Tutte le foto per gentile concessione di Hardcore Italia.

Siamo stati a United Hardcore Forces, il raduno gabber più grande d'Italia

Siamo andati a vedere da vicino che cosa c'è di vero e di falso nella leggenda del popolo hardcore.

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feb 22 2018, 3:15pm

Tutte le foto per gentile concessione di Hardcore Italia.

Ora che sono al sicuro in ufficio, con nelle cuffie un sano LP di ingarbugliato noise-psychojazz contemporaneo, la mia mente è affollata dai ricordi di sabato notte, evocati da un certo dolorino alla schiena e da una propensione allo sbadiglio anche se ieri verso le 11 mi sono addormentato sbavando sul divano e mi sono risvegliato stamattina alle 8 nel letto.

La notte di sabato, infatti, l’ho passata quasi tutta in piedi e senza dormire, perché avevo una missione chiamata United Hardcore Forces, la più grande festa gabber indoor d’Italia, organizzata da Sonic Solution Entertainment. [pausa ad effetto] Io non sono un gabber. Quasi si può dire che non mi piaccia la musica elettronica in generale, anche se naturalmente nel 2018 è una frase senza senso, ma per dire che sono uno che alle tute e i sequencer che fanno pom pom pom preferisce di gran lunga i giubbotti di pelle e le corde metalliche che fanno plonk o sdeng, come saprete se avete mai letto alcuni dei miei eccellenti lavori per questo sito come Il programma elettorale di Berlusconi è “sufficientemente rock” e Charles Manson ha fatto almeno una cosa buona: il suo primo album.

Ma non ho più 15 anni. Quando avevo 15 anni la parola “gabber” era un anatema per me. Erano i primi anni Zero in una piccola provincia lombarda e la sagoma minacciosa del Number One si stagliava all’orizzonte come un’oscura cattedrale nel deserto della Pianura Padana. Il piazzale della stazione dei pullman dopo la scuola era diviso in due colori come un campo a maggese: da un lato il popolo hardcore, Nike Air Max, bomber Rotterdam Terror Corps, cappellino Traxtorm caratteristicamente appoggiato sulla testa con la visiera ad angolo quasi retto; dall’altro il popolo alterna-compagno, Converse All Star, jeans strappati, felpa dei NOFX o qualcosa del genere, giaccone verde militare preso in Montagnola a Bologna. Ora, non è che io sia mai stato il tipo da divisa, ma di sicuro sapevo che cosa non ero: un bullo, un fascista, un violento, uno scimmione il cui cervello si può stimolare soltanto con un beat talmente ripetitivo e basilare che si potrebbe riprodurre con accuratezza prendendo a martellate un muro di gomma o qualcosa del genere. Inutile specificare che queste caratteristiche, a me e agli altri della mia fazione, sembravano applicarsi tutte al gabber.

Uso “il gabber” singolare perché, per definizione della parola “stereotipo”, quando una persona vuole esprimere un giudizio il più velocemente possibile su un ampio gruppo di persone che non conosce, prende le sue caratteristiche più estreme, che si notano dalla prima occhiata, e le usa per identificare ogni componente di questo gruppo, facendogli effettivamente perdere le caratteristiche di pluralità e collettività. Insomma, il preambolo serve a dire: sono stato alla serata gabber più grande d’Italia e l’unico rapporto che avevo avuto prima di questo momento con i gabber è stato di diffidenza, senso di superiorità, ostilità.

Dopo aver accettato la missione di fare da gonzo reporter per Noisey a questo United Hardcore Forces e dopo aver convinto la mia amica Agnese ad accompagnarmi, ho cominciato a salutare tutti i miei vecchi amici come se stessi partendo per il fronte. Come faccio a presentarmi là col mio giubbotto punk e lo sguardo di chi ha subito vari furti di merendine? Per uno come me, andare alla discoteca Florida di Ghedi il sabato sera, con una line up che va dai veterani del genere Stunned Guys e The Darkraver alle nuove star Destructive Tendencies e Digital Punk, assomiglia più a un metodo per farmi confessare un crimine che a un sabato notte di festa.

È con una certa rassegnazione e un paio di tappi per le orecchie che ci avviamo all’ingresso sul retro del Florida attorno a mezzanotte e mezza, quando la coda alla porta principale è consistente ma non infinita come mi aspettavo: infatti la gente è già tutta dentro. La serata è iniziata alle 22 e i gabber ci tengono a esserci dal primo all’ultimo colpo di cassa.

Immediatamente cerchiamo di capire come funziona questa discoteca, che è già in sé un ambiente nuovo per me. Pensavo si fossero tutte arenate fra le sabbie del tempo. Ma a Ghedi il mito del Florida continua, e a ragione: il locale è fantastico. Quattro sale, di cui una su una specie di soppalco dotato di gigantesche vetrate dalle quali si può ammirare tutta la sala principale ma perfettamente isolata dal punto di vista audio. Questo significa che vari sottogeneri dell’hardcore, che io naturalmente non sapevo nemmeno esistessero, sono rappresentati: old school, mainstyle, frenchcore & uptempo e raw hardstyle. Il posto è essenziale: luci basse dalla tonalità tendente al viola, divanetti dall’aria vissuta, strobo e, per la sala principale, un megaschermo con proiezioni personalizzate per ogni artista.

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Art of Fighters sul main stage (foto Hardcore Italia).

Incominciamo il giro delle sale, riuscendo a vedere un po’ dei set. La old school di Stunned Guys era quella da cui volevo iniziare, un po’ per procedere in una specie di ordine cronologico, un po’ perché la hit “Io Sono Vivo” era una delle due canzoni hardcore che mi ricordavo dalla mia giovinezza. Ma dopo pochi minuti ci prende la curiosità e ci spostiamo verso la sala frenchcore dove incontriamo The Sickest Squad vs. Sefa, e cominciamo a farci un’idea dei sottogeneri. La loro frenchcore mena fortissimo, ora ci rendiamo conto di cosa significa sfondare il muro dei 200 bpm. Arriviamo al piano di sopra, da Digital Punk che ci stupisce con quella che, in mancanza di una vera conoscenza del genere, possiamo soltanto definire come una tamarrata da autoscontro insopportabile. Preferivamo decisamente l'uptempo di F. Noize o la mainstyle carichissima dei Destructive Tendencies.

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Foto Hardcore Italia.

Tanto per cominciare sono un po’ stranito dalla struttura musicale: non sono abituato al meccanismo del drop, che nell’hardcore è fondamentale. Mi aspettavo una specie di ricerca della trance tramite il beat, come succede ai free party con generi come (appunto) trance, goa o tekno, ovvero spingiamo più forte possibile più a lungo possibile di modo che il pubblico perda completamente la coscienza di sé martellato dalle basse. Quello dell’hardcore invece è un pattern molto diverso, più vicino all’EDM: tensione-rilascio, tensione-rilascio, con calcolatissima precisione. Un beat non va mai avanti più di un paio di minuti, per lasciare spazio a sample o intermezzi melodici (che, come mi dice un ragazzo di 19 anni totalmente ubriaco ma molto entusiasta e grande fan di VICE, “mi emozionano fino a farmi venire i brividi”), e crescendo di precisione matematica prima dei drop.

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Foto Hardcore Italia.

Mentre cerco di gestire gli sbalzi di endorfine dati da tutto questo tira-e-molla, mi metto alla ricerca del gabber che soddisfi la mia visione stereotipica, quello minaccioso, incazzato, con l’aria da psicopatico. Non lo trovo. Non lo troverò per tutta la notte. Trovo invece una ragazza ligure di 22 anni che mi dice che viene a queste feste perché si è stufata delle discoteche commerciali dove tutti gli uomini sono viscidi marpioni, mentre i gabber la lasciano ballare in santa pace. Anche a voi cominciano a stare molto più simpatici questi pelatoni con la tuta?

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Noize Suppressor (foto Hardcore Italia).

Sia chiaro, la gente è carica: i ragazzi sono a torso nudo, le ragazze indossano top da ginnastica, le tipiche mosse della hakken s’interrompono solo per ovazioni da stadio tributate ai DJ, che fuori da qui sono probabilmente gente normalissima, ma dentro sono semidei della cassa dritta. Infatti mentre sono nel backstage a chiacchierare con Simone Paradiso del duo The Melodyst veniamo in continuazione interrotti dai gabber che reclamano una foto con il loro idolo.

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Foto Hardcore Italia.

Simone ci spiega che quella gabber è veramente una delle ultime sottoculture rimaste. Le feste gabber sono tuttora l’unico posto in cui si può suonare hardcore, perlomeno al di fuori di posti come Olanda e Belgio dove è il pane quotidiano. C’è una certa soddisfazione e un certo orgoglio in questa specie di isolamento: i gabber sono (o forse dovrei dire erano) odiati dai normie per la loro estetica aggressiva, odiati dai raver per le loro tendenze più “ordinate” (poi vi spiego che cosa intendo), snobbati dal mondo dei club per la loro tamarraggine, e non c’è niente che unisca di più dell’essere messi da parte. Non esiste il “clubbing” per chi ama l’hardcore, esistono solo lunghi viaggi, spesso all’estero, per raggiungere veri e propri raduni come quelli di sabato sera, e farlo a tutti i costi.

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Wicked Minds (foto Hardcore Italia).

A proposito, i costi. Quando prima parlavo di tendenze “ordinate” intendevo che, rispetto ad altre scene musicali, quella hardcore è molto rigida: le organizzazioni che gestiscono uscite discografiche ed eventi live sono pochissime, e manovrano la scena con capillarità, dalla tenda hardcore del Tomorrowland (il Thunderdome) alle magliette che tutti, e dico tutti, i partecipanti ai raduni gabber indossano. È una strana situazione che crea un po’ di immobilismo, per quanto il genere abbia avuto le sue evoluzioni e il pubblico continui a rinnovarsi (vedo una bambina che avrà al massimo 13 anni, super entusiasta, accompagnata dai genitori altrettanto gabber). Lo stesso Simone, durante la nostra conversazione, fa spesso riferimento al suo “capo”, che intuisco essere il manager e discografico dei The Melodyst, il fondatore di Traxtorm, Sonic Solution, Hardcore Italia e degli Stunned Guys Maxx Monopoli, vero “padrino” della scena hardcore italiana. Da dove vengo io, suona strano che un musicista abbia un “capo”.

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The Melodyst vs. Andy The Core (foto Hardcore Italia).

Guardando e parlando con i ragazzi e le ragazze del pubblico, non riesco a smettere a pensare a un paragone, quello con i juggalo. I fan americani degli Insane Clown Posse sono una sottocultura appariscente, dall’immaginario violento, predominantemente composta da persone provenienti da contesti proletari di provincia, famosi per le loro feste che nell’immaginario comune sono specie di baccanali a base di droghe, sesso e violenza. L’ostracismo della società americana nei loro confronti si è spinto fino all’iscrizione nel registro delle gang criminali da parte dell’FBI. Come abbiamo scoperto recentemente grazie ad alcuni reportage, il mondo dei juggalo è in realtà un semplice mondo subculturale, individuato come una seconda famiglia in cui è possibile essere strani, mettersi una maschera e le lenti bianche negli occhi, colorarsi i capelli e fare casino con i propri fratelli e sorelle. La sensazione muovendosi tra le sale è che tutti e tutte si sentano al sicuro, ed è gioia pura quella che muove braccia e gambe di questi strani tizi che ballano questo strano ballo.

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Foto Hardcore Italia.

Verso le cinque di mattina The Melodyst e Andy The Core salgono sul main stage per chiudere la nottata con un’ora di hardcore mainstyle furioso. A questo punto Agnese e io ce la stiamo spassando, e rispondiamo ai drop agitando i pugni per aria. Io accenno qualche passo di hakken, che probabilmente è il motivo per cui ho ancora il mal di schiena tre giorni dopo. Usciti dal Florida alle sei, prendiamo una navetta affollatissima che ci riporterà alla stazione di Brescia. Sul treno per Milano, osserviamo un gruppo di ragazzi e ragazze con piercing fluo e capelli verdi addormentarsi di fianco a noi, in mezzo ai pendolari che devono andare al lavoro anche la domenica mattina. Sembrano sereni e sembrano anche non aver nessuna voglia di tornare alla vita di tutti i giorni, un po’ come noi.

Giacomo si sta sparando un mix di F. Noize su Soundcloud. Seguilo su Instagram.

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