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Sono stato a Calvairate con Rkomi

Elia Alovisi

Elia Alovisi

Mirko ci ha raccontato la sua storia, ci ha portato a fare un giro in quartiere e ci ha fatto conoscere Falco.

Calvairate è un quartiere di Milano Est, a tre chilometri da Piazza Duomo: era un tempo uno dei Corpi Santi della città e da essa venne inglobato nel tardo Ottocento. Si chiama così, dice la leggenda, perché dei crociati di ritorno dalla Guerra Santa ci costruirono una cappella in onore al monte Calvario. Oggi ci si arriva comodamente con la 90, la linea di autobus che segna una linea immaginaria tra interno ed esterno dal centro della città. Ci sono passato piuttosto spesso, negli anni che ho vissuto qua, ma senza mai fermarmi a osservarlo veramente━i palazzi persi nell'istante in cui appaiono nel finestrino di una macchina, le persone solo normali figure dell'ambiente cittadino. Ma oggi, sul sedile posteriore della FIAT Panda di Rkomi, tutto quello che vedo sembra raccontare una storia. 

Foto di Matteo Oreglio

Passiamo per un Piazzale Martini ancora sporco dei residui del mercato del mattino, percorriamo tutta via Calvairate e via Lombroso, parcheggiamo in piazza Cartagine. Di fronte mi trovo un enorme parco, un piccolo campetto da calcio e, sullo sfondo un'enorme, grigissima casa dell'ALER━Azienda Lombarda Edilizia Residenziale, l'organo che si occupa della gestione delle case popolari di Milano. Non ci sono ragazzi che fumano northern affacciati alle finestre, ma probabilmente è solo perché una leggera pioggia sta avvolgendo ogni cosa.

Foto di Matteo Oreglio

È qua che Mirko è nato, nel 1994. "Crescere in ALER mi ha lasciato tutto quello che sono", mi spiega, seduto a un tavolino del bar dove ha girato il video di "Oh Mama." "È che ho visto veramente di tutto, in quartiere. Non si spara tutti i giorni, non è così come ci piacerebbe far passare, siamo sempre in Italia. Sicuramente ci sono un po' di fattori criminali e disagi generali. Però c'è anche tanto cuore, ed è questo che rimane. I valori dei vari personaggi che ho incrociato nella mia infanzia. È una cosa che non ti so descrivere. È proprio difficile a prescindere... non sono un grande narratore." Le sue parole mi fanno sorridere, dato che Mirko è in realtà uno degli MC della generazione post-muretto più narrativi nel modo in cui si auto-rappresenta nei suoi testi. 

Proprio "Oh mama" può essere un buon punto d'inizio per cercare di approcciarsi a Rkomi e alla sua poetica dell'incomprensione. Il rapper è, mediamente, una figura che si auto-afferma tramite una serie di espedienti lirici: le risposte agli hater, il minimizzare le skill al microfono dei colleghi, i racconti di vita di quartiere, i riferimenti a un lato duro della vita che non tutti sperimentano. I testi di Mirko contengono tutti questi elementi, ma li sfumano con due qualità rare per un MC: l'incertezza e l'umiltà. "Il ragazzino ora è cresciuto e sta facendoti il posto / E non mi credo mica meglio di loro / Però ci credo più di quanto abbia mai fatto in passato / Piuttosto ci muoio," canta.

Gli "Oh mama" del ritornello, mi spiega, non sono da prendere come un letterale richiamo alla madre quanto come un sentimento di stupore che permea sì l'ascoltatore, ma soprattutto lui stesso quando si rapporta con quello che ritiene tuttora essere un improbabile successo. "Presentarmi a un pubblico è tuttora difficilissimo, soprattutto per come sono fatto io", mi spiega. "La mia famiglia è tutta napoletana, a Natale e Pasqua siamo quaranta persone nella stessa casa, e per quanto riguarda i bambini c'è la storia della poesia da recitare in piedi sulla sedia━io mi vergognavo da morire già ai tempi. Per me salire su un palco è stranissimo e difficilissimo."

Foto di Matteo Oreglio

Questa avversione per le luci dei riflettori lo accompagna fin dai suoi timidi inizi come rapper. Un piccolo sottogruppo della sua compagnia ascoltava hip-hop, suo cugino faceva freestyle, e Mirko osservava affascinato: "Non ho mai fatto freestyle, se non da ubriaco tanto per provare," mi spiega. "Non ricordo esattamente cosa scattò per farmi venire voglia di registrare un pezzo. Ricordo però un capodanno dove conobbi Ernia━eravamo sessanta ragazzi in questa casa di sessanta metri quadri. Mio cugino rappava, Ernia rappava, e mi disse, 'Tu dovresti rappare.' Poi magari era una battuta, però me la ricordo ancora."

Il rapporto con la scuola, come accade a tanti ragazzi di periferia, non era idilliaco: "L'ora di musica era forse quella che preferivo" dice sorridendo, "Cazzo, era l'unica dove non mi cacciavano fuori, e ho iniziato a farmi due domande." Le risposte, però, tardavano ad arrivare━almeno fino al suo incontro con quello che è oggi un suo grande amico, il suo coinquilino e un'altra delle voci più lucenti del rap italiano di oggi: Tedua.

"Ho conosciuto Mario quando avevo quattordici anni. Era un grande amico di mio cugino. Abitava a Cogoleto, in Liguria, e io andavo ad Albissola d'estate. Mio zio aveva la casa e io mi intrufolavo durante il mese d'agosto. Mario veniva da noi due sere sì e due sere sì, oppure il contrario. Quindi freestyle a valanga, piuttosto che pezzi... E andare in studio, nonostante non registrassi, mi piaceva. Quindi mi sono appassionato anch'io e ho detto, facciamolo." Sono i primi vagiti di quello che sarà Calvairate Mixtape, la sua prima uscita ufficiale. 

Per quanto acerbo, Calvairate Mixtape ha dentro il seme di quello che è il Rkomi di oggi: lui stesso lo descrive con l'aggettivo "casualissimo." "Avevo voglia di tirar fuori i cazzi miei, personali e non, zarri e non zarri. Ma avevo poco seguito, mille visualizzazioni a pezzo, e forse le facevo grazie a Izi e Tedua," mi dice, sostenendo che i featuring non sono per lui la normalità nonostante l'amicizia che lo lega agli altri ragazzi della scena. Fare rap era ed è per Mirko un discorso profondamente personale: "Il riscontro era molto misero ma ero felice per la prima volta di quello che registravo e veniva fuori. C'era ignoranza, non c'era la stessa professionalità di adesso, ma c'era più consapevolezza. Avevo superato quel primo step. E poi ho mollato, perché non pensavo di essere forte. E non lo penso tuttora."

Dopo il suo primo tape, quindi, Mirko abbandona due cose: il rap, in primis, ma anche la scuola━dopo tre anni di alberghiero, si fa assumere all'azienda in cui aveva fatto uno stage. "Sono felice di aver fatto questa scelta, umanamente parlando lavorare mi ha fatto bene. Con quattro mesi in più avrei preso un pezzo di carta, e non mi costava veramente nulla. Ma ho la mia testa. Ora non sto a fasciarmela, ma in futuro mi piacerebbe tornare a scuola indipendentemente da come possa andare la mia vita." E aggiunge: "Se potessi iscrivermi all'università farei psicologia. Io ci vado fuori, più conosci e più ti poni dubbi."


È strano, ascoltando ora i suoi pezzi, ascoltare Mirko parlare di sé in termini di dubbi e incapacità. Così come Chance the Rapper, arrivato a meritarsi il verso d'apertura di The Life of Pablo, se ne è uscito con il più umile dei "Questa è la mia parte, per favore, lasciatemi parlare", così lui diceva di "aver scritto un pezzo per chi ha perso se stesso": ma proprio lui, Mirko, non si era mai capito━e nonostante avesse buttato fuori quello che aveva dentro, non aveva ancora trovato il suo vero posto nel mondo.

Ad aiutarlo a ritrovare ordine furono le arti marziali: "Ho fatto Muay Thai per due anni e mi ha completamente cambiato a livello mentale. Ho la fortuna di essere stato allenato da questo ragazzo che è stato in Thailandia più volte, e gli è rimasta dentro quella parte spirituale. Lui non si ritiene un maestro, lui ti passa la sua passione." Alla rinascita fisica se ne accompagna anche una letteraria: "Grazie a lui ho iniziato a leggere e aprire un po' gli occhi, cosa che non avevo mai fatto prima. Non avevo questo grande rapporto con l'amor proprio culturale. Sono partito da Osho, che cito spesso. Mi piace molto Coelho, L'alchimista è un libro che mi ha veramente cambiato. Bukowski mi piace molto. Anche Kafka e Nietzsche, che però sono un più pesanti. Ho faticato un po'."

Foto di Matteo Oreglio

Chiedo a Mirko quale sia stato il passaggio che lo ha portato a decidere di ricominciare a fare rap. "Una piccola parte di ego, come dico anche nel testo di "Dasein Sollen," mi risponde, citando il primo pezzo della sua nuova fase artistica, quello che l'ha portato dov'è oggi━"Vivo ancora con l'ego di chi ha da perdere troppo." Da perdere, in realtà, non c'era nulla: "Mi sono detto: 'Che cazzo me ne frega, pensiamo meno e cacciamo fuori quello che ho in testa'. Poi vedevo i miei amiconi che stavano andando, e Tedua ha comunque sempre spinto un sacco su di me anche se volevo smettere. Mi sono fatto un favore, e non so che cosa poi sia scattato. Quando non ci pensi, al perché, poi le cose accadono."

Che cosa vuol dire "Dasein Sollen"? Il Dasein è un concetto filosofico reso celebre da Heidegger e significa "Dover esser-ci" con il "ci" a indicare il modo in cui l'Essere si manifesta nella realtà. "Ho trovato il termine per puro caso su Google e mi ci sono trovato subito," mi spiega Mirko. "Dasein Sollen" non è un brano standard: si apre con un'impetuosa strofa di ritorno ("Il giorno che ho mollato ora è solo un ricordo"), costruisce due bridge perfetti da canticchiarsi in testa e, all'improvviso, si conclude lasciandoti la voglia di averne ancora. "Eccomi, ci sono, devo essere qua," vorrebbe dire: "Per 'sti ragazzi sono come la prova / Se sei il primo a crederci è come una droga", riesce a tirar fuori.

È l'inizio di un processo di autoconvincimento e dimostrazione di forza che, dice Mirko, continua ancora oggi: "Ogni volta che esco dallo studio con un pezzo nuovo sono molto gasato. È difficile che dica 'Ho la bomba in mano, la caccerei fuori adesso', ma sono felice e soddisfatto. Mi piace pensare che a ogni canzone abbia superato un piccolo gradino, che abbia migliorato anche la più piccola delle piccolezze. L'unica cosa che mi spaventa è che un mio pensiero possa essere percepito male, ma ti becchi quello che viene."

Con i brani successivi━"Sul serio" e "Sissignore"━Mirko prende le misure del suo flow e inizia a creare un immaginario definito che guarda più all'interno che all'esterno, i luoghi di Calvairate come sfondo alle sue auto-analisi. "Sono sempre stato molto autocritico, ho sempre guardato me stesso più che gli altri, e la cosa prevale anche nei testi. Non mi piace troppo dire determinate cose piuttosto che determinate situazioni, figuriamoci ostentarle. Sono parte del mio vissuto."

"180", il cui video Mirko gira a Parigi ("È stata un'avventura, abbiamo prenotato quattro giorni prima, non avevamo l'hotel, Alex girava tenendo il mio zaino in spalla"), è un piccolo punto di svolta a livello artistico, e contiene forse alcuni tra i suoi versi migliori: "A chi mi ha chiesto dove fossi fino adesso gli ho risposto con un sorriso," dice, aggiungendo un "Non ci ho mai creduto a fondo / Perché a dirsi è un attimo" per restare sempre coi piedi per terra. Nonostante il successo sia lì, a un palmo di mano, Mirko sa che tutto può finire all'improvviso━anche quando lo chiama Shablo, che gli produrrà "Aeroplanini di carta" assieme a Izi. 

"Gli aeroplanini di carta sono un simbolo molto banale," spiega Mirko, "Scrivi su un foglio ed entri in un circolo di spensieratezza. La metafora è quella. Chiudi gli occhi e ti fai i tuoi viaggi mentali." Per l'occasione, le periferie lasciano spazio alla natura della sua Liguria adottiva: "Amo il mare, amo l'architettura di Genova. Per me andarci è una liberazione, anche solo vedere il mare per un secondo mi lascia qualcosa di veramente grosso." 

Ci alziamo dal tavolino, risaliamo in macchina e parcheggiamo in via Calvairate, entrando nel cortile del palazzo della copertina di Calvairate Mixtape, lo stesso dove Tedua ha girato il video di "Lingerie" assieme a Sfera Ebbasta. Un ragazzino avvicina Mirko e gli chiede dei suoi prossimi progetti, lui lo saluta con affetto e gli promette che organizzerà presto qualcosa. Non sono solo le persone che vivono in quartiere che da qualche tempo hanno iniziato a cercare con lui un contatto, ma anche la massa informe del suo seguito online: "Ultimamente non so più come gestire questa cosa. I primi quattro mesi rispondevo a chiunque. Mi scrivono le madri dei ragazzi che mi seguono ringraziandomi perché porto dei concetti positivi, e per me è assurdo," dice, sorridendo. 

Mirko si sta ancora abituando a questa nuova fase della sua vita, per la prima volta minimamente conscio di sé e delle proprie possibilità. "Fino a un anno fa non ero me stesso," spiega: "Ho scoperto tanti aspetti del mio carattere che erano invisibili agli occhi miei e degli altri. E questo si vede anche nel modo in cui faccio i live: posso dare di più, ma sono molto sensibile sotto questo aspetto. Mi lascio oscurare da tutti questi occhi e finisco per non essere me stesso." La radice di questa vitale insicurezza, pensa, sta ancora nella sua esperienza di vita: "Ho avuto parecchi mentori, ma non musicalmente parlando. Non ho mai conosciuto mio padre, quindi non ho mai avuto una presenza maschile in casa. Parlarne non mi tocca più, una volta mi pesava un po' raccontarlo. Ho sempre avuto bisogno di questa presenza, e umanamente per me hanno fatto molto mio zio, mio fratello e il mio allenatore." 


Un altro punto fisso che aiuta Rkomi a orientarsi nel mondo è Falco, protagonista di molti suoi versi e figura chiave nella vita di Zona 4 Gang, il termine collettivo sotto al quale Mirko ha messo i suoi pezzi e i suoi affiliati. Gli chiedo come è finito nel testo di "Dasein Sollen": "Ero in studio con lui, spesso e volentieri viene con me quando registro. Mi mancava il ritornello, avevo giusto la strofa. Il pezzo non doveva chiudersi così velocemente. Ma ero lì, canticchiavo 'sta roba, suonava bene, mi piaceva. Era una presenza che mi è piaciuto tirare in mezzo. Falco è sempre presente in ogni pezzo, come mia madre, come [il mio manager] Simone, come Tedua. Falco è una persona buonissima e cattivissima allo stesso tempo, ignorantissima ma educatissima, coltissima. Per l'odio che ha e abbiamo vissuto, ha un sacco di amore nell'animo."

E proprio Falco si unisce a noi. Risaliamo sulla Panda e torniamo al campetto da cui eravamo partiti per scattare qualche ultima foto. Nel frattempo, chiedo a Mirko se ha una minima idea di quello che lo aspetta nei prossimi mesi: "Volevo un attimo fermarmi coi pensieri, ma non con la scrittura. Mi tengo informato, almeno una volta al giorno mi ascolto roba nuova per stare al passo coi tempi. In questo periodo sono sotto di Nekfeu e PSO Thug, per quanto riguarda la Francia, mentre di americano mi sto ascoltando questi due giovanissimi che sono Cozz, che sta sotto l'ala di J. Cole, e Chaz French. Non sono ancora nessuno, ed è come se mi dica tra me e me 'questi qua sfonderanno tra un anno, io li sto già assorbendo.'"

Foto di Matteo Oreglio

"Voglio fare un disco," prosegue Mirko, "ma non sarà il prossimo passo. Non mi fermerò tre mesi a registrare canzoni, non è questo il mio obiettivo. Procedo singolo per singolo, e un filo conduttore si creerà da solo." Quello che ha intessuto finora vibra di speranze, conscio dei propri limiti ma con l'idea costante di superarli. "Ho scalato l'edificio, ora sto senza una bussola / Vuoi me o cerchi Mirko? C'ho la testa confusa," dice "180"━e forse la confusione resterà, sia in lui che in noi che lo ascoltiamo. Ma è proprio grazie a quest'assenza di certezze che Mirko ci tiene attaccati alle cuffie, felici di restare all'ascolto.

Tutte le fotografie non creditate a Matteo Oreglio​ sono dell'autore.
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