hai frequentato maggiormente i party?
La musica è andata accelerando. Nei primi anni novanta alle feste si ascoltava roba più lenta, sono state le tribe anglo-francesi a portare in Italia il genere crusty, come lo definisce Simon Reynolds. Nel giro di poco tempo da 130 BPM circa si è passati a 170/180. In Italia c'era già roba così veloce che girava in circuiti tipo il Number One, una discoteca bresciana in cui suonavano hardcore e gabber. Ma era roba commerciale. Il suono crusty era diverso, aveva un'attitudine più acida e punk, la musica perfetta per un rave. I dischi oltretutto erano autoprodotti, proprio come nel punk politico.

Nel libro si parla spesso di musica ma mai di una crew in particolare, perché?
Nel libro non faccio nomi di DJ per scelta. C'è solo un punto in cui si parla degli Spiral Tribe e degli Acid Drops. I nomi dello star system dei rave sono stati evitati per rendere la storia più generazionale e meno specifica. Mi interessava un racconto non connotato, perché potesse rappresentare un po' tutti. Comunque non c'era l'idea di andare a sentire un producer o un altro, nessun culto della personalità. I nomi delle crew cambiavano piuttosto spesso, anche perché era tutto illegale. Era anche difficile trovare i dischi di quel genere, perché non si sapeva come e dove cercarli. La musica la ascoltavi solo nei capannoni, se avevi culo potevi tornare a casa con dei vinili venduti dalla crew.

Oggi, al contrario, mi sembra che ci sia un culto della personalità sproporzionato nel mondo della musica. È così anche nella cultura rave contemporanea?
La scena è cambiata molto, parallelamente alla società. L'epoca dei volantini fotocopiati e delle telefonate a casa è finita. Ora tutto gira su Internet.

Cosa pensi della scena attuale? Che significato hanno ancora i rave nel 2017?
Il significato del rave oggi è sempre lo stesso: fare le cose senza permesso. È una dimostrazione di volontà di potenza, di affermare se stessi oltre le regole e le istituzioni. Oggi però con i social media è cambiato tutto. All'inizio il rave era nato come un fenomeno fortemente anti-identitario, di spersonalizzazione. L'ego veniva azzerato, sia dalle droghe che dalla musica. Era una cultura basata sui flyer fotocopiati, sul passaparola, su appuntamenti al parcheggio dell'Esselunga di un quartiere dimenticato da dio. Oggi da un lato sopravvive l'illegalità, ma dall'altro c'è la voglia di mostrarsi, c'è più individualismo. E ci sono gli smartphone e la diffusione pervasiva della tecnologia del web. Noi non avevamo questi mezzi, e i pochi che li usavano erano dei pionieri. E comunque invece di mostrarci ci nascondevamo: la nostra volontà di potenza, citando Hakim Bey, era volontà di scomparsa.

Antonella scrive per Motherboard e Creators. Seguila su Twitter: @Antodb333.

Segui Noisey su Instagram e Facebook.